mercoledì 13 settembre 2017

La parabola del buon Samaritano (Luca 10:25-37).

 La parabola del buon Samaritano (Luca 10:25-37).
Guardando i telegiornali, o dei reportage, o leggendo i giornali, ci rendiamo conto che la sofferenza è grande nel mondo. 
Ci sono molte associazioni umanitarie onlus (senza scopo di lucro) in diversi campi e così ci sono molte associazioni di filantropia. 
La parola “Filantropia” indica un sentimento di amore (filìa) nei confronti degli esseri umani (ànthropos). 
Nell'uso corrente un filantropo è una persona generosa che fa attività di beneficenza. 
Uno di questi è Bill Gates il fondatore di Microsoft si è ritirato dagli affari per dedicarsi a un’associazione da lui fondata nel Gennaio del 2008 la “Bill & Melinda Gates Foundation”, oggi, rappresenta l’istituzione filantropica più ricca al mondo, con circa 37,3 miliardi di dollari è considerata la fondazione più grande del mondo ed è attiva nella ricerca medica, nella lotta all'AIDS e alla malaria, nel miglioramento delle condizioni di vita nel terzo mondo e nell'educazione.
Molti forse non hanno i mezzi economici come Gates e perciò non hanno la capacità di aiutare gli altri, forse anche tu rientri in questo cerchio, ma anche se non sei ricco, puoi fare qualcosa nel tuo piccolo per aiutare gli altri.

• Questa parabola rientra nella parabola dei racconti esemplari, cioè presenta un modello di comportamento che dovremmo avere: vale a dire l’amore pratico. 
L’aspetto centrale di questa parabola è ciò che dobbiamo fare! (vv.10:36-37).

• I passi paralleli di Matteo 22:34-40 e di Marco 12:28-34, non raccontano la parabola, raccontano solo la risposta di Gesù al dottore della legge e la domanda è: “Quale è il più grande dei comandamenti”, mentre qui il riferimento è: ” Come avere la vita eterna”. 
In questa domanda in sé non c’è nulla di male, gli è la farà anche il giovane ricco (Luca 18:18; cfr. Atti 2:37;16:30).
• Chi erano i dottori della legge? 
I dottori della legge erano esperti nell’interpretazione e nell’insegnamento della legge mosaica. 
Questo esperto chiede cosa deve fare per avere la vita eterna, come se si trattasse che la sua salvezza dipendesse dai suoi sforzi (Matteo 19:29; Marco 10:17; Tito 3:7; 1 Pietro 3:7).
Come alcuni teologi e studiosi della Bibbia oggi dicono, ai rabbini Ebrei piaceva dibattere sui punti dottrinali, questo studioso della legge mosaica, voleva sapere il parere di Gesù per provarlo (peirazo), forse non era interessato alla verità, ma voleva vedere se Gesù rispondeva correttamente.
Varie volte Gesù è stato provato, cioè sfidato dai leader religiosi giudaici, perché volevano accusarlo, per avere un pretesto (Luca 11:16; Marco 8:11; 10:2; 12:15; Matteo 22:35).
Gesù risponde con un’altra domanda su cosa è scritto nella legge e il dottore della legge risponde: di amare il Signore con tutto se stessi e di amare il prossimo come se stessi come dice la legge (Deueteronomio 6:4-5; Levitico 19:18).
Gesù approva la risposta del dottore della legge, ma non sta dicendo che dobbiamo sforzarci di osservare questi due comandamenti, nessuno è in grado di farlo, Gesù gli disse così perché in questo modo, il dottore, si sarebbe reso conto del suo bisogno di salvezza. 
Infatti, Dio nella Sua saggezza ha dato la legge non per salvarci, ma per farci vedere il peccato, condannarci e condurci a Gesù (Romani 3:20; Galati 2:16,21; 3:21-24).
• La domanda:“Chi è il mio prossimo”, viene fatta per giustificarsi, o per difendersi, perché nel presente, il dottore della legge, non stava amando in modo radicale, oppure si sentiva in colpa perché non aveva amato in modo radicale nel passato!
La domanda in realtà significa: "Dove segnerò il mio confine?" "Quanto deve essere ampio il cerchio?" 
Se so chi è il mio prossimo, so anche chi non lo è, ma è vero che chiunque porta amore nel cuore saprà chi è il suo prossimo! 
Tra i Giudei si pensava che il prossimo fosse solo coloro che appartenevano alla nazione di Israele, o era un proselito (Levitico 19:18), anche se Mosè scrisse di trattare gli stranieri allo stesso modo dei giudei (Levitico 24:22; Numeri 15:15-16; Deuteronomio 1:16; 10:18).
• Gesù racconta la parabola del Samaritano per spiegare chi è il prossimo (vv.30-37).
Gesù narra la storia di un uomo che scendeva da Gerusalemme a Gerico. 
La strada era in discesa perché Gerusalemme si trova a circa 820 di altezza al di sopra, del mare, Gerico invece 250 metri al di sotto, del mare. Perché dice Gerico? 
Probabilmente perché la strada per Gerico era nota per essere infida e pericolosa, diversi viandanti portavano armi per difendersi dai briganti. 
Quindi un uomo è derubato, spogliato, ferito, lasciato mezzo morto, aveva riportato ferite gravi fino ad essere in fin di vita, perciò necessitava di soccorso. 
Per caso passa prima un sacerdote e poi un levita e fecero finta di niente (vv.31-32). 
Sia il sacerdote che il levita erano due professionisti religiosi! 
Il sacerdote era una persona consacrata a Dio, i leviti assistevano i sacerdoti nel culto e nella manutenzione prima del tabernacolo e poi del tempio (Numeri 1:50-54; 3:17; 4; 8:5-26; 1 Cronache 23; 26:20-28; 2 Cronache 31:11–19; 35:10–14; 17:8–11; Deuteronomio 17:9–11; 1 Cronache 25:1–7; ecc.). 

Entrambi erano in dovere di aiutare quell’uomo, ma non lo fecero, perché? 
Forse perché pensavano che fosse morto e secondo la legge non potevano toccare i morti, a eccezione delle loro famiglie (Levitico 21:1-2; Numeri 5:2;19:11-13; Ezechiele 44:25-27); o forse perché visto che hanno finito la loro funzione religiosa, pensavano che non erano in dovere di aiutare quella persona sofferente. 
Comunque erano in dovere almeno di guardare meglio e di aiutare quella persona, perciò non hanno scuse. 
Questo ci fa capire che una persona religiosa può essere ipocrita. 

Ma chi si ferma e aiuta il malcapitato, è un Samaritano (v.33). 
Un Samaritano che passa di là, ne ebbe pietà, fasciò le piaghe del malcapitato, versandovi olio e vino, questa combinazione era uno strumento terapeutico nell’antichità. 
“Olio e vino”, servivano a calmare il dolore e pulire le ferite, il primo lenisce, il secondo è un blando disinfettante. 
Il Samaritano lo mise sul proprio asino e quindi lui, camminò a piedi, non so per quanti chilometri, (tra Gerusalemme e Gerico c’erano 27 chilometri con un dislivello di quasi 1000 metri!) lo condusse a una locanda e si prese cura di lui.
Il giorno dopo diede due denari, che equivaleva a due giorni lavorativi dell’epoca; con due denari si poteva soggiornare per alcuni giorni in una locanda, a seconda delle caratteristiche e del prezzo dell’alloggio, e soddisfare le necessità alimentari per alcuni giorni di un uomo in salute, la somma pertanto doveva bastare per pagare vitto e alloggio forse per una settimana o due, in ogni caso è stato anticipato alcuni giorni. 
Il Samaritano diede all’oste due denari per prendersi cura di lui, se avesse speso di più, lo avrebbe rimborsato al suo ritorno.
Il Samaritano ha fatto sette azioni concrete: (1) Si avvicinò al malmenato; (2) dà un primo soccorso; fasciò le sue piaghe; (3) disinfettò le ferite con olio e vino; (4) lo caricò sul proprio asino camminando a piedi; (5) lo portò a una locanda; (6) si prese cura di lui personalmente; e (7) paga l’oste anticipatamente per le sue spese.  
Il Samaritano ha dedicato al malcapitato soldi, tempo e fatica! 
Gesù chiede chi è il prossimo dei tre? Il sacerdote, il levita, o il Samaritano? 
Lo scriba rispose il samaritano. 

Poiché tra i Giudei vi erano tre suddivisioni tradizionali, sacerdoti, leviti e comuni Israeliti, è sorprendente che Gesù parli proprio di un Samaritano. 

Se l’uomo derubato era un Giudeo, le parole di Gesù hanno una forza maggiore, perché tra Giudei e Samaritani non scorreva buon sangue!!

I Giudei consideravano i Samaritani apostati e quindi erano considerati, oggetto di disprezzo (Giovanni 8:48). 
Le origini dei Samaritani risalgono al 722 a.C. quando gli assiri conquistarono, il regno del nord, la Samaria. 
Il re Assiro stanziò in Samaria gente pagana, che veneravano divinità straniere, da quel momento i Giudei si unirono ai pagani e si allontanarono dalla legge giudaica (2 Re 17:24-41). 
Inoltre i Samaritani rifiutavano l’intero Antico Testamento a parte i cinque libri di Mosè (i primi cinque libri dell’Antico Testamento), il loro tempio non era a Gerusalemme come i Giudei, ma sul monte Garizim (Giovanni 4:9). 
Pertanto non erano considerati Giudei, ma vicino ai Gentili.
Quindi da un Samaritano non ci si sarebbe mai, aspettato, compassione! 
Nello scegliere un Samaritano come l’unico che soccorre l’uomo, Gesù infrange le barriere tra Giudei e Samaritani.
Se il sacerdote e il levita avessero avuto paura di contaminarsi toccando quella persona credendola morta, non sarebbe stato, un problema, sarebbero rimasti impuro per sette giorni e poi si sarebbero purificati con l’acqua della purificazione il terzo e il settimo giorno (Numeri 19:11-13).       
La domanda di Gesù del v.36 è: “Quale di questi tre ti pare essere stato il prossimo di colui che s'imbatté nei ladroni?”. La domanda dello scriba invece a Gesù è stata v.29: “E chi è il mio prossimo?” 
Vi è una differenza sostanziale cioè per lo scriba il prossimo è l’altro che ha di bisogno, mentre per Gesù tu ti fai il prossimo di chi ha bisogno, in questo modo si sottolinea che tutti siamo chiamati ad aiutare chi ha bisogno!
Nel v.37 leggiamo: “ Quegli rispose: ‘Colui che gli usò misericordia’. Gesù gli disse: ‘Va', e fa' anche tu la stessa cosa’”.                

Cosa impariamo da questa storia? 
I L’AUTORITÀ DEL NOSTRO COMPORTAMENTO È LA PAROLA DI DIO.
La parabola del Samaritano illustra l’insegnamento di Gesù fondato sull’Antico Testamento come leggiamo nel v.26, Gesù riporta il suo interlocutore alla legge. 
Gesù basa il suo insegnamento e quindi l’autorità del nostro comportamento nella Parola di Dio!
Qual è l’autorità del tuo modo di pensare, o di comportarti? I tuoi amici? Il tuo idolo sportivo o del mondo dello spettacolo? Ma dove ti porteranno? 
Se non sono principi cristiani lontano da Dio e all’inferno! 
La nostra autorità deve essere la Bibbia! (Matteo 5:17-18; Giovanni 10:35; 2 Timoteo 3:16-17).
Secondo la Parola di Dio noi dovremmo amare il prossimo. Stai amando il prossimo?

II L’AMORE TOTALE PER DIO VA CON L’AMORE PER IL PROSSIMO (v.27)
Nel v.27 è scritto: "Egli rispose: 'Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta l'anima tua, con tutta la forza tua, con tutta la mente tua, e il tuo prossimo come te stesso?".

Chi è il mio prossimo? (v.29).
A) Il prossimo (plesion) è il vicino, chi ti sta accanto.
Nell’Antico Testamento designa “l’altro” “colui che ci è accanto” nei confronti del quale occorre tenere un comportamento corretto come vuole Dio! 
Il prossimo di ognuno è colui che è sulla nostra via: famiglia, colleghi, fratelli di chiesa, compagni di scuola, insegnanti, vicini di casa, conoscenti, anche lo sconosciuto che incontriamo. 
Può essere di qualsiasi religione, ceto sociale, sesso. 

Nell’Antico Testamento l’amore per il prossimo è concepito come convivenza sociale che si concretizza nell’accoglienza e nel riconoscimento del diritto dell’altro. 
Quindi accogliere l’altro e rispettare il bene dell’altro!  

B) Lo scriba dice chi è il mio prossimo, Gesù dice che noi siamo il prossimo degli altri!
Per lo scriba ciò che era importante è chi si deve aiutare, mentre Gesù dicendo chi è stato il prossimo del malcapitato, capovolge tutto, sottolineando l’importanza dell’amore concreto verso tutti e non solo dell’informazione di chi amare. 
La domanda non è “Chi è il mio vicino?”  ma “ A chi, io posso essere vicino?”  
Perciò il punto: Non è chi dobbiamo amare, ma che noi dobbiamo amare! 
Non è come noi vediamo gli altri, ma come noi agiamo verso gli altri! 
Non chiedere chi è il tuo prossimo, ma tu sei chiamato a essere il prossimo, il vicino di qualcuno!

Lo scriba doveva imparare che il prossimo è colui che va' incontro alle necessità degli altri. 
Solo quando impariamo che noi dobbiamo farci il prossimo di chi è nel bisogno, possiamo veramente servire gli altri nello spirito del buon Samaritano.

Luca 10:25–37 è un passaggio significativo sull'etica di un discepolo. 
I discepoli devono amare pienamente Dio e manifestare quell’ amore verso gli altri. 
L’amore per Dio si esprime in una vita che è sensibile verso gli altri. 
Chi dice di amare Dio amerà il prossimo!     

Il nostro atteggiamento verso Dio determina tutto il resto, se lo amiamo veramente ameremo il prossimo. 
Amare Dio, significa mostrare misericordia verso chi è nel bisogno. 
Una vita cristiana autentica si trova nel servire Dio e prendersi cura degli altri. 
Questo è un aspetto importante del discepolato. Questo, è il punto di partenza: devo amare Dio completamente! Tutto il resto nasce da questo rapporto verticale con Dio. 

L’apostolo Giovanni scrive: "Se uno dice: ‘Io amo Dio’, ma odia suo fratello, è bugiardo; perché chi non ama suo fratello che ha visto, non può amare Dio che non ha visto. Questo è il comandamento che abbiamo ricevuto da lui: che chi ama Dio ami anche suo fratello" (1 Giovanni 4:20-21).

III SIAMO CHIAMATI AD AMARE IL PROSSIMO COME NOI STESSI.   
Questo passo si riferisce a Levitico 19:18: “Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il prossimo tuo come te stesso. Io sono il SIGNORE”. 
Il dovere di ognuno di noi, secondo la legge di Dio, può essere sommato con una parola: AMORE. 
Chi ama il prossimo adempie la legge Romani 13:8-10: "Non abbiate altro debito con nessuno, se non di amarvi gli uni gli altri; perché chi ama il prossimo ha adempiuto la legge. Infatti il ‘non commettere adulterio’, ‘non uccidere’, ‘non rubare’, ‘non concupire’ e qualsiasi altro comandamento si riassumono in questa parola: ‘Ama il tuo prossimo come te stesso’. L'amore non fa nessun male al prossimo; l'amore quindi è l'adempimento della legge".
L’unico obbligo che dobbiamo avere è l’amore gli uni per gli altri! (Galati 5:14; Giacomo 2:8).   
L’amore non fa danni al prossimo! Hai visto mai morire qualcuno di troppo amore?   

A) Chi amare: Chiunque!
Il prossimo può essere anche il tuo nemico. 
Come il Samaritano, siamo chiamati a fare del nostro meglio per aiutare chi ci sta vicino, anche persone nemiche.
Invece noi tendiamo ad amare: chi ci tratta bene, chi ha gli stessi nostri interessi, chi non ci mostra i nostri difetti, chi ci apprezza, la persona con cui possiamo esser noi stessi, invece siamo chiamati ad avere un comportamento di amore verso tutti coloro che sono vicino a noi.

Noi siamo chiamati anche ad amare i nostri nemici come leggiamo in Matteo 5:43-48: “Voi avete udito che fu detto: ‘Ama il tuo prossimo e odia il tuo nemico ’. Ma io vi dico: amate i vostri nemici, benedite coloro che vi maledicono, fate del bene a quelli che vi odiano, e pregate per quelli che vi maltrattano e che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; poiché egli fa levare il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Se infatti amate quelli che vi amano, che premio ne avete? Non fanno lo stesso anche i pubblicani? E se salutate soltanto i vostri fratelli, che fate di straordinario? Non fanno anche i pagani altrettanto? Voi dunque siate perfetti, come è perfetto il Padre vostro celeste”.
“Odia il tuo nemico” non è una citazione dell’Antico Testamento, è cattiva interpretazione della legge secondo alcuni al tempo di Gesù.
Amando i nostri nemici assomiglieremo a Dio nostro Padre che ama il mondo e fa sorgere il sole su tutti buoni e cattivi. 
Amare il prossimo è amare anche i nemici. 
In Romani 12:17-21 è scritto: “Non rendete a nessuno male per male. Impegnatevi a fare il bene davanti a tutti gli uomini. Se è possibile, per quanto dipende da voi, vivete in pace con tutti gli uomini. Non fate le vostre vendette, miei cari, ma cedete il posto all'ira di Dio; poiché sta scritto: ‘A me la vendetta; io darò la retribuzione’, dice il Signore. Anzi, ‘se il tuo nemico ha fame, dagli da mangiare; se ha sete, dagli da bere; poiché, facendo così, tu radunerai dei carboni accesi sul suo capo’.  Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene”.    
I carboni accesi sulla testa, indica un senso di vergogna e contrizione infuocata. 
Era un’usanza egiziana, quando una persona voleva mostrare in pubblico la sua contrizione, portava in testa un contenitore di carboni ardenti per rappresentare la sofferenza acuta della sua vergogna e della sua colpa.

Quindi il senso è facendo del bene al nostro nemico, gli infliggiamo un tale senso di vergogna che lo porterà ad un vero ripensamento oppure il senso di vergogna rimarrà se non vuole essere riconciliato.   
Inoltre Gesù porta lo scriba a considerare l’amore senza barriere sociali, culturali e nazionali, quindi da un amore condizionato a un amore incondizionato e senza pregiudizi.
Il prossimo non è condizionato dalla razza, dalla religione, o se è maschio o femmina, il prossimo è chiunque è fatto a immagine di Dio, quindi tutte le persone! 
“Chi è il mio prossimo?” è in realtà un tentativo di limitare l’azione verso il prossimo cercando d’identificare chi potrebbe essere: solo l’amico, solo il parente, solo qualcuno del suo popolo. 
“Chi è il mio prossimo?", per lo scriba, com’era la norma del primo secolo del nazionalismo Ebraico, non si estendeva agli altri popoli del mondo, ancor di più il Samaritano che lo scriba non ha nemmeno ci menzionare quando Gesù gli chiede chi dei tre fosse stato il prossimo (v.36), infatti lo scriba non risponde: “Il Samaritano”, ma colui che gli usò misericordia (v. 37).
Il Samaritano, dunque è uno che vede il bisogno di un altro, e avendo le risorse per aiutarlo, lo aiuta senza pregiudizio! 
Questo deve essere il nostro stile di vita, se diciamo di essere cristiani!
B) Come amare: Come te stesso!
Come noi amiamo noi stessi, tanto da prenderci cura di noi stessi così dobbiamo fare con gli altri. 
Buber traduce Levitico 19:18 così: "Ama il tuo prossimo al pari di te", cioè comportati come si trattasse di te stesso. 
Noi desideriamo il nostro bene, perciò ci curiamo e desideriamo che gli altri ci facciano del bene. 
In Matteo 7:12 è scritto: “Tutte le cose dunque che voi volete che gli uomini vi facciano, fatele anche voi a loro; perché questa è la legge e i profeti”.
Non possiamo rimanere indifferenti se il nostro prossimo, chi è vicino a noi è nella sofferenza! 
Il sito del “Corriere della sera” riportava un articolo sull’indifferenza menzionando il trentasettenne Matt Muro che ha fotografato l’indifferenza sulla metropolitana di New York e ne ha fatto un album fotografico e poi ha creato un blog, questo ha suscitato l’interesse del New York Times. Tutto perché lui ha sperimentato l’indifferenza in quanto aveva un problema, una frattura al piede destro da stress e quindi costretto a portare le stampelle. Prendendo la metro da Brooklyn, dove vive, a Manhattan, dove lavora, restava spesso in piedi nonostante il vistoso “stivale” e le stampelle. Guardava i passeggeri seduti nei posti riservati ai disabili. Uomini, donne d’ogni colore e d’ogni età. Li fissava… Niente! 
Ecco una parte dell’articolo: “MATT, L’UOMO CON LE STAMPELLE E GLI INDIFFERENTI DEL METRÒ” 
‘Che faccia ha l’indifferenza? Ha la faccia di una ragazza coi capelli a caschetto, seduta in metro nel posto riservato agli invalidi, che guarda impassibile davanti a sé mentre un uomo in stampelle si regge a fatica sul treno in movimento. Ha la faccia di chi abbassa lo sguardo, di chi si finge assorto nei propri pensieri o nella lettura del giornale - e c’è sempre il vecchio trucco del cappello calato sugli occhi-: tutto per non cedere il proprio posto a chi è disabile”. 
Che dire ancora dell’indifferenza di quello che è successo nel maggio del 2009 a Sanremo di quell’uomo rimasto in coma sulle scale per dieci ore e probabile che siano passate una ventina di persone, tutte indifferenti! L’ha aiutato l’ex compagna con cui aveva un appuntamento che è andato a cercarlo e l’ha trovato mezzo morto in mezzo al sangue! Forse per paura nessuno lo ha aiutato! Queste sono solo due storie, ma quante c’è ne sono ancora? Il trattamento di benevolenza e rispetto che desideri dagli altri lo devi avere per gli altri!

Infine vediamo:
IV LA PIETÀ.
La “pietà” (splagchnízomai) del Samaritano rispecchia la pietà di Dio. 
Infatti, questa parola è usata per la compassione di Dio per i deboli, i poveri e di Gesù per chi ha bisogno di aiuto. 
Un giorno un lebbroso andò da Gesù, si buttò in ginocchio e chiese a Gesù di guarirlo è scritto in Marco 1:41: “Gesù, impietositosi, stese la mano, lo toccò e gli disse: ‘Lo voglio; sii purificato!’” (Marco 6:34; 8:2; Luca 7:13; 15:20). 

Non è stata l’univa volta. 
In Matteo 9:35-36 leggiamo: “Gesù percorreva tutte le città e i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe, predicando il vangelo del regno e guarendo ogni malattia e ogni infermità. Vedendo le folle, ne ebbe compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore”.

Come Suoi discepoli siamo chiamati a seguire l’esempio di Gesù! A vedere il prossimo con gli occhi di Cristo.
La storia racconta che il grande Scià persiano Abbas che regnò magnificamente in Persia, amava mescolarsi con le persone camuffandosi. Una volta si travestì come un uomo povero, uscì di nascosto dal suo palazzo regale e si sedette, vicino a un panettiere e cominciò a parlare. All’ora del pasto il panettiere gli diede un pò di pane e un po’ d’acqua, mangiarono insieme e bevvero. Lo Scià sempre camuffato da povero andò via, ma l’indomani ritornò di nuovo e di nuovo ancora, e stava insieme con altri poveri a parlare, questi apprezzarono la sua amicizia e aprirono i loro cuori. Finalmente il re si rivelò e chiese a loro che cosa volessero in regalo. Lui si aspettava chissà quale grande richiesta, ma quegli uomini rimasero in silenzio. Lo Scià disse ancora guardandoli: “Ma non avete capito? Io vi posso fare ricchi, nobili, vi posso regalare anche una città! Non avete nulla da chiedermi?”. Ma un uomo rispose: “Sì signore abbiamo capito, ma quello che lei ha fatto, che ha lasciato il suo palazzo, ed è venuto a sedersi con me in questo luogo oscuro come una persona comune e interessarsi a me chiedendomi della mia situazione, se il mio cuore era contento o triste, questo per me è stato un grande regalo, la sua amicizia è la cosa più preziosa che possa avere”.
Gesù era ed è interessato alla vita degli uomini ed è venuto, su questa terra per salvarci mosso dalla compassione per la nostra miseria spirituale. 
Gesù era ricco, ma si è fatto povero per te! Affinché tu potessi diventare ricco! (2 Corinzi 8:9). 
La Sua amicizia è la cosa più preziosa che tu possa avere! 
Noi siamo chiamati a seguire il Suo esempio amando gli altri!

CONCLUSIONE.
Quindi l’aspetto centrale di questa parabola è ciò che dobbiamo fare! “Va', e fa' anche tu la stessa cosa” (v.37). 
I credenti sono chiamati a mostrare compassione per chi è nel bisogno indipendentemente da chi è la persona da aiutare. 
Conosci in questo momento qualcuno che è nel bisogno? Aiutalo secondo la misura che puoi dare in termini economici, di tempo, di mezzi, ecc.              
Non possiamo essere indifferenti e fare finta di niente agli altri! 
“Il peggiore peccato contro i nostri simili non è l'odio ma l'indifferenza: questa è l'essenza dell'inumanità” (George Bernard S.).
Viviamo in un’epoca di grande indifferenza e individualismo (si ricerca la propria felicità e il piacere personale), ma tu sei chiamato a considerare gli altri, a rispettarli, ad aiutarli se hanno bisogno. 
Tu sei chiamato a fare quello che ha fatto, il Samaritano per quello che ti è possibile!
Due giovani uomini nella prima guerra mondiale erano molto amici. La loro amicizia nacque da bambini, infatti erano vicini di casa, giocavano insieme, andarono nella stesa scuola, praticarono lo stesso sport e poi si sono arruolati per stare insieme. Ma la cosa curiosa è che erano nella stessa area di guerra. Dopo una battaglia particolarmente brutta si è constatato che uno dei ragazzi mancava da qualche parte in quella zona nota come: “ La terra di nessuno uomo”. L'altro ragazzo, sicuro e incolume, è andato al comando e ha chiesto il permesso di recarsi per cercare il suo amico. Gli è stato detto che sarebbe stato inutile perché sicuramente nessuno era rimasto dopo la devastante battaglia di tante ore. Ma dopo la grande insistenza, gli è stato dato, finalmente il permesso di andare. Qualche tempo dopo è venuto il soldato con il corpo del suo amico sulla sua spalla. Il comandante ha detto, pensando che fosse morto: “Non ti ho detto che era inutile che tu andassi ” Il ragazzo risponde con gli occhi radiosi: “Ma non è stato invano; perché quando l’ho visto lui ha sussurrato: ‘sapevo che saresti venuto’”.
Tu lo avresti fatto? 
Questo è il compito di un credente: essere un Samaritano anche nel proprio piccolo! 
Non sei chiamato a essere un eroe, ma sei chiamato a considerare il prossimo, ad amarlo, a non essere indifferente!
Se ami Dio con tutto te stesso amerai il tuo prossimo chiunque esso sia!