sabato 23 marzo 2013

Le condizioni per il discepolo di Cristo.

Le condizioni per il discepolo di Cristo.
In questa lezione vedremo:
1. In cosa consistono le condizioni del discepolato.
2. Il discepolato richiede un’attenta riflessione prima di intraprenderlo.

“Il Salvatore non cerca uomini e donne che vogliono dedicargli le loro serate libere, i weekend, o gli ultimi anni della loro vita quando vanno in pensione. Egli cerca chi gli voglia dare il primo posto nella propria vita”. (William Macdonald) 
Per molti il cristianesimo non è altro che il mezzo per scampare all’inferno e la sicurezza per andare in paradiso, dopo di che pensano di vivere come gli pare! Gesù ha parlato di condizioni per il discepolato, un vero discepolo segue Gesù secondo come vuole Gesù, alle condizioni di Gesù e non alle proprie. Essere discepolo di Gesù non significa servirlo alle condizioni da lui stesso stabilite e in base alla propria convenienza, ma alle condizioni stabilite da Gesù secondo la Sua volontà! È possibile essere un credente di nome in Gesù senza essere un vero discepolo. Una volta qualcuno stava parlando con un grande studioso di un giovane. Egli disse: “Questo ragazzo mi ha detto che era uno dei tuoi studenti”. L’insegnante rispose: “Potrebbe aver frequentato le mie lezioni, ma non era uno dei miei studenti”.
Si può dire che crediamo in Gesù perché frequentiamo una chiesa, ma questo non fa di noi un discepolo di Gesù.
Noi vediamo almeno sei condizioni, la prima condizione è:
1. Un amore prioritario per Gesù.
Gesù non è un minimalista quando si tratta di impegno. Gesù richiede il massimo impegno e sacrificio per Lui a tempo pieno. Nulla deve modificare, interrompere, o essere in concorrenza con l’impegno per Gesù.
Gesù deve avere il primo posto anche sulle persone più care come la propria famiglia. In Luca 14:26 Gesù dice: "Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, e la moglie, i fratelli, le sorelle e persino la sua propria vita, non può essere mio discepolo". (cfr. Matt.10:37). L’esperienza dimostra, sia nella chiesa, che nel campo della missione, che i più grandi nemici di un cristiano a volte sono quelli di casa sua.
A volte accade che il più grande ostacolo di un vero credente, di una coscienza risvegliata, è l’opposizione di parenti e amici. Uno scontro di opinioni avviene di frequente, non appena la salvezza dai peccati entra in una famiglia. Padri non credenti non sopportano di vedere i loro figli avere nuovi punti di vista riguardo la religione, non accettano la sincera e zelante conversione dei loro figli, e mamme sono irritate nel vedere le loro figlie che non seguono  i piaceri di questo mondo empio. Quindi quando arriva il momento dell’opposizione, l’opposizione dei familiari e degli amici, il vero cristiano deve ricordare queste parole di nostro Signore; deve ricordare che a Gesù va il primo posto, va l’assoluta fedeltà, il discepolato è una chiamata all’assoluta fedeltà a Gesù senza distrazioni. Essere discepolo significa riservare a Gesù la propria indiscussa devozione.
L’immagine è forte, ma non è una chiamata a essere insensibile o di lasciare alle spalle ogni sentimento.
“Odia” (misei) è una parola forte che significa detestare, aborrire; non connota antipatia solo per determinate azioni, ma anche un’ostilità permanente e profonda nei confronti di altre persone. Gesù con queste parole non ci vuole dire che dobbiamo odiare i nostri familiari, Gesù non sta parlando di odio letterale, anzi Lui ci dice di amare anche i nostri nemici e di fare loro del bene (Luca 6:27; cfr. Rom.12:17-21; 1 Giov.3:15).
“Odia” indica in primo luogo, un conflitto tra interesse personale e gli interessi di Cristo. Quando vi è un conflitto tra i desideri personali o i desideri della famiglia e la missione di Cristo, il discepolo non ha alcun problema nel sapere cosa deve fare: Gesù e la Sua missione avranno sempre la precedenza, non importa quanto sia grave la necessità della propria famiglia!
In secondo luogo “odia”, è un’iperbole, con questo Gesù ha voluto esprimere qualcosa nella lingua più radicale possibile per attirare l’attenzione e far riflettere fino in fondo a quanto detto. In terzo luogo “odia” ha il senso di amare di meno il familiare o di amare Cristo di più, troviamo un’espressione simile nell’Antico Testamento, è scritto che Giacobbe amò Rachele più di Lea e che Lea era odiata, la parola “odiata” (ebraico śānēʾ) ha il senso di amare qualcuno di meno, infatti è scritto che Giacobbe amò Rachele più di Lea (Gen.29:30-33).
L’amore del discepolo deve essere così profondo che il più grande tra gli amori terreni al confronto deve sembrare odio. Rispetto alla propria devozione a Cristo, ogni altra devozione deve essere così secondaria che può essere paragonato a odio e al rifiuto.
Quindi “non odia” indica una priorità di relazione, indica che come Suoi discepoli noi dobbiamo mettere Gesù sopra ogni cosa. Ricordiamoci le parole del salmista: "Chi ho io in cielo fuori di te? E sulla terra non desidero che te" (Sal.73:25).  

La seconda condizione per essere un suo discepolo è:
2. La rinuncia di se stessi.
J.I.Packer: “Gesù Cristo esige abnegazione, che è negazione di sé (Matteo 16:24, Marco 8:34, Luca 9:23), come condizione necessaria del discepolato". L’abnegazione è un invito a sottomettersi all’autorità di Dio come Padre e di Gesù come Signore e di dichiarare guerra permanente al proprio egoismo istintivo”.
Mar.8:34: "Chiamata a sé la folla con i suoi discepoli, disse loro: 'Se uno vuol venire dietro a me, rinunzi a sé stesso, prenda la sua croce e mi segua'". (cfr. Matt.16:24; Luca 14:26).
In “se uno vuol venire dietro a me” è sottolineata la necessità di una decisione personale e operativa.  Evan Hopkins dice: “Egli cerca oggi, come ha sempre fatto, non le folle apatiche che lo seguano senza un piano, ma uomini e donne la cui costante fedeltà provenga dall’aver riconosciuto che Egli vuole degli individui preparati a seguire il sentiero della rinunzia di sé stessi che Egli ha percorso prima di loro”.
Cosa significa rinunciare a se stessi?
“Rinunciare a se stessi” (aparnesastho heauton, aoristo imperativo) è dissociarsi completamente da parte di qualcuno, rompere la relazione. L’esempio di Pietro che ha rinnegato Gesù (Matt.26:34-35,75). Ha l’idea di dire: NO!!! Dire no al nostro IO!!!! Significa respingere, rifiutare, allontanarsi, abbandonare, rinnegare il nostro IO. Non è la negazione di qualcosa di sé, ma la negazione radicale di sé stesso. In altre parole rinunciare a se stessi è rompere, tagliare i ponti con il nostro IO! Significa lasciare il controllo della nostra vita a Gesù, sottomettersi a Gesù! Significa piegare la nostra volontà, pensieri, progetti alla volontà!! Significa rinnegare sé stessi ai propri obiettivi, aspirazioni e desideri. Significa morire a se stessi, dare l’addio al proprio IO, significa annullare, disintegrare il nostro IO. Dietrich Bonhoeffer: “ Quando Cristo invita un uomo, gli ordina di venire a morire”.
Quindi rinunciare implica rifiutare di essere guidati dai propri interessi, cedere il controllo del proprio destino a Dio, cedere il proprio posto di governo a Dio. Essere discepoli significa prendere l’esempio di George Mueller: “C’è stato un giorno in cui sono morto completamente alle mie opinioni, alle mie preferenze, ai miei gusti e alla mia  volontà, morto al mondo, ai suoi plausi e alle censure, morto all’approvazione o al biasimo anche dei miei fratelli e degli amici; da allora mi sono studiato da apparire sempre approvato dinanzi a Dio”.

La terza condizione per essere un suo discepolo è:
3. Prendere la croce.
Mar.8:34-38: "Chiamata a sé la folla con i suoi discepoli, disse loro: 'Se uno vuol venire dietro a me, rinunzi a sé stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vorrà salvare la sua vita, la perderà; ma chi perderà la sua vita per amor mio e del vangelo, la salverà. E che giova all'uomo se guadagna tutto il mondo e perde l'anima sua? Infatti, che darebbe l'uomo in cambio della sua anima? Perché se uno si sarà vergognato di me e delle mie parole in questa generazione adultera e peccatrice, anche il Figlio dell'uomo si vergognerà di lui quando verrà nella gloria del Padre suo con i santi angeli'".  (cfr. Matt.10:38; 16:24-26; Luca 14:27).
Per la cultura rabbinica un discepolo era esortato a sollevare il giogo della Torah o il giogo dei comandamenti, ma non certamente a prendere la croce! Che cosa significa “prenda la sua croce”? Vediamo prima che cosa non è prendere la propria croce. La croce non sono le prove della vita: le malattie, una cattiva moglie o marito, la difficoltà al lavoro,ecc.
Dietrich Bonhoeffer diceva: “La croce non un’avversità o un duro destino, ma è quel patire che ci deriva solo a causa del nostro vincolo con Gesù Cristo. Non è sofferenza casuale, ma necessaria. La croce non è sofferenza legata all’esistenza naturale, ma all’esser cristiani. La croce non è assolutamente soltanto patire, ma è patire e insieme è l’esser riprovati e, anche qui, a rigore, esser riprovati a causa di Gesù Cristo, non per qualsiasi altro comportamento o confessione di fede”.  
Oggi la croce la vediamo con le collane, luoghi pubblici, ecc., ma all’epoca era un simbolo di ripugnanza estrema, uno strumento di crudeltà, dolore, disumanità e vergogna. La gente era fin troppo consapevole di ciò che significava sopportare la croce attraverso la città e poi per essere inchiodati a essa. La croce romana era una punizione riservata per le classi sociali più basse, progettata specialmente per punire criminali e  schiavi ribelli. Nel 71 a.C. il generale romano Crasso ha sconfitto lo schiavo ribelle Spartaco e ha crocifisso lui e seimila dei suoi seguaci sulla via Appia tra Roma e Capua. Anche Gesù fu crocifisso e affianco a Lui due ladroni (Luca 23:33-43).

Riguardo il prendere la propria croce vediamo che:
a. Prendere la croce è universale.
Luca 14:33: "Così dunque ognuno di voi, che non rinunzia a tutto quello che ha, non può essere mio discepolo".  
Riguarda tutti coloro che vogliono seguire e seguono Gesù senza eccezioni, per tutti i veri cristiani. Noi vediamo che Gesù si rivolge a tutti, si rivolge alla folla come anche a coloro che erano già loro discepoli.
Walter J. Chantry ci ricorda: “Il nostro Signore ripeté con enfasi che nessuno poteva essere considerato suo vero discepolo a meno che avesse preso la croce”.  Il prendere la croce è una delle condizioni di un vero discepolo di Gesù, tutti coloro che lo vogliono essere devono essere disposti a prenderla.

b. Prendere la croce è dolorosa.
A. Fridrichesen: “Prendere la propria croce su di sé è un’espressione che, nel significato  letterale per gli uomini di allora, voleva dire imboccare il cammino spaventoso di un condannato alla crocifissione: prendere il pesante legno sulle spalle e finire inchiodato a quel patibolo per esservi innalzato fra gli scherni di coloro che assistono all’esecuzione. L’immagine, riferendosi a uno spettacolo abituale per la gente di quel tempo, significava: affrontare un genere di vita penoso quanto lo può essere l’ultimo condannato a morte”.  
Il nostro Signore Gesù in croce, ha sopportato le più crudeli sofferenze fisiche e morali! Prendere la croce è accettare volontariamente il dolore, il disprezzo e la persecuzione per Cristo. Il discepolo di Cristo non deve temere di perdere la propria vita per Lui. (Mar.8:35).
Il discepolo di Cristo non deve temere gli scherni e il disprezzo della gente perché appunto è un discepolo di Gesù (Mar.8:38).  Prendere la nostra croce è la sofferenza (persecuzione) che viviamo per la causa di Cristo, è proporzionata alla nostra dedicazione a Cristo (cfr. Matt.5:11-12; 2 Tito 3:12). Pertanto la persecuzione non è un segno dell’abbandono di Dio, ma dell’ identificazione con Gesù stesso (Ebr.12:2).                    

c. Prendere la croce significa portarla quotidianamente. 
Luca 9:23: "Diceva poi a tutti: 'Se uno vuol venire dietro a me, rinunzi a sé stesso, prenda ogni giorno la sua croce e mi segua'".
“Ogni giorno” non significa che una nuova croce deve essere sostenuta ogni giorno, ma che questa volontà di accettare la propria croce deve caratterizzare il discepolo ogni giorno!!  Siamo chiamati a seguire costantemente Gesù costi quel che costi. A.W. Tozer affermava: “ Il vero discepolo di Cristo non chiede: ‘se abbraccio questa verità quando  mi costerà?’ Egli dirà piuttosto: ‘questa è la verità, Signore aiutami a camminare in  essa, costi quel che costi ’”. Tale concetto di discepolato è così radicale che molti cristiani contemporanei in Occidente hanno difficoltà ad accettarla.

La quarta condizione per essere un suo discepolo è:
4. Una rinuncia a tutto quello che ha per seguire Gesù.
Phillip Keller: “ Ci sono molti ostinati, ribelli, indifferenti, egoisti cristiani che non possono davvero essere classificati come seguaci di Cristo. Ci sono relativamente pochi diligenti discepoli che abbandonano tutto per seguire il Maestro”.
In Luca 14:33 leggiamo: "Così dunque ognuno di voi, che non rinunzia a tutto quello che ha, non può essere mio discepolo". 
“Rinunzia” (apotassetai) è dire addio, recedere da…, ritirarsi da…, separarsi, (cfr. Luca 9:61; Mar.6:46; Atti 18:18, 21; 2 Cor. 2:13), in questo contesto è rinunciare, non avere più interesse per ciò che si ha, abbandonare, una radicale rinuncia.
“Tutto quello che ha” (huparchousin) sono i possedimenti, le proprietà, gli averi, il patrimonio (Matt.19:21; 24:47; 25:14; Luca 8:3; 11:21; 12:15,33,44; 14:33; 16:1; 19:8; Atti 4:32, 1 Cor. 13:3; Ebr.10:34). I primi discepoli lasciarono ogni cosa per seguire Gesù (Luca 5:11, 28; 18:28) cosa che non fece il giovane ricco (Luca18:22). La volontà di rinunciare a tutti i beni e di legare se stessi totalmente a Gesù, è l’essenza del discepolato.
Alcuni studiosi sono convinti che questa chiamata radicale sia per tutti, mentre altri studiosi dicono che tutti sono chiamati a essere preparati per questo, anche se non sarà una realtà per tutti.
Indubbiamente un discepolo deve essere pronto a rinunciare ai suoi beni e molti dei primi discepoli lo hanno fatto.
Ciò significa che un discepolo deve dare il pieno controllo della sua vita, di tutto ciò che possiede a Gesù! Deve essere pronto a rinunciare a tutto ciò che impedirebbe un impegno totale al discepolato. Essere discepoli di Gesù significa mettere Gesù prima dei possedimenti, dei soldi, significa essere legati e dipendere da Lui e non dalle ricchezze (cfr. Matt.6:33; 1 Tim.6:6-10,17-19).
Il discepolo di Gesù è chiamato a non farsi tesori sulla terra, ma in cielo (Matt.6:19-20), a non accumulare tesori per se stesso e quindi non essere avari (Luca 12:15-21), ma usare le ricchezze (o ciò che abbiamo cfr. Mar.12:41-44) per il progresso del Vangelo. L’apostolo Paolo per esempio ricevette dei doni dalla chiesa di Filippi(Fil.4:15-18; cfr. Luca 10:7;1 Cor.9:14; 1Tim.5:17-18;3 Giov.5-8), significa usare le proprie ricchezze per aiutare i bisognosi (Luca 12:33; 18:22; Atti 2:45; 2 Cor.8-9; 1 Giov.3:17).
La promessa di Gesù è chiara verso coloro che rinunciano a tutto per seguirlo, riceveranno molte volte tanto e nella vita futura la vita eterna (Luca 18:28-30). Se Gesù dona di più di quello che lasciamo ed è la cosa più importante che ci sia, allora non ci può essere cosa migliore nel seguirlo.
La quinta condizione per essere un suo discepolo è:
5. Seguire Cristo.
Mar.8:34: "Chiamata a sé la folla con i suoi discepoli, disse loro: 'Se uno vuol venire dietro a me, rinunzi a sé stesso, prenda la sua croce e mi segua'". (cfr. Matt.16:24).
Così anche in Luca 14:27 leggiamo: "E chi non porta la sua croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo". 
Mi “segua” (akoloutheito- imperativo presente attivo) e “non viene dietro a me” (erchetai opiso mou-indicativo presente), il tempo del verbo indica un rapporto continuativo nel seguire Gesù.
Seguire Gesù indica il discepolato, una relazione, un legame personale con Cristo, espressa in obbedienza perseverante alla Sua Signoria per perseguire il Suo insegnamento, la Sua vocazione e seguirlo fino alla morte seguendo il Suo esempio, il modo come Egli ha affrontato il sacrificio, quindi la morte.
Il discepolato significa seguire lo stesso percorso ed essere pronti a condividere la stessa sorte di Gesù. Tutti coloro che lo seguono devono affrontare la morte per il Vangelo se è necessario e la devono affrontare nel modo come Gesù l’affrontata.
Noi come Suoi discepoli non possiamo aspettarci dal mondo una corona di fiori, perché a Gesù hanno dato quella di spine, non possiamo aspettarci rispetto e comprensione perché Gesù non è stato rispettato e compreso!! (Giov.15:18-20; cfr.Matt.5:11-12; Atti 14:22; 2 Tim.3.12).
Martyn Lloyd Jones parlando della persecuzione di Matteo 5:11-12 scriveva: “Non è forse un’idea nostra che il perfetto cristiano sia per lo più una persona piacevole, popolare, che non offende nessuno, con cui è facile rapportarsi? Se tuttavia questa Beatitudine è vera, il vero cristiano non è così, perché il vero credente non è uno che viene apprezzato da tutti. Non apprezzarono il Signore a quel tempo e non apprezzeranno mai chi Gli assomiglia adesso. Attenzione a voi, quando tutti parleranno bene di voi! È ciò che fecero con i falsi profeti, non lo fecero con Cristo”.

Come dobbiamo affrontare coloro che ci fanno del male per il Vangelo?
In primo luogo:
a. Gesù rimase sottomesso al Padre. 
Luca 22:42: "Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Però non la mia volontà, ma la tua sia fatta. Gesù non si è tirato indietro rimase sottomesso alla volontà del Padre e ha compiuto l’opera che il Padre gli aveva affidato". 
Gesù è venuto su questa terra per fare la volontà del Padre, è stato ubbidiente (Is.50:5-6; cfr. Giov. 4:34; 6:38; 17:4). Paolo ha seguito il Suo esempio.
Atti 20:23-24: "So soltanto che lo Spirito Santo in ogni città mi attesta che mi attendono catene e tribolazioni. Ma non faccio nessun conto della mia vita, come se mi fosse preziosa, pur di condurre a termine [con gioia] la mia corsa e il servizio affidatomi dal Signore Gesù, cioè di testimoniare del vangelo  della grazia di Dio". 
Rimarremmo ancora fedeli in caso di persecuzione fisica o morale?
  
In secondo luogo:
b. Gesù amò i Suoi carnefici.
Luca 23:34: "Gesù diceva: 'Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno'". La stessa cosa fece Stefano mentre lo stavano lapidando (Atti 7:60). Gesù ci ha insegnato ad amare i nemici, a benedire quelli che ci maledicono, a pregare per quelli che ci maltrattano (Matt.5:44). Paolo ci esorta a non vendicarci, a fare del bene ai nostri nemici! (Rom.12:17-21).

In terzo luogo:
c. Gesù guardò in avanti, al futuro. 
Gesù sopportò la croce per la gioia che gli era posta dinanzi (Ebr.12:2).          
“Dinanzi” (prokeimenes) significa la gioia che aveva in prospettiva davanti a Lui.

Gesù guardò al ritorno alla Gloria in cielo a fianco al Padre:  il Suo ritorno a casa!  
La gioia di stare alla presenza di Dio dove c’è gioia a sazietà dice il (Sal.16:11). Sapeva che una volta compiuta la missione ritornava a casa: in cielo.
Nella Sua preghiera sacerdotale Gesù prega che i discepoli potessero avere la Sua gioia ( Giov.17:13). Dal contesto  vediamo la gioia di ritornare in Gloria e del godere quella comunione intima di amore che aveva con il Padre vv.4, 11, 24 (cfr.Giov.15:9-11).

Gesù guardò la salvezza dei Suoi eletti. (cfr. Giov.6:39-40;Rom.8:31-33; Ef.1:4; 1 Pie.1:1-2;2:9)
Gesù era ricco e si è fatto povero per noi, per arricchire noi spiritualmente (2 Cor.8:9). Quindi noi dobbiamo guardare in avanti alla  nostra salvezza così sarà una motivazione per affrontare con pazienza, gioia e serenità il momento della sofferenza.
Mar.8:35-36: "Perché chi vorrà salvare la sua vita, la perderà; ma chi perderà la sua vita per amor mio e del vangelo, la salverà. E che giova all'uomo se guadagna tutto il mondo e perde l'anima sua?  Infatti, che darebbe l'uomo in cambio della sua anima?".
 Vediamo un paradosso, chi vuole salvare la sua vita (esistenza) la perderà, ma chi la perde per Gesù salverà la propria anima! Una persona che “salva” la sua vita, al fine di soddisfare i desideri e gli obiettivi al di fuori di Dio in ultima analisi, perderà la propria anima!!
“Anima” (psychè) significa il nucleo dell’esistenza di una persona che non è limitato dal tempo, nel senso che esisterà per sempre! Indica il complesso di tutta la personalità, della propria individualità, indica la vita interiore dell’uomo, equivale a quello che siamo, alla nostra essenza!!
La parola “perdere” (apollumi) è sprecare la vita, andare in rovina, perduto per sempre!! Non è un semplice spegnersi dell’esistenza fisica, ma un eterno sprofondare all’inferno, nell’eterna sofferenza, una via del non ritorno, quindi il non essere salvato!
Jim Elliot martire in Ecuador disse: “Non è pazzo colui che da ciò che non può conservare per guadagnare ciò che non potrà mai perdere”. Non siamo pazzi se diamo la nostra vita per Gesù perché comunque moriremo sempre, per avere ciò che non perderemo mai: l’anima salvata dall’inferno per l’eternità!(Mar.9:43-49; Luca 16:19-30; Apoc.20:11-15; 21:8).
Anche se avessimo tutto nella vita: soldi, successo, viaggi, belle donne o uomini, a che cosa servono se si perde la propria anima per l’eternità all’inferno!!?? La vera ricchezza è conoscere Dio, e il solo modo è tramite Gesù (Giov.14:6; 1 Tim.2:5; Ebr.7:22-28;8:6) e di conseguenza avere la vita eterna (Giov.17:3).
Le persone moriranno nei loro peccati, se essi rifiutano Cristo, perché rifiutano l’unico modo per essere salvati dal peccato!! Purtroppo, molti sono così presi da i valori effimeri di questo mondo che sono ciechi di fronte ai doni di Cristo. Gesù ci dice anche la motivazione a seguirlo costi quel che costi: l’amore per Lui e per il Vangelo (Mar.8:35).
Se amiamo Gesù lo seguiremo, lo serviremo, gli ubbidiremo anche davanti la minaccia della morte! (Giov.14:21,23-24). Gesù ancora continua dicendo in Mar.8:37-38: "Perché se uno si sarà vergognato di me e delle mie parole in questa generazione adultera e peccatrice, anche il Figlio dell’uomo si vergognerà di lui quando verrà nella gloria del Padre suo con i santi angeli".
Il contrasto di valori tra la vita terrena e la vita eterna si sviluppa in termini di vergogna e onore. Molti che non vogliono perdere l’onore degli uomini in questa società, si salvaguardano nascondendo la propria fedeltà a Gesù e il Suo insegnamento.
La dottrina di Cristo, le leggi, e le persone non sono mai stati popolari, e non lo saranno mai, è naturale che ci sia una sorta di persecuzione (morale o fisica) contro i discepoli di Gesù. L’uomo che coraggiosamente confessa Gesù fedelmente, è sicuro che saranno perseguitati! Ma Gesù ammonisce dicendo che chi si vergogna di Lui e del Suo insegnamento anche Lui un giorno si vergognerà di questi (delle persone che si sono vergognate di Gesù) quando ritornerà e giudicherà tutti nel giudizio finale (Cfr. Is.44:11; Atti 17:31; Rom.2 Tess.1:6-10; Giac.5:7-12 ).      

La sesta condizione è:
6. La perseveranza nella Parola di Gesù. 
Giov.8:31-32: "Gesù allora disse a quei Giudei che avevano creduto in lui: 'Se perseverate nella mia parola, siete veramente miei discepoli;  conoscerete la verità e la verità vi farà liberi'". 
Nello studio precedente abbiamo parlato di questo versetto e non voglio ripetermi, ma vediamo ancora che questa sezione del discorso in Giovanni otto, si rivolge a coloro che credevano, o che erano inclini a pensare che ciò che Gesù diceva era vero, ma nello stesso tempo non erano disposti ad abbandonarsi in profonda e completa fedeltà a Gesù…, la vera fede  implica il perseverare nella Sua parola, così si è veramente un Suo discepolo!
“Perseverate” (meinēte-) indica una determinazione costante a vivere nella parola di Cristo e mediante essa, comporta quindi un ascolto costante di essa (Cfr. Is.50:4-5), una riflessione su di essa (Gios.1:8; Sal.1:1-3), un aggrapparsi a essa, il cercare di comprenderla attivamente (Luca 8:18) e nello stesso tempo esegue quello che ci dice di fare, obbedisce senza “ma” e “se”, nonostante altre forze contrarie cercheranno di impedirlo (Gios.1:8; Giac.1:22-25).

Infine vediamo che il discepolato richiede:
7. Una riflessione attenta.
È importante prima di intraprendere il discepolato, cioè un impegno totale, fedele e radicale, che sia fatta una riflessione attenta, accurata e consapevole considerando il costo.
Leon Morris riguardo il discepolato diceva: “Gesù non vuole che non si rendano conto di quale veramente sia e in che cosa consista il loro impegno.
È importante fare il conto di quanto esso costi”. Gesù rivolgendosi alla folla che lo seguiva fisicamente raccontò due parabole in Luca 14:28-32 dove si parla appunto delle condizioni del discepolato e di considerarne attentamente il costo. "Chi di voi, infatti, volendo costruire una torre, non si siede prima a calcolare la spesa per vedere se ha abbastanza per poterla finire? Perché non succeda che, quando ne abbia posto le fondamenta e non la possa finire, tutti quelli che la vedranno comincino a beffarsi di lui, dicendo: 'Quest'uomo ha cominciato a costruire e non ha potuto terminare'. Oppure, qual è il re che, partendo per muovere guerra a un altro re, non si sieda prima a esaminare se con diecimila uomini può affrontare colui che gli viene contro con ventimila? Se no, mentre quello è ancora lontano, gli manda un'ambasciata e chiede di trattare la pace". 
Con queste due illustrazioni Gesù vuole portare la folla che lo seguiva a considerare che prima di decidere di essere discepoli una persona deve esaminare se stesso e calcolarne il costo. Deve stabilire se è pronto ad assumere l’impegno e il sacrificio richiesto per seguire Gesù. Per coloro che sono già discepoli, esso sottolinea che è necessario portare a termine ciò che è stato intrapreso. Nella prima parabola vediamo che Gesù fa l’esempio di un uomo che prima di costruire un torre  deve pensarci bene se ha abbastanza mezzi per poterla finire, perché se non va oltre le fondamenta, sarà deriso da chi l’osserva e si befferanno di lui.
È imbarazzante avviare un progetto e non essere in grado di completarlo, pertanto dovrà prima sedersi e calcolarne la spesa. Si tratta di fare una decisione consapevole. Questo è il pericolo di un discepolo che non prende in considerazione che cosa significa seguire Gesù.
Chi vuole essere discepolo deve mettere Gesù al primo posto, sopra ogni cosa, deve rinunciare a se stesso, a portare la propria croce, perché chi comincia un compito senza poi portarlo a termine, sarà preso in giro dagli altri.
La decisione di essere un discepolo non è quello di avere fretta, ma la persona deve deliberatamente e accuratamente considerare il costo. L’edificio dovrebbe aumentare la sicurezza sulla propria proprietà, ma prima della costruzione, il proprietario saggio valuta la spesa. Non si costruisce la torre, nonostante i suoi benefici, fino a quando si sa che può essere portato a compimento. Quindi, Gesù riguardo il discepolato ci fa capire che dobbiamo valutare se si è pronti ad assumere l’impegno personale e il sacrificio necessario per seguire Gesù.
La seconda parabola parla di re che vanno alla guerra, uno di questi ha diecimila soldati, mentre l’avversario ne ha ventimila, così quello che ne ha diecimila rifletterà a fondo se potrà vincere, e se non riesce a trovare una soluzione, non aspetterà di ricevere una sconfitta; mentre ancora il re con l’esercito più grande è lontano, manda un’ambasciata per trattare la pace. Prima di andare in battaglia, il re riflette se può vincere con un esercito che ha la metà degli uomini e considerando che non può vincere propone la pace. Quel re valuta il costo della battaglia prima di entrarci dentro. Questo è il punto della parabola. È necessario esaminare la situazione, riflettere, e prendere in considerazione il costo prima di agire. Una persona deve prima essere sicuro che egli sarà in grado di finire quello che inizierà.
Entrambe le parabole significano che non si deve essere coinvolti in qualcosa che non si è in grado di completare, si deve valutare attentamente l’impegno e il sacrifico richiesto per essere un discepolo di Cristo. Egli deve vedere cosa comporta seguire Gesù fino alla fine.
Un aspirante discepolo non deve affrettare la decisione, ma deve ponderare bene il costo e le condizioni. Benché le parabole sono molto simili e hanno lo stesso significato, c’è una leggera differenza tra le due, Leon Morris dice così: “Chi costruisce la torre è libero di costruirla o non costruirla; può fare come vuole. Ma sul re incombe una minaccia di un’invasione (l’altro re infatti, marcia contro di lui). Deve fare qualcosa”.  
Sempre Leon Morris riportando le parole di A.M. Hunter dice: “Nella prima parabola Gesù dice: ‘Siedi, vedi se ti puoi permettere di seguirmi’. Nella seconda dice: ‘Siedi, e vedi se ti puoi permettere di rispondere negativamente a quello che ti chiedo’”.  Così in primo luogo, dobbiamo considerare il costo del discepolato. In secondo luogo, dobbiamo considerare ciò che significa rifiutare Gesù, colui che è il Signore e il Salvatore; in altre parole bisogna considerare il costo e i benefici di seguire Gesù.
Quindi per Gesù il  discepolato richiede un’attenta riflessione per il costo che comporta.
È da stupidi non considerare il costo del discepolato e altrettanto è da stupidi non essere discepoli.

Domande.
1.Elenca le condizioni del discepolato.
2. Cosa significa portare la propria croce?
3. Cosa significa seguire Gesù?
4. Pensi che oggi la chiesa cristiana mette in evidenza questo discepolato che intende Gesù? Perché?
  
Bibliografia.
Autori vari, Una comunità legge il Vangelo di Marco, EDB, Bologna, 2008.

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