Aggeo 2:10-14: La chiamata alla purezza

Aggeo 2:10-14: La chiamata alla purezza 
Nella mitologia greca, Mida era il re di Frigia a cui il dio Dioniso aveva dato il potere di trasformare tutto ciò che toccava in oro, come ricompensa per aver aiutato il maestro di Dioniso, Sileno. Mida si rese conto presto che questo potere miracoloso non era una ricompensa, ma una maledizione, perché anche il suo cibo diventava oro. Il re avido viene liberato solo dopo aver pianto davanti a Dioniso, che gli ordina di fare il bagno nel fiume Pattolo.

Aggeo 2:10-14 evidenzia una persona impura che rende impuro tutto ciò che fa. 

La disobbedienza del popolo contaminava i sacrifici che faceva a Dio. 

Quando il popolo tornò nella propria terra dall’esilio Babilonese, all'inizio del regno di Dario, una delle sue priorità era ricostruire l'altare(Esdra 3:1-6), e reintegrare il ritmo dei sacrifici nel tempio, ancora in fase di ricostruzione (Aggeo 1:4-7; 2:3-4; Esdra 3:8-12; 5).

Questo era molto importante per l'adorazione come popolo di Dio. 

Ma, purtroppo la popolazione era più interessata a costruire le proprie case e non il tempio del Signore, disobbedendo così alla chiamata di Dio di ricostruirlo (Aggeo 1:4-7).

La similitudine del cammello e della cruna di un ago: (Matteo 19:24).

La similitudine del cammello e della cruna di un ago: (Matteo 19:24).

Per il suo primo sermone in una lezione di predicazione elementare, uno studente africano, scelse un testo che descrive le gioie che condivideranno i veri cristiani quando Cristo ritornerà e l’introdurrà nella casa celeste.
“Sono negli Stati Uniti da diversi mesi ormai. Ho visto la grande ricchezza che c'è qui: le belle case, le macchine e i vestiti. Ho ascoltato anche molti sermoni nelle chiese. Ma devo ancora ascoltare un sermone sul paradiso. Perché tutti hanno così tanto in questo paese che nessuno predica sul paradiso. Le persone qui non sembrano averne bisogno. Nel mio paese la maggior parte della gente ha pochissimo, quindi predichiamo sempre il paradiso. Sappiamo quanto ne abbiamo bisogno”.

Indubbiamente non essere ricchi e ricordarsi del paradiso significa anelare a stare nella felicità eterna, in paradiso piuttosto che nella sofferenza su questa terra.

Invece la persona che ha tanto, che è benestante, o ricca, non avrà tanto il desiderio di andare in paradiso.

La similitudine del cammello e della cruna di un ago, ci avverte che la ricchezza rende molto difficile a una persona seguire Gesù Cristo e quindi andare in paradiso. 

La via per il paradiso non è una strada facile per chiunque, ma soprattutto per i ricchi, la strada per la vita eterna è davvero difficile.

I LA SITUAZIONE DELLA PARABOLA 
Ciò che ha spinto Gesù Cristo a parlare di questa similitudine è stata la reazione di un giovane uomo ricco che non ha voluto rinunciare alle sue ricchezze per seguire Cristo.

Questo tale è andato da Gesù e gli aveva domandato che cosa doveva fare di buono per avere la vita eterna e Gesù gli rispose di osservare i comandamenti.

Il giovane disse a Gesù che già li osservava, così Gesù gli disse che doveva vendere tutto ciò che aveva e di darlo ai poveri e di seguirlo.

Ma il giovane non prese bene questo, rattristato se ne andò.

Ed ecco che a questo punto, Gesù dice questa similitudine del cammello e della cruna di un ago. 

Ma andiamo con ordine.
Prima di tutto vediamo:
A)Il soggetto della domanda
Al v.16 leggiamo: “Un tale si avvicinò a Gesù e gli disse: ‘Maestro, che devo fare di buono per avere la vita eterna?’”

Il sociologo Zygmunt Bauman, morto nel 2017 disse: “Il vero problema dell'attuale stato della nostra civiltà è che abbiamo smesso di farci delle domande”.

Le domande ci aiutano a capire meglio le cose, ma il problema come in questa storia del Vangelo, è che a volte non ci piacciono le risposte!

Il soggetto, l’argomento della domanda è su come ottenere la vita eterna, e questa  non era una rara domanda che si rivolgeva a un insegnante religioso.

Questo giovane con questa domanda dimostra grande rispetto per Gesù come confermato anche da Marco, che riporta l’espressione: “Maestro buono” (Marco 10:17).

L'uomo vuole sapere come rendere certa la sua eternità con Dio e quali buone opere erano necessarie.

La “vita eterna” (zōēn aiōnion) si riferisce a una vita approvata da Dio ed equivale a entrare nel regno dei cieli, nel regno di Dio (vv.23-24; Marco 10:23-25,30). 

È la vita dell'età a venire, l'eredità futura della benedizione dopo la morte,   la beatitudine eterna, che attende il popolo di Dio (cfr. Matteo 25:46; Giovanni 3:16).

La vita eterna, allora si riferisce a una vita senza fine, ma si riferisce anche alla qualità, quindi alla felicità eterna.

La vita eterna non è un'estensione della vita terrena, indica qualcosa di diverso come qualità, una vita completamente diversa da quella che stiamo vivendo adesso, infatti, non ci saranno più sofferenze, litigi; stress di vario genere e abiteremo per sempre con Dio! (Apocalisse 21:3-4).

La vita eterna è opposto al perire, alla morte eterna, al perire come c’indica Giovanni 3:16.

La parola “perire” (apollymai) è sprecare la vita, andare in rovina, essere perduti per sempre. 

Non è un semplice spegnersi dell’esistenza fisica, ma un eterno sprofondare all’inferno, nell’eterna sofferenza, una via del non ritorno! (cfr. Matteo 25:46; 2 Tessalonicesi 1:6-10, Apocalisse 21:8).

La domanda: ”Che devo fare di buono per avere la vita eterna?”, indica che questa persona aveva in mente qualche specifica grande, o spettacolare azione,  per guadagnarsi il favore di Dio, e quindi la vita eterna.

Questo giovane pensava che la vita eterna veniva come una ricompensa per qualche grande atto.

Evidentemente pensava che esistessero condizioni da soddisfare oltre quelle stabilite nella legge ebraica, e credeva che ci fosse qualcosa di sconosciuto che Gesù poteva rivelargli e che lui potesse fare così da guadagnarsi il favore di Dio e la vita eterna.

La vita eterna è l'argomento più importante che gli uomini possano pensare e desiderare, eppure molti non ci pensano.

Tommaso da Kempis disse: “Per una vita piccola, gli uomini corrono alla grande; per la vita eterna, molti difficilmente muoveranno un solo piede da terra”.

Mentre quest'uomo mostrava qualche preoccupazione per la vita eterna, molte persone oggi sono interessate solo a questa vita temporale.

Sono interessate agli affari, a divertirsi, allo sport, alla ricerca del piacere terreno e non certamente a dove passeranno l’eternità!

Poi quando saranno all’inferno, sarà troppo tardi!

John Tillotson (1630 – 1694) disse: “Chi provvede a questa vita, ma non si prende cura dell'eternità, è saggio per un momento, ma uno sciocco per sempre”.

B)La sorgente della domanda
La prima caratteristica che vediamo da chi ha fatto la domanda a Gesù è:
(1)La responsabilità
Luca 18:18 ci dice che era: “Uno dei capi”.

“Capo” (archōn) è una parola con un significato molto ampio e descrive qualsiasi genere di funzionario, romano o giudeo.

Non sappiamo di preciso quali fossero le sue funzioni.

Dai Vangeli vediamo che potrebbe significare un dirigente in senso civile (per esempio Matteo 20:25; Luca 12:58; Giovanni 3:1), o senso in religioso (Matteo 9:18,23; Luca 23:13; 24:20). 

Secondo alcuni studiosi non poteva essere un membro del Sinedrio, o un capo di una sinagoga locale, perché era giovane ci dice Matteo 19:22.

Secondo altri studiosi era uno dei leader laici degli ebrei, o aveva una posizione governativa, o era un membro del consiglio locale, o era un uomo influente, forse un leader civico.

Secondo altri la parola è usata in senso generale per descrivere un membro di un gruppo influente che aveva una sorta di funzione dominante.

Comunque questa persona era importante, aveva una posizione elevata tra il suo popolo. 

La seconda caratteristica che vediamo è:
(2)Risoluto

Da Marco 10:17 sappiamo che questa persona mentre Gesù era per la via, accorse.

“Accorse” (prosdramōn – aoristo participio attivo) indica correre verso qualcuno, quindi verso Gesù.

Questo indica entusiasmo,l’interesse, l'urgenza della sua richiesta.

Questa persona non vedeva l’ora di andare da Gesù e fargli una domanda importante su come avere la vita eterna.

La terza caratteristica che troviamo in questa persona è:
(3)Rispettoso
Sempre da Marco 10:17 sappiamo che questo tale s’inginocchiò davanti a Gesù.

Quindi la sua postura inginocchiata, il fatto che chiamò Gesù: “Maestro buono”, è la domanda impegnativa riguardo la vita eterna, suggeriscono un profondo rispetto per Gesù e la  serietà da parte dell'uomo stesso.

La quarta caratteristica che troviamo in questa persona è:
(4)Religioso
Nel v.20 notiamo che all’esortazione di Gesù di osservare i comandamenti di Dio (vv.18-19), questa persona disse, molto probabilmente con sincerità, che li aveva osservati, ma non era sicuro che avesse fatto tutto in modo adeguato, forse la sua osservanza era solo esteriore, o gli mancava qualcosa come l’amore per il prossimo, infatti dice: “Tutte queste cose le ho osservate; che mi manca ancora?”

Questa domanda può essere vista come la massima fiducia in se stessi, o come un’esagerazione giovanile di autosufficienza, oppure riflette un certo grado di apprensione, ha paura che alla fine, al giudizio universale, le sue buone opere si rivelino inadeguate per ottenere l'approvazione di Dio ed ereditare la vita eterna.

Oppure vuole credere e fa credere che tutto va bene, e nello stesso tempo è turbato perché forse gli manca ancora qualcosa.

Questo giovane uomo non è sicuro di aver fatto abbastanza ed è turbato, così spera che Gesù sarà in grado di dargli ulteriori informazioni e suggerimenti.

Gesù gli mostrerà presto l'errore della sua affermazione: non è poi così vero che ama il prossimo come se stesso, visto che non sarà disposto ad aiutare i poveri!

L'uomo credeva sinceramente di non aver infranto alcun comandamento, eppure sentiva che mancava qualcosa, per questo era turbato. 

Questo turbamento è tipico di chi vuole essere approvato da Dio secondo le sue opere!

Mounce dice: “Il disagio dell'uomo rivela un'istintiva consapevolezza umana che il legalismo non è all'altezza delle intenzioni di Dio”.

Ciò che impariamo è: una persona che si affida alle sue buone opere, che si affida alle sue opere, avrà  sempre la mancanza della certezza della salvezza.

Questa persona era religiosa, ma questo non significa avere la vita eterna.

La quinta caratteristica che troviamo in questa persona è:
(5) Ricco.
Nonostante fosse giovane (neaniskos), alcuni pensano tra un’età compresa tra 
i circa venti e i quaranta, o tra i ventiquattro e i quaranta, o tra i ventuno e i ventotto anni, era ricco.

Questo giovane aveva molti beni dice il v.22 (cfr.Marco 10:22); Luca dice che: “Era molto ricco” (Luca 18:23). 

Ma nonostante la sua grande ricchezza, quest'uomo non aveva tutto, gli mancava la cosa più importante di tutte: la vita eterna!! 

L'autore Stephen King è stato definito l'uomo più spaventevole d'America e uno dei più ricchi. Il 19 giugno 1999, stava camminando lungo una strada quando fu investito da un furgone, e scagliato in un fossato. Vicino alla morte, fu ricoverato in ospedale per settimane, e soffrì ancora per diversi anni. Si avvicinò lentamente al leggio per parlare a una cerimonia al Vassar College il 20 maggio 2001 e disse: “Un paio di anni fa ho scoperto cosa significa ‘non puoi portarlo con te’. L'ho scoperto mentre ero sdraiato nel fossato sul lato di una strada di campagna, coperto di fango e sangue…. Avevo una Master Card nel mio portafoglio, ma quando giaci in un fossato con vetri rotti tra i capelli, nessuno accetta MasterCard.

I soldi non sono tutto! 
Ci sono cose che non puoi comprare anche se sei ricco, una di questi è la vita eterna!

Consideriamo ora:
C)La separazione della domanda 
Matteo 19:20-22 dice: “E il giovane a lui: ‘Tutte queste cose le ho osservate; che mi manca ancora?’ Gesù gli disse: ‘Se vuoi essere perfetto, va', vendi ciò che hai e dàllo ai poveri, e avrai un tesoro nei cieli; poi, vieni e seguimi’.  Ma il giovane, udita questa parola, se ne andò rattristato, perché aveva molti beni’”.

Gesù non rimprovera il giovane e la sua pretesa di aver osservato tutti i comandamenti, ma va direttamente a ciò che era il cuore del problema dell'uomo in risposta alla sua domanda sincera: “Che mi manca ancora?”

Dopo questo, in Marco 10:21 è scritto  che Gesù, guardandolo, lo amò, questo indica che non solo lo ha apprezzato per il suo comportamento, ma deve anche averlo compatito a causa della lotta interiore che stava vivendo (cfr. Matteo 9:36–38; 11:28). 

Gesù sapeva anche che c'era qualcosa di terribilmente sbagliato in questo giovane ricco. 

I suoi beni materiali lo schiavizzavano (Matteo 19:21; Marco 10:22-23; Luca 18:22-23), così Gesù gli ordina di vendere ciò che aveva e di darlo ai poveri e poi seguirlo, così sarebbe stato perfetto, e come dice Luca 18:22, avrebbe avuto un tesoro in cielo.

Ma il giovane ricco amava  i suoi beni e se ne andò rattristato perché ne aveva molti.

Quindi noi vediamo:
(1)La maturità.
Al v.21 Gesù dice al giovane ricco: “Se vuoi essere perfetto”.

“Perfetto” (teleios)è nel senso di non mancare di alcuna qualità morale.

È avere un livello di maturità spirituale, o sviluppo spirituale, e avere un totale impegno nel regno di Dio. 

Descrive l'obbedienza sincera e la lealtà integra a Dio espressa in assoluta arrendevolezza a Gesù  che è valido per tutti i tipi di persone che vorrebbero entrare nel regno di Dio (vv. 23–26; cfr. Matteo 10:38–39; 16:24–26).

Quindi noi qui vediamo:
(2) L’Autorità
Ovviamente è l’autorità di Gesù.
Il v.21 dice: “Va', vendi ciò che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro nei cieli; poi, vieni e seguimi”.  

“Va” (hupage); “vendi” (pōlēson); “dallo” (dos); e “seguimi” (akolouthei) sono verbi all’imperativo, quindi un comando.

Gesù mette alla prova la verità dell'affermazione dell'uomo del v.20  dicendogli di vendere i suoi beni e dare i soldi ai poveri. 

Il giovane aveva detto di amare il prossimo come se stesso, ma Gesù gli fa capire che comunque non lo fa, o non lo fa abbastanza come Dio vuole, infatti Gesù gli dice di vendere tutto e di darlo ai poveri e poi di seguirlo!

Invece di aggiungere un altro comandamento da osservare, il giovane doveva amare il prossimo e sottomettersi umilmente alla signoria di Cristo.

Avere la vita eterna, far parte del regno dei cieli, quindi essere discepoli di Gesù, richiede obbedienza ai comandamenti di Dio, un impegno assoluto, la resa totale e radicale a Gesù (cfr. Matteo 8:22; 10:38–39; 16:24–26, Luca 14:26-27).

La condizione che Gesù impone non solo rivela l'attaccamento del giovane ricco al dio denaro, e mostra che tutta la sua formale conformità alla legge è priva di valore perché pensa erroneamente che salvarsi è una questione  di sforzi umani e perché non rinuncia radicalmente a se stesso per seguire Gesù!

Ciò di cui l'uomo ha bisogno è la consapevolezza della grazia di Dio, perché nessuno può essere e sarà salvato secondo  le proprie opere! (Romani 3:19-20; Galati 2:16; Efesini 2:8-9).
Solo Dio può salvare!! (v.26).

Il giovane ricco aveva molti beni (v.22, Marco 10:22), e questa sua ricchezza terrena ha spinto l'uomo a lasciare Cristo. 

Il giovane confidava nelle sue ricchezze dice Marco 10:24, invece che seguire Gesù Cristo!

Il problema, dunque, non è che questa persona era ricca, non è il fatto che avesse dei beni che impedisce a una persona di essere spirituale, ma è il sentimento di sicurezza che uno cerca e ha nelle ricchezze, o in ciò che possiede!!

Quindi consideriamo ora:
(3)La priorità
Leggiamo ancora il v.22: “Ma il giovane, udita questa parola, se ne andò rattristato, perché aveva molti beni’”.

“Aveva” (echōn presente attivo participio) indica che i suoi beni erano una forza in corso che controllavano la sua vita.

Gesù Cristo aveva detto all'uomo di liberarsi delle sue ricchezze terrene e darle  ai poveri e avrebbe avuto un tesoro in cielo (Marco 10:21), ma quest'uomo aveva la sua priorità sulla ricchezza terrena. 

Questo giovane ricco aveva priorità sbagliate: la sua priorità erano le ricchezze e non Gesù Cristo.

Il rifiuto del giovane all'invito di Gesù ricorda la frase di Gesù: “Perché dov'è il tuo tesoro, lì sarà anche il tuo cuore” (Matteo 6:21).

Quindi Gesù si rivolge al problema principale nella vita dell'uomo. 

I suoi beni sono chiaramente diventati il suo idolo e hanno così sostituito il Dio Creatore nella sua vita. 

Così è con la maggior parte delle persone anche oggi: le cose che amano e apprezzano sono in questo mondo, non in paradiso, non Dio. 

Per queste persone sarà una davvero tragedia la morte perché andranno all’inferno.

Oggi si seguono tanti idoli oltre i soldi, ci sono tante altre cose: tutto ciò che prende il posto di Dio, o si mette a fianco a Dio è un idolo!

Qualunque cosa una persona cerchi, onori, o esalti, o in cui confida e ama più di Dio, o come Dio, questa è idolatria. 

C’è qualcosa nella tua vita che ha preso il posto di Dio tanto da metterlo al primo posto?

Qualsiasi cosa per cui viviamo e ci doniamo al posto di Dio è idolatria!

David Martyn Lloyd-Jones diceva: “Il dio di un uomo è quello per cui vive, per il quale è pronto a dare il suo tempo, la sua energia, i suoi soldi, ciò che lo stimola e lo risveglia, lo eccita e lo entusiasma”.

Infine troviamo:
(4)L’infelicità
Al v.22 leggiamo: “Ma il giovane, udita
Questa parola, se ne andò rattristato, perché aveva molti beni”.
Il giovane era triste perché doveva separarsi da ciò che amava di più e gli dava sicurezza: le ricchezze.

Gesù lo lasciò partire, non lo corteggiò per essere Suo discepolo perché era un uomo ricco e un capo.

Come sono diverse oggi molte chiese, che fanno di tutto per avere dei ricchi anche a discapito della verità!

Ora una cosa che bisogna sottolineare è: una persona ricca non deve necessariamente diventare povera per andare in cielo.

La ricchezza non è incompatibile con la fede, perché la Bibbia parla di ricchi che avevano la fede come per esempio Abraamo (Genesi  13:2); Lot (Genesi 13:5-6); Isacco  (Genesi 26:13-14); Giacobbe  (Genesi 32:5,10); Giuseppe (Genesi 45:8,13); Davide (1 Cronache 29:28 ) Giuseppe di Arimatea (Matteo 27:57); Zaccheo (Luca 19:2).

Dio fa arricchire e impoverire (1 Samuele 2:7-8; 1 Cronache 29:12), essere ricchi è un dono di Dio dice l’Ecclesiaste 5:19. 

Per la nostra salvezza, in primo luogo, dobbiamo riconoscere la nostra peccaminosità e sapere che siamo condannati dalla legge di Dio piuttosto che siamo giustificati da essa (Romani 3:19-20).

In secondo luogo, dobbiamo ripudiare qualsiasi cosa c’impedisca di seguire Gesù. 
Per alcuni, come questo giovane ricco sono soldi, per altri potrebbe essere qualcos'altro.

Per esempio Abraamo lasciò il suo paese natale al comando di Dio (Ebrei 11:8).

Mosè rinunciò ai raffinati piaceri della vita di corte (Ebrei 11:23-27).

Cosa devi rinunciare per seguire Gesù Cristo?

Passiamo ora a considerare:
II IL SENSO DELLA PARABOLA 
La circostanza del ricco portò Gesù a parlare ai Suoi discepoli del pericolo delle ricchezze.

Prima di tutto vediamo:
A)L’affermazione
Leggiamo i vv.23-24: “E Gesù disse ai suoi discepoli: ‘Io vi dico in verità che difficilmente un ricco entrerà nel regno dei cieli.  E ripeto: è più facile per un cammello passare attraverso la cruna di un ago, che per un ricco entrare nel regno di Dio’”.

Il giovane, la cui grande ricchezza era indicata nel v.22, è ora identificato come ricco (plousios).

Gesù afferma “in verità che difficilmente un ricco entrerà nel regno dei cieli”.

“Difficilmente” (duskolōs) è in enfasi, e indica l'enorme potere della ricchezza che aveva su questo giovane, com’è stato evidente nel versetto 22 che andò via rattristato.

“Io vi dico in verità” era un modo di dire ebraico usato per introdurre un insegnamento di grande importanza. 
Portava l'idea di: “Presta particolare attenzione a ciò che sto per dire”.

“In verità” (amēn) serve per enfatizzare e richiamare l’attenzione dei suoi discepoli, indica un'importante e solenne verità che i Suoi discepoli dovrebbero ascoltare attentamente. 

L'enfasi di entrare nel regno dei cieli, è frequente in Matteo e indica sperimentare la salvezza (Matteo 5:20; 7:21; 18:3,9; 19:17), questo è confermato anche dal v. 25, dove leggiamo che i discepoli si chiedono chi può essere salvato.

Gesù si serve di un’illustrazione umoristica.

Gesù sta usando un iperbole, esagera con un’illustrazione per enfatizzare e attirare l’interesse, così per questo motivo ripete il concetto due volte sottolineandolo con “e ripeto” (de palin v.24), dando una certa enfasi alle parole della similitudine del cammello e della cruna di un ago.

Consideriamo ora:
B)La comunicazione
Il cammello era l'animale più grande in quella regione e la cruna di un ago era la più piccola apertura in uso.

Dicendo una cosa già impossibile, cioè  che per un cammello è più facile entrare nella cruna di un ago, che per un ricco entrare nel regno di Dio, indica che è difficile per una persona ricca la salvezza.

Gesù usa deliberatamente un'iperbole forte, per chiarire la difficile situazione dei ricchi. 

Ma non deve essere preso come riferimento all'impossibilità letterale dei ricchi che entrano nel regno, ma come un modo per sottolineare l'eccezionale difficoltà di questo avvenimento.

Gesù non sta dicendo che tutti i poveri entreranno nel regno di Dio, e nemmeno che nessuno dei ricchi entrerà nel regno di Dio!

Mounce scrive: “Ciò che Gesù sta dicendo è che il richiamo dei beni è così forte che una persona ricca non è in grado con la propria forza di rompere la presa”.

Il messaggio quindi è un grande avvertimento sul pericolo delle ricchezze terrene. 

"Le ricchezze sono un grande ostacolo per molti nella via del paradiso" (Matthew Henry). 

I ricchi sono generalmente tenuti prigionieri dalla loro ricchezza.
In che cosa consiste questo grande ostacolo, o difficoltà? 
(1) Le ricchezze incoraggiano una falsa indipendenza e sicurezza. 
Matthew Henry scriveva: “È molto raro per un uomo essere ricco e non imporre il proprio cuore sulle sue ricchezze ed è assolutamente impossibile per un uomo che impone il proprio cuore sulle sue ricchezze, arrivare in paradiso".

Le persone ricche, sono molto propense a pensare di poter far fronte con successo a qualsiasi situazione che gli capiti.

Un esempio di questo orgoglio era Laodicea.
Laodicea era la città più ricca dell'Asia Minore. Fu devastata da un terremoto nel 60 d.C. Il governo romano offrì aiuti e una grossa somma di denaro per riparare i suoi edifici rovinati. La popolazione rifiutò, dicendo che erano in grado di gestire da sola la situazione, e così fu.
L’orgoglio caratterizzava anche la chiesa di Laodicea, infatti in Apocalisse 3:17 è scritto: “Poiché tu dici: Io sono ricco, mi sono arricchito e non ho bisogno di nulla e non sai invece di essere disgraziato, miserabile, povero, cieco e nudo”.

Le persone che sono ricche, confidano nelle loro ricchezze, e credono di poter fare a meno di Dio e pensano erroneamente che sono in grado di gestire da soli la loro vita.

Ma in 1 Timoteo 6:17-19 leggiamo: “Ai ricchi in questo mondo ordina di non essere d'animo orgoglioso, di non riporre la loro speranza nell'incertezza delle ricchezze, ma in Dio, che ci fornisce abbondantemente di ogni cosa perché ne godiamo;  di far del bene, d'arricchirsi di opere buone, di essere generosi nel donare, pronti a dare,  così da mettersi da parte un tesoro ben fondato per l'avvenire, per ottenere la vera vita”.

Un altro effetto negativo delle ricchezze può essere:
(2) Le ricchezze incatenano le persone a questa terra. 
Gesù in Matteo 6:21 afferma: “Perché dov'è il tuo tesoro, lì sarà anche il tuo cuore”.

Dov’è il nostro tesoro li ci sarà la nostra attenzione, impegno, e interesse!

Il nostro cuore è orientato verso il nostro tesoro!

Gesù è come se ci chiedesse quale ricchezza governa la nostra vita, se  quella terrena, o quella celeste di Dio!! 
Una persona che non crede in Dio, e pensa che nell’aldilà non c’è niente, desidererà  solo questo mondo; i suoi interessi saranno su questa terra, non pensa mai a un altro mondo e a un futuro oltre questa vita, un futuro in paradiso.

Il suo tesoro è qui su questa terra e quindi anche il suo cuore.

Dopo una visita a un certo castello di proprietà di ricchi e sfarzosi, il grande letterato Samuel Johnson nel XVIII secolo, osservò cupamente: “Queste sono le cose che rendono difficile la morte”.

Quando si è legati alle cose terrene, le cose celesti non sono e non vogliono essere considerate!

Un altro effetto negativo può essere che:
(3) Le ricchezze tendono a rendere le persone egoiste. 
Ci può essere la tentazione che quando uno ha, vuole avere sempre di più, come quel ricco stolto che voleva demolire i suoi granai per costruirne altri più grandi per avere una tranquillità economica per molti anni, e quindi vivere di rendita, riposarsi, mangiare e bere, e divertirsi, cioè vivere per il piacere egoistico.

Dio lo riprende per la sua stoltezza, perché non ha considerato che la sua vita dipende da Lui, l’uomo pensava che era padrone della sua vita, così Dio lo riprende per il suo egoismo: chi accumula tesori per sé non è ricco davanti a Dio (Luca 12:16-21).

Inoltre una volta che le persone hanno gustato tutte le comodità e i lussi, che hanno un alto tenore di vita, tendono sempre a temere il giorno in cui potrebbero perderle. 

Così la vita diventa una lotta faticosa e preoccupata per conservare le cose che hanno. 

Quando le persone diventano ricche, invece di avere l'impulso di dare via le cose, molto spesso hanno l'impulso di aggrapparsi a loro. 

Il loro istinto è quello di accumulare sempre di più per il conforto e  sicurezza.

Infine vediamo:
III LO STUPORE DELLA PARABOLA 
Vediamo lo stupore dei discepoli.

Nello stupore troviamo:
A)L’impopolarità 
Nel v.25 leggiamo: “I suoi discepoli, udito questo, furono sbigottiti e dicevano: ‘Chi dunque può essere salvato?’”

“Sbigottiti” è sbalorditi, scioccati estremamente, o grandemente  (exeplēssonto sphodra).

I discepoli presumevano, come molti dei loro contemporanei, che la ricchezza fosse un'indicazione del favore di Dio, una prova della Sua benedizione. 

Il senso è: se quelli su cui era manifestata la benedizione di Dio hanno difficoltà a entrare nel regno di Dio, quale sarebbe la condizione di coloro che non lo sono? 

Se i ricchi sono benedetti da Dio e non saranno salvati, chi può esserlo allora?

Gesù fa capire ai discepoli che devono disimparare da questo principio e credere che è Dio Colui che salva!

“Salvato” (sōthēnai)     significa essere salvati da un pericolo,  nel contesto equivale a entrare nel regno dei cieli (v.24), avere la vita eterna (v.16).

È usato in parallelo con avere un tesoro nei cieli (v.21).

Certamente i discepoli non sono i soli a essere sorpresi dall'avvertimento di Gesù Cristo sulle ricchezze. 

Anche oggi molte persone sono scioccate da certi insegnamenti di Gesù come questo.

Lo vediamo dalla popolarità delle  lotterie, dei “gratta e vinci”, dell’enalotto, degli stipendi alti di atleti, e così via.

Poche persone, oggi, considerano le ricchezze come un pericolo, anche alcuni cristiani, giudicano una persona in relazione alle loro ricchezze: se sono ricchi vuol dire che sono benedetti da Dio.

Ma l'insegnamento di Gesù Cristo non c’ incoraggia a pensare questo. 

Le ricchezze di per sé, non sono immorali, ma possono essere una grande difficoltà nell’affidarsi a Dio!

L’amore per il denaro è radice di ogni sorta di mali, fino anche a sviarsi dalla fede, ecco perché dobbiamo essere contenti della nostra condizione di avere ciò che ci serve per vivere dice Paolo in 1 Timoteo 6:9.

Ma c’è la:
B)Possibilità
Nel v.26 leggiamo: “Gesù fissò lo sguardo su di loro e disse: ‘Agli uomini questo è impossibile; ma a Dio ogni cosa è possibile’”.

Gesù non disse che era impossibile per i ricchi entrare nel regno dei cieli. 
Gesù non condanna le ricchezze, ma l’idolatria delle ricchezze (Matteo 6:24; cfr. 27:57; Atti 5: 1–4; 1 Timoteo 6:10). 

Solo per grazia sovrana di Dio si può superare tale idolatria.

Solo per grazia di Dio possiamo essere salvati!

Per Dio non è impossibile salvare i ricchi!

Zaccheo era uno degli uomini più ricchi di Gerico, eppure inaspettatamente fu salvato (Luca 19:9). 

Giuseppe d'Arimatea era un uomo ricco (Matteo 27:57).

Nicodemo doveva essere stato molto ricco, poiché portava spezie per ungere il cadavere di Gesù, che valeva molto denaro (Giovanni 19:39).

La situazione può essere senza speranza, perché tutti amiamo qualcosa, o qualcun altro più di Dio e dal punto di vista umano, la situazione è difficile, ma a Dio ogni cosa è possibile! 

Dio è in grado di cambiare i cuori peccaminosi e idolatri!

Noi non siamo in grado di salvarci, ma Dio sì!
Gesù dichiarò che tutte le opere che possiamo fare, non sono in grado di cambiare la nostra condizione!

Così Geremia 13:23 aveva scritto centinaia di anni prima: “Può un Cusita cambiare la sua pelle o un leopardo le sue macchie? Solo allora, anche voi, abituati come siete a fare il male, potrete fare il bene”. 

Ogni essere umano dopo la caduta, è per natura abituato a fare il male ed è quindi incapace di fare il bene secondo come vuole Dio. 

Nessuno può salvarsi più di quanto possa cambiare il colore della sua pelle, o di quanto un leopardo possa cambiare le sue macchie!

Ma non per Dio!
Qualsiasi persona, anche ricca può essere salvata da Dio!
Questo versetto riecheggia il pensiero di Genesi 18:14 dove troviamo scritto: ”Vi è forse qualcosa che sia troppo difficile per il SIGNORE? Al tempo fissato, l'anno prossimo, tornerò e Sara avrà un figlio”.

Il Dio che ha fornito un figlio ad Abraamo e Sara può operare nei cuori e nelle menti dei peccatori per portarli al pentimento. 

Dio può liberare i peccatori dal loro peccato e dalla loro dipendenza dagli idoli e venire a Cristo. (Giobbe 42:2; Geremia 32:17; Luca 1:37).

La salvezza è l’opera di Dio e non la nostra! (Giona 2:9; Apocalisse 7:10).

Noi non possiamo salvarci con le ricchezze, o con le nostre opere, come il giovane ricco poteva pensare, se fosse così è impossibile essere salvati, ma Dio ci salva per la Sua sola grazia per fede attraverso Gesù Cristo! (Romani 3:19-26; Galati 3:16; Efesini 2:8).

CONCLUSIONE
1) Possiamo essere risoluti, sinceri, interessati alla verità di Dio, ma questo non ci salva.
Dobbiamo rinunciare a noi stessi e seguire Gesù Cristo.
Il problema di questo giovane era che metteva la fiducia in se stesso e nelle sue ricchezze e non in Cristo!

2) Non saranno le nostre opere a salvarci, ma la grazia di Dio in Cristo!

Questa è la nostra unica speranza di salvezza.
Tutti coloro che vogliono avere una rapporto con Dio e la vita eterna prima di tutto devono riconoscere l'impossibilità degli sforzi umani. 

Dio pianifica la salvezza (cfr. Giovanni 6:44; Romani 8:29-30; Efesini 1:3-14; 2 Timoteo 2:24-26) e la realizza per la potenza del sacrificio di Gesù (Romani 3:23-25; Ebrei 2:14-17; 9:13-14; 10:10-14) e per l’opera rigenerante dello Spirito Santo (Tito 3:6-7); non siamo salvati per le opere, ma per fede (Efesini 2:8-9).

3)Desidera e chiedi al Signore che ti liberi da ciò che t’impedisce di avere una relazione con Lui.

Chiedi al Signore che ti liberi dagli idoli che legano il tuo cuore a questa terra.

4)Facciamo attenzione a non desiderare di diventare ricchi, o a dipendere dai beni che abbiamo.
Non possiamo servire due padroni (Matteo 6:24).
Il Signore vuole l’esclusività (Esodo 20:3)


Matteo 19:24: La similitudine del cammello e della cruna di un ago.

Matteo 19:24: La similitudine del cammello e della cruna di un ago. 
Per il suo primo sermone in una lezione di predicazione elementare, uno studente africano, scelse un testo che descrive le gioie che condivideranno i veri cristiani quando Cristo ritornerà e l’introdurrà nella casa celeste.
“Sono negli Stati Uniti da diversi mesi ormai. Ho visto la grande ricchezza che c'è qui: le belle case, le macchine e i vestiti. Ho ascoltato anche molti sermoni nelle chiese. Ma devo ancora ascoltare un sermone sul paradiso. Perché tutti hanno così tanto in questo paese che nessuno predica sul paradiso. Le persone qui non sembrano averne bisogno. Nel mio paese la maggior parte della gente ha pochissimo, quindi predichiamo sempre il paradiso. Sappiamo quanto ne abbiamo bisogno”.

Indubbiamente non essere ricchi e ricordarsi del paradiso significa anelare a stare nella felicità eterna, in paradiso piuttosto che nella sofferenza su questa terra.

Invece la persona che ha tanto, che è benestante, o ricca, non avrà tanto il desiderio di andare in paradiso.

La similitudine del cammello e della cruna di un ago, ci avverte che la ricchezza rende molto difficile a una persona seguire Gesù Cristo e quindi andare in paradiso. 

La via per il paradiso non è una strada facile per chiunque, ma soprattutto per i ricchi, la strada per la vita eterna è davvero difficile.

1 Giovanni 3:20: Dio è più grande del nostro cuore

1 Giovanni 3:20: Dio è più grande del nostro cuore
“Poiché se il nostro cuore ci condanna, Dio è più grande del nostro cuore e conosce ogni cosa”.

Davanti a Dio, i nostri cuori spesso ci condannano come un giudice fa con qualcuno che ha commesso un reato. Dal contesto, “il reato” (peccato) è la mancanza di amore pratico per i bisogni dei membri della chiesa. L’amore per i fratelli è una prova che facciamo parte del regno di Dio (v.14), che siamo della verità, cioè che apparteniamo a Dio. Ameremo i membri della chiesa non a parole, ma con i fatti sinceramente secondo come Dio ha rivelato, aiutando i fratelli nel bisogno; seguiremo così l’esempio  dell’amore pratico di Gesù di dare la vita per i fratelli (vv.16-18). Come Giovanni, noi sappiamo che falliamo: non amiamo di un amore perfetto, non amiamo come Gesù, quindi il nostro cuore ci dichiara colpevoli. Ma Dio è più grande del nostro cuore e conosce ogni cosa. Giovanni ci rassicura e c’incoraggia ad affrontare le nostre mancanze guardando a Dio.

Cause della preghiera inefficace (2) La disobbedienza (1 Giovanni 3:21-22).

Cause della preghiera inefficace (2) La disobbedienza (1 Giovanni 3:21-22).
L'esploratore spagnolo Cortez nel 1519 sbarcò a Vera Cruz con una piccola forza di settecento uomini per iniziare la sua conquista del Messico. La leggenda ci dice che ha intenzionalmente dato fuoco alla sua flotta di undici navi. Presumibilmente, i suoi uomini sulla riva osservarono il loro unico mezzo andare a picco nel Golfo del Messico. Ora avevano solo una direzione per spostarsi: in avanti verso l'interno messicano per affrontare qualunque cosa si trovava davanti a loro senza fuggire.

La Bibbia ci chiama a questo tipo di risolutezza: l'impegno assoluto per Dio nell’obbedienza e  nel fare ciò che è gradito a Lui comportandoci come autentici cristiani.

Il nostro comportamento condizionerà l’esaudimento delle preghiere.

In questi versetti il primo aspetto che troviamo è:
I LA CONFIDANZA (v.21)
Nel v.21 leggiamo: “Carissimi, se il nostro cuore non ci condanna, abbiamo fiducia davanti a Dio”.

In questo versetto troviamo:
A)Una consolazione 
Giovanni chiama i destinatari della lettera “carissimi” (agapētoi), cioè “amati” (cfr. 1 Giovanni 2:7; 3:2; 4:1, 7,11).

“Carissimi”, esprime l'amore personale di Giovanni per i suoi lettori e con questa parola vuole incoraggiarli per ciò che ha detto poco prima e che poteva aver causato loro preoccupazione.
Giovanni vuole rassicurare i destinatari della lettera.

Giovanni non vuole che i cristiani dimorino nell'ansia e nel dubbio, ma vuole che siano certi della loro relazione con Dio e quindi che si avvicinino a Lui con fiducia.

Il motivo di questa rassicurazione si trova nel v.20 dov’è scritto: “Poiché se il nostro cuore ci condanna, Dio è più grande del nostro cuore e conosce ogni cosa”.

Davanti a Dio, i nostri cuori spesso ci condannano come un giudice fa con qualcuno che ha commesso un reato.

Dal contesto, “il reato”, il peccato è la mancanza di amore pratico per i bisogni dei membri della chiesa.

L’amore per i fratelli è una prova che siamo passati dalla morte alla vita (v.14).

Siamo chiamati a seguire l’esempio di Gesù di dare la nostra vita per i fratelli (v.16)

Se abbiamo l’amore di Dio in noi, se siamo della verità, cioè di Dio, se vogliamo rendere più sicuri i nostri cuori davanti a Lui, ameremo i membri della chiesa non a parole, ma con i fatti e in verità aiutando il fratello nel bisogno (vv.16-18).

Ora Giovanni e anche noi, sappiamo che in questo manchiamo, falliamo, non amiamo di un amore perfetto, e quindi il nostro “cuore” (kardia), ci dichiara colpevoli (kataginōskē), ma Dio è più grande del nostro cuore e conosce ogni cosa.

Giovanni c’incoraggia ad affrontare le nostre mancanze davanti la grandezza di Dio.

Quando i nostri cuori inevitabilmente ci condannano perché non siamo perfetti ad amare gli altri, dobbiamo ricordare che Dio è più grande dei nostri cuori, nel senso di perdonare, nel senso che è misericordioso.

Inoltre Dio conosce ogni cosa, cioè conosce che siamo Suoi figli per Sua volontà (1 Giovanni 3:1-2) attraverso la fede in Gesù (Giovanni 1:12-13). 

Dio conosce i nostri peccati e conosce anche la Sua opera di espiazione in Gesù Cristo (Romani 8:31-34) e quindi del Suo perdono.
Dio non solo conosce i nostri peccati, ma anche il nostro cordoglio per i peccati  (1 Giovanni 1:8-2:2).

Dio conosce che il nostro amore è genuino anche quando, per debolezza della nostra natura peccaminosa, non raggiungiamo il Suo standard. 

Dio conosce il nostro amore anche se non è perfetto, conosce i nostri desideri per Lui, la nostra sincerità, le nostre buone intenzioni, e buone motivazioni.

Non ci scuseremo di alcun peccato, ma neppure ci accuseremo inutilmente (cfr. 1 Corinzi 4:3-5).

Il v.21 ci parla di:
B)Comunione 
“Se il nostro cuore non ci condanna, abbiamo fiducia davanti a Dio”.

Se i nostri cuori non ci condannano, perché evidentemente abbiamo fatto ciò che Dio voleva, possiamo avere ancora più fiducia alla presenza di Dio rispetto a quando ci avviciniamo a Lui consapevoli del Suo perdono perché abbiamo peccato.

Il cristiano che segue il modello di amore di Gesù Cristo, che ama nella pratica i fratelli, non è condannato né dal proprio cuore né da Dio.

Il dubbio non c’è quando i credenti camminano nell’obbedienza, perché il cuore non li condanna, così che l'insicurezza e la paura lasciano il posto alla sicurezza e alla fiducia davanti a Dio, di entrare nella Sua presenza (Efesini 3:12; Ebrei 10:19; cfr. 2 Corinzi 3:4; 1 Timoteo 3:13), e di fare le nostre richieste a Dio liberamente.

Avere fiducia in Dio dipende dal nostro cuore se è a proprio agio davanti a lui.

È difficile avvicinarsi a qualcuno quando sappiamo che abbiamo sbagliato, tanto meno chiedergli qualcosa. 

Così a volte non abbiamo voglia di pregare perché abbiamo commesso un peccato.

Non c'è niente di più bello di stare alla presenza di Dio e di chiedergli liberamente ciò che desideriamo.

Ma quando abbiamo la sensazione che Dio non è contento di noi, è terribile!
Non abbiamo nemmeno voglia di pregare.

Giovanni dopo aver parlato della sventura di aver un cuore che ci condanna, ora passa a considerare la benedizione che proviene da un cuore che non condanna. 

La benedizione è la comunione con Dio, libera e senza restrizioni.

“Abbiamo fiducia” letteralmente è: “fiducia noi abbiamo” (parrhēsian echomen), dove fiducia è in enfasi.

Mentre il verbo “abbiamo” (echomen- presente attivo indicativo) indica la realtà, un asserzione di fatto, quindi colui che non è condannato dal suo  cuore, dalla sua coscienza ha veramente fiducia  davanti a Dio.

La parola “fiducia” (parrhēsian) significa letteralmente “schiettezza”, “franchezza”, “parlare liberamente”, o “libertà di parlare”, “audacia”, quindi “non aver paura”, “non vergognarsi”.

Questa parola in greco, descrive il privilegio di andare davanti a qualcuno di importanza, potere e autorità e sentirsi libero di esprimere i propri pensieri, desideri e richieste.

Quindi “fiducia” si riferiva alla libertà di parola. 

Descriveva normalmente una persona che parlava di ciò che pensava e lo faceva in modo diretto e con grande sicurezza. 

Ora dobbiamo pensare che ai tempi del Nuovo Testamento, la libertà di parola era limitata e le persone che la violavano venivano punite. 

Quando una persona era così audace, schietta nel mostrare i propri pensieri, spesso incontrava resistenza, ostilità e opposizione: non era accettabile che una persona parlasse così liberamente.

La stessa parola Giovanni la usa al capitolo due quando si parla del ritorno di Gesù Cristo dov’è scritto: ”E ora, figlioli, rimanete in lui affinché, quand'egli apparirà, possiamo aver fiducia e alla sua venuta non siamo costretti a ritirarci da lui, coperti di vergogna” (Giovanni 2:28; cfr. 1 Giovanni 4:17).

Anche l’autore dell’epistola agli Ebrei dopo aver parlato che abbiamo un grande sommo sacerdote, Gesù il Figlio di Dio che simpatizza con noi nelle nostre debolezze, incoraggia: “Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia, per ottenere misericordia e trovar grazia ed essere soccorsi al momento opportune” (Ebrei 4:16).  

Così anche in Ebrei 10:19 è scritto: “Avendo dunque, fratelli, libertà di entrare nel luogo santissimo per mezzo del sangue di Gesù….” 

Efesini 3:12 dice che in Gesù Cristo: “Abbiamo la libertà di accostarci a Dio, con piena fiducia, mediante la fede in lui”.

Molti di noi, conoscono cristiani che pregano liberamente, in modo audace davanti a Dio, pregano come se le loro preghiere siano già state esaudite!
Questa non è arroganza! 

“Abbiamo fiducia davanti a Dio; e qualunque cosa chiediamo la riceviamo da lui”, non ci parla di  arroganza, ma è un sentimento di fede, sicurezza e calma alla presenza di Dio.

Un figlio di Dio ha la libertà di andare alla Sua presenza, di suo Padre e di presentargli qualsiasi preghiera e avere la certezza che sarà ascoltato in virtù di una giusta relazione con Lui che nasce e continua attraverso Gesù Cristo (cfr. 1 Giovanni 2:22,24,27,28; 3:1-2).

Westcott scriveva: “Il concetto espresso qui riguarda l’audacia del figlio che si presenta al Padre, e non l’audacia dell’accusato che si presenta al giudice”.

Così non è una libertà impropria, ma quella che il Padre stesso, nella sua natura, rende possibile attraverso la mediazione di Gesù Cristo (Giovanni 14:6; Romani 8:33-34; 1 Timoteo 2:5).

Il senso di “davanti a Dio” (pros to theon) è quello di un incontro amichevole, personale, relazionale e intimo con Dio, lo stare alla Sua presenza. 

La stessa costruzione la troviamo in Giovanni 1:1 dove è scritto: “La parola era con Dio”.

Cosa s’intende allora con “abbiamo fiducia davanti a Dio?

Significa andare liberamente alla presenza di Dio e sentirsi liberi di esprimere i propri pensieri e i propri desideri a Dio senza paura, o vergogna  in preghiera.

Possiamo essere sicuri che Dio ascolterà le nostre preghiere, quindi vediamo:
II LA CERTEZZA (v.22) 
Il v.22 dice: “E qualunque cosa chiediamo la riceviamo da lui”.

“E” (kai)  indica  la conseguenza del fatto che il nostro cuore non ci accusa, il senso è: “Se i nostri cuori non ci accusano, allora abbiamo fiducia davanti a Dio e riceviamo ciò che chiediamo”.

Oppure spiega in quale senso abbiamo fiducia:  “Se i nostri cuori non ci accusano, andiamo con fiducia davanti a Dio per chiedere ciò che vogliamo, con il risultato che lo riceviamo”. 

Dunque, la nostra comunione fiduciosa con Dio è accompagnata da una garanzia di preghiera esaudita.

Allora vediamo prima di tutto:
A)La richiesta
“E qualunque cosa chiediamo”.

“Chiediamo” (aitōmen - presente attivo congiuntivo)indica una richiesta, quindi una preghiera (cfr. Matteo 6:8; 7:7-11; 18:19; 21:22; Marco 11:24; Luca 11:9-13; Giovanni 4:10; 14:13-14; 15:7,16; 16:23-26) a Dio (da lui), infatti è la parola più usata nel Nuovo Testamento per la preghiera.

La parola greca (aiteō) implica il senso di pregare con urgenza, essere irremovibili nel richiedere assistenza per soddisfare bisogni tangibili, come cibo, alloggio, denaro e così via. 

La parola (aiteō) esprime anche l'idea che chi chiede abbia la piena aspettativa di ricevere ciò che è stato fermamente richiesto.

Questa persona può insistere, o chiedere che una certa necessità sia soddisfatta, ma si avvicina al suo superiore con rispetto e onore mentre fa la sua richiesta molto audacemente. 

Quindi il chiedere, anche insistentemente a Dio, non fa fatto con arroganza, o scortesemente, ma con rispetto!

Il tempo presente indica un'azione abituale, o un’azione, un’esperienza in corso, oppure indica che l'affermazione fa parte di una regola generale, vera in ogni momento.

“Qualunque cosa” (ho) può essere interpretata  come una promessa generale per qualsiasi cosa che chiediamo a Dio, in un senso illimitato sia per i contenuti che per le occasioni delle nostre richieste, oppure come nessuna area è esclusa dalla risposta di Dio. 

Ma dobbiamo sottolineare che Dio non dà ciò che è male ai Suoi figli, ma solo ciò che è buono (agathos), cioè utile, di beneficio (Matteo 7:7–11). 

Quindi, anche nella promessa di "qualunque cosa", esiste la condizione intesa di essere ciò che è buono.

William Jenkyn (1613–1685) diceva: “Quanto è buono Dio a negarci misericordie in misericordia!”

Dio a volte, non ci dà tutto quello che desideriamo perché non è di beneficio per noi!

Inoltre dobbiamo anche sottolineare che la libertà di entrare alla presenza di Dio e chiedere a Lui liberamente non significa che abbiamo la licenza di comandare a Dio di agire, di metterci allo stesso livello di Dio, non cancella la distinzione tra la trascendenza di Dio e la nostra umanità. 

La nostra fiducia riposa nella Sua misericordia e amore.

Consideriamo ora:
B)Il ricevimento
“La riceviamo da lui”.

“Riceviamo” (lambanomen- presente attivo indicativo) è prendere, afferrare, ricevere.

Il tempo presente indica un'azione abituale, o una regola generale. 

Comunica la certezza che le loro preghiere riceveranno risposta e ogni possibile tipo di desiderio sarà ascoltato. (Vedi anche Matteo 18:20; Giovanni 9:31; 14:12–14; 15:7,14-17; 16:23–24, 26–27; Giacomo 5:16).

Come già detto, “da lui” si riferisce chiaramente a Dio Padre come la fonte di queste preghiere esaudite. 

Quindi, è chiaro che l’esaudimento delle preghiere non sono circostanze fortuite, ma provengono da Dio come Sua specifica risposta.

La stessa combinazione di fiducia e di richieste esaudite si trova in 1 Giovanni 5:14-15 dove troviamo scritto: “Questa è la fiducia che abbiamo in lui: che se domandiamo qualche cosa secondo la sua volontà, egli ci esaudisce.  Se sappiamo che egli ci esaudisce in ciò che gli chiediamo, noi sappiamo di aver le cose che gli abbiamo chieste”.

E questo ci fa capire, che non solo dobbiamo aspettarci ciò che veramente è utile, di beneficio per noi, ma che  la promessa che “qualunque cosa chiediamo”, non significa che Dio ci darà tutto quello che desideriamo, o che dobbiamo imporre la nostra volontà, Dio ci darà solo quello che è secondo la Sua volontà.

A riguardo John Stott scriveva: “La preghiera non è una escogitazione di comodo per imporre la nostra volontà a Dio, o per piegare la Sua volontà alla nostra, ma il modo prescritto per subordinare la nostra volontà alla Sua. La preghiera è il mezzo con cui cerchiamo la volontà di Dio, la facciamo nostra e ci mettiamo nella Sua stessa linea”.

“E qualunque cosa chiediamo la riceviamo da lui”, ancora, non significa che la preghiera esaudita sia meccanica, o magica, ma Dio ci darà tutto quello che è utile per noi e secondo la Sua volontà! 

Pertanto quando preghiamo Dio per qualcosa, dobbiamo avere in mente che Dio ci darà quello che per noi è davvero di utilità, di beneficio, e dobbiamo chiedere ciò che piace a Lui, che è secondo la Sua volontà!

Come Gesù nel Getsemani, possiamo fare le nostre richieste a Dio, ma le nostre preghiere devono concludersi con: “Sia fatta la tua volontà”  (Luca 22:42).

Comunque vada, dobbiamo essere sempre riconoscenti a Dio considerando la Sua saggezza come ci ricorda William Culbertson che diceva: “Continua a pregare, ma sii grato che le risposte di Dio siano più sagge delle tue preghiere!”

Infine troviamo:
III LE CONDIZIONI (v.22)
Sempre il v.22 dice: “Perché osserviamo i suoi comandamenti e facciamo ciò che gli è gradito”.

“Perché” (hoti) indica il motivo per cui riceveremo ciò che chiediamo: perché osserviamo i suoi comandamenti e facciamo ciò che gli è gradito. 

Dio esaudisce la preghiera quando ci sono determinate condizioni.

Le condizioni sono comunemente associate alle promesse della preghiera esaudita come troviamo in altre parti della Bibbia: per esempio pregare nel nome di Gesù (Giovanni 16:23-24), non avere motivi egoistici, (Giacomo 4:2-3); non avere motivazioni impuri (Salmo 66:18); avere fede (Marco 11:24; Giacomo 1:5-7); e così via.

Dio promette di esaudire le preghiere a determinate condizioni, e questo non significa che la libertà andare in sua presenza e parlare con Lui liberamente siano sulla base del nostro merito, ma è sempre per la Sua grazia!

Noi qui troviamo due condizioni: l’obbedienza e l’operare come piace a Dio.

La prima condizione è correlata:
A)Ad obbedire.
Se possiamo pregare Dio liberamente ed avere la certezza che esaudisce le nostre preghiere è perché osserviamo i Suoi comandamenti. 

Altrove, nella Bibbia troviamo un legame tra la preghiera dei giusti, o di coloro che seguono la giustizia di Dio e la reattività di Dio (Giobbe 27:9; Salmo 34:15; 66:18; 109:7; 145:19; Proverbi 15:8,29; 21:27; 28:9; Isaia 1:15; 1 Pietro 3:7; 1 Giovanni 3: 21–22). 

Dio non ascolta la preghiera dei disobbedienti come è accaduto al popolo d’Israele nell’Antico Testamento! (Deuteronomio 1:43-45; Zaccaria 7:13; cfr. Proverbi 1:28-31).

Molte persone, anche cristiani, a volte dimenticano la semplice verità che Dio è contento, apprezza quando gli obbediamo.

Proprio come un padre terreno è felice per un figlio, o una figlia ubbidiente, così anche il nostro Padre celeste è contento quando lo onoriamo con la nostra obbedienza (cfr. Malachia 1:6, 3:16). 

John Stott scriveva: “Nelle parole di Giovanni, però, non vi è implicita l’idea che Dio ode e risponde alle nostre preghiere semplicemente per la ragione soggettiva che abbiamo una coscienza pulita e un cuore che non condanna. La ragione è oggettiva e morale: perché osserviamo i Suoi comandamenti e facciamo le cose che gli sono grate”.

A volte una persona si può sentire a posto con la coscienza, ma in definitiva ciò che conta e se osserviamo i Suoi comandamenti e facciamo le cose che a Dio piacciono.

Nel greco la frase è: ”I suoi comandamenti osserviamo”.

Hiebert D. Edmond afferma a riguardo: “I suoi comandamenti posti davanti al verbo, indicano le direttive di Dio, piuttosto che i nostri desideri, come la considerazione principale nel dirigere il corso delle nostre vite”.

Dio, i Suoi comandamenti, sono più importanti dei nostri desideri!

“Osserviamo” (tēroumen presente attivo indicativo) indica un’azione reale continuativa, l'osservanza abituale dei comandamenti di Dio.

Significa “osservare attentamente”, “prestare attenzione”, “mantenere un impegno”, “persistere nell'obbedienza”. 
Questa parola è usata in Matteo 19:17 dove troviamo scritto quando Gesù  rispose al giovane ricco: “Perché m'interroghi intorno a ciò che è buono? Uno solo è il buono. Ma se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti”.

Gesù vuole che osserviamo i comandamenti di Dio! (cfr. Giovanni 14:15,21; 15:10,14,17)

In 1 Giovanni 2:3 l’apostolo aveva affermato: “Da questo sappiamo che l’abbiamo conosciuto: se osserviamo i suoi comandamenti”.

Chi ha sperimentato Dio veramente nella propria vita, osserverà i Suoi comandamenti!

“Comandamenti” (entolas) nel greco classico erano le  istruzioni impartite da una persona di alto livello sociale a un subordinato, si  riferivano  principalmente ai comandi di un re, un sovrano o un leader militare.

Nella traduzione greca  dei Settanta, la parola greca (entolē) usata qui per comandamenti, è molto importante nel Deuteronomio e si riferiscono ai comandamenti di Dio, cioè le Sue leggi, statuti e ordinanze (per esempio Deuteronomio 4:2; 6:1,2; ), che devono essere osservati attentamente (Deuteronomio 4:40; 6:17; 7: 9; 8:1).

Nella letteratura di Giovanni osservare i comandamenti è una parte essenziale del patto e i benefici di far parte del popolo di Dio e di essere figli di Dio sono intimamente collegati (i benefici non vedere mai la morte - Giovanni 8:51; ricevere lo Spirito Santo - Giovanni 14:15-16; essere la dimora del Padre e del Figlio - Giovanni 14:23;  rimanere nell’amore di Gesù - Giovanni 15:10), 
Ora nel v.23 vediamo che Giovanni per i comandamenti mette enfasi sul credere in Gesù Cristo, e di amarci gli uni gli altri.

William Barclay scriveva: ”Non possiamo avere l'uno senza l'altro. Non può esistere una teologia cristiana senza un'etica cristiana; e ugualmente non può esistere un'etica cristiana senza una teologia cristiana. La nostra convinzione non è vera convinzione a meno che non sia tradotta in azione; e la nostra azione non ha né autorità né forza a meno che non sia basata sulla convinzione.
Non possiamo iniziare la vita cristiana finché non accettiamo Gesù Cristo per quello che è; e non l'abbiamo accettato nel vero senso del termine fino a quando il nostro atteggiamento verso gli altri è uguale al suo stesso atteggiamento di amore”.

Dobbiamo fare attenzione a non obbedire ai comandi di Dio per essere ricompensati da Lui, come uno scambio: “Io osservo i tuoi comandamenti, e tu Dio mi dai ciò che ti chiedo”.

Tale pensiero è escluso, perché  Giovanni sta pensando al rapporto tra il Padre e i Suoi figli (1 Giovanni 3:1), dove sono esclusi tutti i pensieri del nostro fare per ottenere vantaggi da Dio!  

Il cristiano obbedisce a Dio con un cuore allegro e gratitudine che viene dall’amore (Giovanni 14:15), e non da ambizione egoistica, oppure orgoglio che sono proprie dei legalisti che vogliono piacere a Dio con i loro sforzi.

Non si riferisce a cercare l’accettazione di Dio, ma a chi è già stato accettato, non è come un servitore sotto pressione, ma come un figlio che dimora sempre nella casa del padre. 

Così se non c’è un impegno da parte nostra all’obbedienza a Dio, vuol dire che non gli apparteniamo!!

Troviamo molto facile chiamare Gesù Signore, e ci possono pure piacere i Suoi insegnamenti, ma non facciamo  le cose che dice di fare, questa è una contraddizione (cfr. Luca 6:46).

La seconda condizione correlata:
B) All’operare. 
Leggiamo ancora nel v.22: “E facciamo ciò che gli è gradito”.

La traduzione delle Paoline è più precisa riguardo all’originale greco: “E qualunque cosa gli chiediamo, la riceviamo da lui, poiché noi osserviamo i suoi comandamenti e facciamo ciò che è gradito davanti a lui”.
Noi qui vediamo la determinazione a fare sempre ciò che piace a Dio.

Nel greco è: “Ciò che gli è gradito davanti lui facciamo”.

“Facciamo” (poioumen –presente attivo indicativo) indica un’azione reale continuativa, abituale.

“Ciò che gli è gradito” (ta aresta) indica ciò che a Dio piace, che Dio approva. 

Fare ciò che è gradito a Dio  presuppone una certa conoscenza di Dio e della Sua volontà, come anche l’intimità, essere in contatto con il cuore di Dio.

Non possiamo fare ciò che è gradito a Dio se non lo conosciamo e se non abbiamo una certa comunione intima con Lui.
Alcuni studiosi pensano che osservare i comandamenti di Dio e ciò che gli è gradito siano due modi diversi per dire la stessa cosa.

Indica che osservare i comandamenti di Dio è ciò che gli piace.

Mentre altri studiosi credono dicono che siano due condizioni diverse.
Secondo questa interpretazione, i comandamenti sono dichiarazioni esplicite a cui obbedire; le cose che gli piacciono sono più di questo, sono comprese tutte le azioni che gli piacciono, e tutto ciò che è noto per essere in armonia con la Sua volontà.

“Ciò che gli è gradito” sono quegli atti spontanei motivati dall'amore e dal desiderio di onorarlo al di là dei comandi specifici di Dio. 

“Davanti a lui” (enōpion autou) è in riferimento a Dio e quindi alla Sua presenza, considerazione, o vista.

Così  dobbiamo fare le cose che sono piacevoli ai Suoi occhi.

Troviamo uno sfondo di questo pensiero nel Vangelo di Giovanni. 

In Giovanni 8:29 leggiamo: “E colui che mi ha mandato è con me; egli non mi ha lasciato solo, perché faccio sempre le cose che gli piacciono”. (vedi anche Giovanni 15:10).

Gesù uomo aveva l’approvazione di Dio perché faceva sempre le cose che piacevano al Padre.

Nelle nostre azioni che piacciono a Dio dimostriamo che la volontà di Dio è la nostra volontà; c’identifichiamo con Lui e desideriamo fare la Sua volontà, e quando preghiamo, la nostra volontà non cambia. 

Dobbiamo fare nostra la preghiera dell’autore dell’epistola agli Ebrei: “ Or il Dio della pace che in virtù del sangue del patto eterno ha fatto risalire dai morti il grande pastore delle pecore, il nostro Signore Gesù,  vi renda perfetti in ogni bene, affinché facciate la sua volontà, e operi in voi ciò che è gradito davanti a lui, per mezzo di Gesù Cristo; a lui sia la gloria nei secoli dei secoli. Amen”. (Ebrei 13:20-21).

Tozer diceva: “Abbiamo urgentemente bisogno di un nuovo tipo di riforma in tutte le nostre chiese cristiane: una riforma che ci farà non solo accettare la volontà di Dio, ma anche cercarla attivamente e adorarla! ...
La riforma di cui abbiamo bisogno ora può essere meglio descritta in termini di perfezione spirituale, che ridotta alla sua forma più semplice non è altro e non meno che fare la volontà di Dio! Questo ci svelerebbe tutti al punto del nostro bisogno, non importa quanto crediamo di essere nella dottrina e non importa quanto grandi siano le nostre reputazioni.
Desidero il rinnovamento positivo e genuino che verrebbe se la volontà di Dio potesse essere totalmente realizzata nella nostra vita. Tutto ciò che non è spirituale fuggirebbe, e tutto ciò che non è cristiano svanirebbe, e tutto ciò che non è secondo il Nuovo Testamento sarebbe respinto ...
Osserviamo volontariamente e attivamente i comandamenti di Dio, apportando cambiamenti positivi nella nostra vita come può indicare Dio per mettere in armonia l'intera vita con il Nuovo Testamento?”

Il credente desidera compiacere Dio e dargli gloria con l’obbedienza e in ogni modo, in qualsiasi cosa fa! (1 Corinzi 10:31). 

Tale atteggiamento garantisce risposte alla preghiera, una preghiera secondo come vuole Dio.

Il potere nella preghiera, allora, non dipende dal tono della nostra voce, se è pacata, o scoppiettante.

Il potere nella preghiera non dipende dal volume della voce, se sussurriamo, o se gridiamo. 

Il potere nella preghiera dipende dal fatto che siamo in grado di andare liberamente alla presenza di Dio grazie a Gesù Cristo e di pregare liberamente sapendo che Dio è contento di noi! 

Dio è contento quando osserviamo i Suoi comandamenti, quando siamo persone che amiamo gli altri con i fatti!

CONCLUSIONE
Dio si manifesta a coloro che gli sono obbedienti (Giovanni 14:15-24), e questa sarà la differenza tra una vita cristiana nominale e religiosa, una vita cristiana vera, spirituale e radiosa con la luce del Suo volto che splende su di noi.

Per molti cristiani Dio è poco più di un'idea, o nella migliore delle ipotesi un ideale; ma non è un dato di fatto!

Milioni di cristiani professanti parlano come se Dio fosse reale e agiscono come se non lo fosse.

Ma sono le nostre azioni che in definitiva ci fanno capire chi siamo veramente, se siamo veramente figli di Dio, se facciamo veramente parte del popolo di Dio!

Dio ci fa la grazia in Gesù Cristo di entrare liberamente alla Sua presenza e di chiedergli liberamente, con audacia ciò che desideriamo.

Dio si diletta di ascoltare le nostre preghiere e di esaudirle se sono di beneficio per noi e se sono secondo la Sua volontà.

Ma ci sono delle condizioni: l’obbedienza ai Suoi comandamenti e il fare ciò gli piace.

Il figlio di Dio, che obbedisce e fa ciò che piace a Dio, non solo ha la benedizione di avere accesso a Dio liberamente in preghiera, ma ha una seconda benedizione, la certezza che Dio ascolta e risponde alla preghiera.
Anche se può avere la sua importanza, l'intensità della preghiera (Giacomo 5:17) non è un criterio della sua efficacia. 

Un uomo può prostrarsi davanti a Dio e piangere, ma non avere  nessuna intenzione  di obbedire ai comandamenti di Dio, questa persona non sarà esaudita!

Possiamo pregare quanto vogliamo per un risveglio, per qualsiasi altro soggetto di preghiera, ma Dio vuole da noi l’obbedienza e che facciamo ciò che gli è gradito!

Allora dobbiamo pregare: “Signore, aiutami a obbedire ai tuoi comandamenti e a fare ciò che ti piace”.



1 Giovanni 3:21-22: La preghiera esaudita.

1 Giovanni 3:21-22: La preghiera esaudita.
L'esploratore spagnolo Cortez nel 1519 sbarcò a Vera Cruz con una piccola forza di settecento uomini per iniziare la sua conquista del Messico. La leggenda ci dice che ha intenzionalmente dato fuoco alla sua flotta di undici navi. Presumibilmente, i suoi uomini sulla riva osservarono il loro unico mezzo andare a picco nel Golfo del Messico. Ora avevano solo una direzione per spostarsi: in avanti verso l'interno messicano per affrontare qualunque cosa si trovava davanti a loro senza fuggire.

La Bibbia ci chiama a questo tipo di risolutezza: l'impegno assoluto per Dio nell’obbedienza e  nel fare ciò che è gradito a Lui comportandoci come autentici cristiani.

Il nostro comportamento condizionerà l’esaudimento delle preghiere.

In questi versetti il primo aspetto che troviamo è:
I LA CONFIDANZA (v.21)
Nel v.21 leggiamo: “Carissimi, se il nostro cuore non ci condanna, abbiamo fiducia davanti a Dio”.

In questo versetto troviamo:
A)Una consolazione 
Giovanni chiama i destinatari della lettera “carissimi” (agapētoi), cioè “amati” (cfr. 1 Giovanni 2:7; 3:2; 4:1, 7,11).

“Carissimi”, esprime l'amore personale di Giovanni per i suoi lettori e con questa parola vuole incoraggiarli per ciò che ha detto poco prima e che poteva aver causato loro preoccupazione.
Giovanni vuole rassicurare i destinatari della lettera.

Giovanni non vuole che i cristiani dimorino nell'ansia e nel dubbio, ma vuole che siano certi della loro relazione con Dio e quindi che si avvicinino a Lui con fiducia.

Il motivo di questa rassicurazione si trova nel v.20 dov’è scritto: “Poiché se il nostro cuore ci condanna, Dio è più grande del nostro cuore e conosce ogni cosa”.

Davanti a Dio, i nostri cuori spesso ci condannano come un giudice fa con qualcuno che ha commesso un reato.

Dal contesto, “il reato”, il peccato è la mancanza di amore pratico per i bisogni dei membri della chiesa.

L’amore per i fratelli è una prova che siamo passati dalla morte alla vita (v.14).

Siamo chiamati a seguire l’esempio di Gesù di dare la nostra vita per i fratelli (v.16)

Se abbiamo l’amore di Dio in noi, se siamo della verità, cioè di Dio, se vogliamo rendere più sicuri i nostri cuori davanti a Lui, ameremo i membri della chiesa non a parole, ma con i fatti e in verità aiutando il fratello nel bisogno (vv.16-18).

Ora Giovanni e anche noi, sappiamo che in questo manchiamo, falliamo, non amiamo di un amore perfetto, e quindi il nostro “cuore” (kardia), ci dichiara colpevoli (kataginōskē), ma Dio è più grande del nostro cuore e conosce ogni cosa.

Giovanni c’incoraggia ad affrontare le nostre mancanze davanti la grandezza di Dio.

Quando i nostri cuori inevitabilmente ci condannano perché non siamo perfetti ad amare gli altri, dobbiamo ricordare che Dio è più grande dei nostri cuori, nel senso di perdonare, nel senso che è misericordioso.

Inoltre Dio conosce ogni cosa, cioè conosce che siamo Suoi figli per Sua volontà (1 Giovanni 3:1-2) attraverso Gesù (Giovanni 1:12-13). 

Dio conosce i nostri peccati e conosce anche la Sua opera di espiazione in Gesù Cristo (Romani 8:31-34) e quindi del Suo perdono.
Dio non solo conosce i nostri peccati, ma anche il nostro cordoglio per i peccati  (1 Giovanni 1:8-2:2).

Dio conosce che il nostro amore è genuino anche quando, per debolezza della nostra natura peccaminosa, non raggiungiamo il Suo standard. 

Dio conosce il nostro amore anche se non è perfetto, conosce i nostri desideri per Lui, la nostra sincerità, le nostre buone intenzioni, e buone motivazioni.

Non ci scuseremo di alcun peccato, ma neppure ci accuseremo inutilmente (cfr. 1 Corinzi 4:3-5).

Il v.21 ci parla di:
B)Comunione 
“Se il nostro cuore non ci condanna, abbiamo fiducia davanti a Dio”.

Se i nostri cuori non ci condannano, perché evidentemente abbiamo fatto ciò che Dio voleva, possiamo avere ancora più fiducia alla presenza di Dio rispetto a quando ci avviciniamo a Lui consapevoli del Suo perdono perché abbiamo peccato.

Il cristiano che segue il modello di amore di Gesù Cristo, che ama nella pratica i fratelli, non è condannato né dal proprio cuore né da Dio.

Il dubbio non c’è quando i credenti camminano nell’obbedienza, perché il cuore non li condanna, così che l'insicurezza e la paura lasciano il posto alla sicurezza e alla fiducia davanti a Dio, di entrare nella Sua presenza (Efesini 3:12; Ebrei 10:19; cfr. 2 Corinzi 3:4; 1 Timoteo 3:13), e di fare le nostre richieste a Dio liberamente.

Avere fiducia in Dio dipende dal nostro cuore se è a proprio agio davanti a lui.

È difficile avvicinarsi a qualcuno quando sappiamo che abbiamo sbagliato, tanto meno chiedergli qualcosa. 

Così a volte non abbiamo voglia di pregare perché abbiamo commesso un peccato.

Non c'è niente di più bello di stare alla presenza di Dio e di chiedergli liberamente ciò che desideriamo.

Ma quando abbiamo la sensazione che Dio non è contento di noi, è terribile!
Non abbiamo nemmeno voglia di pregare.

Giovanni dopo aver parlato della sventura di aver un cuore che ci condanna, ora passa a considerare la benedizione che proviene da un cuore che non condanna. 

La benedizione è la comunione con Dio, libera e senza restrizioni.

“Abbiamo fiducia” letteralmente è: “fiducia noi abbiamo” (parrhēsian echomen), dove fiducia è in enfasi.

Mentre il verbo “abbiamo” (echomen- presente attivo indicativo) indica la realtà, un asserzione di fatto, quindi colui che non è condannato dal suo  cuore, dalla sua coscienza ha veramente fiducia  davanti a Dio.

La parola “fiducia” (parrhēsian) significa letteralmente “schiettezza”, “franchezza”, “parlare liberamente”, o “libertà di parlare”, “audacia”, quindi “non aver paura”, “non vergognarsi”.

Questa parola in greco, descrive il privilegio di andare davanti a qualcuno di importanza, potere e autorità e sentirsi libero di esprimere i propri pensieri, desideri e richieste.

Quindi “fiducia” si riferiva alla libertà di parola. 

Descriveva normalmente una persona che parlava di ciò che pensava e lo faceva in modo diretto e con grande sicurezza. 

Ora dobbiamo pensare che ai tempi del Nuovo Testamento, la libertà di parola era limitata e le persone che la violavano venivano punite. 

Quando una persona era così audace, schietta nel mostrare i propri pensieri, spesso incontrava resistenza, ostilità e opposizione: non era accettabile che una persona parlasse così liberamente.

La stessa parola Giovanni la usa al capitolo due quando si parla del ritorno di Gesù Cristo dov’è scritto: ”E ora, figlioli, rimanete in lui affinché, quand'egli apparirà, possiamo aver fiducia e alla sua venuta non siamo costretti a ritirarci da lui, coperti di vergogna” (Giovanni 2:28; cfr. 1 Giovanni 4:17).

Anche l’autore dell’epistola agli Ebrei dopo aver parlato che abbiamo un grande sommo sacerdote, Gesù il Figlio di Dio che simpatizza con noi nelle nostre debolezze, incoraggia: “Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia, per ottenere misericordia e trovar grazia ed essere soccorsi al momento opportune” (Ebrei 4:16).  

Così anche in Ebrei 10:19 è scritto: “Avendo dunque, fratelli, libertà di entrare nel luogo santissimo per mezzo del sangue di Gesù….” 

Efesini 3:12 dice che in Gesù Cristo: “Abbiamo la libertà di accostarci a Dio, con piena fiducia, mediante la fede in lui”.

Molti di noi, conoscono cristiani che pregano liberamente, in modo audace davanti a Dio, pregano come se le loro preghiere siano già state esaudite!
Questa non è arroganza! 

“Abbiamo fiducia davanti a Dio; e qualunque cosa chiediamo la riceviamo da lui”, non ci parla di  arroganza, ma è un sentimento di fede, sicurezza e calma alla presenza di Dio.

Un figlio di Dio ha la libertà di andare alla Sua presenza, di suo Padre e di presentargli qualsiasi preghiera e avere la certezza che sarà ascoltato in virtù di una giusta relazione con Lui che nasce e continua attraverso Gesù Cristo (cfr. 1 Giovanni 2:22,24,27,28; 3:1-2).

Westcott scriveva: “Il concetto espresso qui riguarda l’audacia del figlio che si presenta al Padre, e non l’audacia dell’accusato che si presenta al giudice”.

Così non è una libertà impropria, ma quella che il Padre stesso, nella sua natura, rende possibile attraverso la mediazione di Gesù Cristo (Giovanni 14:6; Romani 8:33-34; 1 Timoteo 2:5).

Il senso di “davanti a Dio” (pros to theon) è quello di un incontro amichevole, personale, relazionale e intimo con Dio, lo stare alla Sua presenza. 

La stessa costruzione la troviamo in Giovanni 1:1 dove è scritto: “La parola era con Dio”.

Cosa s’intende allora con “abbiamo fiducia davanti a Dio?

Significa andare liberamente alla presenza di Dio e sentirsi liberi di esprimere i propri pensieri e i propri desideri a Dio senza paura, o vergogna  in preghiera.

Possiamo essere sicuri che Dio ascolterà le nostre preghiere, quindi vediamo:
II LA CERTEZZA (v.22) 
Il v.22 dice: “E qualunque cosa chiediamo la riceviamo da lui”.

“E” (kai)  indica  la conseguenza del fatto che il nostro cuore non ci accusa, il senso è: “Se i nostri cuori non ci accusano, allora abbiamo fiducia davanti a Dio e riceviamo ciò che chiediamo”.

Oppure spiega in quale senso abbiamo fiducia:  “Se i nostri cuori non ci accusano, andiamo con fiducia davanti a Dio per chiedere ciò che vogliamo, con il risultato che lo riceviamo”. 

Dunque, la nostra comunione fiduciosa con Dio è accompagnata da una garanzia di preghiera esaudita.

Allora vediamo prima di tutto:
A)La richiesta
“E qualunque cosa chiediamo”.

“Chiediamo” (aitōmen - presente attivo congiuntivo)indica una richiesta, quindi una preghiera (cfr. Matteo 6:8; 7:7-11; 18:19; 21:22; Marco 11:24; Luca 11:9-13; Giovanni 4:10; 14:13-14; 15:7,16; 16:23-26) a Dio (da lui), infatti è la parola più usata nel Nuovo Testamento per la preghiera.

La parola greca (aiteō) implica il senso di pregare con urgenza, essere irremovibili nel richiedere assistenza per soddisfare bisogni tangibili, come cibo, alloggio, denaro e così via. 

La parola (aiteō) esprime anche l'idea che chi chiede abbia la piena aspettativa di ricevere ciò che è stato fermamente richiesto.

Questa persona può insistere, o chiedere che una certa necessità sia soddisfatta, ma si avvicina al suo superiore con rispetto e onore mentre fa la sua richiesta molto audacemente. 

Quindi il chiedere, anche insistentemente a Dio, non fa fatto con arroganza, o scortesemente, ma con rispetto!

Il tempo presente indica un'azione abituale, o un’azione, un’esperienza in corso, oppure indica che l'affermazione fa parte di una regola generale, vera in ogni momento.

“Qualunque cosa” (ho) può essere interpretata  come una promessa generale per qualsiasi cosa che chiediamo a Dio, in un senso illimitato sia per i contenuti che per le occasioni delle nostre richieste, oppure come nessuna area è esclusa dalla risposta di Dio. 

Ma dobbiamo sottolineare che Dio non dà ciò che è male ai Suoi figli, ma solo ciò che è buono (agathos), cioè utile, di beneficio (Matteo 7:7–11). 

Quindi, anche nella promessa di "qualunque cosa", esiste la condizione intesa di essere ciò che è buono.

William Jenkyn (1613–1685) diceva: “Quanto è buono Dio a negarci misericordie in misericordia!”

Dio a volte, non ci dà tutto quello che desideriamo perché non è di beneficio per noi!

Inoltre dobbiamo anche sottolineare che la libertà di entrare alla presenza di Dio e chiedere a Lui liberamente non significa che abbiamo la licenza di comandare a Dio di agire, di metterci allo stesso livello di Dio, non cancella la distinzione tra la trascendenza di Dio e la nostra umanità. 

La nostra fiducia riposa nella Sua misericordia e amore.

Consideriamo ora:
B)Il ricevimento
“La riceviamo da lui”.

“Riceviamo” (lambanomen- presente attivo indicativo) è prendere, afferrare, ricevere.

Il tempo presente indica un'azione abituale, o una regola generale. 

Comunica la certezza che le loro preghiere riceveranno risposta e ogni possibile tipo di desiderio sarà ascoltato. (Vedi anche Matteo 18:20; Giovanni 9:31; 14:12–14; 15:7,14-17; 16:23–24, 26–27; Giacomo 5:16).

Come già detto, “da lui” si riferisce chiaramente a Dio Padre come la fonte di queste preghiere esaudite. 

Quindi, è chiaro che l’esaudimento delle preghiere non sono circostanze fortuite, ma provengono da Dio come Sua specifica risposta.

La stessa combinazione di fiducia e di richieste esaudite si trova in 1 Giovanni 5:14-15 dove troviamo scritto: “Questa è la fiducia che abbiamo in lui: che se domandiamo qualche cosa secondo la sua volontà, egli ci esaudisce.  Se sappiamo che egli ci esaudisce in ciò che gli chiediamo, noi sappiamo di aver le cose che gli abbiamo chieste”.

E questo ci fa capire, che non solo dobbiamo aspettarci ciò che veramente è utile, di beneficio per noi, ma che  la promessa che “qualunque cosa chiediamo”, non significa che Dio ci darà tutto quello che desideriamo, o che dobbiamo imporre la nostra volontà, Dio ci darà solo quello che è secondo la Sua volontà.

A riguardo John Stott scriveva: “La preghiera non è una escogitazione di comodo per imporre la nostra volontà a Dio, o per piegare la Sua volontà alla nostra, ma il modo prescritto per subordinare la nostra volontà alla Sua. La preghiera è il mezzo con cui cerchiamo la volontà di Dio, la facciamo nostra e ci mettiamo nella Sua stessa linea”.

“E qualunque cosa chiediamo la riceviamo da lui”, ancora, non significa che la preghiera esaudita sia meccanica, o magica, ma Dio ci darà tutto quello che è utile per noi e secondo la Sua volontà! 

Pertanto quando preghiamo Dio per qualcosa, dobbiamo avere in mente che Dio ci darà quello che per noi è davvero di utilità, di beneficio, e dobbiamo chiedere ciò che piace a Lui, che è secondo la Sua volontà!

Come Gesù nel Getsemani, possiamo fare le nostre richieste a Dio, ma le nostre preghiere devono concludersi con: “Sia fatta la tua volontà”  (Luca 22:42).

Comunque vada, dobbiamo essere sempre riconoscenti a Dio considerando la Sua saggezza come ci ricorda William Culbertson che diceva: “Continua a pregare, ma sii grato che le risposte di Dio siano più sagge delle tue preghiere!”

Infine troviamo:
III LE CONDIZIONI (v.22)
Sempre il v.22 dice: “Perché osserviamo i suoi comandamenti e facciamo ciò che gli è gradito”.

“Perché” (hoti) indica il motivo per cui riceveremo ciò che chiediamo: perché osserviamo i suoi comandamenti e facciamo ciò che gli è gradito. 

Dio esaudisce la preghiera quando ci sono determinate condizioni.

Le condizioni sono comunemente associate alle promesse della preghiera esaudita come troviamo in altre parti della Bibbia: per esempio pregare nel nome di Gesù (Giovanni 16:23-24), non avere motivi egoistici, (Giacomo 4:2-3); non avere motivazioni impuri (Salmo 66:18); avere fede (Marco 11:24; Giacomo 1:5-7); e così via.

Dio promette di esaudire le preghiere a determinate condizioni, e questo non significa che la libertà andare in sua presenza e parlare con Lui liberamente siano sulla base del nostro merito, ma è sempre per la Sua grazia!

Noi qui troviamo due condizioni: l’obbedienza e l’operare come piace a Dio.

La prima condizione è correlata:
A)Ad obbedire.
Se possiamo pregare Dio liberamente ed avere la certezza che esaudisce le nostre preghiere è perché osserviamo i Suoi comandamenti. 

Altrove, nella Bibbia troviamo un legame tra la preghiera dei giusti, o di coloro che seguono la giustizia di Dio e la reattività di Dio (Giobbe 27:9; Salmo 34:15; 66:18; 109:7; 145:19; Proverbi 15:8,29; 21:27; 28:9; Isaia 1:15; 1 Pietro 3:7; 1 Giovanni 3: 21–22). 

Dio non ascolta la preghiera dei disobbedienti come è accaduto al popolo d’Israele nell’Antico Testamento! (Deuteronomio 1:43-45; Zaccaria 7:13; cfr. Proverbi 1:28-31).

Molte persone, anche cristiani, a volte dimenticano la semplice verità che Dio è contento, apprezza quando gli obbediamo.

Proprio come un padre terreno è felice per un figlio, o una figlia ubbidiente, così anche il nostro Padre celeste è contento quando lo onoriamo con la nostra obbedienza (cfr. Malachia 1:6, 3:16). 

John Stott scriveva: “Nelle parole di Giovanni, però, non vi è implicita l’idea che Dio ode e risponde alle nostre preghiere semplicemente per la ragione soggettiva che abbiamo una coscienza pulita e un cuore che non condanna. La ragione è oggettiva e morale: perché osserviamo i Suoi comandamenti e facciamo le cose che gli sono grate”.

A volte una persona si può sentire a posto con la coscienza, ma in definitiva ciò che conta e se osserviamo i Suoi comandamenti e facciamo le cose che a Dio piacciono.

Nel greco la frase è: ”I suoi comandamenti osserviamo”.

Hiebert D. Edmond afferma a riguardo: “I suoi comandamenti posti davanti al verbo, indicano le direttive di Dio, piuttosto che i nostri desideri, come la considerazione principale nel dirigere il corso delle nostre vite”.

Dio, i Suoi comandamenti, sono più importanti dei nostri desideri!

“Osserviamo” (tēroumen presente attivo indicativo) indica un’azione reale continuativa, l'osservanza abituale dei comandamenti di Dio.

Significa “osservare attentamente”, “prestare attenzione”, “mantenere un impegno”, “persistere nell'obbedienza”. 
Questa parola è usata in Matteo 19:17 dove troviamo scritto quando Gesù  rispose al giovane ricco: “Perché m'interroghi intorno a ciò che è buono? Uno solo è il buono. Ma se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti”.

Gesù vuole che osserviamo i comandamenti di Dio! (cfr. Giovanni 14:15,21; 15:10,14,17)

In 1 Giovanni 2:3 l’apostolo aveva affermato: “Da questo sappiamo che l’abbiamo conosciuto: se osserviamo i suoi comandamenti”.

Chi ha sperimentato Dio veramente nella propria vita, osserverà i Suoi comandamenti!

“Comandamenti” (entolas) nel greco classico erano le  istruzioni impartite da una persona di alto livello sociale a un subordinato, si  riferivano  principalmente ai comandi di un re, un sovrano o un leader militare.

Nella traduzione greca  dei Settanta, la parola greca (entolē) usata qui per comandamenti, è molto importante nel Deuteronomio e si riferiscono ai comandamenti di Dio, cioè le Sue leggi, statuti e ordinanze (per esempio Deuteronomio 4:2; 6:1,2; ), che devono essere osservati attentamente (Deuteronomio 4:40; 6:17; 7: 9; 8:1).

Nella letteratura di Giovanni osservare i comandamenti è una parte essenziale del patto e i benefici di far parte del popolo di Dio e di essere figli di Dio sono intimamente collegati (i benefici non vedere mai la morte - Giovanni 8:51; ricevere lo Spirito Santo - Giovanni 14:15-16; essere la dimora del Padre e del Figlio - Giovanni 14:23;  rimanere nell’amore di Gesù - Giovanni 15:10), 
Ora nel v.23 vediamo che Giovanni per i comandamenti mette enfasi sul credere in Gesù Cristo, e di amarci gli uni gli altri.

William Barclay scriveva: ”Non possiamo avere l'uno senza l'altro. Non può esistere una teologia cristiana senza un'etica cristiana; e ugualmente non può esistere un'etica cristiana senza una teologia cristiana. La nostra convinzione non è vera convinzione a meno che non sia tradotta in azione; e la nostra azione non ha né autorità né forza a meno che non sia basata sulla convinzione.
Non possiamo iniziare la vita cristiana finché non accettiamo Gesù Cristo per quello che è; e non l'abbiamo accettato nel vero senso del termine fino a quando il nostro atteggiamento verso gli altri è uguale al suo stesso atteggiamento di amore”.

Dobbiamo fare attenzione a non obbedire ai comandi di Dio per essere ricompensati da Lui, come uno scambio: “Io osservo i tuoi comandamenti, e tu Dio mi dai ciò che ti chiedo”.

Tale pensiero è escluso, perché  Giovanni sta pensando al rapporto tra il Padre e i Suoi figli (1 Giovanni 3:1), dove sono esclusi tutti i pensieri del nostro fare per ottenere vantaggi da Dio!  

Il cristiano obbedisce a Dio con un cuore allegro e gratitudine che viene dall’amore (Giovanni 14:15), e non da ambizione egoistica, oppure orgoglio che sono proprie dei legalisti che vogliono piacere a Dio con i loro sforzi.

Non si riferisce a cercare l’accettazione di Dio, ma a chi è già stato accettato, non è come un servitore sotto pressione, ma come un figlio che dimora sempre nella casa del padre. 

Così se non c’è un impegno da parte nostra all’obbedienza a Dio, vuol dire che non gli apparteniamo!!

Troviamo molto facile chiamare Gesù Signore, e ci possono pure piacere i Suoi insegnamenti, ma non facciamo  le cose che dice di fare, questa è una contraddizione (cfr. Luca 6:46).

La seconda condizione correlata:
B) All’operare. 
Leggiamo ancora nel v.22: “E facciamo ciò che gli è gradito”.

La traduzione delle Paoline è più precisa riguardo all’originale greco: “E qualunque cosa gli chiediamo, la riceviamo da lui, poiché noi osserviamo i suoi comandamenti e facciamo ciò che è gradito davanti a lui”.
Noi qui vediamo la determinazione a fare sempre ciò che piace a Dio.

Nel greco è: “Ciò che gli è gradito davanti lui facciamo”.

“Facciamo” (poioumen –presente attivo indicativo) indica un’azione reale continuativa, abituale.

“Ciò che gli è gradito” (ta aresta) indica ciò che a Dio piace, che Dio approva. 

Fare ciò che è gradito a Dio  presuppone una certa conoscenza di Dio e della Sua volontà, come anche l’intimità, essere in contatto con il cuore di Dio.

Non possiamo fare ciò che è gradito a Dio se non lo conosciamo e se non abbiamo una certa comunione intima con Lui.
Alcuni studiosi pensano che osservare i comandamenti di Dio e ciò che gli è gradito siano due modi diversi per dire la stessa cosa.

Indica che osservare i comandamenti di Dio è ciò che gli piace.

Mentre altri studiosi credono dicono che siano due condizioni diverse.
Secondo questa interpretazione, i comandamenti sono dichiarazioni esplicite a cui obbedire; le cose che gli piacciono sono più di questo, sono comprese tutte le azioni che gli piacciono, e tutto ciò che è noto per essere in armonia con la Sua volontà.

“Ciò che gli è gradito” sono quegli atti spontanei motivati dall'amore e dal desiderio di onorarlo al di là dei comandi specifici di Dio. 

“Davanti a lui” (enōpion autou) è in riferimento a Dio e quindi alla Sua presenza, considerazione, o vista.

Così  dobbiamo fare le cose che sono piacevoli ai Suoi occhi.

Troviamo uno sfondo di questo pensiero nel Vangelo di Giovanni. 

In Giovanni 8:29 leggiamo: “E colui che mi ha mandato è con me; egli non mi ha lasciato solo, perché faccio sempre le cose che gli piacciono”. (vedi anche Giovanni 15:10).

Gesù uomo aveva l’approvazione di Dio perché faceva sempre le cose che piacevano al Padre.

Nelle nostre azioni che piacciono a Dio dimostriamo che la volontà di Dio è la nostra volontà; c’identifichiamo con Lui e desideriamo fare la Sua volontà, e quando preghiamo, la nostra volontà non cambia. 

Dobbiamo fare nostra la preghiera dell’autore dell’epistola agli Ebrei: “ Or il Dio della pace che in virtù del sangue del patto eterno ha fatto risalire dai morti il grande pastore delle pecore, il nostro Signore Gesù,  vi renda perfetti in ogni bene, affinché facciate la sua volontà, e operi in voi ciò che è gradito davanti a lui, per mezzo di Gesù Cristo; a lui sia la gloria nei secoli dei secoli. Amen”. (Ebrei 13:20-21).

Tozer diceva: “Abbiamo urgentemente bisogno di un nuovo tipo di riforma in tutte le nostre chiese cristiane: una riforma che ci farà non solo accettare la volontà di Dio, ma anche cercarla attivamente e adorarla! ...
La riforma di cui abbiamo bisogno ora può essere meglio descritta in termini di perfezione spirituale, che ridotta alla sua forma più semplice non è altro e non meno che fare la volontà di Dio! Questo ci svelerebbe tutti al punto del nostro bisogno, non importa quanto crediamo di essere nella dottrina e non importa quanto grandi siano le nostre reputazioni.
Desidero il rinnovamento positivo e genuino che verrebbe se la volontà di Dio potesse essere totalmente realizzata nella nostra vita. Tutto ciò che non è spirituale fuggirebbe, e tutto ciò che non è cristiano svanirebbe, e tutto ciò che non è secondo il Nuovo Testamento sarebbe respinto ...
Osserviamo volontariamente e attivamente i comandamenti di Dio, apportando cambiamenti positivi nella nostra vita come può indicare Dio per mettere in armonia l'intera vita con il Nuovo Testamento?”

Il credente desidera compiacere Dio e dargli gloria con l’obbedienza e in ogni modo, in qualsiasi cosa fa! (1 Corinzi 10:31). 

Tale atteggiamento garantisce risposte alla preghiera, una preghiera secondo come vuole Dio.

Il potere nella preghiera, allora, non dipende dal tono della nostra voce, se è pacata, o scoppiettante.

Il potere nella preghiera non dipende dal volume della voce, se sussurriamo, o se gridiamo. 

Il potere nella preghiera dipende dal fatto che siamo in grado di andare liberamente alla presenza di Dio grazie a Gesù Cristo e di pregare liberamente sapendo che Dio è contento di noi! 

Dio è contento quando osserviamo i Suoi comandamenti, quando siamo persone che amiamo gli altri con i fatti!

CONCLUSIONE
Dio si manifesta a coloro che gli sono obbedienti (Giovanni 14:15-24), e questa sarà la differenza tra una vita cristiana nominale e religiosa, una vita cristiana vera, spirituale e radiosa con la luce del Suo volto che splende su di noi.

Per molti cristiani Dio è poco più di un'idea, o nella migliore delle ipotesi un ideale; ma non è un dato di fatto!

Milioni di cristiani professanti parlano come se Dio fosse reale e agiscono come se non lo fosse.

Ma sono le nostre azioni che in definitiva ci fanno capire chi siamo veramente, se siamo veramente figli di Dio, se facciamo veramente parte del popolo di Dio!

Dio ci fa la grazia in Gesù Cristo di entrare liberamente alla Sua presenza e di chiedergli liberamente, con audacia ciò che desideriamo.

Dio si diletta di ascoltare le nostre preghiere e di esaudirle se sono di beneficio per noi e se sono secondo la Sua volontà.

Ma ci sono delle condizioni: l’obbedienza ai Suoi comandamenti e il fare ciò gli piace.

Il figlio di Dio, che obbedisce e fa ciò che piace a Dio, non solo ha la benedizione di avere accesso a Dio liberamente in preghiera, ma ha una seconda benedizione, la certezza che Dio ascolta e risponde alla preghiera.
Anche se può avere la sua importanza, l'intensità della preghiera (Giacomo 5:17) non è un criterio della sua efficacia. 

Un uomo può prostrarsi davanti a Dio e piangere, ma non avere  nessuna intenzione  di obbedire ai comandamenti di Dio, questa persona non sarà esaudita!

Possiamo pregare quanto vogliamo per un risveglio, per qualsiasi altro soggetto di preghiera, ma Dio vuole da noi l’obbedienza e che facciamo ciò che gli è gradito!

Allora dobbiamo pregare: “Signore, aiutami a obbedire ai tuoi comandamenti e a fare ciò che ti piace”.



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