giovedì 21 febbraio 2013

Beati i poveri inspirito


Matteo 5:3: Beati i poveri in spirito, perché di loro è il regno dei cieli.
La nostra società ammira chi si auto-realizza, chi riesce a fare qualcosa nella vita, ammira l’uomo d’affari che si fa da se, ammira chi confida in se stesso; ammira l’uomo forte che non si fa calpestare da nessuno!! Gesù capovolge tutto questo: è beato il povero in spirito. Ambrogio vescovo e scrittore (Treviri 339 – Milano 397) sottolineava che questa beatitudine non solo è la prima in ordine, ma anche quella che in qualche modo genera tutte le altre beatitudini. Così Martin Lloyd Jones affermava che poveri in spirito è la chiave di tutto ciò che seguirà, che le beatitudini seguono un ordine ben preciso, una sequenza logica e spirituale ed ancora che è la caratteristica fondamentale del vero cristiano e tutte le altre caratteristiche derivano da essa.

I LA DEFINIZIONE
Penso che noi non dobbiamo prendere per scontato cosa significhi poveri in spirito, perciò è buono vedere prima di ogni cosa la definizione di poveri in spirito.

A) Le definizioni sbagliate.
(1) Innanzitutto poveri in spirito non significa essere intellettualmente poveri.
Non è vero quando si dice che essere ignoranti significhi essere beati, quante privazioni, dolore e male ha provocato l’ignoranza alle persone. La Bibbia non dice che è meglio essere ignoranti, anzi Salomone dice: “Beato l'uomo che ha trovato la saggezza, l'uomo che ottiene l'intelligenza!” (Proverbi 3:13). Poi ancora: “Acquista saggezza, acquista intelligenza; non dimenticare le parole della mia bocca e non te ne sviare;  non abbandonare la saggezza, ed essa ti custodirà; amala, ed essa ti proteggerà;” (Proverbi 4:5-6) . Infine: “Acquista verità e non la vendere, acquista saggezza, istruzione e intelligenza”. (Proverbi 23:23).

(2) In secondo luogo essere poveri in spirito non significa povertà terrena.
Gesù non sta parlando di poveri di tasca, ma di spirito! Gesù, in questo contesto non si riferisce alla povertà materiale che avrebbe portato una benedizione spirituale. La povertà non è garanzia di una condotta santa, molti poveri hanno un comportamento peccaminoso! Martin Lloyd Jones: “Non c’è nessun merito o vantaggio nell’essere poveri, né la povertà è garanzia di spiritualità.” Una persona può essere povera materialmente, ma nello stesso tempo avere un comportamento orgoglioso che rifiuta la grazia di Dio. L’uomo povero non è più vicino al regno dei cieli dell’uomo ricco, ci sono stati e ci sono ricchi che fanno parte del popolo di Dio, salvati per grazia di Dio.

(3) In terzo luogo poveri in spirito non significa avere una cattiva immagine di sé.
Come è sbagliato vantarsi del proprio aspetto, abilità, posizione sociale o successi, così è sbagliato andare all’estremo opposto e sentirsi insignificanti, senza valore e senza speranza. In Romani 12:3 Paolo esorta la chiesa dicendo: "Per la grazia che mi è stata concessa, dico quindi a ciascuno di voi che non abbia di sé un concetto più alto di quello che deve avere, ma abbia di sé un concetto sobrio, secondo la misura di fede che Dio ha assegnata a ciascuno”. Anche se dal contesto Paolo parla dei doni spirituali, possiamo fare anche un’applicazione in generale ad avere un concetto sobrio di se stessi. Benché siamo peccatori siamo a somiglianza di Dio dice Giacomo (Giacomo 3:9), Dio ha dato a ogni essere umano sulla terra una dignità unica (Salmi 8:5), che la sua completa corruzione dovuta al peccato, non ha cancellato.

(4) In quarto luogo poveri in spirito non significa impegnarsi in atti esteriori di umiltà.
Ci sono alcuni che pensano che poveri in spirito significhi impegnarsi in atteggiamenti esteriori di umiltà come dire: "io non sono niente e nessuno", o che insistono a cedere il posto migliore a qualcuno, oppure che negano particolari doti e così via. A volte questo comportamento nasconde l’orgoglio, la vanagloria, ci si comporta da umili perché si vuole essere riconosciuti umili oppure perché si vuol essere lodati, o per sottrarsi alle responsabilità,  ma questo tipo di comportamento nega l’umiltà!( Cfr. Colossesi 2:20-23; 1 Pietro 4:10).

Ma vediamo:
B) La definizione giusta di poveri in spirito.
L’espressione povero in spirito, cioè le due parole messe insieme,  non ha paralleli sia nel Nuovo che nell’Antico Testamento. 
Ci sono due parole nel Nuovo Testamento che indicano il povero, questa parola che troviamo qui "ptochos"  e un’altra "penes" (2 Corinzi 9:9). "Penes"  descrive un uomo che deve lavorare per il suo vivere; è l'uomo che serve le sue proprie necessità con le sue proprie mani, che lavora, ma che non ha niente di superfluo, l'uomo che non è ricco, che vive alla giornata. Mentre "ptochos" descrive principalmente una condizione di una persona sociale ed economica misera, ma anche un atteggiamento, quello del mendicante, che si fa piccolo, che si abbassa, si acquatta, fa dei gesti di umiltà e di implorazione, quindi l’uomo che domanda, che vive non per la propria laboriosità, ma dell’elemosina degli altri. 
Quindi la parola povero (ptochos) in questa beatitudine descrive la povertà assoluta, la totale impotenza, la completa miseria; descrive la povertà di quello che non ha proprio niente. Quindi nell’Antico Testamento non troviamo poveri in spirito, troviamo solo la parola poveri. 
Nella LXX traduce il termine "anav",  (Isaia 29:19; 61:1-2; Luca 4:18-19; Salmi 69:32) o "ani" (Salmi 34:6; 40:17; 74:19). Con la parola poveri si intende quelle persone che hanno difficoltà economiche e che non hanno nulla su cui fare affidamento tranne che Dio (Levitico 19:9-15;32-33; Deueteronomio 15,4,7,11; Salmi 37:10-19; Proverbi 16:18-19; Isaia 66:1-2; Geremia 22:15-17; Amos 2:6-8; cfr. Giacomo 2:5). 
Nell’Antico Testamento troviamo il povero che grida al Signore per essere aiutato (Salmi 9:12; 37:9-11; 69:32-33 "anav"; Salmi 34:6; 40:17 "ani"), così il povero è uno che è afflitto e non è  in grado di salvare se stesso e confida in Dio per la salvezza. Dunque il povero è venuto ad avere una sfumatura spirituale come colui che dipende da Dio (Sofonia 3:12; Salmi 34:6). In Matteo questa parola è usata  per indicare i poveri materialmente che vivono di elemosina, quindi che dipendono dagli altri. (Cfr. Matteo 11:5; 19:21; 26:9,11).
Anche nel resto del Nuovo Testamento  per esempio quando Gesù racconta la parabola del ricco e di Lazzaro troviamo la stessa parola tradotta con mendicante. (Luca 16:20-22; Marco 10:21; 12:42-43; 14:5-7; Luca 14:13; Giovanni 13:29; Romani 15:26; Galati 2:10; Giacomo 2:2-6; Apocalisse 3:17 ; 13:16). 
In Matteo 5:3 c’è un’allusione all’Antico Testamento per coloro che umilmente si affidano a Dio, in contrasto con i malvagi, i quali in modo arrogante si schierano contro Dio e perseguitano il Suo popolo. Possiamo dire che come nei salmi i poveri a cui Gesù si riferisce in Matteo sono poveri che aspettano, invocano, gemono e sperano, dipendono e confidano nel Signore a differenza di certi ricchi che ripongono la fiducia in se stessi o nelle loro ricchezze. (1 Timoteo 6:17).
Ma Gesù dice poveri in spirito, spirito (pneuma) in questo caso è la parte interiore invisibile dell’uomo, intima. (Marco 8:12; Luca 1:47). 
"Spirito" è la fonte e la sede di intuizione, sentimento e volontà, la parte rappresentativa della vita umana interiore. (Bauer-Danker). Si tratta di un idioma che indica essere umili riguardo la propria capacità di relazionarsi con Dio. (Louw-Nida). 
Perciò poveri in spirito è una povertà spirituale! Poveri in spirito è l’atteggiamento che corrisponde all’umiltà, opposta all’alterigia, all’arroganza, all’auto-indulgenza. 
"Poveri in spirito" è la consapevolezza di una persona che si rende conto della sua propria mancanza assoluta di risorse e trova il suo aiuto e forza in Dio. Gesù dice che la povertà spirituale è benedetta perché ci introduce nel regno di Dio!

Chi è allora il povero in spirito?
(1) Il povero in spirito riconosce che si trova in una condizione di bancarotta spirituale.
Negli ultimi anni abbiamo assistito al fallimento di alcune grandi banche, ma anche di alcune industrie, in Cina ultimamente, circa tremila industrie sono fallite e altre sono a rischio, come anche in Italia, per la crisi economica. 
Un dizionario dice che la bancarotta è inadempienza colposa o dolosa nei pagamenti, c’è una bancarotta semplice, dovuta a incuria o incapacità; c’è una bancarotta fraudolenta, provocata o aggravata con deliberato proposito. 
Un altro dizionario dice che la bancarotta è la condizione di insolvibilità di un imprenditore dichiarato fallito. Quindi bancarotta indica un totale insuccesso e una mancanza di forza nel risolvere il deficit! Una condizione di vero e proprio fallimento! Non tutti gli uomini riconoscono che sono in una bancarotta spirituale davanti a Dio, nessuno escluso! Abbiamo un fallimento spirituale.

(2) Il povero in spirito riconosce il proprio fallimento spirituale davanti a Dio.
Tutti gli uomini, nessuno escluso sono in una bancarotta spirituale con Dio. Abbiamo un grande debito con Dio a causa dei nostri peccati e il punto è che non siamo in grado di pagare questo debito! Romani 3:9-12: "Che dire dunque? Noi siamo forse superiori? No affatto! Perché abbiamo già dimostrato che tutti, Giudei e Greci, sono sottomessi al peccato,  com'è scritto: 'Non c'è nessun giusto, neppure uno. Non c'è nessuno che capisca, non c'è nessuno che cerchi Dio. Tutti si sono sviati, tutti quanti si sono corrotti. Non c'è nessuno che pratichi la bontà, no, neppure uno'". 
Poi ancora Romani 3:19-20: "Or noi sappiamo che tutto quel che la legge dice, lo dice a quelli che sono sotto la legge, affinché sia chiusa ogni bocca e tutto il mondo sia riconosciuto colpevole di fronte a Dio;  perché mediante le opere della legge nessuno sarà giustificato davanti a lui; infatti la legge dà soltanto la conoscenza del peccato". 
Paolo sta parlando dell’universalità del peccato:
• Non c’è nessuno che è libero dal peccato. (v.9; Giovanni 8:34; Romani 5:6; Romani 7:14-8:15).
• Non c’è nessuno giusto (v.10).
• Non c’è nessuno che capisca le verità di Dio e che cerca Dio (v.11).
• Non c’è nessuno che si dirige nella direzione giusta di Dio (v.12; Isaia 53:6).
• Non c’è nessuno in grado di osservare completamente la legge di Dio e quindi nessuno sarà salvato perché ha osservato la legge di Dio, pertanto siamo colpevoli (vv.19-20).
Una ditta può fallire per diversi motivi con conseguenze disastrose, ma nel nostro caso il fallimento è duplice: primariamente perché non siamo in grado di soddisfare la giustizia di Dio, il mettere in pratica la sua legge e secondariamente non siamo in grado di salvarci da soli, la conseguenza sarà l’inferno. 
Il povero in spirito è colui che vede il proprio peccato e la corruzione dentro il proprio cuore ed è consapevole della propria bancarotta spirituale. Sei consapevole del tuo fallimento spirituale davanti a Dio? Sei consapevole della gravità del tuo peccato? Ma essere poveri in spirito non significa solamente essere consapevoli del proprio fallimento spirituale.

(3) Il povero in spirito si umilia davanti a Dio a causa dei propri peccati.
Luca 18:9-14: "Disse ancora questa parabola per certuni che erano persuasi di essere giusti e disprezzavano gli altri: 'Due uomini salirono al tempio per pregare; uno era fariseo, e l'altro pubblicano. Il fariseo, stando in piedi, pregava così dentro di sé: -O Dio, ti ringrazio che io non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri; neppure come questo pubblicano.  Io digiuno due volte la settimana; pago la decima su tutto quello che possiedo-. Ma il pubblicano se ne stava a distanza e non osava neppure alzare gli occhi al cielo; ma si batteva il petto, dicendo: -O Dio, abbi pietà di me, peccatore!- Io vi dico che questo tornò a casa sua giustificato, piuttosto che quello; perché chiunque s'innalza sarà abbassato; ma chi si abbassa sarà innalzato'". 
Gesù raccontò questa parabola per coloro che si credevano giusti e disprezzavano gli altri. Notiamo la differenza: il fariseo contava sulla propria giustizia, su quello che lui faceva e si paragonava con il pubblicano innalzandosi, mentre il pubblicano riconosceva di essere un peccatore e invocava il perdono di Dio, il pubblicano è stato giustificato.Il povero in spirito riconosce la propria bancarotta spirituale e non si vede in relazione agli altri, ma in relazione a Dio! Davanti a Dio, il povero in spirito riconosce la propria colpa di peccatore degno di essere punito, giudicato, da Dio. (Romani 1:18).
Riconosce di essere colpevole in quanto non è in grado secondo la propria giustizia di piacere a Dio!  Riconosce di essere mancante nei riguardi di Dio!

(4) Il povero in spirito riconosce di avere bisogno di Dio per essere salvato dai peccati.
Riconosce la propria incapacità davanti a Dio di salvarsi da solo.
• Il povero in spirito vede la propria condizione di peccatore davanti la santità  e la giustizia di Dio e riconosce la sua impotenza nel  salvarsi e allora si affida a Cristo (Romani 5:1-6). Come quando qualcuno cade dentro ad un pozzo profondo e non è in grado di venirne fuori da solo perché gli mancano i mezzi e non è capace, ma qualcun altro lo aiuta, lo tira fuori! Solo Dio ci può tirare fuori dal pozzo del peccato e della morte, pertanto il povero in spirito è consapevole che solo Dio in Cristo lo può salvare dai propri peccati!

• Il povero in spirito riconosce che la salvezza è un’opera interamente di Dio.
Questo noi lo vediamo chiaramente in Efesini 2:1-10. In questi versetti di Efesini, noi vediamo che la salvezza è un’ opera totale di Dio, infatti dice che siamo morti nelle nostre colpe e nei peccati. Questa è la caratteristica di coloro che non sono stati rigenerati da Dio, indica una morte spirituale a causa dei peccati, essere schiavi del peccato, separati da Dio per il peccato, incapaci di rispondere con fede e di obbedire a Dio, quindi degenerati moralmente e induriti, incapaci di compiere attività spirituali come chiarirà nei vv.2-3. (vedi anche Genesi 6:3-5; 8:21; Geremia 13:23; 17:9; Romani 5:6; 7:18; 8:7; Efesini 4:18-19; 2 Timoteo 2:24-26). 
Francis Foulkes: "Per la sua condizione peccaminosa l’umanità è senza vita e senza moto per quanto riguarda ogni attività diretta verso Dio”. Il confronto è come un corpo morto non è in grado di rispondere a qualsiasi stimolo dal suo ambiente, così l'uomo spiritualmente morto come è, non è in grado di rispondere in modo positivo a Dio, è insensibile a Dio, non è in grado di rispondere a Dio.
In questa condizione spirituale non rigenerata e decaduta, l’uomo non possiede alcuna capacità di fare ciò che è spiritualmente buono. In questa condizione non rigenerata gli esseri umani sono così spiritualmente ciechi e sordi che non possono vedere e sentire le realtà spirituali. Pertanto l’uomo non è in grado di salvarsi, uno che è morto è morto! (Efesini 2:1). Dio ci ha vivificati con Cristo mentre eravamo morti. (Efesini 2:5).
L’uomo non nasce neutrale, bensì con una natura peccaminosa (Salmi 51:5; 58:3); per natura il genere umano è sotto l’ira di Dio (Efesini 2:3), perché siamo colpevoli davanti a Lui (Romani 3:19). Ma Dio, che è ricco di misericordia, per il grande amore con cui ci ha amati, quando eravamo ancora peccatori, ci ha vivificati con Cristo! 
Il genere umano è totalmente indegno e immeritevole, ma mentre eravamo ancora morti nei peccati, Dio ci ha vivificati per la sua misericordia e azione sovrana! (Efesini 2:5-6). Da morti ci ha riportati alla vita spirituale, così noi possiamo vedere e sentire! Dio apre gli occhi agli accecati e le orecchie ai sordi, così che possano capire ed agire secondo la Sua volontà! Dio ci ha salvati per grazia, mediante la fede (Efesini 2:8). 
Il verbo “salvati” è un verbo passivo e indica che Dio è colui che ci ha salvati e non che noi ci siamo salvati, perciò la salvezza non è un’opera nostra, infatti è scritto:  ciò non viene da voi! È il dono di Dio! 
Così la fede come la salvezza è un dono (dōron) di Dio; questo lo vediamo anche in Atti 18:27: "Poi, siccome voleva andare (Apollo) in Acaia, i fratelli incoraggiarono, e scrissero ai discepoli di accoglierlo. Giunto là, egli fu di grande aiuto a quelli che avevano creduto mediante la grazia (charis) di Dio". Ancora in Filippesi 1:29: "Perché vi è stata concessa la grazia (charizomai), rispetto a Cristo, non soltanto di credere in Lui, ma anche di soffrire per lui"… 
Se noi possiamo essere salvati e avere fede è perché Dio ci fa grazia, è un Suo dono! (Giovanni 6:37-44; Atti 16:14). La salvezza come la fede non ha origine nell’uomo, ma è un dono di Dio per la Sua grazia! 
C.Brown disse: "Lasciate sia abbandonato da Dio, ed egli sarà assolutamente senza speranza. È la voce di Dio che suscita, sveglia, fa pensare ed investigare l’uomo; è la potenza di Dio che dà forza all’azione, è la stessa potenza che provvede al bisogno della nuova vita”. Dio non ci ha salvato per opere così da poterci vantare (Efesini 2:9). Dio non ci ha salvato perché noi facciamo questo o quell’altro così poi possiamo dire: "io merito la salvezza perché ho fatto tante opere per Dio!" 
Dio ci ha salvato perché Lui lo ha voluto, perciò noi dovremmo vantarci in lui e non in noi stessi! (Atti 13:48; Giacomo 1:18 ; 2 Tessalonicesi 2:13-14). 
1 Corinzi 1:26-31: "Infatti, fratelli, guardate la vostra vocazione; non ci sono tra di voi molti sapienti secondo la carne, né molti potenti, né molti nobili;  ma Dio ha scelto le cose pazze del mondo per svergognare i sapienti; Dio ha scelto le cose deboli del mondo per svergognare le forti;  Dio ha scelto le cose ignobili del mondo e le cose disprezzate, anzi le cose che non sono, per ridurre al niente le cose che sono,  perché nessuno si vanti di fronte a Dio. Ed è grazie a lui che voi siete in Cristo Gesù, che da Dio è stato fatto per noi sapienza, ossia giustizia, santificazione e redenzione; affinché com'è scritto: 'Chi si vanta, si vanti nel Signore'". 
Che merito abbiamo noi in questa salvezza? Niente! Assolutamente niente! Se sei povero in spirito riconoscerai questo!

• Il povero in spirito non confida in se stesso ma in Cristo. (Filippesi 3:1-9).
Paolo non si vantava in se stesso in quello che era  o in quello che aveva fatto, anzi considerava questo un danno e un’ immondizia di fronte all’eccellenza della conoscenza di Cristo per il quale ha rinunciato a tutto! Paolo si vantava in Cristo! 
M. L. Jones parlando sul significato di povero in spirito disse: “ Essere privo di orgoglio, privo di fiducia in sé. Significa essere consapevole della propria  nullità davanti a Dio, di non poter fare nulla senza Dio. Significa avere nel cuore la profonda consapevolezza di essere totalmente irrilevanti a confronto con Dio. Se siamo veramente cristiani, quindi, non faremo alcun affidamento su ciò che siamo per indole naturale; non confideremo nel fatto di appartenere ad una certa famiglia, ne ci vanteremo di appartenere ad un dato paese o di avere una certa nazionalità. Il cristiano non fa affidamento al proprio temperamento naturale, alla propria posizione sociale o a qualsiasi autorità che gli sia stata data. Egli non confida nel denaro o nelle ricchezze; non si vanta dell’educazione ricevuta, ne della particolare scuola in cui ha studiato. No! Tutto ciò Paolo lo considerava spazzatura, un ostacolo al raggiungimento della povertà in spirito. Inoltre, se siamo cristiani, non faremo affidamento su qualità umane come personalità e intelligenza; non faremo affidamento sulla nostra moralità o sul  nostro buon comportamento; non ci vanteremo della vita che abbiamo vissuto o che cerchiamo di  vivere, no. Considereremo tutto ciò come lo considerava Paolo. Questa è la povertà in spirito: la liberazione da ogni vanto umano”. 
Dunque il povero in spirito è un espressione che indica l’umiltà, coloro che riconoscono di essere aver bisogno di Dio, della sua salvezza e dipendono da Dio per la loro salvezza. 
John Brown a proposito del povero in spirito ha scritto: “Lui sa di essere qualcuno completamente dipendente, inescusabilmente peccatore, criminale giustamente condannato, che in lui, cioè nella sua carne, non c’è alcun bene, privo di speranza al di fuori della misericordia sovrana di Dio, privo di alcuna giustizia in cui gloriarsi salvo l’ubbidienza fino alla morte del Figlio di Dio e quanto c’è di giusto e santo nei suoi sentimenti e carattere, è dovuto interamente all’influenza dello Spirito di Dio. La consapevolezza e fiducia in tutto ciò determina naturalmente una profonda e abituale umiliazione di spirito. Si sente polvere e cenere, colpevolmente tale”.

II LA BENEDIZIONE.
I poveri in spirito, gli umili sono benedetti dal Signore! Questa è una verità che troviamo diverse volte scritta nella Bibbia. 
Salmi 51:17 dice: "Sacrificio gradito a Dio è uno spirito afflitto; tu, Dio, non disprezzi un cuore abbattuto e umiliato". Salmi 138:6 è scritto: "Sì, eccelso è il SIGNORE, eppure ha riguardo per gli umili, e da lontano conosce il superbo". 
Proverbi 29:23 : "L'orgoglio abbassa l'uomo, ma chi è umile di spirito ottiene gloria". 
Giacomo 4:6: " ….. 'Dio resiste ai superbi e dà grazia agli umili'".
Queste promesse bibliche, si possono riassumere nelle parole di Gesù nel principio stabilito al termine della sua parabola del fariseo e del pubblicano:  "…… chiunque s'innalza sarà abbassato; ma chi si abbassa sarà innalzato". (Luca 18:14) .

La benedizione si riferisce al regno dei cieli, ma quali sono dunque, le caratteristiche che cosa significa?
A) In primo luogo vediamo che è una benedizione con un indirizzo preciso.
Noi vediamo che la benedizione si riferisce al fatto che i discepoli possiedono il regno dei cieli Gesù dice: "di loro è il regno dei cieli". “Di loro” è enfatico, quindi Gesù sta sottolineando che il regno dei cieli è solo per coloro  che sono poveri in spirito; coloro che non sono poveri in spirito, non fanno parte del regno dei cieli. Quindi nello stesso tempo questa beatitudine è una promessa per coloro che sono umili, mendicanti invece un avvertimento per gli sbruffoni, arroganti spiritualmente parlando, un avvertimento per coloro che si aggrappano alla speranza che possano guadagnare il favore di Dio o conservare la sua benedizione con le proprie forze. Tutti coloro che sono poveri in spirito fanno parte del regno dei cieli, mentre chi non lo è assolutamente no!

B) In secondo luogo vediamo che è una benedizione spirituale presente.
Poi vediamo anche l'importanza del verbo “è”, l’importanza è nel suo tempo presente. Per i poveri in spirito il regno dei cieli non è la speranza solo di andare in cielo quando morirà, ma qualcosa che a che fare con il presente,  “qui e ora”. 
Certamente il regno dei cieli si estende all’eternità, ma è manifestato qui sulla terra; l'enfasi è sul fatto che sono già cittadini del regno dei cieli  che godono dei vantaggi di essere governati da Dio già mentre si è in vita su questa terra! 
Dunque il verbo “è” indica che il risultato è già in corso. Mentre l'espressione “il regno dei cieli” mette l’enfasi sull’attività della completa redenzione e di liberazione di Dio che regna come re nei credenti e non su un territorio geografico. 
Questo include il dominio di Dio qui ed ora e non comporta che il regno avverrà solo in un tempo futuro, come la frase in cielo implica. 
Il regno dei cieli è sinonimo di regno di Dio. (cfr. Luca 6:20; Matteo 19:23-25; 13:11 - Marco 4:11; Matteo 19:14 - Marco 10:14 ; Atti 28:23,31 - 2 Timoteo 4:18). 
Matteo usa “il regno dei cieli” invece di “regno di Dio”, perché gli ebrei, che erano i suoi destinatari principali, evitavano di usare il nome di Dio quando più possibile oppure per correggere la concezione ebraica di un regno materialistico, infatti gli ebrei pensavano a un regno politico e militare; nelle beatitudini Gesù mostra che questo regno essenzialmente è spirituale. Infatti, Gesù, sapendo che stavano per venire a rapirlo per farlo re, si ritirò in disparte tutto solo (Giovanni 6:15). 
A questo si aggiunge che in nessun momento Gesù aveva promesso di creare un impero politico, anzi disse a Pilato che: "Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori combatterebbero perché io non fossi dato nelle mani dei Giudei; ma ora il mio regno non è di qui" (Giovanni 18:36). Come gli ebrei, Pilato poteva pensare ad un regno terreno, materiale, politico e geografico, ma il regno di Dio non è spaziale, ma spirituale! 
A riguardo Martin Lloyd Jones dice: “In altre parole Egli dice:. È un regno celeste, che certamente interessa la terra in molti modi, ma è essenzialmente spirituale nella sua natura. Appartiene al cielo piuttosto che alla terra e alla sfera umana.”

C) In terzo luogo vediamo che è una benedizione permanente.
Dio ovviamente regna anche in modo universale (1 Cronache 29:10-11; Salmi 93:1; Geremia 10:10 ;Daniele 4:34-35). Dio è attivo, sovrano in forza e saggezza, eterno e immutabile nel controllo di ogni cosa. Ma un regno anche eterno, infatti noi nella prima lettera a Timoteo leggiamo che l’apostolo Paolo dice che Dio è un re eterno e immortale, pertanto anche il suo regno è eterno! (1 Timoteo 1:17); così anche l’apostolo Pietro parla del regno eterno del Signore Gesù Cristo (2 Pietro 1:11). 
Così anche Salmi 145:13 afferma: "Il tuo regno è un regno eterno e il tuo dominio dura per ogni età". (cfr.Salmi 45:6). Il regno di Dio non è stato acquisito, né può essere perduto, non ha mai avuto un inizio e non avrà mai una fine. Dio nel regnare compie ogni cosa secondo la decisione della propria volontà! (Efesini 1:11). 
Che grande conforto che il regno dei cieli è una benedizione permanente, duratura; gli uomini regnano o governano solo per un tempo, ma Dio è re in eterno! Molti grandi regni del passato come Ninive e Babilonia  oggi non sono altro che rovine sotto la sabbia, ma il regno dei cieli è per sempre, non verrà mai meno ed essendo permanente non ci deluderà.

D) In quarto luogo il regno dei cieli è presente nella persona di Gesù Cristo.
Il regno dei cieli è anche il regno di Cristo, la realtà sulla quale Egli sta regnando, un regno contemporaneo inaugurato alla sua prima venuta, ma sarà consumato nella sua seconda venuta. Quando il Gesù incarnato era presente sulla terra parlava del regno dei cieli come di una realtà già presente (Luca 17:20-21); ovunque Gesù era presente ed esercitava la Sua autorità, lì c’era il regno dei cieli. (Matteo 12:28; vedi anche Matteo 4:17; 8:29 ). 
I veri credenti, quindi i poveri in spirito sono nel regno di Cristo per volontà di Dio come dice Paolo in  Colossesi 1:13: "Dio ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasportati nel regno del suo amato Figlio". 
Nessuno è un cittadino di questo regno in virtù della propria umanità, solo i redenti, i poveri in spirito hanno l'onore e il privilegio di farne parte. Cristo ha pagato il riscatto per i credenti di cui ne è mediatore e il suo Spirito applica a essi i meriti del suo sacrificio perfetto. Di conseguenza, essi ora appartengono a lui e lo riconoscono come loro Signore e Re. (1 Corinzi 6:9-11; 12:3; Ebrei 9:15).

E) In quinto luogo il regno dei cieli è anche una benedizione proietta al futuro.
Il regno di Dio abbiamo detto è permanente, è venuto, viene e deve venire! Il regno di Dio era nel passato, è nel presente, ma sarà, perciò anche in futuro. È un regno che è stato preparato fin dalla fondazione del mondo e sarà consumato dopo il giudizio (Matteo 25:34). Questo regna verrà quando l’autorità e il regno di Cristo saranno stabiliti sul nuovo mondo in modo tangibile e nella sua totalità (Apocalisse 11:15) dove abiterà la giustizia (2 Pietro 3:13).

CONCLUSIONE.
Vediamo alcune considerazioni finali. 
1)Innanzitutto il povero in spirito diventa più povero mentre progredisce nella fede. 
Come nessuno può venire a Cristo senza la povertà in spirito, così non possiamo crescere nella fede senza una costante povertà in spirito! 
La povertà in spirito è qualcosa che ci deve accompagnare sempre nel nostro pellegrinaggio su questa terra! 
In realtà, più maturiamo spiritualmente, più profondo sarà il nostro senso di povertà spirituale! 
Il pericolo dell’auto-compiacenza, dell’orgoglio è sempre in agguato come quello della chiesa tiepida di Laodicea. Gesù riporta una loro affermazione: " Sono ricco, mi sono arricchito e non ho bisogno di niente". (Apocalisse 3:17). Forse Gesù sta parlando di un ricchezza materiale dei Laodicei, ma possiamo fare un’applicazione spirituale per noi, perché comunque denota un certo orgoglio. 
Noi credenti dopo qualche anno di fede ci possiamo sentire soddisfatti della nostra spiritualità! C’è una sorta di auto-compiacimento, ci sentiamo contenti e soddisfatti perché ci confrontiamo con quello che eravamo prima della conversione o con quelli che sono nelle condizioni peggiori di noi come le persone irreligiose. Non dobbiamo paragonarci con quello che eravamo e nemmeno con le altre persone, ma con quello che noi dovremmo essere! Noi dovremmo essere e dovremmo confrontarci con Gesù! 
Paolo in Efesini 4:11-13 ci fa capire che il nostro modello è Gesù! Visto che il modello è Cristo, allora abbiamo tanto da imparare! Quindi il povero in spirito non si auto-compiace, ha un obbiettivo da raggiungere: essere come Gesù! 
In questo, coloro che fanno parte del regno di Dio come discepoli di Gesù, sono diversi da coloro che sono credenti nominali, diversi da coloro che sono laici, dunque diversi sia dalle persone religiose e irreligiose, vivono una contro cultura chiara e ben definita, una vita pienamente umana, ma vissuta sotto il dominio divino! 
2)Riguardo al servizio, il povero in spirito serve il Signore Gesù.
Noi vediamo nella Bibbia che tutti i credenti sono chiamati a servire il Signore. Per esempio Paolo e Giacomo si presentano come servi del Signore (Romani 1:1; Giacomo 1:1).
Qualcuno, forse penserà: " ma questi erano stati chiamati in modo particolare da Dio erano a pieno tempo, professionisti in teologia, missionari qualificati". Ma quando la suocera di Pietro fu guarita da Gesù dalla febbre si mise subito a servirlo! (Matteo 8:14-15). 
Inoltre tutti i convertiti servono e sono chiamati a servire Dio! Quanto allo zelo, non siate pigri; siate ferventi nello spirito, servite il Signore è scritto in  Romani 12:11. (vedi anche 1 Tessalonicesi 1:9-10). 
Forse ti chiedi: "in che modo Lo posso servire?" Lo puoi servire in base ai doni che Dio ti ha dato! Lo puoi fare con le piccole cose, anche le più umili! Ci sono tante cose che si possono fare! Prega il Signore, alza la testa e ti accorgerei delle tante opportunità che ci sono vicino a te di servire il Signore! 
Il povero in spirito non pensa che il Signore lo abbia chiamato a servire perché in lui c’era qualcosa di speciale. Il povero in spirito riconosce che non è degno di servire il Signore! A me, dico, che sono il minimo fra tutti i santi, è stata data questa grazia di annunziare agli stranieri le insondabili ricchezze di Cristo (Efesini 3:8).
John MacArthur: "Alla luce della perfetta giustizia di Dio, la considerazione che Paolo aveva di sé  non era falsa modestia: egli riconosceva onestamente la propria indegnità.”  (Cfr. 1Timoteo 1:12-14). Se abbiamo il privilegio di servire il Signore non è perché  in noi c’è qualcosa di speciale, ma è per la grazia di Dio! 
Non dobbiamo, nemmeno desiderare, la lode quando serviamo il Signore (Luca 17:7-10). Il rischio di un credente è di cadere nell’orgoglio spirituale, di darsi delle arie. Non possiamo essere così orgogliosi nel dire agli altri: "ho convertito una persona", oppure: " ho fatto questo o quell’altro", e così via. 
Gesù in Luca insegna l’umiltà ricordando quale era il modo di agire verso gli schiavi. Alla fine della giornata lavorativa il padrone non chiama il servo perché si sieda a tavola, piuttosto ordina al servo di preparargli la cena e di servirlo, poi mangerà e berrà lui, nemmeno lo ringrazierà perché ha fatto quello che gli è stato ordinato di fare, ha fatto il suo dovere. 
Lo stesso principio vale per i servi di Dio. Quando noi abbiamo ubbidito al Signore non dobbiamo pensare che abbiamo fatto una cosa straordinaria, ma è una cosa che dovevamo fare perché c’è lo ha ordinato il Signore, perciò non dobbiamo aspettarci un premio speciale, dovremmo considerarci inutili (acheiros), vale a dire non essere degni di lode! 
Noi siamo stati creati per ubbidire al Signore, perciò non rivendichiamo dei meriti, perché per questo siamo stati creati e salvati! Il povero in spirito non conta sulle proprie forze nel servire il Signore Gesù. 
Il senso di pochezza e di dipendenza che abbiamo visto nell’Antico Testamento, che abbiamo visto riguardo la salvezza, è un atteggiamento che il povero in spirito avrà anche nel servire il Signore. Gedeone quando è stato chiamato per essere il liberatore di Israele dai Madianiti, rispose al Signore:"Ah, signore mio, con che salverò Israele? Ecco, la mia famiglia è la più povera di Manasse, e io sono il più piccolo nella casa di mio padre". (Giudici 6:15). La stessa cosa fece Mosè (Esodo 3:11; 4:10); Salomone ( 1 Re 3:7-9),questi uomini  si sono sentiti piccoli senza forza! 
Il povero in spirito non confida nelle proprie capacità nel servire il Signore, ma si sentirà inadeguato, incapace, impotente, per questo non conterà sulle proprie forze, ma sul Signore, ha un senso di dipendenza dal Signore! 
"Io sono la vite, voi siete i tralci. Colui che dimora in me e nel quale io dimoro, porta molto frutto; perché senza di me non potete far nulla" (Giovanni 15:5). Se vogliamo portare frutto nella vita cristiana dobbiamo dipendere da Gesù! 
J.C. Ryle, primo Vescovo anglicano di Liverpool (10/05/1816-10/06/1900) lo sottolineava nei suoi Pensieri Espositivi sui Vangeli: “I credenti, in se stessi, non possiedono alcuna vita, forza o potenza spirituale. Quanto hanno di religione vitale procede da Cristo. Sono quel che sono, sentono quel che sentono e fanno quel che fanno, perché traggono da Gesù un rifornimento continuo di grazia, aiuto e capacità. Uniti al Signore per fede, e nell’unione mistica con lui per lo Spirito, si reggono, camminano, proseguono e corrono la corsa cristiana. Ogni bene in loro è tratto dal loro capo spirituale, Gesù Cristo”. 
Dunque il regno di Cristo nelle e attraverso le vite del suo popolo, non è statico, bensì dinamico. La potenza che li ha condotti in grazia nel regno, li mette in condizione di vivere in modo degno della loro chiamata nel servire il signore secondo la Sua volontà. Infine il povero in spirito servirà il Signore per la Gloria di Dio. I poveri in spirito come servi del Signore non sono egoisti e vanagloriosi. 
Filippesi 2:3-4: "Non fate nulla per spirito di parte o per vanagloria, ma ciascuno, con umiltà, stimi gli altri superiori a sé stesso,  cercando ciascuno non il proprio interesse, ma anche quello degli altri". Il servo del Signore non cerca i propri interessi, ma l’edificazione del prossimo e lo fa per la gloria di Dio, affinché il nome di Dio sia glorificato! 
1 Pietro 4:10-11: "Come buoni amministratori della svariata grazia di Dio, ciascuno, secondo il dono che ha ricevuto, lo metta a servizio degli altri.  Se uno parla, lo faccia come si annunziano gli oracoli di Dio; se uno compie un servizio, lo faccia come si compie un servizio mediante la forza che Dio fornisce, affinché in ogni cosa sia glorificato Dio per mezzo di Gesù Cristo, al quale appartengono la gloria e la potenza nei secoli dei secoli. Amen".
 Molti purtroppo all’inizio della fede cristiana si riconoscono poveri in spirito per la loro salvezza, ma dimenticano a volte di esserlo nella vita della chiesa e nell’opera di Dio. Quanta arroganza, arrivismo e autoritarismo possiamo riscontrare in molti uomini e donne impegnati nelle attività cristiane!