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1 Samuele 2:12: Servire il Signore non significa conoscerlo

 1 Samuele 2:12: Servire il Signore non significa conoscerlo
“I figli di Eli erano uomini scellerati; non conoscevano il Signore”.
Il sacerdozio in Israele era ereditario, un ruolo che era destinato solo ai discendenti di Aaronne. 
Così i due figli giovani (1 Samuele 2:17) di Eli stavano servendo come sacerdoti come aveva fatto il loro padre, ma non erano obbedienti a Dio, e ignorarono il rimprovero del padre perché ciò che facevano era malvagio e non dava buona testimonianza al popolo (vv.23-25). Sicuramente Eli poteva fare di più, per esempio rimuoverli dal servizio sacerdotale, ma non lo fece. Dio giudicherà i figli di Eli con la morte (1 Samuele 2:34; 4:11,17). 
In questo versetto vediamo due aspetti dei figli di Eli, Ofni e Fineas ( 1 Samuele 4:11): erano scellerati e non conoscevano il Signore.
Cominciamo a vedere che erano uomini scellerati
“Uomini Scellerati”, letteralmente "figli di Belial" (bĕnê belîyaʿal), questa frase è idiomatica indica “buono a nulla”, o “uno che è senza valore” che si disinteressa del Signore (cfr. 1 Samuele 1:16).
Indica qualcuno che non ha valore, in questo caso per quanto riguarda il comportamento retto, giusto davanti al Signore, non conforme alla Sua retta misura, e quindi esprime il concetto di malvagità, depravazione (Giobbe 34:18; Proverbi 6:12; Naum 1:11). 
Quindi i figli di Eli come scellerati, erano senza legge, o non conformi alla legge di Dio, alla Sua volontà, non riconoscevano l'autorità morale di Dio sul loro comportamento; rifiutavano di conformarsi alle richieste della legittima autorità di Dio, quindi erano ribelli a Dio e moralmente degenerati.

In Deuteronomio 13:13, troviamo la stessa parola Ebraica, tradotta con “uomini perversi”, dove questi ribelli contro il Signore, conducono altri nelle loro città fuori strada nel culto di altri dèi. 
I figli di Eli, sebbene facevano formalmente parte del culto del Signore, il loro comportamento in realtà assomigliava all'adorazione di un altro dio perché si discostava dalla legge mosaica, avevano cambiato le regole dei sacrifici della legge mosaica, ciò che facevano non conforme con la legge di Dio.
Il peccato dei figli di Eli era grandissimo agli occhi del Signore, perché lo disprezzavano violando le Sue regole rituali a cui si dovevano attenere. È vero che alcune parti dell’animale sacrificato spettava loro (cfr. Levitico 10:14-15; Numeri 18:18; Deuteronomio 18:3), ma praticamente, nella loro avidità, si accaparravano, da tutti i sacrifici, quello che volevano, non solo nella quantità, ma anche nella qualità, le porzioni migliori, con la forza se era necessario, come per esempio il grasso, infatti prima che venisse bruciato come sacrificio a Dio, lo mangiavano (vv.12-17), un atto esplicitamente proibito nella legge perché spettava solo al Signore,  chi lo avrebbe fatto veniva separato dalla sua gente (cfr. Levitico 3:3-5; 7:22-30; Numeri 18:17). 
Inoltre, i figli di Eli, usavano la loro posizione religiosa di rilievo per sedurre le donne che erano di servizio all’ingresso della tenda di convegno (v. 22; cfr. Esodo 38:8), cioè dove Dio s’incontrava con il popolo (cfr. per esempio Esodo 33:7). 
Le donne erano lì, probabilmente per aiutare nella pulizia degli utensili, nella pulizia generale, nel rifornimento d'acqua, nella preparazione ausiliaria del cibo, nel guidare e assistere altre donne adoratrici, nel lavare i vestiti dei sacerdoti, e cose simili.
I figli di Eli erano indegni, erano avidi e oppressivi, vedevano il loro ruolo sacerdotale semplicemente come un mezzo per perseguire i propri interessi.
Abusavano della propria autorità come sacerdoti e non gli importava nulla della gente e del padre, e soprattutto, di ciò che voleva il Signore, per loro era irrilevante. 
Ed è quello che purtroppo avviene ancora oggi, ci sono persone che sono “ministri di Dio”, ma che abusano della loro posizione approfittando dei fedeli per i loro interessi.
I figli di Eli, stavano seguendo regole diverse dalla legge mosaica, stavano deliberatamente e in modo aggressivo praticando ciò che sapevano, o avrebbero dovuto sapere, essere ingiusto davanti a Dio. 
Come sacerdoti avevano la responsabilità di obbedire a Dio, alle Sue richieste e di aiutare il popolo a servire il Signore, ma hanno messo da parte gli elementi di questa responsabilità, usando il loro ruolo sacerdotale e il rispetto del popolo per questo ruolo, per soddisfare i loro desideri peccaminosi.
L'abuso di potere da parte dei capi religiosi, in forme diverse c’è anche oggi, ma è ugualmente inaccettabile.
Mary J. Evans scrive: “Approfittare del rispetto che i credenti provano per coloro che occupano posizioni di autorità all'interno della chiesa è una pratica ripugnante. Tuttavia, forse qui c'è anche un'indicazione che tale rispetto dovrebbe essere riservato a coloro che compiono l'opera di Dio in un modo che rifletta il carattere di Dio e non solo dato automaticamente a coloro che ricoprono un particolare ufficio”.
Se sei alla guida, o hai un ruolo di responsabilità della tua chiesa non seguire l’esempio cattivo dei figli di Eli, segui il motto dell’apostolo Paolo di 1 Corinzi 10:31-33: “Sia dunque che mangiate, sia che beviate, sia che facciate qualche altra cosa, fate tutto alla gloria di Dio. Non date motivo di scandalo né ai Giudei, né ai Greci, né alla chiesa di Dio; così come anch'io compiaccio a tutti in ogni cosa, cercando non l'utile mio ma quello dei molti, perché siano salvati”.
La storia dei figli di Eli, rappresenta un avvertimento per coloro che usano la religione, in modo particolare le guide come un mezzo per manipolare gli altri, oppure per ottenere guadagni personali.
Questi due sacerdoti, non avevano nessun senso di colpa per i loro peccati, benché il loro carattere e la loro condotta fosse in netto contrasto con ciò che avrebbero dovuto essere davanti al Signore e a tutto il popolo come sacerdoti nella tenda di convegno.
Possiamo usare Dio per i nostri scopi, o interessi come questi due sacerdoti!
Dio c’invita ad avere un cuore sincero verso di Lui (cfr. 1 Samuele 16:7; Matteo 5:8).
Se il cuore è a posto davanti a Dio, lo saranno anche le nostre azioni (cfr. Proverbi 4:23; Matteo 15:18-20).
Un’altra caratteristica che vediamo dai figli di Eli, era che non conoscevano il Signore.
Come sacerdoti questo non può significare che non conoscessero il Signore nel senso di chi fosse; significa che non avevano una relazione con Lui. 
Sebbene la loro educazione sacerdotale abbia dato loro una comprensione intellettuale della verità, non conoscevano il Signore nel senso di conoscerlo personalmente, e quindi non ne riconoscevano l'autorità per vivere secondo le Sue disposizioni (cfr. Esodo 5:2; 6:7; Giudici 2:10; 2 Re 19:19). 
Allora “conoscere” (yāḏaʿ) non è semplicemente avere informazioni su Dio intellettualmente, qui significa conoscere in modo relazionale ed esperienziale (cfr. per esempio Genesi 29:5; Esodo 1:8; 1 Samuele 3:7). 
I figli di Eli, mancavano di una relazione intima con il Signore che servivano, infatti benché “conoscere” qui non si riferisce a un’intimità sessuale, la stessa parola “conoscere” è usata altrove nella Bibbia per indicare l’intimità (Genesi 4:1; 19:5; 1 Re 1:4), i figli di Eli non avevano una comunione spirituale intima con Dio.
Dire che "non conoscevano il Signore" significa che, nonostante tutta la loro educazione religiosa, la loro conoscenza teologica e dei rituali del culto, questi uomini non erano veramente convertiti e non si preoccupavano delle esigenze della santità di Dio (cfr. Levitico 19:2).
Tutta la loro vita era nata ed era vissuta nel contesto della religione; occupava tutto il loro tempo, ma non conoscevano veramente Dio!
I figli di Eli avevano solo una formalità professionale superficiale e infedele, non avevano una relazione spirituale con il Signore e non riconoscevano la Sua autorità.
Si, erano sacerdoti, servivano il Signore, ma non lo avevano mai sperimentato, non avevano mai avuto un’esperienza con Lui e non lo temevano!
Mary J. Evans riguardo i figli di Eli scrive: “Il servizio di Dio non aveva alcun ruolo nella loro motivazione, non avevano paura del suo potere, o del suo giudizio e la forte implicazione è che non credevano realmente nella sua esistenza”.
Il punto allora di questo versetto è: servire il Signore non significa conoscerlo veramente, non significa conoscerlo in modo relazionale ed esperienziale, questo c’insegnano i figli di Eli!
Ma a loro si possono aggiungere anche altre persone sia del passato e anche di oggi che nonostante dicono di essere cristiani, o sono impegnati nel servizio cristiano in varie forme, non conoscono veramente il Signore, e non sono mai stati conosciuti dal Signore.
Una delle prove che conosciamo il Signore, è fare la Sua volontà, cosa che i figli di Eli non facevano, questi non andranno in paradiso!
Matteo 7:21-23 riporta le parole di Gesù: “Non chiunque mi dice: Signore, Signore! entrerà nel regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. Molti mi diranno in quel giorno: ‘Signore, Signore, non abbiamo noi profetizzato in nome tuo e in nome tuo cacciato demòni e fatto in nome tuo molte opere potenti?’ Allora dichiarerò loro: ‘Io non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, malfattori!’”
Come possiamo vedere per Gesù non è importante l’attivismo religioso, anche se questo può essere potente, ma essere stati salvati da Lui, che lo abbiamo veramente sperimentato, che abbiamo una relazione con Lui, e questa sarà dimostrata con l’obbedienza! Cosa che i figli di Eli non dimostravano!
Se noi pensiamo di essere a posto con Dio perché siamo attivi nella chiesa, o perché aiutiamo gli altri con le nostre opere, ci stiamo illudendo!
Ovviamente non è sbagliato servire il Signore, ma Gesù sottolinea che è importante fare la volontà del Padre, la volontà di Dio, e questo significa mettere in pratica, obbedire ai Suoi comandamenti come dimostrato dal contesto. 
Tutto il “Sermone sul monte” infatti, in modo particolare la parabola delle due case, la conclusione di tutto il sermone, parla di obbedienza ai comandamenti di Dio (Matteo 5:16, 20 48; 7:12,20; 7:24-29). 
Gesù sta forse dicendo che la salvezza è per opere? Gesù sta forse dicendo che dobbiamo guadagnarci la salvezza? No! Assolutamente no! La salvezza è per sola grazia, mediante la sola fede! 
Efesini 2:8-10 dice: "Infatti è per grazia che siete stati salvati, mediante la fede; e ciò non viene da voi; è il dono di Dio. Non è in virtù di opere affinché nessuno se ne vanti; infatti siamo opera sua, essendo stati creati in Cristo Gesù per fare le opere buone, che Dio ha precedentemente preparate affinché le pratichiamo". 
La salvezza è un dono immeritato di Dio, è un’opera interamente di Dio, non è per le nostre opere.
Dio ha progettato e realizzato la salvezza dei credenti, ma le opere sono il Suo scopo per la loro vita e le possono compiere perché Dio li ha fatti nascere di nuovo. 
Perciò le buone opere sono una prova che siamo nati di nuovo! 
La salvezza è per grazia e non per opere, ma le opere, l’obbedienza dimostrano la nostra fede, la nostra salvezza (Giacomo 2:14-26). 
Pertanto una professione di fede senza obbedienza a Dio, è una professione di fede vuota e sterile (Giacomo 1:22-25).
Allora la domanda è: conosci veramente Dio? Se lo conosci si vedrà dal tuo comportamento, se stai obbedendo a Dio! Sia che se sei un ministro di Dio e sia se sei un semplice cristiano!


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