lunedì 14 agosto 2017

Il servo senza misericordia (Matteo 18:21-35).

Il servo senza misericordia (Matteo 18:21-35).
Questo passo è ovviamente collegato al passo precedente della disciplina. 
Quando una persona dice che ha sperimentato il perdono di Dio (Matteo 18:24-27), spetta a loro poi perdonare gli altri (Matteo 18:28-29). 
Se non perdonano dimostrano che non hanno mai sperimentato il perdono di Dio e pertanto saranno giudicati da Lui (Matteo 18:31-34; 6:14-15). 

Così quando la persona disciplinata si pente (Matteo 18:15-20), la chiesa deve perdonare (Matteo 18:21-35). 
Pietro parlando di eventuali offese che una persona può ricevere chiede a Gesù, quante volte perdonerà la persona che ha peccato contro di lui? 
Fino a sette volte? Pietro pensava forse di essere più generoso delle tre volte che diceva la tradizione giudaica.  
Infatti secondo l'insegnamento all'interno del Giudaismo (basato su Amos 1:3; Amos 2:6; Giobbe 33:29, 30) si poteva perdonare tre volte; tre volte erano abbastanza per mostrare un spirito clemente verso chi si pentiva, se sbagliava una quarta volta non veniva più perdonato! 

O forse, secondo alcuni studiosi, “sette” simboleggia la perfezione, Pietro potrebbe avrebbe chiesto se doveva perdonare perfettamente. 

Ora Gesù risponde a Pietro settanta volte sette, 490 volte. 

venerdì 4 agosto 2017

Salmo 30:7: La necessità della disciplina di Dio.

Salmo 30:7: La necessità della disciplina di Dio.
“O SIGNORE, per la tua benevolenza avevi reso forte il mio monte; tu nascondesti il tuo volto, e io rimasi smarrito”.

Davide, a causa di una malattia che lo ha portato all’orlo della morte (vv.2-5), ha cominciato a riflettere sulla sua condizione davanti a Dio e quindi anche sulla vita. L’improvviso sconvolgimento di una vita tranquilla, il fatto che Dio nascose la Sua faccia, porta Davide a riconoscere che stava costruendo la sicurezza della propria vita su un fondamento sbagliato, cioè se stesso (v.6). Il peccato di Davide era l’orgoglio: l’auto-sufficienza e l’auto-indipendenza. Ora Davide riconosce che è la benevolenza di Dio che ha reso forte il suo monte, e non se stesso! Questa immagine indica una solida, sicura e prosperosa condizione (Salmo 18:34; 27:5). Dio ha messo Davide in altezze inattaccabili, lo ha stabilito in sicurezza come una forte montagna! La conseguenza, o la natura di nascondere la faccia è in riferimento alla malattia di Davide, o quando sono venute meno tutte le sue sicurezze umane. La sua malattia era come conseguenza della disciplina e dell’ira di Dio che punisce a causa del peccato (cfr. v.5; Isaia 59:1-2). “Nascondere la faccia” è il ritiro della comunione divina, della Sua presenza, quindi ira e abbandono, il ritiro attivo del favore e della protezione di Dio a causa del peccato! Prima di soffrire fisicamente, Davide era malato spiritualmente! Dalla gioia della presenza di Dio, da una situazione tranquilla si passa a una situazione di spavento. Dio nasconde la Sua faccia a Davide a causa del peccato, e lui rimase “smarrito” (bāhal), cioè terrorizzato, spaventato, confuso. Quando Dio ci nasconde la Sua faccia diventiamo confusi, smarriti, angosciati, perché viene a mancare il punto di riferimento più importante nella nostra vita: Dio! La consapevolezza del peccato di Davide come della grazia di Dio, cioè il fatto che era stato Dio a rendere forte il suo monte è avvenuto nel periodo della punizione di Dio, quando gli nascose la Sua faccia! Dunque, la malattia non era solo giudizio nel senso della retribuzione, ma un giudizio correttivo nel riportarlo alla riflessione e alla verità, riportarlo alla conoscenza della necessità della fiducia di Dio da cui dipendiamo, non un’arrogante fiducia in se stessi! La disciplina lo ha portato alla verità, alla retta via! Guardando indietro la sua vita prima dell'insorgenza della malattia, il salmista si rende conto che nella sua prosperità era stato orgoglioso. Da quello che poteva chiamare la sua prosperità, forza, sicurezza, stabilità, che erano motivo di orgoglio perché fondato su se stesso, ora Davide, per la disciplina di Dio, impara e si pente, ora è umile e riconosce che dipende dalla benevolenza di Dio! La disciplina di Dio è importante perché ci fa crescere spiritualmente e ci fa capire aspetti della nostra della vita morale e spirituale che altrimenti non possiamo conoscere (Deuteronomio 8:1-3; Salmo 119:71,75; Ebrei 12:4-11).
Pertanto quando siamo disciplinati da Dio non dobbiamo lamentarci, e scoraggiarci, ma ringraziarlo, perché tramite questa disciplina noi possiamo crescere, Dio ci disciplina per il nostro bene, perché siamo da Lui teneramente amati!

Salmo 30:6: La ragione della disciplina di Dio

Salmo 30:6: La ragione della disciplina di Dio.
“Quanto a me, nella mia prosperità, dicevo: ‘Non sarò mai smosso’”.  

La ragione della disciplina in questo caso è l’orgoglio. Dio disciplina Davide per i suoi peccati di auto-sufficienza e di auto-indipendenza. La frase: “Non sarò mai smosso” non significa in sé peccato se è un’espressione di fiducia nella potenza, nella salvezza e dipendenza nel Signore (cfr. Salmo 16:8; 21:7; 55:22; 62:2; 96:10; 121:3). È peccato come espressione di orgoglio, la fiducia nelle proprie risorse umane, nel proprio io (cfr. Salmo 10:6).
Tre errori sono presenti che possiamo fare e sono da evitare:
1) Pensare e credere che tutto ciò che abbiamo è merito nostro e non di Dio.
Il salmista aveva concepito erroneamente la sua prosperità come risultato del proprio merito, piuttosto che come conseguenza del favore immeritato di Dio. Nella sua salute e prosperità, Davide ha confidato in se stesso, pensando che ciò che aveva avuto fosse una conseguenza della sua auto-realizzazione, mentre la salute, la sicurezza e la prosperità sono un dono del Signore (Deuteronomio 8:17-18), e pertanto se è per la benevolenza di Dio non dobbiamo essere orgogliosi di noi stessi, ma dobbiamo essere umili e grati a Dio, ogni dono buono e perfetto provengono da Lui (Giacomo 1:17).
La nostra vita dipende da Dio (Deuteronomio 8:3; Matteo 4:4; 2 Corinzi 3:5; Giovanni 15:4-5; cfr. 1 Samuele 2:6-8; Salmo 104:27-29;) e in essa troviamo la nostra sicurezza!  

martedì 1 agosto 2017

Matteo 10:16. Come serpenti e colombe.

Come serpenti e colombe (Matteo 10:16).
Adoniram Judson, voleva diventare il primo missionario dell'America all’estero, si innamorò di una bella ragazza Ann Hasseltine, figlia di un diacono di Bradford, Massachusetts. 
Judson scrisse una lettera al padre di questa ragazza per chiedere la sua mano e diceva così:  “Ora chiedo se puoi accettare di separarti da tua figlia, se tu puoi accettare la sua partenza verso una terra pagana e la sua sottomissione alle difficoltà e alla sofferenza di una vita missionaria? Se puoi accettare la sua esposizione ai pericoli dell'oceano, all'influenza mortale del clima meridionale dell'India, a ogni tipo di voglia e di disagio, di degrado, insulto, persecuzione e forse una morte violenta”.

John Hasseltine acconsentì e la coppia si sposò nella casa di Hasseltine il 5 febbraio 1812. Il giorno dopo furono commissionati come missionari e presto lasciarono le sponde americane. La loro nuova casa, Rangoon, Birmania, era una città sporca e affollata. L'atmosfera era oppressiva, il lavoro scoraggiante. Entro il 1820, c'erano dieci conversioni burmesi, ma a un costo: la morte di due figli, di cui uno di febbre tropicale.

Come serpenti e colombe (Matteo 10:16).

Come serpenti e colombe (Matteo 10:16).
Adoniram Judson, voleva diventare il primo missionario dell'America all’estero, si innamorò di una bella ragazza Ann Hasseltine, figlia di un diacono di Bradford, Massachusetts. 
Judson scrisse una lettera al padre di questa ragazza per chiedere la sua mano e diceva così:  “Ora chiedo se puoi accettare di separarti da tua figlia, se tu puoi accettare la sua partenza verso una terra pagana e la sua sottomissione alle difficoltà e alla sofferenza di una vita missionaria? Se puoi accettare la sua esposizione ai pericoli dell'oceano, all'influenza mortale del clima meridionale dell'India, a ogni tipo di voglia e di disagio, di degrado, insulto, persecuzione e forse una morte violenta”.

John Hasseltine acconsentì e la coppia si sposò nella casa di Hasseltine il 5 febbraio 1812. Il giorno dopo furono commissionati come missionari e presto lasciarono le sponde americane. La loro nuova casa, Rangoon, Birmania, era una città sporca e affollata. L'atmosfera era oppressiva, il lavoro scoraggiante. Entro il 1820, c'erano dieci conversioni burmesi, ma a un costo: la morte di due figli, di cui uno di febbre tropicale.