La parabola dei talenti (Matteo 25:19-30 - 2 Parte)

La parabola dei talenti (Matteo 25:19-30 - 2 Parte)

Tommaso da Kempis diceva: “Lavora un po' ora, e presto troverai grande riposo, in verità, gioia eterna; poiché se continuerai ad agire fedele e diligente, Dio sarà senza dubbio fedele e generoso nel ricompensare”.

Nella prima parte della predicazione sulla Parabola dei Talenti abbiamo visto la responsabilità che il padrone affidò a tre dei suoi servi e la loro reazione, oggi vediamo la resa dei conti.

Il v.19 dice: “Dopo molto tempo, il padrone di quei servi ritornò a fare i conti con loro”.

Passò molto tempo prima che l’uomo, ora chiamato “il padrone di quei servi” ritornò a fare i conti con loro per vedere se avessero adempiuto il proprio dovere, e questo dimostra che era stato dato loro il denaro per farlo fruttare.

“Padrone” (kyrios), cioè “Signore”, si riferisce a Gesù (per esempio Matteo 7:21-22; Luca 6:46; Giovanni 20:28; Romani 1:4; 1 Corinzi 8:6) e “dopo molto tempo” è inteso al Suo ritorno (per esempio Atti 1:11; Filippesi 3:20-21; 1 Tessalonicesi 4:13-18).

Quando Gesù ritornerà ci chiederà conto, a ognuno di noi, come abbiamo impiegato, amministrato le risorse che Lui ci ha dato.

Dunque l'enfasi qui non è sulla natura inaspettata del ritorno, ma sul ritardo del Suo ritorno (molto tempo) e sulla responsabilità che comporta per i cristiani, cioè i servi di Gesù Cristo.

Dai vv.20-23 troviamo:

I LA RICOMPENSA

Nei vv. 20-23 leggiamo: “Colui che aveva ricevuto i cinque talenti venne e presentò altri cinque talenti, dicendo: ‘Signore, tu mi affidasti cinque talenti: ecco, ne ho guadagnati altri cinque’. Il suo padrone gli disse: ‘Va bene, servo buono e fedele; sei stato fedele in poca cosa, ti costituirò sopra molte cose; entra nella gioia del tuo Signore’. Poi, si presentò anche quello dei due talenti e disse: ‘Signore, tu mi affidasti due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due’.  Il suo padrone gli disse: ‘Va bene, servo buono e fedele, sei stato fedele in poca cosa, ti costituirò sopra molte cose; entra nella gioia del tuo Signore’”.

Con gioia ed entusiasmo, con occhi scintillanti, senza vergogna, i due primi servi dicono al loro padrone che hanno fruttato proporzionalmente ciò che hanno ricevuto dal padrone.

È significativo che, sebbene gli schiavi con i cinque e i due talenti non produssero profitti uguali, ma produssero percentuali di profitto uguali, raddoppiando ciò che era stato loro dato, Gesù li loda allo stesso modo.

Quello che conta è la loro fedeltà nei rispettivi incarichi e non la somma ottenuta.

Così anche i cristiani con capacità e opportunità diverse possono produrre risultati diversi mentre lavorano con uguale fedeltà e devozione. 

Il Signore assicura quindi ai suoi servi che "…Ciascuno riceverà il proprio premio secondo la propria fatica" (1 Corinzi 3:8; cfr. Isaia 40:10; 62:11; Romani 14:10-12; 2 Corinzi 5:9; Apocalisse 22:12).

Un giorno daremo conto al Signore delle nostre opere e del nostro servizio, se gli siamo stati fedeli in questa terra!

Quando Gesù ritornerà ci chiederà conto di come abbiamo usato le risorse che ci ha dato, cioè i doni materiali e spirituali, di come abbiamo usato il nostro tempo, di come lo abbiamo servito!

Siamo responsabili di usare bene ciò che Dio ci ha dato!

Ogni cristiano dovrebbe adempiere fedelmente i doveri che il Signore gli ha affidato secondo le risorse che gli ha dato.

Prima di tutto vediamo:

A) L’elogio della ricompensa

Sia per il servo dei cinque talenti e sia per il servo dei due talenti, il padrone ha fatto lo stesso elogio: “Va bene, servo buono e fedele; sei stato fedele in poca cosa, ti costituirò sopra molte cose; entra nella gioia del tuo Signore” (vv.21-22).

Il senso di “va bene” (eu) potrebbe essere: “Ben fatto”, oppure “Eccellente”, o “Meraviglioso”; indica la soddisfazione e l’approvazione del padrone che ha considerato quel profitto buono. 

“Servo buono e fedele” è un'espressione di approvazione sia del carattere che della diligenza dei due primi servi; hanno fatto tutto ciò che il padrone si aspettava da loro.

Il padrone ha elogiato l'eccellente carattere dei due servi che si sono espressi in un servizio eccellente.

“Buono” (agathe) è avere qualità desiderabili o positive, indica l'avere le caratteristiche appropriate, o l'esecuzione della funzione prevista, specifica in modo pienamente soddisfacente, quindi essere utile, efficiente.

“Fedele” (piste) si riferisce a essere affidabile, che ha dato prova di meritare fiducia, quindi una persona di cui ci si può fidare, e questo indica che siamo, facciamo e diciamo ciò Dio vuole, avere come interessi solo quelli di Dio!

Ciò che il Signore ricerca nei Suoi servi non è l’eloquenza, né la saggezza, ma fedeltà!

In 1 Corinzi 4:1-2, Paolo parlando dei servitor di Cristo dice: “Così, ognuno ci consideri servitori di Cristo e amministratori dei misteri di Dio. Del resto, quel che si richiede agli amministratori è che ciascuno sia trovato fedele”.

Noi nel Nuovo Testamento troviamo esempi di fedeltà, questa parola è usata da Paolo che considerava Timoteo (1 Corinzi 4:17) e Tichico (Efesini 6:21; Colossesi 4:7), Epafra (Colossesi 1:7) fedeli. 

B) L’entità della ricompensa

A entrambi i servi, il padrone li ricompensa allo stesso modo: “Sei stato fedele in poca cosa, ti costituirò sopra molte cose; entra nella gioia del tuo Signore” (vv.21-22).

L'identica dichiarazione di ricompensa a entrambi i servi indica che il punto della parabola non è sul profitto, ma sulla fedeltà, nell’amministrare fedelmente le risorse che il padrone ha dato loro.

Nell’entità della ricompensa vediamo:

(1) La gestione

“Sei stato fedele in poca cosa, ti costituirò sopra molte cose” (vv.21-22).

Il padrone ricompensa i due servi con una responsabilità ancora più grande.

La ricompensa per l’adempimento fedele del loro servizio, non è una consistente pensione, o premio in denaro, ma una responsabilità ancora più grande.

Dunque il fatto che il padrone dice: “Sei stato fedele in poca cosa” non significa denigrare il lavoro dei due servi fedeli, significa che il lavoro passato non è nulla rispetto alla responsabilità futura!

La ricompensa del servizio di Dio è occasione per un ulteriore e più grande servizio. 

Il Signore onora i piccoli impegni di servizio con più grandi responsabilità di servizio!

(2) La gioia

“Entra nella gioia del tuo Signore” (vv.21-22).

Cosa si intende per entrare nella gioia del tuo Signore?

È stato interpretato in diversi modi.

C’è chi dice che condividono la gioia reciproca per il buon esito degli investimenti.

Poiché il padrone è contento del risultato, il servo può anche partecipare a quella contentezza. 

Oppure quando un servo ha l’approvazione del suo padrone il suo futuro sarà caratterizzato dalla gioia.

E ancora si riferisce alle realtà eterne reali, la gioia rappresenta una gioia che sarà sperimentata al momento del banchetto messianico, le benedizioni dell'era della fine dei tempi, la gioia del regno consumato, la gioia dei giusti nel mondo a venire (cfr. Matteo 8:11; 22:2; 25:10; 26:29). 

A coloro che hanno fatto bene come amministratori di ciò che il Signore ha messo a loro disposizione Egli concederà, dunque una bella ricompensa.

Se i due servi sono stati elogiati, il terzo non lo è stato, quindi vediamo:

II LA RIPROVAZIONE (vv.24-28)

Il padrone ha disapprovato il terzo servo, ma andiamo con ordine.

Prima di tutto il servo dà:

A) La spiegazione (vv.24-25)

Il terzo servo si avvicinò al padrone e gli dice cosa ha fatto del talento che gli ha dato, la sua risposta differisce da quella dei primi due servi.

Nella sua spiegazione:

(1) Il terzo servo evidenzia ciò che pensa del padrone

“Signore, io sapevo che tu sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso” (v.24).

Il terzo servo riguardo il padrone pensa che è un uomo duro (sklērós) cioè nel trattare con gli altri è severo, crudele, difficile ed esigente nel proprio comportamento.

Quel servo ha giustificato la sua sconcertante non attività dando la colpa al suo padrone!

“Che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso”, secondo il terzo servo, indica che il padrone si arricchisce a spese altrui, sfrutta il duro lavoro degli altri.

Questo terzo servo praticamente sta accusando il padrone di essere un approfittatore e un egoista.

(2) Il terzo servo evidenzia la sua paura

“Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra; eccoti il tuo” (v.25).

Il motivo per cui questo servo è andato a nascondere il suo denaro in sicurezza per riportarlo dopo al suo padrone è perché aveva paura di fallire e di perdere tutto, di non soddisfare il suo padrone e così da incorrere nella sua ira, nella sua punizione.

La religione di questo servo si riferiva a non fare nulla di sbagliato, gli mancava il coraggio di impegnarsi!

Anche oggi, molti pensano di non servire il Signore perché hanno paura che non lo faranno bene, o non sono in grado di farlo in modo perfetto, se sei tra questi: non lasciare che questo pensiero ti impedisca di fare ciò che puoi!!

La paura è probabilmente una scusa, perché se sapeva che il suo padrone era un uomo esigente, sapeva anche che doveva fare qualcosa di redditizio con il denaro che gli è stato affidato.

Ma se aveva veramente paura del padrone allora doveva avere anche paura del serio giudizio del suo padrone!

Quel servo ha preso solo delle scuse per non fruttare il talento che il padrone gli aveva affidato!

Nel servire il Signore molti prendono le scuse, lo ha fatto anche Mosè (Esodo 4:1-17).

Ciò che questo servo trascura è la sua responsabilità verso il suo padrone e il suo obbligo di assolvere i suoi doveri assegnati.

L’errore, o il fallimento di questo servo non consiste che non ha perso il denaro, ma che lo ha restituito senza averlo fatto fruttare!

Questo servo non ha fatto nulla!

Allora questo servo non rappresenta un ateo, o un agnostico, rappresenta tutti quelle persone che frequentano la chiesa che ascoltano con piacere l'insegnamento della parola di Dio, ma non servono il Signore, che dicono di credere, ma sono pigre nel servire Gesù Cristo!

Ma ecco:

B) La sanzione (vv.26-28)

Il padrone rispose al terzo servo e in questa risposta vediamo la sanzione.

Nella sanzione c’è:

(1) La dichiarazione 

Nel v.26 è scritto: “Servo malvagio e fannullone, tu sapevi che io mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso”.

Questo terzo servo aveva paura di fallire, che avrebbe perso il talento, o di non essere in grado di soddisfare il padrone; tuttavia, il padrone attribuisce le azioni del servo alla sua malvagità e pigrizia, e non alla paura.

“Malvagio e pigro” sono in contrasto con “buono e fedele” dei precedenti servi che hanno fruttato i talenti che ha affidato loro il padrone.  

Il problema allora non è che il padrone è duro, ma è il servo che è egoista che non vuole lavorare per qualcun altro!

“Malvagio” (ponēre) indica l'essere moralmente corrotto e maligno.

La malvagità del servo consisteva o nel travisare il carattere del suo padrone come copertura per i propri difetti, oppure nella sua cattiva gestione, come mostrato nella sua pigrizia, era malvagio per non aver usato il denaro affidatogli per il miglior vantaggio, e il suo motivo era la pigrizia. 

Oppure era malvagio per non volere che il padrone ottenesse un profitto, e pigro in quanto non voleva lavorare per fornire un profitto.

Oppure era malvagio in quanto infangava ingiustamente il carattere del suo padrone.

“Pigro” (oknēre) descrive il fatto che si ritira o esita nell’impegnarsi in qualcosa di utile, forse implicando la mancanza di ambizione, tra i greci descriveva uno che era lento ad agire.

La pigrizia è condannata nella Bibbia (Proverbi 6:6,9-10; 10:5; 13:4; 15:19; 18:9; 19:15, 24; 20:4, 13; 21:25; 23:21; 24:30, 31; 26:16; Ecclesiaste 10: 18; 2 Tessalonicesi 3:11; Ebrei 6:11).

Gesù esige molto dai Suoi servitori, ma non richiede mai più di quanto possiamo produrre, o ci affida!

La pigrizia del servo non è dovuta a una mancanza di capacità, o di opportunità, aveva la capacità per un talento.

Ma il servo nella sua pigrizia non ha fatto proprio nulla per far fruttare il talento che gli è stato affidato!!

"Gli uomini saranno giudicati non solo per aver fatto il male, ma per aver trascurato di fare il bene” (Barnes).

Nella sanzione c’è:

(2) La deduzione 

Il padrone dice quale doveva essere la logica conclusione del suo ragionamento.

Nel v.27 è scritto: “Dovevi dunque portare il mio denaro dai banchieri; al mio ritorno avrei ritirato il mio con l'interesse”.

Il problema non è che il padrone è duro, ma che il servo è malvagio e pigro che non vuole lavorare per qualcun altro.

Il padrone usa queste parole non perché è veramente questo tipo di uomo secondo il terzo servo, ma lo sta dicendo che se veramente il servo pensava questo del suo padrone, allora doveva agire diversamente!

“Se lo pensavi davvero, perché non hai preso il talento e l'hai messo in banca, dove mi avrebbe portato profitto?”

Blomberg scrive: “Il padrone non contesta la caratterizzazione che il servo fa di lui, ma il v. 26 non deve nemmeno essere letto come se fosse d'accordo con essa. Le parole del padrone suonano come un sarcasmo pungente. Egli sottolinea pure che se il servo avesse avuto ragione avrebbe dovuto rendersi conto che la sua inazione si dimostrava tanto più incoerente con la sua premessa. La disobbedienza avrebbe sicuramente suscitato l'ira di un padrone severo. Avrebbe dovuto investire il denaro come facevano i suoi compagni di servizio. Il suo tragico errore stava nel lasciarsi paralizzare dalla sua paura”.

Quindi, il padrone usa le stesse parole del servo riguardo il fatto che duro e scaltro negli affari, e pertanto il servo avrebbe dovuto agire di conseguenza nel cercare di far fruttare il talento se lo pensava veramente!

Ciò che il servo aveva fatto non era conforme alla genuina convinzione che il suo padrone mietesse dove non seminava, raccogliesse dove non vagliava.

“Dovevi” (edei – imperativo attivo indicativo) è una parola e un verbo molto forte, indica essere obbligato, doveva fare quello che doveva essere fatto.

Se non aveva il coraggio di rischiare, doveva quanto meno portare il talento dai banchieri così dopo al suo ritorno, il padrone lo avrebbe ritirato con l’interesse.

Questa sarebbe stata una procedura che avrebbe potuto intraprendere con sicurezza e senza grandi sforzi personali.

La sua allora era una scusa per giustificare le sue mancate azioni, era un uomo malvagio e pigro!

Le risorse che ci dà Dio fanno fatte fruttare per il progresso del Suo regno!

Anche una persona con limitate risorse e con poche opportunità di servizio è pienamente obbligata a usarle nel servire Dio.

Infine c’è:

(3) La determinazione 

Nel v.28 è scritto: “Toglietegli dunque il talento e datelo a colui che ha i dieci talenti’”.

Il padrone è arrabbiato e disgustato, comanda che gli venga tolto il talento e dato a chi ha corso maggiore rischio, cioè quello dei cinque talenti che ne ha fruttato altri cinque.

Il padrone non agisce in modo arbitrario; il terzo servo ha avuto i soldi per molto tempo e ha dimostrato che non ha aveva nessuna intenzione di farne uso; lasciandolo a lui sarebbe rimasto sepolto nel terreno.

Ma il talento doveva essere investito, e quindi era necessario toglierglielo e darlo a colui che aveva dieci talenti, perché ne avrebbe fatto un miglior uso. 

La grazia non tollera mai l'irresponsabilità; anche quelli che ricevono meno sono obbligati a usare e sviluppare ciò che hanno ricevuto dal Signore.

Dunque il talento viene tolto al servo malvagio e pigro, e viene dato al primo servo, ora vediamo:

III LA RAGIONE (vv.29-30)

Nei vv.29-30 vediamo la ragione per cui ha tolto il talento al servo infedele per darlo a quello che ha fruttato di più.

Noi troviamo:

A) Il principio (v.29)

Nel v.29 leggiamo: “Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell'abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha”.

Quello che dà e toglie è Dio!!

Nella parabola, “chiunque ha” è la persona che ha più capitale di prima che ha raddoppiato, ha aumentato ciò che gli è stato dato, da cinque è passato a dieci talenti.

Questo versetto stabilisce un principio della vita spirituale: chiunque abbia un talento e lo usa al massimo scoprirà che il suo talento si sviluppa e cresce, ma lo perderà se non lo userà. 

Questa è una legge della vita spirituale, e se noi la trascuriamo la trascuriamo a nostro rischio e pericolo. 

I discepoli di Gesù sono avvertiti.

La fedeltà è premiata da opportunità ampliate, mentre la mancanza di fedeltà porta all'impoverimento.

Il senso di questa frase è: solo chi è stato messo alla prova con incarichi di poco conto ne può ricevere di più grandi.

A colui o colei che hanno fatto fruttare le risorse materiali, o spirituali (il talento), ha già dato frutto, Dio concede una più grande abbondanza, invece laddove è stato sterile perde tutto!

Ma “chiunque ha” si può riferire anche alla fedeltà, e alla persona fedele sarà dato di più in senso di responsabilità e di arricchimento spirituale.

Coloro che dimostrano di essere affidabili con ciò che è stato loro affidato sperimenteranno benedizioni ancora più grandi. 

Colui che ha e utilizza le risorse fedelmente sarà concesso di più.

Oppure il “successo” nel senso di discepolato efficace porterà un ulteriore successo simile. 

Vediamo ora:

B) La punizione (v.30) 

Nel v.30 leggiamo: “E quel servo inutile, gettatelo nelle tenebre di fuori. Lì sarà il pianto e lo stridor dei denti”.

Nella punizione c’è:

(1) La valutazione

“E quel servo inutile”.

Ecco come viene valutato un servo pigro che non fa fruttare il talento, le risorse che gli dà il padrone: “Servo inutile!”

“Inutile” (achreios) è usato quì e anche in Luca 17:10, e indica senza alcuna utilità, inservibile, non redditizio e senza valore perché ha trascurato le risorse del padrone, non li ha fatti fruttare.

Nella punizione c’è:

(2) La destinazione

È nelle tenebre!

“Gettatelo nelle tenebre di fuori”, è scritto  nel v.30.

Questa espressione si riferisce al giudizio finale; “tenebre di fuori” e “pianto e stridor dei denti” raffigurano l’inferno (Matteo 8:12; 13:42,50; 22:13; 24:51).

Martyn Lloyd Jones disse: “La Bibbia divide chiaramente l'umanità in salvati e perduti, quelli che stanno per essere con Dio e quelli che stanno per essere esclusi dalla Sua presenza eternamente, quelli che stanno andando in cielo e quelli che stanno andando all'inferno. È nell'Antico Testamento ed è qui nel Nuovo; nostro Signore stesso l'ha insegnato. È ovunque”.

Nessuno ha insegnato questa dottrina più chiaramente del nostro Signore Gesù Cristo ed è per questo che ha detto anche che è venuto per darci la vita in abbondanza!! (Giovanni 10:10).

Queste metafore di Matteo si riferiscono alla sorte finale dei malvagi, e sono in netto contrasto con le parole di benedizione pronunciate ai primi due servi (vv. 21, 23).

“Tenebre di fuori” (skotos) indica essere privati della luce della presenza divina, è il luogo del giudizio (cfr. Esodo 10:21) e del tormento eterno (cfr. Matteo 8:12; 2 Pietro 2:17; Giuda 13), fuori del regno di Dio, dalla sua presenza benedetta (Matteo 7:23; 8:12; 22:13; 25:30; Luca 13:27-28) è il regno del male, la sfera dominata dal male, dal peccato e dall'ignoranza di Dio e delle sue vie.

Vediamo:

(3) La condizione

È di sofferenza!

L'inferno non è solo oscurità eterna, ma è anche tormento eterno, ci sarà pianto e stridore di denti, a significare l'agonia inesorabile di essere separati dalla presenza e dalla bontà di Dio.

"Stridor di denti" (brygmos) è digrignare i denti, potrebbe riferirsi al tormento per la sofferenza, o alla disperazione, o rabbia intensa, oppure tutte e tre.

Riflette il grande dolore che si prova all’inferno.

Questo è il destino dei malvagi, dei pigri, degli infedeli anche se sembrano credenti, li aspetta l’inferno!

Ma Gesù sta forse insegnando che la salvezza si può perdere, o deve essere guadagnata con il nostro servizio?

Non sta dicendo questo: Gesù ci salva per la sola Sua grazia, mediante la fede e non per opere, ma le opere dimostrano la nostra fede e la nostra salvezza (cfr. per esempio Romani 3:19-20; Galati 2:16; Efesini 2:8-10; Giacomo 2:14-26).

 La parabola dei talenti mostra che saremo ritenuti responsabili delle risorse che il Signore ci ha dato.

Non è solo sbagliato il non fare commettere cose brutte come un omicidio, un furto e così via, ma è anche sbagliato omettere le buone azioni alla gloria di Dio come quello di servirlo! (cfr. Giacomo 4: 17).

Due servi fedeli sono stati premiati, mentre il terzo non è stato premiato, anzi è stato condannato perché infedele!

I fedeli saranno ulteriormente benedetti; gli infedeli, o i cristiani solo di nome, perderanno tutto.

Ai servi di Cristo, in attesa del Suo ritorno è stata affidata la responsabilità di utilizzare le risorse che sono state date loro dal Signore, venir meno a questo significa non essere veri credenti e quindi essere esclusi dal regno quando Cristo ritornerà.

CONCLUSIONE 

John MacArthur scrive: “Il profitto ottenuto dai primi due servi rappresenta il compimento e la soddisfazione di una vita che appartiene al Signore ed è fedelmente dedicata al Suo servizio. Il fallimento del terzo servo di utilizzare ciò con cui era stato affidato dal suo padrone rappresenta il vuoto, incapacità, e inutilità di una vita in cui la professione di fede in Cristo è dimostrata falsa e priva di significato per lo spreco incurante di privilegio e di opportunità”.

Questa parabola descrive le conseguenze di due atteggiamenti riguardo al ritorno di Cristo. 

La persona che si prepara diligentemente per questo investendo le risorse che il Signore gli ha donato per servirlo sarà ricompensata, mentre la persona che non ha cuore l'opera del Signore sarà punita. 

Dio ricompensa la fedeltà!

Quelli che non portano frutto per il regno di Dio non possono aspettarsi di essere trattati come quelli che sono fedeli.

La fedeltà di una persona che si manifesta nel servizio, che dice di essere un servo del Signore è la dimostrazione che lo è veramente!

Quindi la parabola, oltre a essere un incoraggiamento per coloro che sono fedeli al Signore, è anche un avvertimento per coloro che dicono di essere credenti, ma non stanno servendo il Signore fedelmente! 

Come servi di Gesù Cristo, dobbiamo vederci e agire come persone che devono dare conto al loro Signore di come hanno usato le risorse che ha loro affidato, non farlo significa che il Signore non ci sta apprezzando!





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