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Bibbia

"La Bibbia, l'intera Bibbia e nient'altro che la Bibbia è la religione della chiesa di Cristo".
C. H. Spurgeon

2 Re 19:19: Lo scopo della supplicazione di Ezechia

 2 Re 19:19: Lo scopo della supplicazione di Ezechia
Avete mai pregato con fervore, implorando il Signore per un miracolo, o una semplice liberazione, e siete rimasti delusi perché la vostra supplicazione non è stata esaudita?
Tra le varie cause ci potrebbe essere stata che non ricercavate la gloria del Signore… avevate semplicemente una motivazione egoistica (cfr. per esempio Giacomo 4:3).
Lo scopo della nostra vita è glorificare Dio! (Isaia 43:7; 1 Corinzi 10:31).
Così quando preghiamo, la nostra preghiera deve mirare a glorificare Dio sia nel modo come preghiamo (cfr. per esempio Salmo 115:1; Matteo 6:9; Apocalisse 4:11), e sia anche nell’esaudimento.
La storia di questo capitolo di 2 Re, ci insegna che anche nei momenti più bui, possiamo trovare speranza nel Signore e cercare la Sua gloria, come ha fatto Ezechia.
La preghiera di Ezechia travalica i confini di Gerusalemme per abbracciare l'umanità intera, desiderando il riconoscimento universale del Signore come unico Dio.
Nella predicazione precedente abbiamo visto la prima parte del v.19, cioè la supplicazione di Ezechia che chiede al Signore la salvezza dall’esercito nemico Assiro che aveva conquistato la Giudea, e forte della vittoria, minaccia di distruggere Gerusalemme.
Le risorse di Ezechia sono limitate e la resistenza sembra impossibile; l'Egitto, alleato a cui si era rivolto, non offre aiuto (2 Re 18:21).
Ezechia ha una forte pressione psicologica da parte degli Assiri, che con parole arroganti e minacciose cercano di demoralizzare il popolo Giudeo e farlo dubitare del proprio Dio (2 Re 18:17-35; 19:10-14).
Ma nonostante le difficoltà, Ezechia non cede alla disperazione!!
Anche nei momenti più bui, possiamo trovare speranza nel Signore se ci rivolgiamo a lui con fede e umiltà!
Ezechia consulta il profeta Isaia e chiede la sua intercessione davanti il trono di Dio (2 Re 19:1-7).
Poi lui stesso si rivolge a Dio in una preghiera audace confidando nella Sua salvezza (2 Re 19:15-19).
Ezechia riconosce la necessità dell'intervento divino e la superiorità del Signore sugli dèi degli Assiri.
Se il re Assiro Sennacherib confida unicamente nella potenza del suo esercito e nel terrore che incute; Ezechia pone la sua fede nel Signore unico vero e vivente Dio, che considera l'unica vera forza e salvezza.
Ma lo scopo finale della supplicazione di Ezechia per la loro salvezza fisica in definitiva è per la gloria di Dio.
Anche Paolo parlando della salvezza spirituale dice in Efesini che è per la gloria di Dio (Efesini 1:6,12,14).
La nostra salvezza è un'opera meravigliosa di Dio che ha lo scopo di glorificare Lui stesso!
Paolo ci insegna che la salvezza spirituale non è solo per nostro beneficio personale, ma è anche e soprattutto per la gloria di Dio. 
Così siamo chiamati a vivere una vita degna del vangelo, riconoscendo che tutto ciò che siamo e che abbiamo proviene da Lui e a Lui deve ritornare in lode e adorazione, come anche il desiderio di vedere il Suo nome glorificato in relazione alle nostre richieste di preghiera!
Quando preghiamo allora dobbiamo avere in mente la gloria di Dio sia che ci esaudisce e sia che non lo faccia!

2 Re 19:19: La supplicazione di Ezechia

 2 Re 19:19: La supplicazione di Ezechia
Vi siete mai sentiti disperati, con le spalle al muro e senza via d'uscita? 
Forse avete perso un lavoro, avete ricevuto brutte notizie di salute, o affrontato una situazione che sembrava impossibile da superare. 
In momenti come questi, come dobbiamo reagire?
La storia di re Ezechia, raccontata in 2 Re 19, ci offre un potente esempio di come possiamo reagire. 
Ezechia e il popolo di Gerusalemme si trovano accerchiati dal temibile esercito assiro, ma il re si rivolse a Dio con un cuore pieno di fede, umiltà e audacia. 
La sua preghiera ebbe un impatto straordinario, salvando la città e dimostrando il potere di Dio di intervenire anche nelle situazioni più disperate.
Così quando ci troviamo di fronte a difficoltà insormontabili, possiamo rivolgerci a Dio certi del Suo aiuto, come ha fatto il re di Giuda Ezechia.
Warren Wiersbe scriveva: “Quando le prospettive sono tristi, provate a guardare in alto. È quello che fece il re Ezechia quando ricevette la lettera blasfema del re di Assiria. Spesso nel mio ministero ho dovuto presentare le lettere al Signore e confidare che Lui risolvesse le cose, e lo ha sempre fatto”.
In un momento difficile, d’impotenza militare, l’Assiria ha invaso la Giudea e la conquista, il re Ezechia si sottomette al re Assiro Sennacherib (2 Re 18:13-16).
L’esercito Assiro entusiasta della vittoria, minaccia Gerusalemme di distruzione. 
Le risorse difensive di Ezechia erano limitate e sembrava impossibile opporre resistenza, e l’aiuto atteso dall’Egitto non è arrivato (2 Re 18:21).
Il re Ezechia è sotto pressione anche perché più volte è stato attaccato verbalmente con parole arroganti e minacciose dagli Assiri, che cercarono di scoraggiare la fede in Dio dei Giudei, dicendo che nessuna divinità ha potuto resistere loro altrove, e così nemmeno il Signore li potrà liberare (2 Re 18:17-35; 19:10-14). 
Tuttavia, Ezechia non si lasciò scoraggiare!

Giovanni 21:6: La pesca efficace

 Giovanni 21:6: La pesca efficace
Nel sermone di oggi, ci concentriamo sulla pesca miracolosa di Gesù, come narrato nel Vangelo di Giovanni. 
Questo evento non solo rivela l’autorità divina di Gesù, ma sottolinea anche l'importanza dell'obbedienza e della fede in Lui per raggiungere risultati.
Giovanni 21 inizia dopo che il Gesù risorto era già apparso ai discepoli due volte, eppure questi sembrano ancora smarriti, sono ritornati alla pesca, a loro vecchio lavoro; non sapevano cos’altro fare di sé stessi. 
Gesù quindi, si manifestò di nuovo, la terza volta ai discepoli presso il mare di Tiberiade. 
Simon Pietro, Tommaso detto Didimo, Natanaele di Cana di Galilea, i figli di Zebedeo e due altri dei suoi discepoli vanno a pescare, ma non pescarono nulla quella notte. 
La mattina Gesù si presentò sulla riva; i discepoli però non sapevano che fosse Lui; Gesù disse loro se avevano pescato, alla loro risposta negativa, Gesù disse di gettare la rete dal lato destro della barca che avrebbero trovato i pesci. 
Essi dunque la gettarono, e non potevano più tirarla perché era piena di pesci. 
Allora il discepolo che Gesù amava disse a Pietro che quell’uomo era il Signore. 
Una volta tirata la rete a terra, contarono centocinquantatré grossi pesci; e, benché ce ne fossero tanti, la rete non si strappò. 
L'atto di gettare la rete e tirare su i pesci è una metafora della missione di evangelizzare dei discepoli. 
Proprio come i pescatori tirano su i pesci dal mare, i discepoli sono chiamati a “pescare gli uomini” per condurli a Cristo (cfr. per esempio Matteo 4:18-22; Marco 1:16-20).
Quali lezioni impariamo da questa storia?
Quali sono le caratteristiche di una missione con risultati?

Colossesi 1:27: La rivelazione del mistero di Dio

 Colossesi 1:27: La rivelazione del mistero di Dio
Questo versetto fa parte della lettera di Paolo ai Colossesi, una comunità di cristiani situata nell'antica Colosse. 
Nella lettera, Paolo affronta alcune false dottrine che circolavano nella comunità e ribadisce i principi fondamentali della fede cristiana. 
Il versetto 27 si inserisce in questo contesto, sottolineando la centralità di Gesù Cristo e la speranza a Lui collegata.
Paolo nel v.27 ribadisce che Dio ha preso l’iniziativa di far conoscere ai santi quale sia la ricchezza della gloria del mistero fra gli stranieri, cioè Gesù in voi la speranza della gloria.
Il v.27 si tratta di un'amplificazione della precedente proposizione del v.26 riguardo la manifestazione del mistero che era stato tenuto nascosto per tutti i secoli: “Ma che ora è stato manifestato ai suoi santi”, cioè Dio ha voluto far conoscere loro quali sono le ricchezze della gloria di questo mistero tra gli stranieri, cioè i non Giudei.
 
I “santi” del v. 26, sono quelli tra questi stranieri, cioè i cristiani in generale (Colossesi 1:2, 4, 12; 3:12), il popolo di Dio, come i credenti della chiesa di Colosse (v.2), sono coloro che Gesù ha santificato con il Suo sacrificio (1 Corinzi 6:9-11; Ebrei 10:10).
C’è uno sfondo nell’Antico Testamento, dell’Antico Patto che riguarda Israele, che è stato chiamato tra le nazioni per essere il popolo santo di Dio obbedendo alle Sue leggi (cfr. per esempio Esodo 19:6; Levitico 11:44; 19:2; Daniele 7:18, 22, 25, 27). 
Allo stesso modo, i cristiani sono “santi” a causa della nuova relazione in Gesù Cristo in un Nuovo Patto (cfr. per esempio Matteo 26:26-28). Sono messi a parte per Dio per servirlo (cfr. per esempio 1 Pietro 2:9-10) come eletti di Dio, santi e amati (Colossesi 3:12) la cui vita deve essere caratterizzata da un comportamento consacrato. 
L'avverbio “ora” (nuni) del v.26, si riferisce al Nuovo Patto.
La ricchezza della gloria di questo mistero si riferisce a Cristo nei cristiani.
Nel v.27 vediamo la rivelazione del mistero di Dio.
Cominciamo col vedere:

Atti 12:5: L’importanza della preghiera comunitaria

 Atti 12:5: L’importanza della preghiera comunitaria
“Pietro, dunque era custodito nella prigione, ma fervide preghiere a Dio erano fatte per lui dalla chiesa”.  
Kent Hughes scrive: “Il capitolo 12, ambientato in un contesto di crescente persecuzione, si apre con l’apparente incapacità del popolo di Dio di fare qualsiasi cosa per liberarsi, ma poi descrive una straordinaria dimostrazione di forza tra cristiani apparentemente indifesi e rivela la fonte di quella forza”.
Dai vv.1-4 apprendiamo che il re crudele Erode Agrippa I, nipote di Erode il Grande, cerca di ingraziarsi gli Ebrei perseguitando i cristiani: fa uccidere Giacomo, fratello di Giovanni e ritenne opportuno ritardare l'esecuzione di Pietro mettendolo in prigione, e facendolo custodire a turno con una stretta sorveglianza da quattro gruppi di quattro soldati ciascuno che si alternavano ogni tre ore, in quattro turni, secondo l’uso Romano. 
Evidentemente Erode era preoccupato che una figura di così alto profilo, potesse avere ampio aiuto per un tentativo di evasione, così lo fece controllare da molti soldati.
Così Luca riportando il numero significativo di soldati a guardia di Pietro, vuole evidenziare l'impossibilità della sua fuga. 
Siamo nel periodo della Pasqua Ebraica, con l'associata festa degli Azzimi, era la celebrazione annuale della liberazione di Israele dalla schiavitù in Egitto (Esodo 12:1-13:16), in questo periodo non si poteva legittimamente tenere alcun processo, o sentenza.
Per questo motivo, Erode lo voleva vedere dopo la festa (Atti 12:4), evidentemente per condannarlo.  
La chiesa prega per Pietro.
Luca richiama l'attenzione sulle forze opposte coinvolte: da un lato, Erode rinchiude Pietro dietro le sbarre e pone delle guardie; d’altro lato, la chiesa prega con fervore per Pietro.
Mentre Erode usa la forza bruta, la chiesa prega fervidamente per Pietro.
La preghiera è la fonte della forza dei cristiani, l'arma della chiesa contro la persecuzione, o le varie “battaglie” quotidiane della vita.
Grazie alla preghiera della chiesa, Pietro fu liberato in modo sovrannaturale, da un angelo del Signore dalle sue catene, la notte prima di essere giudicato e probabilmente condannato a morte (vv.6-17). 
Consideriamo:

Come liberarsi dal senso di colpa (3)

 Al di sopra dei problemi
Come liberarsi dal senso di colpa (3)
Stiamo studiando su come essere liberi dal senso di colpa, dall’esempio dal re Davide, l’uomo secondo il cuore di Dio (1 Samuele 13:14; 2 Samuele 23:1; Atti 13:22), eppure ha commesso adulterio e omicidio.
Per quasi un anno, Davide si rifiutò persistentemente di affrontare i suoi peccati, alla fine, Dio mandò il profeta Natan ad affrontarlo, ed egli alla fine si pentì (2 Samuele 12).
Questo è l’ultimo messaggio a riguardo.
I sensi di colpa possono essere una bussola affidabile, che ci indica quando abbiamo fatto qualcosa di sbagliato e ci spinge e guida a fare ammenda e a cercare il perdono di Dio.
Ci possono aiutare a crescere moralmente e spiritualmente.
Ma possono anche essere come un ingranaggio arrugginito che ci blocca e ci rende incapaci di progredire nella nostra vita, possono ostacolare la nostra crescita e il nostro benessere psicofisico spirituale.
Come un orologio rotto che scorre in modo irregolare e incontrollabile, i sensi di colpa possono farci sentire come se fossimo bloccati nel passato, incapaci di andare avanti.
I sensi di colpa, possono tormentarci e condannarci anche quando non c'è motivo di farlo.
La chiave per comprendere i sensi di colpa è capire la differenza tra la giusta condanna e la falsa accusa.
La giusta condanna viene dallo Spirito Santo ed è basata sulla legge di Dio.
La falsa accusa viene dal diavolo che ci vuole far credere di essere senza speranza.
I LA RICHIESTA
Nel Salmo 51, vediamo l'urgenza di Davide nel volere essere liberato dal peso del peccato; si sente oppresso dalla sua colpa e desidera ardentemente la grazia purificatrice e rinnovatrice di Dio.
Non solo le persone hanno bisogno di trovare il perdono perché peccano, ma hanno bisogno del dono del perdono completo di Dio!
Davide non solo riconosce il proprio peccato, ma chiede anche di essere purificato.
Nel Salmo 51:7 leggiamo: “Purificami con issopo, e sarò puro; lavami, e sarò più bianco della neve”.
Davide qui usa il termine “issopo” metaforicamente.
Davide vuole essere purificato con issopo e sarebbe diventato puro.
“Purificami” (tĕḥaṭṭĕʾēnî - piel imperfetto attivo iussivo) è rendere puro, o libero dal peccato, o dalla colpa.

Come liberarsi dal senso di colpa (2)

 Al di sopra dei problemi
Come liberarsi dal senso di colpa (2)
Alexander Pope disse: “Errare è umano, perdonare è divino”.
Una citazione molto profonda e chissà quante volte l’abbiamo sentita, o detta, ma che rispecchia una verità biblica, infatti nel libro sacro del Signore, il tema del perdono è centrale. 
Dio è pronto a perdonare i peccati di coloro che si pentono sinceramente (cfr. per esempio Salmo 86:5; Isaia 1:18; 55:6-7; 1 Giovanni 1:8-10).
Questa è la seconda predicazione su come liberarsi del senso di colpa considerando l’esempio del re Davide.
Abbiamo meditato sul Salmo 38:4-7 e 32:1-2, oggi meditiamo sul Salmo 51:1-4.
Il Salmo 51, è una preghiera di confessione di peccato, qui troviamo alcune caratteristiche per sbarazzarsi dal senso di colpa.
I IL RICHIAMO 
Questo salmo descrive la storia di quando il profeta Natan andò da Davide dopo che il re commise adulterio con Bat-Sceba e si macchiò dell’omicidio del marito di lei (2 Samuele 11) e il suo pentimento (2 Samuele 12:1-14).
Prima di tutto vediamo:
A) L’orientamento del richiamo: la natura amorevole di Dio
Davide grida a Dio chiedendo di avere pietà (chānan), cioè, esprime il desiderio di azione favorevole e benefica, che coinvolge la risposta di un superiore a un inferiore (2 Samuele 12:22; Giobbe 19:21; 33:24; Salmo 4:2; 56:2; 57:2). 
La preghiera è per la misericordia e la grazia di Dio immeritata. 
Nel Salmo 51:1 leggiamo: “Abbi pietà di me, o Dio, per la tua bontà; nella tua grande misericordia cancella i miei misfatti. 
Il Salmo inizia cogliendo da subito il carattere di Dio come il solo motivo di speranza. 
Si narra che Martin Lutero, tormentato dai sensi di colpa per i suoi peccati, lottasse per trovare la pace interiore. 
Un giorno, meditando sul Salmo 51:1, si rese conto che la chiave del perdono non era nelle sue opere di penitenza, ma nella misericordia di Dio. 
Fu una scoperta rivoluzionaria che cambiò la sua vita e diede inizio alla riforma protestante.
Anche John Newton, noto per aver scritto l'inno "Amazing Grace", era un capitano di schiavi che conduceva una vita immorale. Un giorno, durante una tempesta in mare, si rivolse a Dio con le parole del Salmo 51:1, implorando pietà. La sua esperienza di conversione lo portò a diventare un pastore e un attivista contro la schiavitù.
Albert Barnes riguardo “abbi pietà di me, o Dio” scriveva: “Questa è l'espressione di un cuore pieno; un cuore schiacciato e spezzato dalla consapevolezza del peccato. Al salmista era stato fatto vedere la sua grande colpa, e il suo primo atto è invocare pietà. Non c'è alcun tentativo di scusare il suo peccato, o di scusarsene; non c'è nessuno sforzo per rivendicare la sua condotta; non c'è alcuna lamentela riguardo alla giustizia di quella santa legge che lo condannò. Era il senso di colpa quello che aveva in mente, solo colpa, senso di colpa profondo e terribile. 
L'appello esprime propriamente lo stato d'animo che è sopraffatto dal ricordo del crimine, e che si rivolge con serietà a Dio per implorare perdono”.
L'unica speranza del peccatore schiacciato dalla consapevolezza del proprio peccato è invocare la pietà di Dio!

Come liberarsi dal senso di colpa (1)

 Al di sopra dei problemi
Come liberarsi dal senso di colpa (1)
Alzate la mano se vi è mai capitato di sentirvi schiacciati dal peso del senso di colpa.
Quante volte avete commesso un errore e poi vi siete tormentati per giorni, settimane, mesi, o addirittura anni?
Il senso di colpa è un'esperienza comune a tutti noi, può essere causato da errori grandi o piccoli, reali o immaginari.
Il senso di colpa è come un fardello di grossi sassi, o addirittura un peso come una casa che c’impediscono di muoverci e di vivere serenamente.
È come un'ombra che ci perseguita ovunque andiamo, facendoci rivivere continuamente i nostri errori e le nostre mancanze.
È come una voce interiore che ci tormenta con rimproveri e accuse.
È come una prigione mentale, può imprigionarci in una gabbia di pensieri negativi, impedendoci di vedere il futuro con speranza.
Il Signore, il Dio della Bibbia è Colui che ci libera dai sensi di colpa!
J. I. Packer disse: “Il fatto fondamentale della religione biblica è che Dio perdona e accetta i peccatori credenti”.  
Tutti noi abbiamo fatto cose che ci dispiacciono, cose che avremmo fatto di tutto per annullarle, o cancellarle. 
Nessuno di noi è perfetto, tutti commettiamo errori, tutti siamo peccatori (cfr. per esempio Ecclesiaste 7:20; Romani 3:10-12,23; 1 Giovanni 1:8-10). 
Ora ci sono due estremi riguardo il senso di colpa, da una parte si cerca di ignorarlo, non si vuole riconoscere i propri errori, o essere ritenuto responsabile di uno sbaglio.
Di conseguenza, non ci si sente in colpa, e ci si giustifica dando la colpa ad altri anche a quelli del passato.
Il ragionamento è: se oggi sbaglio è perché ho avuto un tipo di educazione, o un’esperienza negativa, o sono stato traumatizzato. 
Quindi riguardo agli errori, o ai peccati nel presente ci giustifichiamo sentendoci vittime, oppure l’errore è la conseguenza delle azioni di altri. 
Questo è un estremo: non si è colpevoli perché ci si sente vittime.
Un altro estremo è il falso senso di colpa, vale a dire che un cristiano avendo ricevuto il perdono di Dio, continua a sentirsi in colpa, mentre la Bibbia dice che se confessiamo i nostri peccati, Dio ci perdona (cfr. per esempio Proverbi 28:13; 1 Giovanni 1:8-10). 
Di solito è il diavolo che accusa la coscienza dei credenti (cfr. per esempio Zaccaria 3:1-4; Apocalisse 12:10). 
Possiamo dire che il senso di colpa è positivo quando c’è stato un errore, un peccato, quando produce il ravvedimento (cfr. per esempio Luca 18:13-14; Atti 2:37-38; 2 Corinzi 7:10), mentre è negativo se produce una falsa condanna, cioè quando il peccato è stato perdonato (cfr. per esempio Salmo 32:1-2; Romani 8:1-2), in questo senso paralizza una persona fino a consumarla!
Affrontare il peso del senso di colpa rappresenta una delle sfide più ardue dell'esistenza umana, e troppi cristiani si sono caricati inutilmente di un fardello di colpevolezza per anni, sopportando una sofferenza ingiustificata.
Faremo una serie di predicazioni su come liberarsi dal senso di colpa, cominciamo con il vedere un esempio rilevante, e poi a Dio piacendo prossimamente continueremo su come liberarsi del senso di colpa.
Nessuno nella Bibbia portava un fardello più pesante di colpa del re Davide, l’autore del Salmo 23, il salmo più famoso della Bibbia. 
Davide, oltre a essere stato un re e uno scrittore, è stato anche un grande guerriero e un leader straordinario, era un uomo spirituale, un uomo secondo il cuore di Dio (cfr. per esempio 1 Samuele 13:14; 16:7; Atti 13:22).
Eppure, al culmine della sua carriera Davide peccò di adulterio con una donna di nome Bat-sceba e fece uccidere anche il marito di lei, Uria, in modo da poter stare con la donna e giustificare la gravidanza frutto di questa unione adultera (2 Samuele 11).  
Davide ripreso dal profeta Natan riconosce il suo peccato (2 Samuele 12:1-14).

Deuteronomio 2:7: Dio è potente e protettivo

 Deuteronomio 2:7: Dio è potente e protettivo
“Poiché il SIGNORE, il tuo Dio, ti ha benedetto in tutta l'opera delle tue mani, ti ha seguito nel tuo viaggio attraverso questo grande deserto; il SIGNORE, il tuo Dio, è stato con te durante questi quarant'anni e non ti è mancato nulla".
Solomon Ginsburg nacque in Polonia nel 1867 da un rabbino Ebreo il quale voleva che il figlio seguisse le sue orme, che fosse una guida spirituale per gli Ebrei dell'Europa orientale.
Un giorno Salomon e suo padre stavano celebrando la festa dei Tabernacoli pernottando in una piccola tenda vicino alla loro casa. 
Il ragazzo prese in mano una copia dei profeti e andò a caso su Isaia 53. Leggendo i versetti iniziali, la sua curiosità si accese. "A chi si riferisce il profeta in questo capitolo?", chiese. Quando il padre rispose con un "profondo silenzio", Salomon ripeté la domanda. Questa volta il padre gli strappò il libro di mano e gli diede uno schiaffo.
Anni dopo Solomon si recò a Londra. Passando per Whitechapel Street, incontrò un amico Ebreo che lo invitò alla Mildmay Mission. "Parlerò del cinquantatreesimo capitolo di Isaia; non vuoi venire?", gli disse l'amico. Solomon partecipò curioso di vedere se aveva una spiegazione migliore di quella che aveva dato suo padre.
Mentre ascoltava, si turbò. Cristo sembrava aver adempiuto perfettamente le profezie di Isaia nel capitolo cinquantatré. 
Salomon acquistò una copia del Nuovo Testamento e si convinse subito che Gesù era il Messia, e per tre mesi un terribile conflitto infuriò dentro di lui. Cosa avrebbe pensato suo padre, i suoi zii, la sua famiglia?
Poi sentì il reverendo John Wilkinson predicare un potente sermone sul testo: "Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me..." (Matteo 10:37). Tornato a casa, Solomon rimase steso sul pavimento fino a mezzanotte, dando infine la sua vita a Cristo nelle prime ore del mattino.
Fu abbandonato dalla famiglia e la sua conversione gli procurò un'intensa persecuzione. In un'occasione fu picchiato senza pietà, preso a calci fino a perdere i sensi e lasciato morto in un contenitore della spazzatura, con le ossa rotte e i vestiti intrisi di sangue. "Oh, ma quelli erano tempi gloriosi", disse in seguito.
Solomon divenne un ardente evangelista sia in Europa che in Sud America. 
Nel 1911, avendo bisogno di riposo, decise di partire per l'America per un periodo di vacanza. Il suo itinerario lo portò a Lisbona, dove pensava di attraversare il Golfo di Biscaglia per raggiungere Londra e poi gli Stati Uniti.
Arrivato a Lisbona, Ginsburg trovò le bacheche tappezzate di telegrammi meteorologici che avvertivano di terribili tempeste nel Golfo di Biscaglia. La navigazione era pericolosa e gli fu consigliato di ritardare il viaggio di una settimana. Il suo biglietto glielo consentiva ed egli pregò seriamente a riguardo.
Ma mentre pregava, ha consultato il suo calendario di preghiera W.M.U. e ha scoperto che il testo per quel giorno era Deuteronomio 2:7:" Poiché il SIGNORE, il tuo Dio, ti ha benedetto in tutta l'opera delle tue mani, ti ha seguito nel tuo viaggio attraverso questo grande deserto; il SIGNORE, il tuo Dio, è stato con te durante questi quarant'anni e non ti è mancato nulla". 
Il Signore sembrava assicurargli che i suoi lunghi viaggi in tutto il mondo erano sotto la protezione divina. 
Ginsburg s’imbarcò subito, attraversò la rotta senza incidenti e prese il Majestic a Londra. Il suo viaggio transatlantico fu tranquillo e riposante.
Solo dopo l'arrivo negli Stati Uniti, Solomon venne a sapere che se avesse ritardato il suo viaggio a Lisbona, sarebbe arrivato a Londra appena in tempo ...
... appena in tempo per imbarcarsi sul Titanic.
 E sappiamo tutti come andò a finire!

Deuteronomio 2:7: Dio è fedele al Patto (2)

 Deuteronomio 2:7: Dio è fedele al Patto (2)
Stiamo meditando su Deuteronomio 2:7.
In questo passo troviamo scritto per due volte “tuo Dio”, ne stiamo studiando il significato.
Nelle precedenti predicazioni, abbiamo esplorato il significato profondo di "tuo Dio" in diversi contesti. 
Innanzitutto, abbiamo riconosciuto la natura personale e relazionale del Signore, evidenziata dal patto stretto con Israele sul monte Sinai. 
Successivamente, abbiamo approfondito la fedeltà di Dio ai patriarchi, Abraamo, Isacco e Giacobbe. 
Fu proprio in virtù di questa fedeltà che il Signore decise di liberare Israele dalla schiavitù d'Egitto. 
La liberazione non fu un evento casuale, ma l'adempimento di una promessa fatta ai patriarchi e un segno tangibile anche della compassione e della potenza di Dio.
Infine, abbiamo analizzato come la liberazione dall'Egitto abbia portato alla formalizzazione del rapporto preesistente tra Dio e Israele come Suo popolo. 
Il patto del Sinai divenne la base di questa relazione, stabilendo le leggi e i principi che avrebbero dovuto guidare il popolo eletto nella sua storia.
In questa predicazione vediamo che il patto del Sinai dimostra la fedeltà ribadendo la promessa di Dio ai patriarchi di dare la terra promessa. 
Che cosa significa che Dio è fedele? (Numeri 23:19; Salmo 36:5; 119:90; Romani 3:3-4; 2 Timoteo 2:13).
La fedeltà di Dio è l’attributo dell’affidabilità, il contrario di tutto ciò che è incostante e fluttuante, quindi inaffidabile!
Come una roccia, il Signore è fermo, stabile, immutabile e inamovibile (Deuteronomio 32:4).

Deuteronomio 2:7: Dio è fedele al Patto (1)

 Deuteronomio 2:7: Dio è fedele al Patto (1)
Siamo alla terza predicazione di questo versetto. 
Dopo aver visto che Dio è con il Suo popolo nel viaggio della vita, abbiamo cominciato a vedere il significato di “tuo Dio”; l’ultima volta a riguardo, abbiamo visto che indica che Dio è personale e relazionale.
Proseguiamo il nostro viaggio di scoperta, immergendoci nel profondo significato dell'espressione "tuo Dio".
In questa esplorazione vedremo che significa anche che Dio è fedele al patto, infatti l'espressione "tuo Dio" rimanda al patto che Dio ha stretto con Israele sul Monte Sinai (Esodo 19-24).
Questo patto implica un impegno reciproco: Dio s’impegna a essere il Dio d’Israele a proteggere e a provvedere alle sue necessità, mentre Israele s’impegna a seguire la legge di Dio e ad adorare solo Lui.
"Tuo Dio" sottolinea l'esistenza di un legame speciale e intimo tra Dio e il Suo popolo. 
“Tuo Dio”, dunque ci parla che c’è un legame tra il Signore e il Suo popolo: il Signore si prende cura del Suo popolo e il Suo popolo gli obbedisce, non deve avere idoli! (per esempio cfr. Esodo 19:8; 20:1-17; 24:3,7; 34:13,27-28; Levitico 26:1-13; Deuteronomio 4:13,23; 7:25-26; 10:12; 28:1-14; Giosuè 24:14-15; Neemia 1:5; Daniele 9:4). 
L'esclusione di qualsiasi idolo rappresenta un elemento fondamentale di questo patto (cfr. per esempio Esodo 20:1-17; Deuteronomio 4:15-19; 5:7-9; 6:14-15; 7:25-26; 8:19-20; 11:16; 27:15; 29:17-18; 30:17-18).
L'adorazione di Dio è unica e indivisibile, non ammette rivali, o alternative, è un Dio geloso (Esodo 20:2-3; Deuteronomio 4:23-24; 5:6-7; Isaia 42:8; Isaia 45:5-6).
Il Signore richiede la completa dedizione del Suo popolo, che deve rivolgere a Lui solo la Sua adorazione e la Sua obbedienza.
Vogliamo vedere tre aspetti del patto del Sinai mediato da Mosè (Esodo 34:27; Levitico 26:46; Deuteronomio 29:1). 
Oggi ne vediamo due, il terzo la prossima volta, a Dio piacendo.
Cominciamo a vedere che:

Deuteronomio 2:7: Dio è personale e relazionale

 Deuteronomio 2:7: Dio è personale e relazionale
C’è una canzone che dice così:
“Tutto ciò che un tempo mi era caro, su cui ho costruito la mia vita
tutto ciò che questo mondo venera e guerreggia per possedere
tutto ciò che una volta credevo un guadagno
l'ho considerato una perdita e senza valore ora, 
rispetto a questo
Conoscere Te, Gesù, solo Te
non c'è cosa più grande
tu sei il mio tutto, Tu sei il migliore
tu sei la mia gioia, la mia giustizia
e ti amo, Signore
Ora il desiderio del mio cuore è di conoscerti di più
di essere trovato in Te e conosciuto come Tuo
possedere per fede ciò che non ho potuto guadagnare
il dono supremo della giustizia.
Conoscere Te, Gesù, solo Te
non c'è cosa più grande
tu sei il mio tutto, Tu sei il migliore
tu sei la mia gioia, la mia giustizia
e ti amo, Signore
Oh, conoscere la potenza della tua vita risorta
e conoscerti nella tua sofferenza
diventare come Te nella Tua morte, mio Signore
così con Te vivere e non morire mai
Conoscere Te, Gesù, solo Te
non c'è cosa più grande
tu sei il mio tutto, Tu sei il migliore
tu sei la mia gioia, la mia giustizia
e ti amo, Signore
e ti amo, Signore
e ti amo, Signore”.
Questa è una canzone di adorazione che celebra il desiderio di conoscere Gesù Cristo in modo più intimo e profondo. 
Il brano inizia affermando che tutto ciò che una volta era importante, o prezioso nel mondo è ora considerato senza valore rispetto alla conoscenza e alla relazione con Gesù Cristo. 
Questo riflette un tema comune nella Bibbia, che incoraggia i credenti a mettere Dio al primo posto nelle loro vite anziché concentrarsi sui beni materiali.
Il cuore della canzone è il desiderio di conoscere Gesù Cristo in modo più profondo e completo. 
Gesù viene descritto come "il mio tutto", "il migliore", "la mia gioia" e "la mia giustizia", evidenziando la sua centralità nella vita del cantante.
Il testo esprime il desiderio di crescere spiritualmente e di essere più vicini a Gesù. 
Ciò include il desiderio di conoscerlo meglio, di essere "trovati in lui", e di possedere per fede ciò che non può essere guadagnato da sé stessi.
Viene menzionato il desiderio di conoscere la potenza della risurrezione di Gesù e d’identificarsi con Lui anche nelle Sue sofferenze e nella Sua morte. 
La canzone si conclude con un'espressione di amore per Gesù, ripetendo le parole "E ti amo, Signore" come una dichiarazione di devozione e affetto.

Deuteronomio 2:7: Dio è con te nel viaggio della vita

 Deuteronomio 2:7: Dio è con te nel viaggio della vita
Qualcuno ha detto: "Un viaggio è come un matrimonio. Tu prendi il buono con il cattivo".
Un viaggio è come un matrimonio, con i suoi momenti buoni e cattivi, perché ci sono momenti di relax, di gioia, ma non sempre tutto fila liscio come abbiamo pianificato prima di partire: ritardi, problemi di salute, con la prenotazione, scioperi, condizioni meteorologiche avverse, e così via.
Metaforicamente anche la vita può essere paragonata a un viaggio, con i suoi alti e bassi, con gioie e tristezze, salute e dolori, serenità e inquietudine, successi e fallimenti, conforto e sfide, con previsti e imprevisti.
Come il popolo d'Israele, anche noi attraversiamo per “deserti”, metaforicamente momenti di difficoltà e incertezze di vario genere. 
Ma Dio è con noi, veglia su di noi e ci accompagna in ogni passo del nostro cammino, come ha fatto con il popolo d’Israele.
Il contesto di questo versetto di Deuteronomio, racconta le tappe del viaggio del popolo di Israele nel deserto dopo la liberazione dalla schiavitù di Egitto. 
Questo versetto dice che il Signore, il Dio d’Israele si è preso cura del Suo popolo nei quarant’anni nel deserto, e per questo motivo il popolo poteva permettersi di comprare da mangiare e da bere dagli Edomiti perché Dio lo aveva assistito (v.6). 
In questo versetto ci sono tre aspetti della cura del Signore per Israele, oggi ne vedremo due, il terzo, a Dio piacendo la prossima volta. 
Il primo aspetto è:

Ecclesiaste 1:9-10: Niente di diverso!

 Ecclesiaste 1:9-10: Niente di diverso!
La vanità del mondo umano
La vita è come un orologio a pendolo che scandisce il tempo in modo ripetitivo.
Oppure come un disco rotto! 
Vi ricordate quei dischi in vinile danneggiati o graffiati, che ripetevano continuamente la stessa parte della registrazione.
O ancora un “déjà vu”, in francese che letteralmente significa "già visto". 
Immaginate di rivivere la stessa giornata, in un loop infinito, cioè in una sequenza di azioni, eventi o processi che si ripetono ciclicamente o continuamente.
Svegliarsi, fare colazione, andare al lavoro, tornare a casa, cena, sonno. E poi di nuovo, e ancora, e ancora. Un “déjà vu” che pervade ogni aspetto della nostra esistenza.
I vv.4-11 sono la spiegazione, o l’illustrazione, e rispondono alla domanda del v.3: “Che profitto ha l'uomo di tutta la fatica che sostiene sotto il sole?”
Nei vv.4-11, l’ecclesiaste enfatizza la monotonia della natura, l’attività ripetuta e continua.
L’ultima volta, commentando il v.8, abbiamo considerato che in questo mondo niente soddisfa, nei vv.9-10 vediamo che in questo mondo non c’è niente di diverso. 
La Nuova Riveduta traduce i vv.9-10 così: “Ciò che è stato è quel che sarà; ciò che si è fatto è quel che si farà; non c'è nulla di nuovo sotto il sole. C'è forse qualcosa di cui si possa dire: ‘Guarda, questo è nuovo?’ Quella cosa esisteva già nei secoli che ci hanno preceduto”. 
La traduzione CEI invece traduce così i vv.9-10: “Ciò che è stato sarà e ciò che si è fatto si rifarà; non c'è niente di nuovo sotto il sole. C'è forse qualcosa di cui si possa dire: ‘Guarda, questa è una novità’? Proprio questa è già stata nei secoli che ci hanno preceduto”.
I LA REALTÀ STORICA RIPETITIVA (v.9)

Ecclesiaste 1:11: Nessuno sarà ricordato!

 Ecclesiaste 1:11: Nessuno sarà ricordato!
La vanità del mondo umano
"Lei è da invidiare più di chiunque altro io conosca", disse un giovane a un milionario. "Perché?", rispose il milionario. "Non conosco alcun motivo per cui dovrei essere invidiato". 
"Cosa, signore!", esclamò il giovane sorpreso. 
"Perché, lei è un milionario! Pensi alle migliaia di euro che le sue entrate portano ogni mese!". 
"E allora?" rispose il milionario. "Tutto ciò che ne ricavo è il cibo e i vestiti, e non posso mangiare più della paghetta di un uomo e indossare più di un vestito alla volta. Anche tu puoi fare quanto me, non è vero?". 
"Sì, ma pensi alle centinaia di belle case che possiede e agli affitti che le fruttano", ribadì il giovane.
"A cosa mi serve?" rispose il ricco. "Posso vivere in una sola casa alla volta. Quanto al denaro che ricevo per gli affitti, non posso mangiarlo né indossarlo; posso solo usarlo per comprare altre case in cui far vivere altre persone; sono loro i beneficiari, non io". 
Poi, finalmente, dopo un'altra discussione, il milionario si rivolse al giovane e disse: "Posso dirti che meno desideri in questa vita, più sarai felice. Tutta la mia ricchezza non può comprare un solo giorno di vita in più, non può riacquistare la mia giovinezza, non può procurare il potere di allontanare l'ora della morte. E allora cosa succederà? Tra pochi anni al massimo dovrò coricarmi nella tomba e lasciare tutto per sempre. Giovane uomo, non hai motivo di invidiarmi". 
Certamente chi vive nella povertà, o fa fatica a iniziare, o a completare il mese per le spese, può dire: “È meglio avere i soldi, che non averli!”
Ma il punto di questa storia è: il ricco non è da invidiare non portano alla felicità, e poi morirà anche lui!
Comunque, questa storia mi fa riflettere sul fatto che tutto passa!
Così anche un proverbio Francese dice: “Tutto passa, tutto muore, tutto sbiadisce”.
Il tempo scorre inesorabile, portando via con sé ogni cosa. Niente dura per sempre: giovinezza, bellezza, ricchezza, potere...
Anche i ricordi più cari si offuscano con il passare del tempo.
Queste cose sono come fiori che sbocciano al mattino e appassiscono al tramonto. 
Per quanto ci sforziamo di preservarle, il tempo scorre inesorabile e le porta via con sé.
Questo proverbio Francese ci ricorda la natura effimera della vita terrena. Esprime l'idea che tutto ciò che esiste si deteriora, è destinato a cambiare, decadere e alla fine scomparire.
Una volta morti saremo ricordati? A questa domanda l’ecclesiaste risponde di no!
Questo è il tema di Ecclesiaste 1:11.

Efesini 3:20: L'esplosione della potenza di Dio nel credente

 Efesini 3:20: L'esplosione della potenza di Dio nel credente
La mancanza di consapevolezza della potenza di Dio che un cristiano ha, può portare a scelte sbagliate e a una vita priva della pienezza che Dio desidera per lui.
C'è la storia di un giovane di nome Danny Simpson. 
All'età di ventiquattro anni, rapinò una banca di Ottawa, in Canada, sotto la minaccia di una pistola. Ha derubato la banca di 6.000 dollari. Poco dopo è stato catturato. 
La tragedia di questa storia vera è che l'arma usata per rapinare la banca era una Colt semi automatica calibro 45 del 1918 del valore di 100.000 dollari! 
Danny Simpson ha rapinato una banca per 6.000 dollari con un'arma del valore di 100.000 dollari!
Il problema di Danny era che non sapeva cosa aveva in mano; se lo avesse saputo, probabilmente non avrebbe scelto di fare il ladro. 
Quello che aveva in mano gli avrebbe dato molto di più se l’avesse venduto!
Questa storia sottolinea l'importanza di riconoscere e comprendere cosa abbiamo in noi, spiritualmente è la potenza di Dio!
Se certi cristiani sapessero cosa hanno in Dio, avrebbero una vita diversa!
Dalla traduzione “Nuova Riveduta” leggo: “Or a colui che può, mediante la potenza che opera in noi, fare infinitamente di più di quel che domandiamo o pensiamo”.
Oggi mediteremo questa frase: “Mediante la potenza che opera in noi”.
Quest’affermazione è un pilastro fondamentale della fede cristiana; racchiude una verità ricca di implicazioni per la nostra vita e il nostro rapporto con Dio. 
Analizzando questa frase esploreremo i diversi aspetti e le sue profonde implicazioni.
Siamo alla terza predicazione su questo versetto di Efesini.
Nella prima predicazione abbiamo visto che Dio la potenza infinita di Dio, nella seconda che Dio opera al di là delle nostre aspettative, oggi vedremo l’esplosione silenziosa della potenza di Dio in noi.
Infatti, Paolo sta parlando solo ai cristiani, queste parole non sono rivolte a chi non è nato di nuovo spiritualmente!

Efesini 3:20: Sognare in grande!

 Efesini 3:20: Sognare in grande!
Immagina che tu stia scalando una montagna altissima; la vetta è avvolta nella nebbia e non sai cosa ti aspetta lassù; ma dentro di te senti un fuoco che arde, una voglia irrefrenabile di raggiungere la cima e vedere oltre dopo aver affrontato la fatica, gli ostacoli e forse anche pericoli.

Questo per esempio, è il potere del sognare in grande: aspirare a qualcosa che va oltre i limiti imposti dalle circostanze attuali, immaginare risultati straordinari che sfidano le nostre convinzioni limitanti e la nostra zona di sicurezza.

È una mentalità che abbraccia l'ambizione, la perseveranza e la fiducia in se stessi, con l'obiettivo di realizzare qualcosa di significativo e di lasciare un segno positivo nel mondo.

“Sognare in grande” può essere un motore d’ispirazione e di motivazione per perseguire i propri sogni e aspirazioni, anche quando sembrano al di là della nostra portata attuale. 

Incoraggia a osare, a prendere rischi e a lavorare duramente per raggiungere ciò che si desidera.

Si possono ricordare persone che hanno sognato in grande, per esempio, ce ne sono tanti, ma ricordiamo:
Nelson Mandela che ha lottato per tutta la sua vita contro l'apartheid in Sudafrica e ha contribuito a creare una società più giusta e democratica.

E ancora il visionario imprenditore, inventore e designer americano, co-fondatore di Apple Steve Jobs. 
È considerato un pioniere dell'industria tecnologica e un visionario che ha rivoluzionato il modo in cui interagiamo con la tecnologia.

Così anche Bill Gates imprenditore, informatico e filantropo americano, co-fondatore di Microsoft Corporation, azienda leader mondiale nel settore del software.

Elon Musk imprenditore e ingegnere co-fondatore di Neuralink, azienda che lavora all'interfaccia cervello-computer, con l'obiettivo di migliorare le funzioni cerebrali e curare malattie neurologiche.
Inoltre ha rivoluzionato l'industria automobilistica con Tesla e sta aprendo la strada all'esplorazione spaziale con SpaceX.

Amelia Earhart, l'aviatrice americana che ha infranto numerosi record nell'aviazione e che è diventata un simbolo di coraggio e determinazione per le sue imprese nel volo, incluso il suo tentativo sfortunato di circumnavigare il globo. 
Fu la prima donna a volare in solitaria attraverso l’Oceano Atlantico.

Malala Yousafzai che ha rischiato la vita per difendere il diritto all'istruzione delle bambine in Pakistan e ha vinto il premio Nobel per la pace.

Efesini 3:20: Troppo bello per essere vero!

 Efesini 3:20:  Troppo bello per essere vero!
Quante volte abbiamo sentito, o abbiamo detto: "Troppo bello per essere vero!"
È un’espressione che usiamo per varie circostanze, per esempio riferito a qualcosa che abbiamo desiderato moltissimo e che finalmente, dopo lunga attesa, si realizza e quasi quasi non ci crediamo che possa essere accaduto proprio a noi!
Diciamo: “Proprio a me! Non ci posso credere! Troppo bello per essere vero!”
Oppure si usa per indicare una situazione, o un evento che appare eccezionalmente positivo, quasi al punto da sembrare irrealistico, e per questo motivo è sospetto. 
In questo senso, la frase implica un certo grado di scetticismo, o diffidenza, perché si crede che ci sia un imbroglio, o una trappola nascosta.
"Troppo bello per essere vero!" descrive un'offerta, o un affare che sembra troppo vantaggioso per essere reale, ma credi che sia un imbroglio, come per esempio: vedi un'auto in vendita quasi nuova a un prezzo molto basso, potresti pensare che è "troppo bella per essere vera”.
Oppure si dice per esprimere scetticismo su una promessa, o un impegno che sembra troppo bello per essere vero. 
Per esempio, se un politico promette di risolvere tutti i problemi del paese, potresti pensare che la sua promessa è "troppo bella per essere vera", cioè è irrealistica.
In generale, in questo senso, l'espressione "troppo bello per essere vero" viene usata per mettere in guardia contro l'eccessivo ottimismo, o ingenuità. 
Anche quando parliamo alle persone di Dio e delle Sue promesse, del Vangelo, quindi della salvezza per sola grazia, dell’esistenza del paradiso e della vita eterna per sola fede, molte volte sentiamo dirci con una nota di scetticismo: “Troppo bello per essere vero!”
Secondo Paolo l’espressione scettica: “Troppo bello per essere vero” riguardo Dio e le Sue azioni in favore del Suo popolo, non è appropriata! 
Non vale per Dio!

Ecclesiaste 1:8: Niente soddisfa

 Ecclesiaste 1:8: Niente soddisfa
La vanità del mondo umano
L’ecclesiaste, Salomone dai vv.2-11 sta parlando della vanità della vita.
I vv.4-11 sono la spiegazione, o l’illustrazione, e rispondono alla domanda del v.3: “Che profitto ha l'uomo di tutta la fatica che sostiene sotto il sole?”
Dai vv.8-11 vediamo tre aspetti della vanità della vita, oggi vediamo il primo aspetto nel v.8: niente soddisfa.
Non ci sono prove che il filosofo francese Alber Camus abbia affermato di essere stato direttamente influenzato da Salomone, tuttavia, è interessante notare che entrambi affrontano il tema del significato della vita e dell'assurdità dell'esistenza.
L’insegnante di filosofia e scrittore Jonny Thomson su di lui scrive: “Camus, esponente dell’esistenzialismo francese, partì dalla tesi secondo cui non esistono regole oggettive che possono guidare la nostra vita. L’uomo non ha alcun ‘fine’ a cui tendere (come sosteneva invece Aristotele), non esiste una legge morale (come riteneva Kant) né un aldilà in cui sperare. Una visione piuttosto cupa, non c’è che dire. Nel suo saggio del 1942 ‘Il mito di Sisifo’, Camus illustra l’assurdità dell’esistenza. Sisifo, per un qualche sgarbo nei confronti delle divinità dell’Olimpo, è condannato a spingere in cima a una montagna un masso pesantissimo, che ogni volta rotola fino alla base, costringendolo a ripetere l’impresa all’infinito. Allo stesso modo l’uomo è sempre indaffarato, ben sapendo che tutto ciò non porterà a nulla; un giorno tutti, i protagonisti della storia così come gli individui più anonimi, non saremo altro che polvere. Tutto è assurdo, e non importa quanto c’impegniamo a nasconderlo dietro la routine quotidiana o chissà quali obiettivi grandiosi, pur sapendo che ogni cosa svanirà nel nulla. La vita è solo una perdita di tempo”.
In un certo senso, fino a un certo punto è anche la visione di Salomone, nel descrivere questa vita senza Dio.
Sotto una lente terrena, la negazione dell'esistenza di Dio e la conseguente assenza di una relazione con Lui svuotano la vita di valore, rendendola vana, insipida, priva di senso e di profitto; questa è la visione di Salomone, espressa nel libro dell'Ecclesiaste.

Ecclesiaste 1:4-7: La vanità del mondo naturale

 Ecclesiaste 1:4-7: La vanità del mondo naturale
Papa Adriano VI, noto per la sua austerità e il suo rigore morale, era solito ripetere: "Ho conosciuto tre imperatori, Carlo V, Massimiliano e Ferdinando, e ho imparato che nulla è più vano della vanità". Poco prima di morire, guardando le sue mani scarne e pallide, esclamò: "Ecco a cosa si riducono le ambizioni e le vanità umane!".
L'Ecclesiaste è un libro sapienziale dell'Antico Testamento che affronta il tema della vanità della vita.
I vv.4-11 sono la spiegazione, o l’illustrazione, e rispondono alla domanda del v.3: “Che profitto ha l'uomo di tutta la fatica che sostiene sotto il sole?”
Nei vv.4-11, l’ecclesiaste enfatizza la monotonia della natura, l’attività ripetuta e continua.
A riguardo James Bollaghen scrive: “L'uso predominante dei participi in 1:4–11 serve per enfatizzare l'attività continua o ripetitiva e quindi la monotonia di questo mondo. Questi participi sono meglio presi al presente, esprimendo lo stato di cose in corso”.
Nulla sembra cambiare molto, apparentemente, nel ciclo ripetitivo, faticoso e infinito della natura. Perciò, non ci si può aspettare che i deboli sforzi umani influenzino il corso degli eventi in modo significativo e definitivo, portando un profitto duraturo nella nostra vita.
Albert Barnes sui vv.4–11 commenta: “La ‘vanità’ si manifesta nell'uomo, negli elementi e in tutto ciò che si muove sulla terra; lo stesso corso si ripete ancora e ancora senza alcun risultato permanente o progresso reale; e gli eventi e gli uomini sono ugualmente dimenticati”.
Il ritmo incessante delle generazioni umane (Ecclesiaste 1:4), i cicli ripetuti del sole (Ecclesiaste 1:5), i movimenti del vento (Ecclesiaste 1:6) e i corsi d’acqua (Ecclesiaste 1:7), parlano di movimento costante senza risultati, o cambiamenti. 

Genesi 50:19-20: Dio guida la storia!

Genesi 50:19-20: Dio guida la storia!
“Si faccia una domanda e si dia una risposta”, dice il giornalista e conduttore televisivo Gigi Marzullo. 

Sappiamo che certe domande hanno una risposta immediata, altre domande non hanno risposte, altre ancora arriveranno con il tempo. 

C’è una frase che reputo molto simpatica del filosofo, mistico e guru Osho (1931-1990): “Solo il tempo ti darà le risposte che stai cercando, e te le darà quando avrai dimenticato le domande”.

Ma come possiamo rispondere a queste domande: 
“Quanti giorni brutti possiamo sopportare?”
“Quanti problemi uno dopo l’altro possiamo sostenere?”
“In che modo dobbiamo reagire nelle circostanze brutte?”
“Quali verità su Dio dobbiamo ricordare nelle circostanze brutte?” 

Altre domande potrebbero essere:
“Cosa spingerebbe dei fratelli a vendere un loro fratello?”
“Come può un giovane essere tradito e venduto come uno schiavo, e da questa condizione diventare il secondo uomo più potente di Egitto?

Prima di dimenticare le domande, oggi vediamo la storia di Giuseppe che ci aiuta a rispondere a queste domande.

Certamente in un mondo dominato dalla paura e dall’incertezza, la storia di Giuseppe offre una luce di speranza per ognuno di noi!

La sua fede incrollabile e la sua capacità di perdonare c’insegnano che è possibile superare ogni avversità serenamente anche quando tutto sembra perduto!

Salmo 62:5: Il soliloquio per il riposo della propria anima!

 Salmo 62:5: Il soliloquio per il riposo della propria anima!
“Anima mia, trova riposo in Dio solo, poiché da lui proviene la mia speranza”.
Un soliloquio lo possiamo trovare in un personaggio teatrale che sta riflettendo sui propri pensieri e sentimenti interiormente, come per esempio, in "Amleto" di William Shakespeare, quando Amleto si chiede se sia meglio essere o non essere, esponendo i suoi dubbi e le sue paure.
Una persona mentre cammina, o mentre si trova in auto, o nella sua stanza parla ad alta voce rivolgendosi a se stesso per esprimere i suoi pensieri più intimi, o per riflettere su vari aspetti della sua vita, per fare un punto della sua situazione, o per riflettere sulle scelte passate, o sulle decisioni importanti da prendere, anche questo è soliloquio.
Oppure mentre facciamo la spesa ripetiamo a voce alta a noi stessi ciò che dobbiamo comprare per non dimenticare niente, anche questo è soliloquio.
Non è raro che uno sportivo prima di una gara dice a se stesso: “Ce la puoi fare!!” 
Anche questo è un soliloquio, cioè un parlare ad alta voce con se stessi, senza interlocutori. 
Dunque, tutti parliamo con noi stessi per diverse ragioni, Davide nel v.5 riflettendo su chi è Dio, in un periodo difficile della sua vita, parla con se stesso auto-esortandosi a trovare riposo in Lui.
Noi vediamo in altri salmi che l’autore esorta la propria anima a non abbattersi, ma a sperare in Dio (Salmo 42:5,11; 43:5), a trovare riposo in Dio come in questo salmo (Salmo 116:7), o a benedire (Salmo 103:1-2), o lodare il Signore considerando le Sue benedizioni (Salmo 146:1).
In un momento di riflessione, il soliloquio è una meditazione fatta con se stessi, non è dunque, una cosa anormale, bizzarra, imbarazzante farlo, anzi è importante perché in questo modo prendiamo coscienza, o ci permette di analizzare, chiarire e tirare fuori le nostre emozioni, le nostre motivazioni, o i nostri desideri, i nostri impulsi e azioni, o come in questo salmo ragionando su chi è Dio, possiamo auto-esortarci a fidarci di Dio e a sperare in Lui.
Di fronte alla minaccia dei nemici (vv.3-4), Davide mostra una forte fiducia nel Signore da dove proviene la sua salvezza e rifugio sicuro (vv.1-2,6-7). 
Tutto il popolo di Dio dovrebbe quindi rendersi conto che può confidare in Dio in ogni circostanza e aprire il cuore davanti la Sua presenza e non confidare nella violenza, o nelle ricchezze (vv.8,10) per risolvere i propri problemi.

Salmo 62:5: Il soliloquio per il riposo della propria anima

Salmo 62:5: Il soliloquio per il riposo della propria anima
“Anima mia, trova riposo in Dio solo, poiché da lui proviene la mia speranza”.
Un soliloquio lo possiamo trovare in un personaggio teatrale che sta riflettendo sui propri pensieri e sentimenti interiormente, come per esempio, in "Amleto" di William Shakespeare, quando Amleto si chiede se sia meglio essere o non essere, esponendo i suoi dubbi e le sue paure.
Una persona mentre cammina, o si trova in auto, o nella sua stanza parla ad alta voce rivolgendosi a se stesso per esprimere i suoi pensieri più intimi, o riflettere su varie aspetti della sua vita, fare un punto della sua situazione, o per riflettere sulle scelte passate, o sulle decisioni importanti da prendere.
Oppure mentre facciamo la spesa ripetiamo a voce alta a noi stessi ciò che dobbiamo comprare per non dimenticare niente, questo è un soliloquio.
Non è raro che uno sportivo prima di una gara dice a se stesso: “Ce la puoi fare!!” 
Anche questo è un soliloquio, cioè un parlare ad alta voce con se stessi, senza interlocutori. 
Tutti parliamo con noi stessi per diverse ragioni, Davide nel v.5 riflettendo su chi è Dio in un periodo difficile della sua vita parla con se stesso auto-esortandosi a trovare riposo in Lui.
Noi vediamo in alcuni salmi che l’autore esorta la propria anima a non abbattersi, ma a sperare in Dio (Salmo 42:5,11; 43:5), a trovare riposo in Dio come in questo salmo (Salmo 116:7), o a benedire, o lodare il Signore considerando le Sue benedizioni (Salmo 103:1-2; 146:1).
In un momento di riflessione, il soliloquio è una meditazione fatta con se stessi, non è dunque, una cosa anormale, bizzarra, imbarazzante parlare con noi stessi, anzi è importante perché in questo modo prendiamo coscienza, o ci permette di analizzare, chiarire e tirare fuori le nostre emozioni, le nostre motivazioni, o i nostri desideri, i nostri impulsi e azioni, o come in questo salmo ragionando su chi è Dio possiamo auto-incoraggiarci, o auto-esortarci, motivarci a fidarci di Dio e a sperare in Lui.
Di fronte alla minaccia dei nemici (vv.3-4), Davide mostra una forte fiducia nel Signore da dove proviene la sua salvezza e rifugio sicuro (vv.1-2,6-7). 

Genesi 50:20: Dio cambia il male in bene!

 Genesi 50:20: Dio cambia il male in bene!
“Voi avevate pensato del male contro di me, ma Dio ha pensato di convertirlo in bene per compiere quello che oggi avviene: per conservare in vita un popolo numeroso”.

Quanti giorni brutti possiamo sopportare? Quanti problemi uno dopo l’altro possiamo sostenere? In che modo dobbiamo reagire in queste circostanze? Quali verità su Dio dobbiamo ricordare? 
La storia di Giuseppe ci aiuta a rispondere a queste domande.

Se qualcuno ha avuto una serie di circostanze brutte senza aver commesso nulla di male, quello era proprio Giuseppe, e questo ci fa capire che non sempre la sofferenza è una disciplina (cfr. per esempio Ebrei 12:4-11), o una prova (cfr. per esempio 1 Pietro 1:6-7), o un giudizio di Dio (cfr. per esempio 1 Corinzi 11:27-31).
A causa della gelosia dei suoi fratelli, Giuseppe si trovò prima gettato in una cisterna (Genesi 37:12-24), poi venduto schiavo a dei mercanti (Genesi 37:25-36), che a loro volta lo vendettero schiavo in Egitto a Potifar, un ufficiale del faraone (Genesi 39:1-6).
Accusato ingiustamente dalla moglie di Potifar di tentata violenza nei suoi confronti, perché rifiutò, per non peccare contro Dio, le avances di lei, fu imprigionato (Genesi 39:7-20). 

Ma il Signore era con Giuseppe (Genesi 39:2,21,23), fu liberato e divenne un uomo potente dopo che interpretò per grazia di Dio i sogni del faraone (Genesi 41:16,28,32,38-39), e riconoscendo che lo Spirito di Dio era in lui e anche la sua intelligenza e saggezza, lo fece suo vicerè (Genesi 40:1-41:37-46). 

Ecclesiaste 1:3: La vanità della vita

 Ecclesiaste 1:3: La vanità della vita
Quando aveva ottantanove anni, un anno prima di morire, il politico inglese Sir Leonard Woolf (1880 – 1969) disse: "Il mondo di oggi e la storia del formicaio umano degli ultimi cinquantasette anni, sarebbero esattamente gli stessi se avessi giocato a ping-pong invece di sedere in commissioni, scrivere libri e memorandum. Devo quindi fare questa ignominiosa confessione a me stesso e a chiunque legga queste parole: in questa lunga vita ho macinato 150.000-200.000 ore di lavoro perfettamente inutile".

Leonard Wolf ha considerato tutte quelle ore di lavoro qualcosa d’inutile!

Salomone, riconosce la monotonia dell'attività frenetica della vita e l'inutilità della fatica umana, si chiede quale profitto ha l’umanità di tutta la fatica che compie su questa terra. 

Questo sarà illustrato nei vv.4-11.
Il ritmo incessante delle generazioni umane (Ecclesiaste 1:4), i cicli del sole (Ecclesiaste 1:5), i movimenti del vento (Ecclesiaste 1:6) e i corsi d’acqua (Ecclesiaste 1:7), parlano di movimento costante senza risultati, o cambiamenti. 
Questi cicli rispecchiano l’incapacità dell’umanità di realizzare qualcosa che sia in definitiva nuova, duratura o soddisfacente (Ecclesiaste 1:8–11).

Dai vv.3-11 vediamo allora la vanità della vita: nel v.3 - la vanità che riguarda il profitto; dai vv.4-7 - la vanità che riguarda il mondo naturale; dai vv.8-11 - la vanità che riguarda il mondo umano.

In questa predicazione consideriamo la vanità che riguarda il profitto (v.3).

Prima di tutto vediamo:
I IL CONTENUTO DELLA DOMANDA RETORICA 
Salomone inizia con una domanda per dimostrare il suo punto principale che tutto è vanità (v.2), leggiamo nel v.3: “Che profitto ha l'uomo di tutta la fatica”.

Cominciamo con:

1 Samuele 12:24-25: Chiamati alla consacrazione tenendo presente il giudizio di Dio

 1 Samuele 12:24-25: Chiamati alla consacrazione tenendo presente il giudizio di Dio
Israele aveva bisogno di qualcuno che insegnasse loro il modo giusto di vivere secondo il patto Sinaitico, Samuele lo ha fatto!

Nel contesto di questi versetti leggiamo che il popolo è stato infedele al Signore per seguire gli idoli di Baal e di Astarte, per questo motivo il Signore li giudicò dandolo a eserciti nemici.

Il popolo grida al Signore per essere liberato confessando il suo peccato d’idolatria, ma aveva commesso anche un altro peccato quello di volere un re come le altre nazioni (1 Samuele 12:19), che implicava il rifiuto con disprezzo del Signore come Re!

Il Signore richiama ancora il Suo popolo a essergli fedele e davanti a una manifestazione della natura (tuoni e pioggia fuori stagione), gl’Israeliti ebbero una gran timore del Signore e di Samuele, e riconoscendo il loro peccato di richiedere un re, chiedono al profeta di pregare per loro.

Samuele afferma il loro peccato, li richiama alla consacrazione e li rassicura che non li abbandonerà e che continuerà a pregare per loro (1 Samuele 12:6-23).

Ora, nei vv.24-25, ancora una volta (cfr. 1 Samuele 12:14-15,20-21) li richiama alla consacrazione avvertendoli che la loro disobbedienza (secondo il patto di Mosè) avrebbe comportato il giudizio di Dio.

Quindi in questi versetti vediamo tre aspetti: la consacrazione, la considerazione e la condanna.

Tito 1:2: La ragione del ministero di Paolo

 Tito 1:2: La ragione del ministero di Paolo
Paolo al v.1 da un breve accenno autobiografico dicendo che è un servo di Dio e apostolo di Gesù Cristo per promuovere la fede degli eletti di Dio e la conoscenza della verità che è conforme alla pietà.

Nel v. 2 mette in evidenza per attirare la nostra attenzione che la sua missione si basava sulla speranza della vita eterna che è stata promessa prima della creazione da Dio e possiamo esserne certi perché Dio nella Sua natura non è bugiardo!

Dunque, in questo versetto vediamo la ragione per cui l’apostolo Paolo serviva Dio, e questa è legata alla speranza della vita eterna.

Prima di tutto vediamo:
I LA SOSTANZA DELLA SPERANZA 
“Nella speranza della vita eterna”.

La preposizione “nella” (ep’) nel greco indica “sopra”, ”appoggiato sulla base di”  (cfr. per esempio Matteo 24:2; Marco 6:39.48; 8:4; Giovanni 19:31; Atti 5:30; Apocalisse 4:4).

Allora la frase “nella speranza” (ep’ elpidi - dativo locativo) è la base su cui si edifica la sovrastruttura della fede, della vita e del servizio cristiano.

Il fondamento, la base, o la ragione per cui Paolo ha servito Dio senza distrazioni, o che caratterizzava la sua vita stessa, da cui traeva il suo impulso ed energia motivante, nonostante le persecuzioni per aver predicato il Vangelo di Gesù Cristo, era la speranza della vita eterna!

Ed è quello che hanno in comune tutti i veri cristiani!

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