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Bibbia

"La Bibbia, l'intera Bibbia e nient'altro che la Bibbia è la religione della chiesa di Cristo".
C. H. Spurgeon

La natura di Dio: gli attributi comunicabili (1)

 La natura di Dio: gli attributi comunicabili (1)
Nel precedente studio abbiamo visto gli attributi incomunicabili di Dio; in questo vedremo gli attributi comunicabili.
Gli attributi comunicabili sono così intesi per indicare che alcuni attributi di Dio sono trasmessi in una certa misura agli uomini, quindi per esempio l’umanità può essere fedele, amare, e così via, in un certo modo come Dio, ma è solo una somiglianza limitata e imperfetta di ciò che è illimitato e perfetto in Dio. 
Gli attributi comunicabili sono gli attributi che Dio condivide con l’umanità, si trovano nelle persone in modo limitato, non perché Dio li abbia in qualche modo comunicati, ma solo perché l'uomo è stato fatto a immagine di Dio.
Rispondi a ogni domanda leggendo e trovando le risposte nei versetti.

1. Santità
La santità di Dio è molto enfatizzata nella Bibbia. Il teologo E. H. Bancroft scriveva: “La santità di Dio è l’attributo più esaltato e sottolineato, esprimente la maestà della Sua morale e del Suo carattere”. 
E anche Hugh D. Morgan affermava: “La santità è il principale e il più glorioso attributo che Dio possieda. Quale altra virtù di Dio viene ripetuta per ben tre volte di seguito? Non sentiremo mai gli angeli cantare ‘Fedele, fedele, fedele’ oppure ‘Eterno, eterno, eterno ’ oppure ‘Giusto, giusto, giusto, invece canteranno ‘Santo, santo, santo è il Signore Iddio, l’Onnipotente, che era, che è e che viene’ Apocalisse 4:8”. 
La ripetizione di una parola nella lingua ebraica è un modo di esprimere un'idea superlativa (cfr. per esempio 2 Re 25:15).
Così la santità di Dio è superlativa come indicato dalla triplice ripetizione in Isaia 6:3 e Apocalisse 4:8; questa triplice ripetizione, sottolinea la Sua santità alla massima misura possibile, un qualcosa di superlativo che è ben oltre ogni immaginazione umana!  
La santità è l'attributo con cui Dio ha voluto essere particolarmente conosciuto ai tempi dell'Antico Testamento (cfr. per esempio Levitico 11:44-45; Esodo 19:12-25; Giosuè 24:19; 1 Samuele 6:20; Salmi 22:3; Isaia 40:25; Ezechiele 39:7). 

Salmo 63:8-11: Il sostegno di Dio

 Salmo 63:8-11: Il sostegno di Dio 
Stiamo ancora meditando su questo bellissimo salmo, siamo agli ultimi versetti.
Ricordiamo ancora il contesto, Davide era nel deserto (v.1), quando era re (v.11) e fuggiva dal figlio Absalom che si era ribellato contro il padre per essere il nuovo re (2 Samuele 15:23, 28; 16:2,14; 17:16).
Davide fu costretto a lasciare Gerusalemme, dovette fuggire per salvarsi la vita, e a un certo punto di quella fuga, lui e la sua compagnia si trovarono in un deserto. 
Questo posto desolato è l’occasione per Davide per esternare il suo desiderio per Dio, la soddisfazione che ha in Lui e in questi ultimi versetti vediamo la certezza di Davide del sostegno di Dio.
James Montgomery Boice scrive: “I commentatori pedanti ritengono che questi ultimi versi siano una macchia indegna su quello che altrimenti sarebbe stato un salmo particolarmente bello, e alcuni hanno suggerito che siano stati aggiunti in seguito da un editore un po' insensibile. Ma non è affatto così. 
Ci riportano semplicemente al punto di partenza, nel deserto con Davide, e ci ricordano che questo è un mondo reale dopo tutto e che, se vogliamo essere veramente soddisfatti dell'amore di Dio, non deve essere in qualche mai, mai atterrato proprio qui, in mezzo alle delusioni, alle frustrazioni e ai pericoli di questo mondo. In altre parole, è proprio nel momento in cui suo figlio lo aveva tradito e cercava di ucciderlo che Davide trovò l'amore del Signore riccamente appagante.
Date queste circostanze, il salmo è uno straordinario trionfo della fede. Ma, come scrive G. Campbell Morgan, ‘due cose sono necessarie per un trionfo come questo. Questi sono indicati nelle parole iniziali del salmo. In primo luogo, ci deve essere la consapevolezza della relazione personale: - O Dio, tu sei il mio Dio-; e in secondo luogo, ci deve essere una seria ricerca di Dio: -Presto ti cercherò-‘ Poiché questo è vero, una persona saggia desidererà entrambi”.

Matteo 10:7: La missione dei dodici discepoli

 Matteo 10:7: La missione dei dodici discepoli
  “Andando, predicate e dite: ‘Il regno dei cieli è vicino ’".
Dopo aver descritto la compassione di Gesù per il popolo stanco e sfinito, è l’esortazione ai discepoli di pregare il Signore, affinché chiamasse nuovi missionari, Matteo parla della missione dei dodici discepoli. 
Gesù dà delle istruzioni a riguardo e tra queste istruzioni troviamo quale doveva essere il contenuto della loro predicazione che troviamo in questo versetto.
Il messaggio che i discepoli dovevano proclamare è esattamente lo stesso di quello di Giovanni Battista (Matteo 3:2) e di Gesù stesso (Matteo 4:17), anche se l'appello al ravvedimento in questo versetto non c’è, ma questo non significa che non lo fecero, infatti Marco 6:12 ci dice che i discepoli predicarono il ravvedimento; è probabile che Matteo lo dia per scontato visto la natura della predicazione del regno dei cieli.
Quindi anche se il ravvedimento, non è menzionato, è però, presupposto.
Così vista la vicinanza del regno dei cieli, il popolo doveva ravvedersi.
I discepoli allora, dovevano continuare l'opera iniziata dal Battista e proseguita da Gesù.
Ora in questo versetto vediamo tre aspetti della missione dei dodici.
Il primo aspetto è la natura itinerante della missione
“Andando” (poreuomenoi - presente medio participio). 
Questo verbo significa spostarsi da un luogo all'altro, cambiare luogo, muoversi, con l’implicazione di continuità.
Questo messaggio doveva essere proclamato mentre andavano da un luogo all’altro, quindi come vediamo anche dal contesto, doveva essere una missione itinerante, non un ministero stabile in un luogo (Matteo 10:11–15).
La missione dinamica affidata ai discepoli la vediamo ancora dopo la resurrezione di Gesù in Atti 1:8, in questo caso non doveva essere solo in Israele: “Ma riceverete potenza quando lo Spirito Santo verrà su di voi, e mi sarete testimoni in Gerusalemme, e in tutta la Giudea e Samaria, e fino all'estremità della terra”.

Salmo 63:5-8: La soddisfazione di Davide

 Salmo 63:5-8: La soddisfazione di Davide
John Piper afferma: "Dio è più glorificato in noi quando siamo più soddisfatti in lui". 
Secondo questa affermazione lapidaria, non dovremmo cercare la soddisfazione nei piaceri di questo mondo, ma in Dio! 
In questo modo Dio è glorificato.
Davide lo stava vivendo! Davide cercava ed era soddisfatto in Dio!
Ricordiamo il contesto.
Davide era nel deserto (v.1), quando era re (v.11), quando fuggiva dal figlio Absalom che si era ribellato a lui per essere il nuovo re (2 Samuele 15:23, 28; 16:2,14; 17:16).
Davide fu costretto a lasciare Gerusalemme, dovette fuggire per salvarsi la vita, e a un certo punto di quella fuga da Gerusalemme, lui e la sua compagnia si trovarono in un deserto. 
Il desiderio suscitato da questo luogo desolato, era un desiderio molto più profondo di qualsiasi altra cosa, il desiderio di Dio, un desiderio ardente e prioritario (vv.1-4).
Nei versetti 5-8 vediamo il desiderio permanente di Davide che aveva di Dio con la sua soddisfazione in Lui.
Cominciamo a considerare:
I LA CERTEZZA DI DAVIDE (v.5) 
Nel v.5 leggiamo: “L'anima mia sarà saziata come di midollo e di grasso, e la mia bocca ti loderà con labbra gioiose”.
Noi vediamo qui la fede di Davide, è certo che la sua anima sarà soddisfatta.
La fede è aspettare con certezza che Dio opererà (cfr. per esempio  Matteo 9:27-30; Marco 5:25-34; Ebrei 11:6).
Vediamo:

Giudici 21:25: Senza una guida timorata di Dio c’è disordine

 Giudici 21:25: Senza una guida timorata di Dio c’è disordine
“ In quel tempo, non c'era re in Israele; ognuno faceva quello che gli pareva meglio”.
Questo è stato il ritornello di tutto il libro dei Giudici (Giudici 17:6; 18:1; 19:1).
Essenzialmente, Dio non era riconosciuto come Re in Israele; il periodo dei giudici fu un periodo di anarchia e sconvolgimento. 
Le persone spesso senza leader sguazzavano nell'idolatria, nell'immoralità e nell'odio. 
Il peccato abbondava sia a livello personale che nazionale, e Dio permise ripetutamente al nemico di sopraffare il Suo popolo.
Questo commento conclusivo del v.25 in Giudici, riflette i tre peccati principali del libro: infedeltà al Signore (Giudici 1:1–3:6), individualismo morale autodistruttivo (Giudici 3:7–16:31) e ferocia omicida che uccide la società (Giudici 17:1–21:25).
Nel contesto vediamo che un Eframita di nome Michea usò l'argento rubato per fare un idolo e reclutò un levita per servire come sacerdote di famiglia (Giudici 17:1-13). 
Il levita e l'idolo furono presi dai Daniti in cerca di terra. 
Istituirono un centro di culto settentrionale che gareggiava con il tabernacolo durante questo periodo (Giudici 18:1-31). 
Quando certi uomini di una banda Beniamita hanno violentato e ucciso la concubina di un levita, è scoppiata una guerra civile tra le altre tribù, quasi spazzando via la tribù di Beniamino (Giudici 19:1-21:25).
Ora il libro dei Giudici si conclude con questo versetto come a indicare che quando non c’è una guida, il popolo fa quello che gli pare, quindi disordine, immoralità e malvagità come ho sintetizzato prima.
Daniel Block a riguardo scrive: “La malvagità è democratizzata; ognuno fa ciò che è giusto ai propri occhi e i risultati sono disastrosi”.

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