Luca 17:7-10:La parabola del servo devoto.

Luca 17:7-10:La parabola del servo devoto.

Gesù continua a rivolgersi ai discepoli (Luca 16:1; 17:1), alla presenza dei farisei (Luca 16:14) che potevano ancora ascoltare ciò che diceva in questa parabola. 

Gesù ha in mente quegli scribi e farisei che erano ossessionati dall'essere onorati (cfr. Matteo 23:5-7; Luca 20:46-47).

Ma, questa parabola è un’esortazione per i Suoi discepoli.

C'era il pericolo che i Suoi potessero diventare arroganti e orgogliosi. 

Allora, Gesù ha detto questa parabola come un avvertimento contro l'orgoglio spirituale.

Gesù prima aveva parlato di non scandalizzare i piccoli, aveva parlato di perdono, e poi risponde alla richiesta degli apostoli di aumentare loro la fede. 
Gesù dice loro che se avessero fede quanto un granello di senape, possono sradicare  con la parola un sicomoro e piantarlo nel mare (Luca 17:1-5).

Riferendosi a questa fede e a questa parabola Leon Morris scrive: “Quando si ha una tale fede si può essere tentati di cadere nell’orgoglio spirituale. Gesù insegna l’umiltà ricordando qual era il normale modo di agire verso gli schiavi.”

Quindi nell’avere quella fede che ci fa  compiere azioni importanti per Dio, ci può essere il grande pericolo dell’orgoglio spirituale, il pericolo di ricercare l’onore, o il pretendere un riconoscimento.

Così Gesù richiama all’umiltà, e chi è  umile rifiuta l'onore degli uomini.

Gesù in questa parabola usa una situazione sociale che i suoi ascoltatori ben conoscevano: uno schiavo che apparteneva e lavorava per un padrone ogni giorno (“ara” e “bada” sono al presente attivo).

Gesù non fa commenti sull'ingiustizia dell'istituzione della schiavitù, ma semplicemente attinge da questa realtà quotidiana per presentare una verità spirituale, per insegnare ai Suoi discepoli l’umiltà.


Cominciamo a vedere:
I LA POSIZIONE (v.7).

Nella posizione consideriamo:
A) L’identità del servo.
Gesù in questa parabola paragona il suo discepolo a un “servo” (Cfr. Luca 12:35-40,42-48; 13:25-27; 14:16-24; 16:1-3).

Il “servo” (doulos) si riferisce allo schiavo che stava svolgendo le sue funzioni lavorative.

È una parola molto forte e si riferisce a una persona che è di proprietà di un altro; la sua funzione è quella solo di lavorare. 

Lo schiavo era senza diritti e sotto l'autorità completa e il dominio del suo padrone. 

La sua vita il suo corpo, così anche il suo tempo, apparteneva al padrone, era obbligato a servirlo sempre.

In epoca romana la schiavitù era così vasta che nel periodo dei primi anni del cristianesimo una persona su due era schiava!

Le persone erano schiave, per debiti (2 Re 4:1; Neemia 5:5-8), o per conquiste di guerra (Genesi 14:21; Numeri 31:9; Deuteronomio 20:14; Giudici 5:30; 1 Samuele 4:9; 2 Re 5:2; 2 Cronache 28:8), che a loro volta venivano venduti, oppure vi era una schiavitù volontaria come mezzo di fuga dalla miseria e dalla fame (Levitico 25:47, 48).

Gli schiavi generalmente stavano meglio di quegli uomini liberi che lavoravano a giornata, e non avevano quindi, un lavoro certo e i bisogni primari non erano assicurati.

Mentre gli schiavi avevano una sicurezza, dal momento che vivevano nella casa del padrone e soddisfaceva i loro bisogni primari.
Così la schiavitù è un'immagine per l'impegno totale di lealtà, devozione e obbedienza a Dio, infatti il Nuovo Testamento descrive spesso i cristiani come schiavi di Dio e del Signore Gesù Cristo (per esempio Atti 4:29; Romani 1:1; Galati 1:10; Colossesi 1:7; 4:12; 2 Timoteo 2:24; 1 Pietro 2:16; Apocalisse 1:1). 

Se siamo veri cristiani apparteniamo completamente a Dio, perché non solo ci ha creati (Salmo 24:1-2; Isaia 43:7), ma ci  ha anche comprati a caro prezzo attraverso la vita di Gesù (Marco 10:45; 1 Corinzi 6:19-20).

PERTANTO SIAMO CHIAMATI A SERVIRE SEMPRE IL SIGNORE SOTTO LA SUA AUTORITÀ!!

DIO VUOLE DA NOI CHE LA SOTTOMISSIONE E L’OBBEDIENZA A LUI NON SIA UN’OPZIONE MOMENTANEA, MA UN ATTEGGIAMENTO COSTANTE E VUOLE CHE LO SERVIAMO A MODO SUO E NON A MODO NOSTRO!  

Questo significa riconoscere l’autorità di Dio! 

In questo modo il Suo nome è onorato.

Non così fecero i sacerdoti a cui si rivolse Malachia che offrivano in sacrificio animali non perfetti come richiedeva la legge e Dio li ha ripresi.

In Malachia 1:6 leggiamo:”Un figlio onora suo padre e un servo il suo padrone; se dunque io sono padre, dov'è l'onore che m'è dovuto? Se sono padrone, dov'è il timore che mi è dovuto? Il SIGNORE degli eserciti parla a voi, o sacerdoti, che disprezzate il mio nome! Ma voi dite: ‘In che modo abbiamo disprezzato il tuo nome?’”
Gesù in Luca 6:46 dice: “Perché mi chiamate: ‘Signore, Signore!’ e non fate quello che dico?”

Qualcuno ha detto: “Quando Dio mette un punto, non cambiarlo in un punto interrogativo”. 

CIÒ CHE GESÙ CI DICE DI FARE, LO DOBBIAMO FARE, PUNTO E BASTA SENZA CHIEDERCI IL PERCHÉ!!

Consideriamo ora:
B) L’impiego del servo.
Nel v.7 leggiamo:”Se uno di voi ha un servo che ara o bada alle pecore, gli dirà forse, quando quello torna a casa dai campi: ‘Vieni subito a metterti a tavola’?”

Prima di tutto vediamo:
(1)La diversità del servizio.
La scena parla di un piccolo proprietario terriero che ha un unico schiavo che svolge vari doveri lavorativi esterni: arare e curare il gregge; e lavori domestici, che in una tenuta più grande, verrebbero suddivisi tra vari schiavi.

Se siamo servi del Signore, dobbiamo essere disposti a fare una varietà di servizi, a fare qualsiasi cosa il Signore ci ordina di fare senza ricercare quello che non sia umiliante, o ricercare quello comodo, o che ci porti onore.

ESSERE SERVI DEL SIGNORE SIGNIFICA FARE TUTTO CIÒ CHE LUI VUOLE CHE FACCIAMO SENZA “MA” E “SE”.

Per esempio se sarà necessario pulire i bagni, o servire alle mense, o lavare i piatti e così via, lo dobbiamo fare!

DOBBIAMO ESSERE DISPOSTI A FARE ANCHE I LAVORI PIÙ UMILI PER IL SIGNORE!

Inoltre non possiamo nemmeno pensare di servire il Signore sempre nella stessa maniera nel corso degli anni perché una cosa è quando si è giovani, un’altra è quando siamo meno giovani.

Il nostro servizio può cambiare man mano che invecchiamo perché non siamo più in grado di fare fisicamente ciò che eravamo in grado di fare quando eravamo più giovani. 

DI SICURO C’È SEMPRE QUALCOSA DA FARE IN TUTTE LE ETÀ!

DOBBIAMO SOLO ESSERE DISPOSTI A SERVIRE IL SIGNORE QUANDO CI CHIAMA A FARLO!!

In secondo luogo consideriamo:
(2)La durezza del lavoro.
Lavorare in campagna, o badare alle pecore, non sono lavori leggeri, soprattutto se consideriamo che a quei tempi non c’erano i mezzi meccanici e le comodità che abbiamo oggi.

Se poi pensiamo che Gesù sta parlando del lavoro di tutto il giorno, allora questo servo, ritornava a casa stanchissimo, e a questo si aggiungeva che una volta a casa, doveva preparare pure la cena al padrone.

COSÌ, OGGI CI POSSONO ESSERE MEMBRI CHE SONO DISPOSTI A FARE SOLO SERVIZI IN CHIESA CHE NON RICHIEDONO UN DURO LAVORO!!

Certamente se aspettiamo di fare lavori leggeri che in qualche modo non costano fatica e sofferenza, allora non serviremo quasi mai il Signore, perché servirlo solitamente è duro sotto vari aspetti!!

Infine nell’impiego del servo c’è:
(3)La durata del servizio.
In questa parabola, Gesù Cristo non si riferiva a un servo assunto a giornata con un salario stabilito, o per qualche giorno.

Gesù non si riferiva a un servizio a breve termine, ma a un servo per tutta la vita; anche se c’è da dire che uno schiavo tra gli ebrei poteva essere liberato (Esodo 21:2,7-11, 26-27; Levitico 25:10,13; Deuteronomio 15:12-14).

ANCHE IL SERVIZIO PER IL SIGNORE, NON DEVE ESSERE UN SERVIZIO SCAGLIONATO, O A BREVE TERMINE, MA OGNI GIORNO, PER TUTTA LA VITA!
FINCHÈ RESPIRIAMO, SIAMO CHIAMATI A SERVIRE IL SIGNORE!

Purtroppo molti considerano il servizio come qualcosa di speciale, come una cosa di ogni tanto, o come un optional. 

Ma noi come servi di Dio, acquistati dal sangue di Gesù Cristo, siamo Suoi servi per sempre e siamo chiamati ogni giorno a servirlo!

Spurgeon disse: “Potrebbero esserci cambiamenti di servizio, ma non ritirarsi dal servizio.”

Questo è lo scopo della conversione come leggiamo in 1 Tessalonicesi 1:9 leggiamo: “Perché essi stessi raccontano quale sia stata la nostra venuta fra voi, e come vi siete convertiti dagl'idoli a Dio per servire il Dio vivente e vero.”

Così anche Romani 12:11 dice: ”Quanto allo zelo, non siate pigri; siate ferventi nello spirito, servite il Signore.”

“Zelo” ( spoudē) e “non siate pigri” (okneroi) indicano che dobbiamo essere laboriosi, diligenti, attivi.

Esprimono l’urgenza,  che il credente dovrebbe avere per il Signore.

Ora quando una cosa è urgente richiede un’azione immediata, viene fatta al più presto, non si perde tempo, perché per noi quella cosa è importante!

L’URGENZA DIPENDE DAL VALORE CHE DIAMO AL SIGNORE E ALL’OPERA SUA! 

SE TRASCURIAMO IL SIGNORE E L’OPERA SUA, VUOL DIRE CHE PER NOI DIO NON È IMPORTANTE! 

DOBBIAMO SERVIRE IL SIGNORE CON ENTUSIASMO!

“Siate ferventi (zeontes – presente attivo participio) nello spirito, servite (douleuontes – presente attivo) il Signore” indica servire il Signore con il fuoco dentro, con entusiasmo ogni giorno!

Sta servendo il Signore?
Come lo stai servendo?

Passiamo ora a considerare:
II LE PRIORITÀ (vv.7-8).
Vediamo le priorità: quella sbagliata e quella giusta.

Cominciamo a vedere:
A)La priorità sbagliata.
La priorità di uno schiavo non è se stesso!

Al v.7 leggiamo: “Se uno di voi ha un servo che ara o bada alle pecore, gli dirà forse, quando quello torna a casa dai campi: ‘Vieni subito a metterti a tavola’?”.

Gesù fa questa domanda e la risposta implicita è: “Nessuno”.

Nessuno farebbe così!
Il padrone non metterebbe lo schiavo prima di lui stesso.

Nonostante il suo estenuante lavoro nei campi, quando ritorna a casa, il padrone non dirà al suo schiavo di sedersi subito a tavola a mangiare, prima di lui, è implicito che il padrone gli prepara un pasto; o accanto a lui, come se fosse un ospite d’onore, e persino lo loda per aver svolto i suoi compiti.

Niente di tutto questo!

QUINDI, SECONDO LE LEGGI DELL’EPOCA, NON ERA IL SERVO CHE AVEVA LA PRIORITÀ!!  

Vediamo allora:
B)La priorità giusta.
Al v.8:”Non gli dirà invece: ‘Preparami la cena, rimboccati le vesti e servimi finché io abbia mangiato e bevuto, poi mangerai e berrai tu’?”

La risposta implicita a questa domanda è: certamente che farà così, è lo schiavo che preparerà da mangiare al suo padrone, e sempre lo schiavo lo servirà e poi mangerà e berrà lo schiavo!

QUINDI, IL PADRONE VIENE PRIMA DELLO SCHIAVO!

LA PRIORITÀ GIUSTA ERA IL PADRONE!

Il senso è di urgenza e priorità: "Vai subito e prepara il pasto e poi ti rimbocchi le vesti in modo da poter continuare a servirmi fino a quando non ho finito di mangiare. Poi mangerai e berrai tu.”

Nonostante una dura giornata di lavoro sul campo, era dovere del servo preparare il pasto al suo padrone e servirlo prima che mangiasse lui.

In primo luogo troviamo:
(1)La preparazione della cena.
Nel v. 8 è scritto:“Preparami la cena.”
“Preparami” (hetoimason – aoristo attivo imperativo) è un imperativo e indica il preparare tutto, far si che sia tutto pronto: il cibo, la tavola, e così via.

Questo richiedeva il suo tempo e la sua energia, e doveva essere fatto bene nonostante aveva tutta la giornata di lavoro faticosa sulle spalle.

“La cena” (deipneō –Luca 22:20; 1 Corinzi 11:25; Apocalisse 3:20) è usato per i pasti formali, e probabilmente indica il carattere formale del pasto del padrone rispetto alla semplice cena dello schiavo. 

In secondo luogo c’è:
(2)La prontezza.
Sempre nel v.8 è scritto: “Rimbòccati le vesti.”

“Rimbòccati le vesti” (perizōsamenos - aoristo medio participio) è avere una cintura, o una fascia attorno a sé, legare la veste con una cintura, o un laccio.

Si riferisce all'abitudine delle persone ai tempi di Gesù di indossare abiti larghi e lunghi.

Se una persona voleva fare un lavoro fisico si legava la veste in modo tale che potesse lavorare in modo agile senza  inciampare, o senza ostacolare il proprio lavoro, senza  interferire con i suoi movimenti.

Quindi la parola indica la prontezza e la determinazione ad agire.

In terzo luogo vediamo:
(3)La prestazione in sacrificio.
Nel v. 8 leggiamo: ” E servimi finché io abbia mangiato e bevuto, poi mangerai e berrai tu?”

“Servimi” (diakonei – presente attivo imperativo) è un comando.

Invece di farlo mangiare appena arrivato, il padrone  dirà allo schiavo di preparargli la cena e di servirlo fino a quando non abbia finito di mangiare con calma.

Ricordiamo ancora che questo avviene la sera, quindi lo schiavo è esausto e affamato a causa del lavoro nei campi.

Il padrone ne aveva tutto il diritto secondo le leggi di allora.

Le esigenze del proprietario hanno la precedenza sull’esigenza dello schiavo, secondo le leggi di allora. 

Lo schiavo deve servire il padrone prima di prendersi cura di se stesso. 

COSÌ RIGUARDO IL RAPPORTO CON IL SIGNORE, LA PRIORITÀ NON DEVE ESSERE IL NOSTRO “IO”, I NOSTRI INTERESSI,  I NOSTRI PIACERI, MA DEVE ESSERE GESÙ CRISTO!

IL NOSTRO “IO” DEVE MORIRE!

In Galati 2:20 è scritto: “Sono stato crocifisso con Cristo: non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me! La vita che vivo ora nella carne, la vivo nella fede nel Figlio di Dio il quale mi ha amato e ha dato sé stesso per me.”

QUANDO GESÙ CRISTO CHIAMA UNA PERSONA ALLA SALVEZZA, LA CHIAMA A MORIRE A SE STESSO!! (Matteo16:24; Marco 8:34; Luca 14:26).

Quindi vediamo l’umiltà, la pazienza e il sacrificio dello schiavo; caratteristiche che devono avere tutti i servi di Dio, tutti i Suoi convertiti! 

Nel rapporto con Dio e nel Suo servizio, dobbiamo saper rinunciare alle nostre comodità, ai nostri piaceri ed essere disposti a soffrire per Lui come ha fatto Gesù e come hanno fatto gli apostoli e tanti altri cristiani nella storia della chiesa.

Molte volte, perché non ci piace soffrire, non serviamo il Signore quando è necessario!

Come ultimo punto vediamo:
III IL PLAUSO (vv.9-10). 
Gesù nei vv.9-10 ci fa capire che il servo del Signore non deve aspettarsi la lode, o una ricompensa.

Consideriamo allora che:
A)Il padrone non è in dovere.
Così leggiamo al v.9: ”Si ritiene forse obbligato verso quel servo perché ha fatto quello che gli era stato comandato?”

Questa domanda è retorica ed implica una risposta negativa: “No!”

“Si ritiene forse obbligato” (charin echei- presente attivo indicativo) è “rendere grazie”, “essere grato” (cfr.1 Timoteo 1:12; 2 Timoteo 1:3), dare un ringraziamento speciale.

NESSUN “GRAZIE” DA PARTE DEL PADRONE ACCOMPAGNERÀ IL SERVIZIO DELLO SCHIAVO, POICHÈ LO SCHIAVO HA ESEGUITO SOLO CIÒ CHE DOVEVA FARE!!

Il senso non è tanto un ringraziamento verbale, ma mettere il padrone in debito, in obbligo con il suo schiavo come se lo schiavo avesse qualche merito speciale.

Il motivo per cui il padrone non è in dovere è perché lo schiavo ha fatto quello che gli era stato comandato (diatachthenta – aoristo passivo participio), e questa era la sua funzione normale.

La parola “comandato” (diatachthenta) è “ordinare” o “dirigere” (Matteo 11:1; Luca 3:13; Galati 3:19; 1 Corinzi 7:17).

Il servo fa solo il suo dovere e non deve pensare che il padrone sia in debito con lui per questo motivo.

Dall’altra parte:
B)Il servo non deve pretendere.
Nel v.10 leggiamo: ” Così, anche voi, quando avrete fatto tutto ciò che vi è comandato, dite: ‘Noi siamo servi inutili; abbiamo fatto quello che eravamo in obbligo di fare’”.

Questa è l'applicazione della parabola.

“Così” ( houtōs- Luca 12:21; 14:33; 15,7,10) fa risaltare il significato della storia, e serve come parallelo per applicare la parabola a coloro che stavano ascoltando, i Suoi discepoli, o apostoli (Luca 17:1,5).

“Dite” (legete) equivale a “pensare” (Matteo  9:3; 14:26).

“Siamo servi inutili” non significa che lo schiavo non ha fatto bene il suo lavoro, perché secondo la parabola, lo schiavo non viene criticato perché non ha fatto ciò che il padrone ha detto di fare! 

E Gesù dice anche: “Avrete fatto tutto ciò che vi è comandato”, e poi è scritto: “Abbiamo fatto quello che eravamo in obbligo di fare.”

“Inutili” (achreioi) significa “non redditizio”, “senza valore”, “immeritevole” che “non producono guadagno” come l’uomo che ha nascosto il suo talento (Matteo 25:30). 

Ma in questo contesto è un’espressione di umiltà che indica indegno (cfr. 2 Samuele 6:22), quindi considerarsi non meritevole di lode, o ringraziamenti, o meritevole di ricevere una ricompensa per il servizio.

Joel B. Green scrive: “A una mentalità farisaica, Gesù si oppone a qualsiasi suggerimento che l'obbedienza possa essere interpretata come un mezzo per ottenere l'onore, o che possa impegnarsi nell'obbedienza per ricevere una ricompensa.”

UMILMENTE DOBBIAMO CONSIDERARCI NON MERITEVOLI DELLA RICOMPENSA DI DIO QUANDO FACCIAMO QUELLO CHE DIO CI HA COMANDATO DI FARE!

Non guadagniamo il favore di Dio con l’obbedienza, ma per la Sua sola grazia!

TUTTO IL MEGLIO CHE POSSIAMO FARE, NELLA MIGLIORE DELLE IPOTESI, DAVANTI A DIO, NON CI ATTRIBUISCE DEI DIRITTI NEI SUOI CONFRONTI!

Dobbiamo considerarci sempre indegni!

Due sono le considerazioni che dobbiamo fare.
La prima considerazione è:
(1) Siamo sempre mancanti davanti a Dio.

Anche se Gesù non tiene conto dei nostri difetti qui, comunque li abbiamo e allora non abbiamo nulla di cui vantarci se lo stiamo servendo.

NESSUNO È IN GRADO DI OBBEDIRE IN MODO PERFETTO A DIO OGNI GIORNO!

ALLORA NON ABBIAMO NULLA DI CUI VANTARCI!

La seconda considerazione che dobbiamo fare è:
2) Siamo stati creati per servire Dio. 

QUANDO OBBEDIAMO A DIO NON FACCIAMO NIENTE DI ECCEZIONALE: FACCIAMO QUELLO CHE DIO VUOLE, QUELLO PER CUI SIAMO STATI CREATI!

Si dice che il rabbino Johanan b. Zakkai abbia detto qualcosa del genere: “Se tu hai operato molto secondo la legge non rivendicare dei meriti per te, perché per questo scopo fosti creato.”

Il servo non deve pretendere nulla perché ha fatto quello che era in obbligo (ōpheilomen –eravamo in obbligo – imperfetto attivo indicativo) di fare, ha fatto solo il suo dovere (cfr. 1 Corinzi 9:16-17), quello di obbedire a Dio.

Da sottolineare che Gesù dice: “Tutto ciò che vi è comandato.”  

Il servitore non può scegliere cosa obbedire e cosa non obbedire!

IL SERVO SERVE DILIGENTEMENTE E SCRUPOLOSAMENTE IL SIGNORE!

L'obbedienza non deve essere accettata come causa di merito, ma come adempimento del dovere, poiché serviamo il Signore che è di sopra di noi.

Ora come lo schiavo non deve pretendere e aspettarsi la gratitudine del padrone, perché ha fatto quello che doveva fare, così anche i servi del Signore non devono pretendere e aspettarsi un riconoscimento o una ricompensa speciale del Signore perché abbiamo fatto ciò che dovevamo fare, abbiamo fatto il nostro dovere.

Questo significa anche che non dobbiamo servire il Signore perché vogliamo avere da Lui un premio, o per costringerlo a darci il premio.

Adempiere i propri doveri verso Dio non suscita alcun obbligo da parte del Signore Iddio.

Arland J. Hultgren scrive: “I discepoli di Gesù sono costretti a essere fedeli e a compiere la volontà del padrone, Gesù stesso. Quando si è agito in tal modo, non si dovrebbe pensare a ricompense o ringraziamenti.”

Certo in altre parti della Bibbia è scritto che Dio nella Sua bontà ci dà dei premi (Luca 12:35-37; 1 Corinzi 3:14; 4:5, 2 Corinzi 5:10), ma questo non significa che dobbiamo pensare a questo quando serviamo.

DOBBIAMO SERVIRE DIO INDIPENDENTEMENTE DAL PREMIO CHE CI DONA.
È UNA QUESTIONE DI UMILTÀ DI DOVERE, DI OBBEDIENZA E QUINDI DI AMORE! (cfr. Giovanni 14:15,21).

Dovremmo servire il Signore  e non dovremmo farlo solo per ricevere la sua lode, ricompensa, dovremmo farlo volentieri perché amiamo servire il nostro Signore. 

Il cristiano non è come il pagano religioso che pensava, o pensa di ricevere in cambio il favore, o il beneficio degli dèi offrendo un culto con i propri sforzi e sacrifici.

DIO CI ACCOGLIE COSÌ COME SIAMO IN CRISTO PER LA SOLA GRAZIA (per esempio Romani 3:23-28; 5:1-11).

E non possiamo vantarci davanti a Lui (Romani 3:27; 1 Corinzi 1:29; Efesini 2:9), o aspettare di avere un posto di onore affianco a Gesù Cristo (Marco 10:37).

Resseguie afferma giustamente: “L'obbedienza si basa sull'iniziativa divina e sull'obbligo umano, piuttosto che sull'iniziativa umana e sull'obbligo divino.” 

La parabola ci dice chiaramente che la relazione tra Dio e coloro che lo servono non è simile a una relazione tra proprietario e un servo in cui il servo riceve benefici in cambio di assistenza e supporto. 

Inoltre, dicendo che dobbiamo considerarci inutili, umili.

GESÙ VUOLE INCULCARCI L’UMILE OBBEDIENZA DAVANTI LE ESIGENZE DI DIO, LA MODESTIA  NEI COMPITI CHE CI AFFIDA.

VUOLE METTERCI UN FRENO ALL’ORGOGLIO, ALLA TENTAZIONE DI DARCI DELLE ARIE, DI VANTARCI!!

E non come quel fariseo che si vantava davanti a Dio per le sue opere disprezzando il pubblicano e pensava di essere giustificato da Dio (Luca 18:9-12).

CONCLUSIONE. 
Prima di tutto vediamo:
1)Il punto della parabola.
Questa parabola è contro coloro che orgogliosamente pensano di meritare o di ottenere qualche ricompensa per ciò che fanno.

Questa parabola corregge quella mentalità religiosa che è ossessionata nell’esaltare il  proprio sé perché ha servito Dio.

La parabola sfida quella visione religiosa che crede di poter meritare l’approvazione davanti a Dio per la propria giustizia, o avere come scopo di essere serviti da Dio!!

Di avere qualche pretesa da Dio, o dai membri della comunità, di avere una posizione alta perché siamo stati bravi nel servire Dio (cfr. Luca 9:46–48; 22:24–27). 

IL PUNTO DELLA PARABOLA È: LO SCHIAVO, QUINDI IL SERVO DI DIO, DEVE FARE CIÒ  CHE GLI È STATO COMANDATO E NON DEVE PENSARE CHE IL SUO PADRONE, QUINDI IL SIGNORE,  SIA IN DEBITO CON LUI PERCHÈ È STATO OBBEDIENTE!

L'obbedienza non obbliga Dio verso il discepolo. 

Dio non deve nulla al discepolo perché lo ha servito.

Questa parabola illustra il fatto che la nostra obbedienza in quanto tale non deve ricercare un riconoscimento da Dio.

UN DISCEPOLO NON DOVREBBE MAI DIMENTICARE LA PROPRIA POSIZIONE DI SERVO DAVANTI A DIO! ECCO PERCHÈ NON DEVE PRETENDERE NIENTE DA DIO!

LA PARABOLA È UN RICHIAMO ALL’UMILTÀ. 

Consideriamo ora:
2)Gli insegnamenti della parabola.
(a) Dobbiamo servire senza pensare alla ricompensa di Dio.
L'applicazione principale di questo testo è di evitare di entrare in una posizione negoziale con Dio, o avere una mentalità di ricompensa. 

J. Schmid scrive: “Esattamente come lo schiavo non può pretendere alcuna ricompensa per il suo lavoro, poiché tutto quello che fa è soltanto il suo dovere, così anche l’uomo nei confronti di Dio sta in rapporto di assoluta dipendenza, e non può quindi presentarsi a Lui con nessuna pretesa.”

Gesù non intendeva escludere la ricompensa celeste per il servizio fedele, ma intendeva istruire i Suoi discepoli su come dovevano pensare.

Anche se Dio ricompenserà i Suoi servi, il discepolo di Gesù non deve servire, o pensare di meritare una ricompensa , o una lode, un ringraziamento da Dio perché ha fatto solo il suo dovere, perché ha fatto quello per cui è stato creato e salvato: servire Dio.

NOI ESISTIAMO PER DIO, E NON DIO PER NOI!!

DIO ESSENDO IL NOSTRO SOVRANO PERFETTO SANTISSIMO CREATORE CHE CI AMA, MERITA LA NOSTRA TOTALE LEALTÀ E LA NOSTRA OBBEDIENZA SENZA LIMITI! 

NON C’È NULLA DI MERITEVOLE NEL SERVIRE DIO, È SEMPLICEMENTE IL COMPIMENTO DI UN OBBLIGO NATURALE E RELAZIONALE!!

Non dobbiamo pensare come i Farisei che sostenevano che fare le buone opere costituiva una pretesa su Dio per la giusta ricompensa. 

Gesù ripudia questo atteggiamento, gli uomini non possono mettere Dio in debito verso di loro.

Quindi ciò che è sbagliato è la pretesa di avere una lode, una ricompensa da parte di Dio perché lo abbiamo servito!

Non dobbiamo avere delle pretese di ricompensa, o chiedere a Dio che ci ringrazi perché lo abbiamo servito, ma dobbiamo ringraziarlo come il lebbroso Samaritano, perché Lui ci ha guarito dal peccato (Luca 17:11-19).

O come quella prostituta a casa di Simone il fariseo, che bagnò i  piedi di Gesù con lacrime a Gesù e li asciugava con i suoi capelli e ungeva i suoi piedi con un olio costoso come segno di umiliazione e riconoscenza verso Gesù  (Luca 7:36-48).

DOVREMMO SERVIRE DIO A CAUSA DI CHI È E DI CIÒ CHE HA FATTO NELLA NOSTRA VITA E NON PER ESSERE PREMIATI DA LUI! 

Se un buon schiavo fa il suo dovere fedelmente con il suo padrone, quanto più i figli di Dio, come quelli da Lui amati, lo devono servire fedelmente!!

COSÌ IL SERVIZIO, L’OBBEDIENZA, IL DOVERE NON È “MERCE DI SCAMBIO” CON CUI NEGOZIAMO CON DIO PER LA RICOMPENSA!!

MA UNA REAZIONE ALLA GRAZIA SALVIFICA DI DIO CHE HA AVUTO PER NOI!!

Quindi, al posto di avere delle pretese da Dio, lo dobbiamo invece, ringraziare perché ci dà  il privilegio e l'opportunità di servirlo, e questo non è stato guadagnato, ma perché Dio è misericordioso. 

Così, nessun cristiano, consapevole della natura di Dio e della natura umana peccaminosa può vantarsi davanti a Dio (Romani 3:27; 1 Corinzi 1:29; Efesini 2:9). 

(b)Non dobbiamo pretendere il riconoscimento dalle persone.
Il servizio è determinato dal dovere e non dal riconoscimento.

SE NON DOBBIAMO PRETENDERE IL RICONOSCIMENTO DI DIO, NON LO DOBBIAMO NEMMENO PRETENDERE DAGLI UOMINI!!

Tante persone vogliono essere riconosciute e apprezzate per quello che fanno. 
Quando i credenti cercano lode e la ricompensa, servono se stessi e non Dio. 

Non possiamo servire il Signore per la vanagloria (Filippesi 2:3), per essere visti e notati dagli altri e quindi poi lodati.

E nemmeno offenderci se il nostro servizio non è riconosciuto come molte volte avviene.

Molti cristiani hanno smesso e smettono di servire nella chiesa perché qualcuno non mostrava apprezzamento verso il loro servizio.

Se ti aspetti questo, non servirai bene il Signore, e smetterai di farlo se dipendi dal riconoscimento o dalla lode degli uomini. 

Esamina le tue motivazioni. 
Cosa ti aspetti quando servi Dio e gli altri?
Perché servi il Signore?
      
(c)Dobbiamo servire fedelmente Dio.
Ci DOVREMMO  SOTTOMETTERE SEMPRE A DIO SCRUPOLOSAMENTE COME VUOLE LUI, CON SOLLECITUDINE E SPIRITO DI SACRIFICIO RICONOSCENDO LA SUA AUTORITÀ MOTIVATI DALL’AMORE E DALLA GRATITUDINE PER LUI.

Metteremo Dio al primo posto esclusivamente prima di noi stessi.

LA PRIORITÀ NON SIAMO NOI, MA DIO!

Siamo chiamati a rinunciare a noi stessi, quindi ai nostri desideri, sogni, interessi, e così via.

La parabola richiede la totale negazione di se stessi come gli schiavi.

Non metteremo i nostri bisogni, o i nostri interessi prima di Dio, e non useremo Dio per i nostri bisogni, o interessi.

C’è sempre il rischio di usare Dio per soddisfare noi stessi!

DIO NON È IL NOSTRO SERVO, SIAMO NOI I SERVI DI DIO!

(d) Dobbiamo servire umilmente Dio.
Arland J. Hultgren scrive: “Nessuno  dovrebbe pensare, neanche per un istante, di meritare la lode o la ricompensa di Dio; nessuno, per quanto virtuoso o lavori con impegno, può considerare Dio in debito con lui. Quando si è eseguito ciò che egli si aspetta, si è semplicemente compiuto il proprio dovere; chi lo ama e cerca di esaudire il suo volere sa che il proprio compito non è mai finito.”
La parabola ci fa anche capire che il servo del Signore deve essere umile: deve considerarsi sempre indegno nonostante la sua obbedienza a Dio, c’è ancora tanto da fare, il suo servizio non sarà mai completo. 

DAVANTI A DIO, ANCHE LE BUONE AZIONI E I NOSTRI MIGLIORAMENTI, SEBBENE SONO IMPORTANTI, NON SONO SUFFICIENTI!

Così vediamo un principio importante che dobbiamo praticare quello dell’umiltà. (Luca 14:11. Cfr. Luca 1:52; 18:14; Giacomo 4:10; 1 Pietro 5: 6).

L’UMILTÀ DI RICONOSCERE CHE SIAMO INDEGNI, L’UMILTÀ DI NON MERITARE NIENTE DA DIO!  

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