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Filippesi 1:21: La morte secondo Paolo

Filippesi 1:21: La morte secondo Paolo 
Un insegnante della scuola domenicale voleva spiegare ai bambini di sei anni della sua classe, cosa doveva fare qualcuno per andare in paradiso. 
Per scoprire cosa credevano i bambini sull'argomento, ha posto alcune domande.
Chiese: "Se vendessi la mia casa e la mia macchina, facessi una grande vendita delle cose che ho, e dessi tutti i miei soldi alla chiesa, questo mi porterebbe in paradiso?" "No!" risposero i bambini. 
"Se pulissi la chiesa ogni giorno, tagliassi il prato, tenessi tutto pulito e in ordine il cortile, questo mi porterebbe in paradiso?" Ancora una volta la risposta è stata: "No!"
"Se fossi gentile con gli animali e dessi caramelle a tutti i bambini e amassi mia moglie, questo mi porterebbe in paradiso?" Di nuovo tutti gridarono: "No!"
"Ebbene, come posso andare in paradiso?"
Un bambino nell'ultima fila si alzò e gridò: "Devi essere morto!"

“Devi essere morto” è una risposta semplice e giusta se non sarai vivo al ritorno di Gesù Cristo, e se si riferisce a un vero credente! 

Nel “il morire guadagno” vediamo: 

I IL RISALTO
Ancora in un modo enfatico Paolo dice: “E il morire guadagno”.

Una piccolissima frase, eppure così profonda, benedetta e gloriosa nella sostanza!

Se “vivere” (zēn - presente attivo infinitivo) pone l'accento sul processo del vivere continuo della vita fisica in corso, presente, duraturo, in contrasto “morire” (apothanein – aoristo attivo infinitivo), indica un atto, o evento unico e completo, quindi l'atto della morte non è né progressivo, né ripetitivo.

Dobbiamo affermare che prima, o poi moriremo tutti, la morte è l’unica cosa che accomuna tutta l’umanità, o come per dirla con lo scrittore e poeta Argentino Jorge Louis Borges: “La morte è un’usanza che tutti, prima o poi, dobbiamo rispettare”.

Oppure come dice l’aforista Fabrizio Caramagna: “La morte, pur se stampata in miliardi e miliardi di volumi, ha una sola pagina. Uguale per tutti”.

Il punto è il modo come affrontarla e dove saremo, ma ci sono solo due posti diversi dice la Bibbia: l’inferno e il paradiso (cfr. per esempio Matteo 7:13-14; 25:31-46; Luca 16:19-31; 2 Tessalonicesi 1:6-10; Apocalisse 20:11-21:26).

Vediamo:
A) La visione dei non credenti verso la morte
Nell’Amleto di Shakespear c’è una frase che è diventata famosa: “Essere o non essere: questo è il problema”.
È di fatto un interrogativo che pone Amleto di fronte a due strade: continuare a vivere nelle avversità proprie dell’esistenza, oppure andare incontro alla morte e abbandonarsi al nulla e quindi a essere sollevato, sfuggire ai dolori della vita.

Questo dilemma fa parte della vita di molte persone.
La vita e la morte fanno parte di tutti noi, e certamente la morte gioca un ruolo importante nella nostra vita.

Viviamo in una cultura che pensa alla morte fisica con un tale terrore che l'obiettivo più alto della società è il rinvio della morte il più tardi possibile, o illudendoci cerchiamo di anestetizzarla con i piaceri, o cerchiamo di negarne l’esistenza non pensandoci.

Così coloro che non hanno la speranza cristiana della vita dopo la morte, quest’affermazione di Paolo la troveranno assurda!

Coloro che credono di avere un diritto inalienabile alla vita, alla libertà, alla ricerca della felicità nei piaceri di questo mondo, trovano la morte come il peggior evento possibile e reagiscono in modo negativo all’idea di morire.

Lo psicoterapeuta e scrittore Irvin Yalom scrive: 
“La vita e la morte sono interdipendenti: esistono simultaneamente, non consecutivamente; la morte ronza di continuo sotto le membrane della vita ed esercita una vasta influenza sull’esperienza e sulla condotta. La morte è una sorgente primordiale di angoscia e, in quanto tale, è la fonte primaria della psicopatologia”.

Quindi secondo questo psichiatra, la morte è fonte di angoscia e di malattie mentali.

Sempre lo stesso Yalom scrive: “I nostri atteggiamenti nei confronti della morte influenzano il modo in cui viviamo e cresciamo nonché il modo in cui ci indeboliamo e ci ammaliamo”.

Per molte persone di questo mondo, la morte è il male assoluto e hanno paura di morire, e questo per varie ragioni, ma ce ne sono tre in particolare in relazione all’aldilà:
Ho paura di quello che potrebbe accadermi se ci fosse una vita dopo la morte. 
Ho paura di quello che potrebbe accadere al corpo dopo la morte.
Ho paura di cessare di essere.

Tutto questo suscita angoscia!

Così molte persone per non pensare alla morte cercano di distrarsi con i divertimenti, con i vari passatempi a più non posso, il loro motto è: “Ogni lasciata è perduta”, cioè ogni occasione di cui non abbiamo saputo, o voluto approfittare al momento opportuno è definitivamente perduta; quindi non ce la lasciamo scappare!

Altri pur di ritardare la morte stanno attenti al mangiare, fanno sport, prendono integratori e così via.

Ci sono poi dei meccanismi per sdrammatizzare la morte, o “a guardarla negli occhi” per cercare di superarla come i tanti film di supereroi, zombie e vampiri, o anche come l’umorismo, per esempio l’attore e regista Woody Allen: “Non è che ho paura di morire. Solo che non voglio esserci quando accadrà”. 

Ora che cosa pensi riguardo la morte? 

O quando pensi alla morte a che cosa pensi?

Se sei un cristiano dovresti pensarla come un guadagno e come una motivazione a vivere la tua vita radicalmente, assolutamente e pienamente per il Signore Gesù!

Consideriamo ora:
B) La visione dei veri credenti sulla morte
Dopo aver vissuto per Cristo, anche Paolo sarebbe morto, ma non pensava alla morte in modo negativo! 

Paolo, era un vero credente e non aveva paura di morire!
Il morire per Paolo era un guadagno!

Agli anziani di Efeso, che lo incontrarono sulla spiaggia nei pressi di Mileto, Paolo dichiarò inequivocabilmente: “Ma non faccio nessun conto della mia vita, come se mi fosse preziosa, pur di condurre a termine la mia corsa e il servizio affidatomi dal Signore Gesù, cioè di testimoniare del vangelo della grazia di Dio” (Atti 20:24).

Poco dopo rispose ai credenti di Cesarea che erano angosciati dalla profezia di Agabo sull'imminente arresto di Paolo: “Che fate voi, piangendo e spezzandomi il cuore? Sappiate che io sono pronto non solo a essere legato, ma anche a morire a Gerusalemme per il nome del Signore Gesù” (Atti 21:13). 

Paolo ha ricordato ai credenti di Roma: “Nessuno di noi infatti vive per se stesso, e nessuno muore per se stesso; perché, se viviamo, viviamo per il Signore; e se moriamo, moriamo per il Signore. Sia dunque che viviamo o che moriamo, siamo del Signore. Poiché a questo fine Cristo è morto ed è tornato in vita: per essere il Signore sia dei morti sia dei viventi” (Romani 14:7-9). 

Sia che poteva vivere, morire, Paolo poteva dire ora, come direbbe a Timoteo qualche anno dopo: “Quanto a me, io sto per essere offerto in libazione, e il tempo della mia partenza è giunto. Ho combattuto il buon combattimento, ho finito la corsa, ho conservato la fede. Ormai mi è riservata la corona di giustizia che il Signore, il giusto giudice, mi assegnerà in quel giorno; e non solo a me, ma anche a tutti quelli che avranno amato la sua apparizione” (2 Timoteo 4:6-8).

Paolo non era sicuro di quale fosse il piano di Dio per lui, se avrebbe continuato a servirlo ed esaltarlo attraverso la sua vita e il suo ministero, o attraverso l'esaltazione finale della morte. 

In ogni caso, la volontà del Signore sarebbe stata fatta, il suo piano sarebbe stato completamente realizzato; in ogni caso sarebbe vittorioso e Cristo sarebbe esaltato.

Paolo vuole incoraggiare i credenti di Filippi, vuole che sappiano che è pronto a morire per la sua fede in Gesù Cristo e parla del morire (apothanein - aoristo attivo infinito), cioè dell’evento della morte come un guadagno.
Se per un non credente, la morte è il peggior evento possibile, per Paolo, e quindi per tutti i veri credenti, tuttavia, non lo è!

Se per un non credente la morte è il peggio, per i veri credenti la morte è il meglio!!

Paolo affrontava la morte con la stessa ferma determinazione che aveva per la vita, poiché sia la morte che la vita per lui significavano servizio a Cristo, e questo era il suo obiettivo primario, Paolo viveva per glorificare Cristo (Filippesi 1:20). 

E questo non è solo per Paolo che stava per essere giudicato a morte per la predicazione del vangelo.

Anche in tempi moderni ci sono cristiani che sono perseguitati per la loro fede, e alcuni muoiono.
Per esempio l’Iraniano Mehdi Dibaj, è stato imprigionato dal governo iraniano nel 1984 con l'accusa di “apostasia”, poiché si era convertito dall'islam al cristianesimo. La pena per questo crimine, secondo la legge islamica che governava l'Iran, era la morte. 
Mehdi ha sofferto in prigione per dieci anni prima di essere processato; quando lo fece, la sua dichiarazione scritta di difesa fu una semplice e diretta riaffermazione del suo impegno verso Gesù Cristo. 
Le ultime righe di quella difesa contengono questo rilevante paragrafo: “(Gesù Cristo) è il nostro Salvatore ed è il Figlio di Dio. Conoscerlo significa conoscere la vita eterna. Io, peccatore inutile, ho creduto nella sua amata persona e in tutte le sue parole e miracoli registrati nel Vangelo, e ho affidato la mia vita nelle sue mani. La vita per me è un'opportunità per servirlo e la morte è un'opportunità migliore per stare con Cristo. Perciò non sono solo soddisfatto di essere in prigione per l'onore del Suo Santo Nome, ma sono pronto a dare la mia vita per amore di Gesù mio Signore”.
Il 12 dicembre 1993, il tribunale davanti al quale era stata formulata questa difesa condannò Mehdi all'esecuzione. 
Sotto l'intensa pressione di molte persone dell’Occidente che erano a conoscenza del suo caso, incluso il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, il governo iraniano rilasciò Mehdi nel gennaio del 1994. Sette mesi dopo, fu trovato morto in circostanze sospette in un parco di Teheran, il terzo cristiano assassinato in Iran dopo la scarcerazione. 

“Vivere per Cristo significa” essere disposti a morire per Lui, e la morte come Paolo, come Mehdi, la dobbiamo vedere come un guadagno!

Come vedi tu la morte? 
Come il peggior evento possibile, oppure come l’evento migliore che ti possa capitare?

Nella morte come guadagno vediamo:
II LA RICOMPENSA
Paolo non tremava al pensiero della morte, la considerava un guadagno, una prospettiva molto gradita. 

“Guadagno” (kerdos), è come qualcosa di vantaggioso, un profitto, un beneficio, perché lo introdurrà in un’esistenza ancor più benedetta.

Parlando della parola “guadagno” Mark Keown scrive: “Qui è usato come guadagno nel senso di ricompensa eterna, qualcosa che Paolo attende con impaziente attesa nelle sue lettere (ad esempio, 1 Corinzi 9:24-27; 2 Corinzi 4:16-5:8; Filippesi 3:14,21; 1 Tessalonicesi 4:17; 2 Timoteo 4:8). Il ‘guadagno’ implica un miglioramento della sua attuale situazione di lotta e sofferenza, la ricompensa di Dio per i suoi sforzi (cfr. 1 Corinzi 3:12-15)”. 

Per Paolo il morire è un guadagno molto più grande che vivere perché la morte lo introdurrà alla gloria eterna (Salmo 73:24; Romani 8:18; 2 Corinzi 4:17-18; cfr. 1 Pietro 5:10).

Dio accoglierà nella gloria i veri credenti a braccia aperte! Ci darà il benvenuto! (Salmo 73:24).

La “gloria” è la gloria di Dio e di Cristo nella quale Paolo e tutti gli altri cristiani, partecipano per grazia di Dio.

“Gloria” è la condizione nella vita successiva, è quindi descritto come partecipazione allo splendore, o alla gloria di Cristo (Luca 24:46; Giovanni 17:5,22,24; 1 Timoteo 3:16).
La "gloria" indica la condizione di esaltazione, di beata perfezione di coloro che dimorano con Dio e Cristo in cielo (2 Timoteo 2:10; Ebrei 2:10; cfr. 1 Pietro 1:4-5).

La vita divina che i cristiani ricevono al momento della rigenerazione non cessa alla morte; è vita eterna, quindi i fedeli non muoiono mai veramente (cfr. Giovanni 5:24; 11:25-26).

E questo c’introduce ai motivi per cui per Paolo la morte era un guadagno.

Il primo motivo perché il morire è un guadagno per:
A) La pace
Anche se non avevano la visione della vita eterna come i cristiani, i pagani consideravano la morte come una liberazione dai problemi terreni, infatti la morte come guadagno per la vita aggravata è testimoniata da numerose citazioni tratte dalla poesia lirica, dal dramma, dalla filosofia e dalla retorica, sparse in diversi secoli di letteratura greca e latina. 

Per esempio nella tragedia “Antigone” del drammaturgo Sofocle, Antigone dice: “Chi vive in tanti mali come me, come non guadagna costui morendo?” 

Anche se non tutti sono d’accordo su questo, alcuni commentatori pensano che Paolo veda nel morire come un sollievo, come una liberazione da una vita dolorosa.

Nel senso come sollievo, “il morire guadagno” sono di un Paolo umano che dà sfogo a un sentimento umano universale di trovare sollievo.

Così la morte per un credente è un guadagno perché la vita è appesantita da fardelli quasi insopportabili.
Ricordiamo che Paolo era perseguitato (Atti 9:23–25; 2 Corinzi 11:24-32, 33; Galati 1:17) e si trovava in catene per la predicazione del vangelo (Filippesi 1:7,13-14,17).

Per Paolo, e anche per i Filippesi nella lettura di questo slogan, potevano essere incoraggiati mentre affrontavano la persecuzione (cfr. Filippesi1:28-30). 

La vita di Paolo era così segnata dalla sofferenza che ci si poteva aspettare che vedesse la morte come un modo per sfuggire ai tormenti della vita. 

Coloro che non sono d’accordo con questa interpretazione, dicono che per Paolo non era fatica il ministero, ma servizio di Dio nella gioia (Filippesi 1:18; 2:16-17; 3:1; 4:4), anche se piena di intensa sofferenza (Filippesi 1:29–30; cfr. 1 Tessalonicesi 2:2; 2 Corinzi 11:23-33). 
Per l’apostolo “il vivere è Cristo”, quindi la sua vita non aveva alcun significato senza Cristo, e ne consegue che non avrebbe mai rinunciato a Cristo per salvarsi dalla persecuzione, o da quelle cose che lo stancavano, lo danneggiavano e gli rendevano la vita un peso, per Paolo il servizio per Gesù anche se comportava sofferenza non era un carico pesante da portare. 

Comunque sia Paolo, e quindi tutti i veri credenti, dopo la morte non soffriranno più, non saranno più provati.

C.S. Lewis diceva:”Ci sono cose migliori davanti a noi di quelle che ci lasciamo alle spalle”.

Leggendo Apocalisse 21:4 ci rendiamo conto della pace che avremo: “Egli asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non ci sarà più la morte, né cordoglio, né grido, né dolore, perché le cose di prima sono passate”.

La morte, il lutto, il pianto e il dolore fanno tutti parte del vecchio ordine delle cose che ora è scomparso perché c’è un nuovo cielo e una nuova terra (Apocalisse 21:1).

La venuta finale della presenza di Dio si traduce in assoluta pace e sicurezza da ogni forma di sofferenza che caratterizzava l'antica creazione!!

Il popolo di Dio riceverà un sollievo eterno dalle precedenti prove, poiché Dio “asciugherà ogni lacrima dai loro occhi”.
 
Non ci sarà più la morte! (cfr. Isaia 25:8).

Non ci sarà più cordoglio, né grido, né dolore! (Isaia 35:10; 51:11).
Ci saranno gioia e beatitudine eterne, perché gli effetti debilitanti del peccato e della sofferenza saranno rimossi!! 

Tutto ciò che abbiamo passato, tutte le malattie, le sofferenze, le perdite e gli incredibili dolori che hanno fatto parte della vita in questo mondo malato di peccato, non ci saranno più!

La morte per un vero cristiano è come la prefigurazione della vita, moriamo per non morire più!

Tutti i veri cristiani potevano, possono e potranno affrontare la morte con un sorriso!!

Il “guadagno” ci parla della gioia e meraviglia della vita eterna, dove saremo con Dio faccia a faccia, celebreremo la Sua grandezza e generosità, insieme al popolo che Lui ha salvato tramite Gesù Cristo e godremo delle Sue benedizioni per sempre!!

La morte per un cristiano, non è la cosa peggiore che possa capitargli, perché è un trapasso in un luogo di consolazione!! (cfr. Luca 16:22,25; 2 Tessalonicesi 1:7).

Tozer disse: “Più un cristiano soffre nel corpo, più pensa al trionfo di tornare a casa in cielo. Ma noi cristiani moderni sembriamo una razza strana. Siamo così completamente soddisfatti delle cose terrene che abbiamo raccolto e godiamo così tanto delle comodità di quest'era, che preferiremmo rimanere qui per molto, molto tempo! Probabilmente non diciamo a Dio questo tipo di desiderio quando preghiamo. Sappiamo che non sarebbe considerato pio, o spirituale se le persone sapessero che preferiamo la nostra posizione qui alla prospettiva del cielo”. 
Il morire è un guadagno per Paolo soprattutto perché lo avrebbe portato alla:
B) Presenza di Cristo
Paolo non vedeva la morte come la vede la società di oggi come una perdita, ma come un guadagno perché la morte lo avrebbe portato alla presenza di Gesù Cristo stesso (cfr. Luca 23:43; 2 Corinzi 5:8), come dirà al v.23, dov’è scritto che aveva il desiderio di partire e di essere con Cristo, perché è molto meglio.

Più di essere liberato dai problemi, Paolo finalmente sarebbe andato alla presenza di Cristo, dove la comunione con Cristo sarebbe stata maggiore, più intima e completa, questo è il guadagno del morire per un vero cristiano perché questo è uno degli scopi, o lo scopo della vita cristiana!
 
Anche se è vero, noi dovremmo pensare alla morte non come una liberazione di tutti i nostri problemi, come una via di fuga dalle circostanze terribili di questa terra, ma perché conduce finalmente alla presenza di Cristo!

Roger Ellsworth scrive: “Non avremmo problemi a essere d'accordo con Paolo se avesse detto: ‘Preferirei morire piuttosto che continuare in prigione’. Conosciamo tutti situazioni così spaventose che la morte è un sollievo. Ma Paolo non sta dicendo che la morte sia meglio del peggio della vita. Sta dicendo che la morte è meglio del meglio della vita. In altre parole, non desiderava la morte come via d'uscita da circostanze insopportabili. Lo desiderava come la via verso circostanze indicibilmente gloriose”.

La morte non sarà una tragedia, ma la via verso indicibili circostanze gloriose che riguardano la presenza di Gesù Cristo! 
Ecco il segreto per vivere con fiducia come credenti!!

Steven Lawson scrive: “Ciò che è più importante in cielo non sono le strade d'oro, né le porte di perle. Il più grande guadagno dell’essere in paradiso non è nemmeno ricongiungersi con i propri cari. Il più grande guadagno sarà quello di stare davanti a Cristo e contemplarlo così com'è. La gloria del cielo si trova in Gesù Cristo stesso. La morte porterà Paolo al Signore Gesù Cristo. Quale guadagno più grande può esserci di questo?”

Come cristiani, dobbiamo vedere la morte in questa ottica.

Chi non è cristiano non vedrà la morte in questo senso, la negherà, o la ignorerà, o si dispererà, perché considera questa vita così meravigliosa che si aggrappa a essa a tutti i costi!
Ma il cristiano la vedrà come un guadagno!

La morte non ha l’ultima parola su di noi credenti, ma è lo strumento che c’introdurrà, se siamo figli di Dio, alla Sua presenza gloriosa!

Hai questa fiducia? 
Credi che morire sia un guadagno? 
Se viviamo per qualcuno, o qualcosa diverso da Cristo, la morte sarà una perdita!!

Secondo Paolo come viviamo per Cristo, così moriremo in Cristo, e pertanto dobbiamo essere contenti (cfr. Filippesi 4:4).

La vita nel presente è una relazione con Cristo che continuerà anche dopo la morte!

Per Paolo “vivere è Cristo e morire guadagno", era il risultato della ferma convinzione da parte sua che né la morte, sebbene avesse il potere di liberarlo dai pesi dell’esistenza terrena, né la vita, nè tutte le altre cose e neanche gli esseri angelici, sia nel presente che nel futuro, lo avrebbero in alcun modo separato da Cristo (Romani 8:38-39). 

Paolo era certo che anche dopo la morte il cristiano continuerà ancora la relazione vitale con Cristo; in questo senso Paolo vedeva la morte non solo come una liberazione dai problemi terreni, ma anche, più di questo, come la via di andare alla presenza Cristo, dove la relazione con Lui, iniziata sulla terra, continuerà in un modo più profondo e intimo! 

Il rapporto con Cristo non sarà distrutto dalla morte, sarà cresciuto e arricchito! Ecco perché il morire è guadagno!

Dunque, se vivere è Cristo, morire sarebbe avere più di e con Cristo; significa andare e stare con Lui per una comunione più profonda e intima!!

La morte per un vero credente, è un mezzo che ci porta a Cristo!

Se come dirà più tardi in questa lettera, in Filippesi 3:8, Paolo ha rinunciato a tutto, considerando spazzatura ciò che era e aveva fatto prima della conversione al fine di guadagnare Cristo, ora se la vita sulla terra consiste in una ricerca univoca di Cristo, allora essere finalmente con Cristo significherebbe che aveva raggiunto il suo obiettivo: essere faccia a faccia con Cristo!

Allora la morte per un vero cristiano, non è la fine, ma un passaggio alla presenza di Cristo per una comunione maggiore, più intima e completa con Lui!

Allora la morte è un guadagno inestimabile perché introdurrà Paolo, quindi tutti i veri credenti, alla presenza immediata di Gesù Cristo, avere la conoscenza e la comunione più completa e profonda di Cristo per la presenza immediata di Cristo dopo la morte (Filippesi 3:10-14; cfr. Luca 23:43; 1 Corinzi 13:12; 2 Corinzi 5:6-7; 1 Giovanni 3:1-2).

In questo senso è più che fuggire dai problemi!

In questo senso si ha di più dopo la morte che non prima!

Così un vero cristiano pensando alla morte non ha paura, ha il desiderio di andare alla presenza di Cristo, perché desidera Cristo e la comunione più intima, profonda e perfetta con Lui!

Richard Sibbes comprese il desiderio di Paolo di stare con Cristo, e scrisse: “Perché allora dovremmo temere la morte, che è solo un passaggio a Cristo? È solo un arcigno sergente che ci fa entrare in un palazzo glorioso, che ci toglie i catenacci, che ci toglie i cenci, per essere rivestiti di abiti migliori, che pone fine a tutta la nostra miseria ed è l'inizio di tutta la nostra felicità. Perché dovremmo quindi aver paura della morte, è solo una partenza verso una condizione migliore”.

Ma è necessario, una condizione importante a tutto questo, quindi vediamo:
III IL REQUISITO
Una persona prima di dire: “E il morire guadagno” deve avere la certezza di andare alla presenza di Dio!

Non tutte le persone, anzi la maggior parte delle persone non possono dire questo!

Gesù in Matteo 7:13-14 dice: “Entrate per la porta stretta, poiché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che entrano per essa. Quanto stretta è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e pochi sono quelli che la trovano”.

Quindi non tutte le persone andranno in paradiso!

Per la maggior parte delle persone, la morte sarà una perdita orribile perché non hanno il requisito per ottenere un guadagno nella morte. 

Il profeta non Israelita Balaam, assunto dai Moabiti per maledire gli Israeliti mentre erano in viaggio dall'Egitto alla terra promessa disse: "Possa io morire della morte dei giusti e possa la mia fine essere simile alla loro!" (Numeri 23:10).

Questo profeta desiderava la morte dei giusti.

Come si fa a essere giusti?
Ebbene Dio ci dichiara giusti mediante Gesù Cristo per fede (Romani 4:23-25; 5:1-2,19) attraverso l’unione spirituale con Cristo (2 Corinzi 5:21).

Così prima di vivere per Cristo e di avere la certezza del guadagno, Cristo deve essere il Signore e il Salvatore dei nostri peccati (Matteo 1:21; Atti 10:43; 13;38-39; Romani 10:9-12).

Gesù Cristo è il requisito per essere giusti davanti a Dio!

CONCLUSIONE
Tutti moriremo! 

O che moriremo improvvisamente, con un incidente, o lentamente di malattia, oppure di vecchiaia, il vero cristiano ha la certezza che la morte è un guadagno!

Molte persone si aggrappano strettamente a denti stretti a questa vita; hanno paura di perderla. 

Al contrario i veri cristiani, non hanno paura della morte, perché la vedono come “una porta” per la presenza di Gesù Cristo e la vita eterna.

Per questo possiamo dire insieme a Thomas Brooks: “L'ultimo giorno di un credente è il suo giorno migliore”.

E anche con Hannah More: “Nessun uomo si è mai pentito di essere cristiano sul letto di morte”.

Dunque i veri cristiani quando affermano: “Per me vivere è Cristo, morire guadagno”, mostrano una visione centrata su Cristo sia riguardo il vivere che il morire!

Sicuramente i giorni sono difficili e incerti, ma il vero cristiano non si fa cogliere alla sprovvista, crede nel Signore sovrano che guida la storia e ed è convinto che dopo la morte andrà alla presenza di Gesù Cristo. 

Se Cristo è il nostro obiettivo e la nostra meta, la morte è guadagno perché ci conduce alla Sua presenza! 

Quindi una visione della morte centrata su Cristo significa che la morte è un punto di transizione verso una relazione più grande e più intima con Cristo.

Tozer diceva: “Sicuramente questo non è il tempo dei visi pallidi e delle ginocchia tremanti tra i figli della nuova creazione. Più buia è la notte, più luminosa brilla la fede e prima viene il mattino. Guardate in alto e alzate la testa; la nostra redenzione è vicina”.

Guarda in alto! Alza la testa! 
Se appartieni a Gesù Cristo, la tua redenzione è vicina!

Una cosa curiosa che si usa a Napoli nelle carte funebri, sono i soprannomi dei defunti appena morti; soprannomi che caratterizzavano la persona in base al lavoro, o a qualche altra caratteristica per esempio si mette il nome e cognome della persona morta e sotto il soprannome.
Per esempio “Palameccanica”, penso che il defunto lavorasse nel movimento terra, o “Maria a Cazzettar", verosimilmente una sarta; oppure “A siringara”, che faceva le punture.
Poi c’è anche “O’ Baffon” forse per i baffi.

Quanto possa essere di grande testimonianza la scritta per esempio qualcosa del genere come: “Servo, o serva di Gesù Cristo”; o “Infuocato, o infuocata per Gesù Cristo”.

Poi, altrove ci sono gli epitaffi che si mettono sulla lapide, alcuni divertenti, per esempio quello dello scrittore Antoine di Rivarol seppellito in Germania, il suo epitaffio è: “Qui giace Antoine, conte di Rivarol. La pigrizia ce lo aveva rapito ancor prima della morte”.

Se tu dovessi scrivere un epitaffio su di te, cosa scriveresti?

Forse potresti scrivere un qualcosa del genere: “In questa terra ho vissuto felicemente e radicalmente per Cristo, ora sono alla Sua presenza, questa è la cosa che più desideravo, perché è un gran guadagno!”

James I. Packer nel suo libro “Conoscere Dio” scriveva: 
“Signore, non sta a me preoccuparmi
Se vivo o muoio; 
AmarTi e servirTi, ecco la mia parte,
e questo deve darmi la Tua grazia.
Signore, non appartiene a me
Che io muoia o viva;
AmarTi e servirTi è la mia parte,
E questo deve darmi la tua grazia.
Se questa vita sarà lunga, ne sarò contento,
per poterTi a lungo obbedire;
se sarà breve, perché esser triste
quando so di salire verso l’eterno?”

Allora possiamo pregare: “Grazie Signore Gesù per la Tua benedizione di vivere per te e della morte perché mi porterà alla Tua presenza per l’eternità per una relazione più intima e profonda con Te!”


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