Osea 1:6-7: Lo-Ruama niente più compassione di Dio

 Osea 1:6-7: Lo-Ruama niente più compassione di Dio

Ci sono persone che credono nella “teologia del Babbo Natale”; secondo questa teologia i peccati non creano nessun problema; Dio perdona sempre e non punisce nessuno, anche coloro che hanno uno stile di vita immorale e idolatra, non dobbiamo temerlo, chi lo fa è giudicato antiquato, bigotto, puritano. 

Ma questo non rispecchia ciò che dice la Bibbia, ciò che troviamo scritto in Osea 1:4-9.

Dopo la chiamata di Osea da parte di Dio di sposare una moglie prostituta, Gomer, e fare figli di prostituzione, ecco che Gomer concepì e partorì il primo figlio che il Signore disse a Osea di chiamarlo Izreel.

Nei vv.6-7 vediamo la nascita di una figlia, che è simbolo di negazione della compassione di Dio verso Israele, il Regno del Nord.

Se mentre il nome del primo figlio si concentrava sia sul giudizio sulla dinastia del re Ieu, della monarchia e su Israele, ora con questo nome simbolico del secondo figlio, il giudizio si concentra solo sul regno del Nord; il Signore ha deciso di ritirare la Sua compassione da Israele.

Cominciamo a vedere:

I LA CESSAZIONE DELLA COMPASSIONE DEL SIGNORE PER ISRAELE (v.6) 

Il v.6 dice: “Lei concepì di nuovo e partorì una figlia. Il SIGNORE disse a Osea: ‘Chiamala Lo-Ruama, perché io non avrò più compassione della casa d'Israele in modo da perdonarla’”.

Prima di tutto consideriamo:

A) Il significato del nome Lo-Ruama 

Gomer, moglie di Osea, dopo il primo figlio Izreel, concepì e partorì una figlia e anche in questa occasione il Signore disse come chiamarla: Lo-Ruama.

Anche questo nome è un simbolo vivente della realtà del giudizio di Dio.

“Lo-Ruama” (lōʾ ruḥāmāh) viene da due parole “lōʾ” che indica “non”, e a proposito Stuart Douglas scrive: “Il lō segnala chiaramente un nome negativo in contrasto con la pratica generale di dare ai bambini nomi positivi nell'antico Israele”. 

L’altra parola è “ruḥāmāh” che significa “compassione”, dunque il nome allora significa “che non ottiene compassione”, oppure “lei non riceve alcuna compassione”, o “nessuna compassione”.

Derek Kidner scrive: “L'effetto del nome è sorprendente e tragico: il segno è più profondo del primo, Izreel, perché mentre è abbastanza devastante da perdere una guerra e un regno, è ancora più disperato da perdere la misericordia e la compassione di Dio”.

Questo nome rappresenta una drammatica inversione di quello che comprendeva Israele, pensava di essere sempre al centro della compassione di Dio, che l’avrebbe sempre salvato, ma questo nome farà capire al Regno del Nord che non è sempre così!

Il nome del secondo figlio di Osea presuppone una nazione già legata alla misericordia e all'amore del Signore, ma ora rappresenta questa perdita: Israele non avrà più la compassione del Signore!!

Dato che la compassione è la prima caratteristica che il Signore afferma nella sua auto-descrizione in Esodo 34:6-7 (cfr. anche per esempio Esodo 33:19; Salmo 86:15; 103:8; 111:4), il nome di questa figlia di Osea indica che il Signore cesserà di agire in uno dei Suoi modi più fondamentali verso il suo popolo.

Chiamare la figlia “Lo-Ruama” suggerisce che la compassione è necessaria, ma non sarà disponibile, è anche se il Signore rimane sempre compassionevole nel Suo essere più profondo, la negazione della Sua compassione annulla uno degli aspetti più basilari del Suo rapporto con Israele, implica che la nazione d’Israele perde le basi della sua relazione con Dio. 

Ma attenzione! Non dovremmo pensare che questo nome indichi i veri sentimenti, o il comportamento di Osea nei confronti della figlia, il nome è ancora una volta un simbolo, un segno per il popolo di Israele.

Il Signore non avrà più compassione di Israele che lo aveva abbandonato per Baal!! (per esempio Osea 2:13; cfr. 1 Re 14:15).

Il Signore ha dato a Israele ciò che voleva, voleva vivere indipendente dal Signore e allora il Signore lo ha lasciato al suo destino! 

Israele non voleva essere amato dal Signore e si è dato all’idolatria, così il Signore lo lascia seguire ciò che desidera.

In sostanza è come se il Signore gli dicesse: “Mi hai detto in molti modi diversi che non vuoi la mia compassione; ora ti chiamerò con il nome che esprime ciò che hai sempre desiderato ‘Non compassione!’.

Israele non poteva aspettarsi la compassione dal Signore e il nome sorprendente “Lo-Ruama” richiama l'attenzione su questo allontanamento della nazione dal Signore e di conseguenza del Signore dalla nazione.

Quindi per il popolo sentire questo nome: sarebbe stato davvero incredibile, sorprendente, un nome scandaloso per una figlia. 

Duane Garrett scrive: “È un nome terribile da dare a una bambina. Comunica il rifiuto da parte di suo padre e dice che l'ha abbandonata a tutti i problemi del mondo. Per una cultura centrata sul bambino come lo era Israele, è difficile immaginare un nome più scandaloso e offensivo. Ogni volta che il suo nome veniva pronunciato, attirava l'attenzione delle persone intorno e invitava alla domanda: ‘Perché qualcuno dovrebbe chiamare sua figlia in quel modo? Sul serio? Perchè?’”.

“Compassione” (ruḥāmāh) indica una profonda, gentile simpatia e dolore provato per un altro che è stato colpito da afflizione o sfortuna, accompagnato dal desiderio di alleviare la sofferenza.

Anche se il Signore ha mostrato compassione, non è stato a causa di qualsiasi opera meritevole che il destinatario aveva fatto, ma era dovuto unicamente alla sovrana libertà di Dio di concederla a chi ha scelto. 

“Farò grazia a chi vorrò fare grazia e avrò pietà di chi vorrò avere pietà”  è scritto in Esodo 33:19, poi ripreso da Paolo in Romani 9:15.

La compassione di Dio non è determinata da nessuno o da qualcosa al di fuori di se stesso!

Nessuno può rivendicare, o pretendere meritevolmente la compassione di Dio!

Davanti a Dio non abbiamo diritti! Siamo tutti peccatori!

La compassione è parallela al concetto di grazia in Isaia 27:11; in Geremia 6:23 è il contrario di crudeltà; in 2 Re 13:23 è la risposta positiva di Dio che gli impedisce di distruggere il Suo popolo.  

“Compassione” (ruḥāmāh) è collegata alla radice “reḥem”, cioè “grembo materno” o “utero” (Genesi 20:18; 49:25; Esodo 13:2,12,15; 34:19; Numeri 3:12; 8:16; 18:15; Giobbe 3:11; Salmo 22:10; 58:3; Proverbi 30:16; Isaia 46:3; Geremia 20:17; Ezechiele 20:26; Osea 9:14).

“Compassione” descrive un profondo sentimento emotivo, caldo e tenero che scaturisce da un profondo legame affettivo, è l'amore naturale di una madre (Isaia 49:15), o di un padre (Salmo 103:13) per i propri figli e spesso quella di Dio per il Suo popolo secondo la Sua sovranità (cfr. Esodo 33:19), è la risposta positiva di Dio ai meno fortunati, una risposta di sentimenti positivi e azioni verso chi è nel bisogno (Deuteronomio 13:17; Isaia 9:16). 

Questa compassione caratterizza la disposizione favorevole del Signore verso il Suo popolo (per esempio Deuteronomio 13:17; 2 Re 13:23; Isaia 14:1; 30:18; 60:10; Geremia 12:15; 31:20; Lamentazioni 3:32). 

Parlando della radice ebraica “reḥem” Wolff dice: “L'amore naturale che i genitori hanno per i propri figli, uno stretto legame che abbraccia gioiosamente e incondizionatamente il bambino come la persona più debole, soprattutto nel momento del bisogno”.

Quindi “compassione” indica una profonda emozione che associato al secondo figlio indica che il Signore non l’avrà verso il Regno del Nord, Israele.

Gary Smith scrive: “Il nome di questo bambino rivela che Dio metterà fine ai suoi teneri sentimenti di profondo affetto (come il profondo affetto di una madre per il frutto del suo grembo) che sono alla base della sua relazione di alleanza con il suo popolo”.

Il Signore nella Sua compassione verso Israele fino a ora li aveva accettati, amati, curati e protetti, ma questo nome simbolico indica che non sarà più così, infatti dice il motivo perché Osea deve chiamare la figlia “Lo-Ruama” “perché io non avrò più compassione della casa d'Israele” in modo da perdonarla”.

“Non avrò più compassione” (ʾăraḥēm – piel imperfetto attivo) esprime un aspetto intensivo, un rafforzamento e una ripetizione dell'azione. 

(Compassione ‘rāḥam’ ha lo stesso significato di ‘ruḥāmāh’).

A qualcuno potrebbe sembrare strano il fatto che il Signore dice che non mostrerà più la Sua compassione visto e considerato che è compassionevole…

È una contraddizione? Niente affatto! 

Dio è compassionevole, ardente sia nell'amore che nella santità e giustizia, sia un Dio buono come anche severo! (cfr. Romani 11:22), un Dio misericordioso ma anche geloso (cfr. Esodo 20:3-5; Deuteronomio 4:23-24; Giosuè 24:19-20; Geremia 5:7-9; Lamentazioni 3:42; Ebrei 10:28-31).

Il Signore non tollererà più la disobbedienza, Israele, ma nel giudizio ritirerà dal Regno del Nord i privilegi del patto secondo il patto, e lo priverà della Sua cura e protezione.

Dunque, l'annuncio del nome: “Lo-Ruama” significa un cambiamento per Israele. 

La compassione di Dio era stata estesa ripetutamente a un popolo ribelle; avevano tratto beneficio nonostante la loro slealtà, ma ora ciò sarebbe cessato.

Ma questo stesso Dio non porterà la sua ira per sempre (Salmo 103:9).

Verrà un tempo in cui Dio mostrerà di nuovo compassione a colui che ha chiamato: “Che non ottiene compassione” cioè Lo-Ruama (Osea 2:23; cfr.1:10).

Vediamo ora:

B) La specificazione della circostanza 

Sempre al v.6 è scritto: “Perché io non avrò più compassione della casa d'Israele in modo da perdonarla”.

“In modo da perdonarla” è un’affermazione che specifica in che cosa consiste la mancanza di compassione.

“In modo da perdonarla” è stata interpretato in diversi modi, e questo dipende da come s’interpreta la parola ebraica per “perdonare”, infatti la parola ebraica può avere diversi significati.

Mi soffermo su due possibili interpretazioni.

Vediamo:

(1) La prima interpretazione

La prima interpretazione possibile del verbo perdonare in ebraico (nāsāʾ) può essere inteso come la rimozione della colpa e della sua punizione come è usato in Osea 14:2 (cfr. Giosuè 24:19; Salmo 32:5; 85:3; Michea 7:18), e anche il verbo di per sé può significare “perdonare” (cfr. Genesi 18:24,26; Numeri 14:19; Salmo 32:1; 99:8; Isaia 2:9; 33:24). 

Il peccato è come una sorta di peso o fardello sul popolo, i peccatori colpevoli portano questo peso, a meno che Dio, con un atto di perdono, li libera da questo peso.

Secondo questa interpretazione, Dio si rifiuta di togliere il fardello del peccato, quindi Israele, il Regno del Nord affronterà il giudizio perché Dio non gli mostrerà più tolleranza. 

Il Signore non perdonerà più Israele, non rimuoverà più la propria ira e non toglierà la colpa da Israele (cfr. Osea 11:8-9; 14:4).

(Quindi la congiunzione ebraica introduttiva “kî, è tradotta “in modo”).

Senza il perdono del Signore il regno d’Israele (con l’altro nome Lo-Ammi è considerate popolo) sperimenterà l’ira di Dio e non sarà risparmiata, sarà la sua fine come regno (cfr. Amos 7:8-9; 8:2).

Senza la compassione e il perdono di Dio non ci sarà più la Sua presenza in mezzo al Suo popolo e quindi Israele non sarà più curata e protetta!

Così pensano ancora oggi molte persone, e tra questi anche credenti, s’illudono pensando di fare ciò che vogliono tanto alla fine Dio perdona sempre!

Deuteronomio 29:18–21 dice: “Nessuno, dopo aver udito le parole di questo giuramento, si illuda nel suo cuore dicendo: ‘Avrò pace, anche se camminerò secondo la caparbietà del mio cuore’. In questo modo chi ha bevuto largamente porta a perdizione anche chi ha sete.  Il SIGNORE non gli perdonerà; ma in tal caso l'ira del SIGNORE e la sua gelosia s'infiammeranno contro quell'uomo, tutte le maledizioni scritte in questo libro gli verranno addosso e il SIGNORE cancellerà il suo nome sotto il cielo;  il SIGNORE lo separerà, per sua sventura, da tutte le tribù d'Israele, secondo tutte le maledizioni del patto scritto in questo libro della legge”.

Inoltre dobbiamo ricordare che la compassione di Dio non è automatica! 

Dio decide a chi darla secondo la Sua sovranità come abbiamo già visto con Esodo 33:19 e Romani 9:15.

(2) La seconda interpretazione

La seconda interpretazione potrebbe essere quella di interpretare “perdonare” con “portare via” (per esempio Esodo 25:28; Isaia 49:22; 66:12; Geremia 10:5), come viene usata in Osea 5:14 per quanto riguarda la deportazione del popolo, quindi esilio (2 Samuele 17:13; 2 Re 20: 17; Isaia 39:6; Daniele 11:12; Amos 4:2).

Quindi il senso sarebbe quello che il Signore non avrà compassione d’Israele, ma li porterà via completamente, o interamente come traduce la Nuova Diodati: “Ella concepì nuovamente e partorì una figlia. Allora l’Eterno disse a Osea: “Chiamala Lo-ruhamah, perché non avrò più compassione della casa d’Israele, ma li porterò via interamente”.

L'opposto della liberazione di Dio della nazione è portarli via interamente in cattività.

Il concetto di Osea riguardo il destino della nazione include la triste prospettiva che Israele sarà portato via da Dio in esilio.

(Quindi secondo questa interpretazione la congiunzione introduttiva “kî” non è interpretato “in modo”, ma come avversativa: “ma”, o “piuttosto”, o “invece”). 

Questa, alla luce del v.7, sembrerebbe un’interpretazione migliore: il Regno del Nord, Israele sarà sconfitta ed esiliata dagli Assiri, ma Giuda sarà salvata.

Allora il senso della frase è: “Perché io non avrò più compassione della casa d'Israele, ma la porterò via in esilio completamente”.

Ora consideriamo:

C) La spiegazione

Perché il Signore minaccia il Suo giudizio a Israele? Perché ritirerà la Sua compassione?

Semplicemente perché il popolo d’Israele ha infranto gli obblighi del patto con Dio, il motivo è stato la loro infedeltà e ribellione all’Iddio del patto con le conseguenze negative che ne derivano: le maledizioni (cfr. per esempio esodo 34:6-7,10-17; Levitico 26:14-46; Deuteronomio 28:15–68; 31:16-17; 32:19-30).

“Lo-Ruama” implica che le maledizioni del patto stavano per scendere su Israele in tutta la loro furia per trascinarla in esilio.

C’è chi considera il primo figlio e il suo nome Izreel con un primo segnale, un avvertimento della punizione del Signore e visto che il popolo non si è ravveduto; ora da un secondo segnale di avvertimento del giudizio di Dio con Lo-Ruama.

Nonostante questo secondo avvertimento, Israele si rifiuta ancora di ravvedersi.

II LA CONTINUAZIONE DELLA COMPASSIONE DEL SIGNORE PER GIUDA (v.7) 

Ciò che noi vediamo prima di tutto è:

A) La salvezza appartiene a Dio 

Nel v.7 leggiamo: “Ma avrò compassione della casa di Giuda; li salverò mediante il SIGNORE, il loro Dio”.

La frase: “Li salverò mediante il SIGNORE, il loro Dio”  può certamente essere attribuito all'abitudine dei monarchi di riferirsi a se stessi con il "noi regale", ma ci può essere anche un riferimento alla dottrina della Trinità, infatti è il Signore che sta parlando e dice appunto: “Li salverò mediante il SIGNORE, il loro Dio”. 

Se il Signore non avrà compassione della casa d’Israele, il Regno del Nord, promette che avrà compassione della casa di Giuda, il Regno del Sud. 

Quindi per il Regno del Nord, per Israele, il Signore non sarà più il suo Dio, lo sarà per la casa di Giuda, il Regno del Sud.

La dichiarazione equivale quindi a una rinuncia a tale relazione, o almeno a un rifiuto di riconoscere le sue pretese nei suoi confronti a essere il suo Dio; questo è molto forte e si prepara alla separazione ancora più drastica dei rapporti come dichiarato dal terzo nome del figlio (v.9).

Dunque, chi salverà Giuda sarà il Signore (Yahweh), il loro Dio (ʾelōhiym).

“Salverò” (hôšătî - hifil perfetto attivo) indica che Dio stesso sarà la causa della salvezza della casa di Giuda. 

È scritto: “La salvezza viene dal SIGNORE” (Giona 2:10).

Apocalisse 7:10 dice: “E gridavano a gran voce, dicendo: ‘La salvezza appartiene al nostro Dio che siede sul trono, e all'Agnello’”.

La salvezza è attribuita solo a Dio, e a nessun altro, solo Dio può salvare!

“Salvare” (yāšaʿ) indica “salvare”, “aiutare”, “liberare”, “difendere”. 

L'idea alla base di questo verbo è portare in un luogo sicuro, o in un ampio pascolo in contrasto con uno stretto e angusto, simbolo di angoscia e pericolo.

La parola trasmette il concetto di liberazione dalla tribolazione (per esempio Giudici 10:13-14); liberazione da morte certa (Salmo 22:21); salvataggio dai propri nemici (Deuteronomio 28:31; Giudici 6:14); vittoria in tempo di guerra (1 Samuele 14:6); il dovere protettivo di un pastore (Ezechiele 34:22; cfr. Giudici 10:1); vendicare i torti (1 Samuele 25:33); aiuto compassionevole nel momento del bisogno (2 Re 6:26,27; Salmo 12:1); la salvezza che viene solo da Dio (Isaia 33:22; Sofonia 3:17).

In questo contesto si riferisce alla salvezza dalla distruzione totale dall’invasione Assira dal 733 a.C. al 722 a.C., Giuda fu risparmiata grazie alla potenza miracolosa del Signore nel 701 a.C (Isaia 36-37; 2 Re 18-19), cosa che non è stata fatta per il Regno del Nord: Israele fu conquistata completamente ed esiliata in Assiria nel 722 a.C.

Ma il principio che si applicava al Regno del Nord, a Israele, cioè che Dio non tollererà il peccato persistente del suo popolo, alla fine si applicherà anche al Regno del Sud, a Giuda. 

Se l’Israele infedele è seguito in modo peccaminoso dalla sorella perfida Giuda (Geremia 3:10) da parte dei Babilonesi lo stesso destino verrà su entrambi. 

E questo è avvenuto a Giuda nel 586 a.C., Gerusalemme cadde per mano Babilonese e il popolo fu deportato in Babilonia (per esempio 2 Cronache 36:11-21; Isaia 39:6; Geremia 25:7-11). 

I Giudei ritornarono dopo settant’anni di esilio e Gerusalemme fu ricostruita (cfr. Geremia 29:10-14; Esdra 1-10; Neemia 1-12).

Ma c’è un tipo di salvezza di cui tutte le persone hanno bisogno: la salvezza dal peccato e quindi dei peccatori!

Gesù è venuto per salvare il Suo popolo dai loro peccati (Matteo 1:21).

Lo scopo della venuta di Gesù è cercare e salvare i perduti, i peccatori (Luca 19:10; 1 Timoteo 1:15); in nessun altro è la salvezza (Atti 4:10-12); Egli è l’autore di una salvezza certa, perfetta ed eterna (Romani 8:29-39; Ebrei 2:10; 5:9; 7:25).

Questa salvezza è un dono della grazia di Dio per fede in Gesù Cristo e non per le opere (per esempio Romani 3:19-25; Efesini 2:8-9).

Il peccatore è chiamato a ravvedersi per il perdono dei peccati (Matteo 3:2; Marco 1:4; Atti 2:38; 19; 20:21), e a confessarli a Dio (1 Giovanni 1:8-10).

Sei tu salvato?

Hai creduto veramente a Gesù Cristo che è morto e risorto per i tuoi peccati?

Lo riconosci come Signore e Salvatore della tua vita?

Ti sei pentito dei tuoi peccati?

In secondo luogo vediamo:

B) Lo strumento della salvezza di Dio

Sempre nel v.7 è scritto: “Non li salverò con l'arco, né con spada, né con la guerra, né con cavalli, né con cavalieri”.

Dio non userà strumenti umani di guerra per salvare Giuda, la liberazione di Giuda non avverrà con mezzi umani, attraverso la sua potenza militare, né attraverso l'impiego di tale potenza da parte del Signore, sarà una liberazione divina.

Il Signore stesso verrà in aiuto del Suo popolo e non avrà bisogno di aiuto per farlo. 

Lo strumento della liberazione di Giuda dai nemici sarà il Signore stesso, il loro Dio, piuttosto che i mezzi militari, i segni tangibili del potere imperiale dell’arco, della spada, dei cavalli e dei cavalieri, quindi tramite la guerra.

Il Regno del Sud, Giuda sarebbe sopravvissuto alla minaccia Assira grazie al Signore.

A riguardo Jerry Hawng scrive: “Questa era un'arma non convenzionale (cfr. 1 Samuele 17:45) la cui presenza invisibile era più potente di qualsiasi impero visibile”.

Il Signore non lo vediamo, ma è più potente di qualsiasi super potenza!

La salvezza del Signore denota qualcosa che le risorse umane non possono operare perché è miracolosa!

Il Signore è un guerriero che combatte per il Suo popolo (cfr. per esempio Esodo 14:13-14; 15:1-18; 2 Cronache 20:15-22; 32:8; Salmo 24:8; Zaccaria 14:1-5).

Il riferimento è alla sconfitta dell’esercito Assiro con l’angelo del Signore che colpì centottantacinquemila uomini Assiri; vedendo questo il re Sennacherib tolse l’accampamento e si ritirò (2 Re 19:35-36).

La narrazione della liberazione di Giuda dall'assedio Assiro (Isaia 36-37; 2 Re 18-19) contiene due temi che risuonano in Osea prima di tutto: (1) la futilità della resistenza militare (cfr. Salmo 33:16). 

Nessuna forza umana, o militare servirà come arma contro Dio.

Chi è dalla Sua parte può stare al sicuro e avere questo conforto!

Israele confidava di più nei mezzi militari e nello stipulare patti militari (cfr. Osea 2:18; 5:13; 7:11-12; 8:9; 10:4,14; 14:3) che nel Signore come fece Giuda. 

(2) Il secondo tema è: la preghiera del re Ezechia al Signore contro gli insulti profani degli inviati Assiri (Isaia 36:4-13; 2 Re 18:19-35).

Questa preghiera dimostra il senso di dipendenza dal Signore che aveva il re Ezechia davanti la minaccia Assira.

Ezechia nella sua preghiera innalza il Signore dicendo che è il solo Dio di tutti regni della terra, che è il Creatore e chiede a Dio di considerare gli insulti degli Assiri. 

Ezechia riconosce la potenza imperiale degli Assiri che hanno devastato diverse nazioni e dato alle fiamme i loro dèi opera di mano d’uomo e quindi non erano reali divinità, questi non hanno l’abilità di salvare (Geremia 11:12).

Ezechia prega affinché il Signore li potesse liberare dalle mani del re Assiro Sennacherib con lo scopo che tutti i regni della terra riconoscessero che il solo Dio è il Signore (Isaia 37:15-20; 2 Re 19:15-19).

La vittoria appartiene al Signore (Salmo 20:7-8; 44:3,6; Proverbi 21:31; Amos 2:15).

“L'arco, la spada, i cavalli, i cavalieri”, sono simboli del potere umano in cui l'umanità confida, Dio vuole che il Suo popolo confidi in Lui e non in questi strumenti di guerra (cfr. Isaia 31:1).

Gli strumenti della guerra erano simboli del potere umano che troppo spesso allontanavano il popolo dal confidare in Dio a confidare appunto in questi strumenti di guerra.

Perché il Signore minaccia Israele mentre promette a Giuda la salvezza?

MacIntosh, A. A. scrive: “Le profezie, così appropriate, servono da monito al Sud a non seguire la disastrosa idolatria e infedeltà che aveva caratterizzato il Regno del Nord e quindi a evitare il giudizio che i loro parenti del nord avevano giustamente subito”.

Potevano anche essere che il rifiuto di salvare Israele non è lo stesso del rifiuto totale, ha lo scopo di riportare il popolo alla ragione, di ricordare loro che sono assolutamente dipendenti dal Signore, di portarli al ravvedimento e a una nuova fiducia.

Purtroppo anche oggi dobbiamo ammettere che molti non vedono nella loro vita infedele a Dio che c’è qualcosa che devono cambiare, pensano che siano gli altri che hanno qualcosa che devono cambiare davanti a Dio.

Una domenica mattina in una chiesa in California, dopo che il pastore aveva predicato sulla chiamata di Dio al pentimento, una donna disse al pastore che la sua predicazione era ottima e disse: “Proprio quello di cui hanno bisogno queste persone. Spero che abbiano sentito quello che hai detto loro!”

Molte persone puntiamo il dito verso gli altri, ma non vedono i loro peccati!

CONCLUSIONE

Riepilogando possiamo concludere dicendo che il Signore Dio non è Babbo Natale!

Il Signore prende seriamente i peccati! L’immoralità, l’idolatria e l’infedeltà!

La santificazione, la priorità e fedeltà verso di Lui li considera molto importanti!

Non esiste una cosa come la continuazione del favore di Dio nonostante l’immoralità, l’idolatria e l’infedeltà!

Non possiamo pensare che la Sua compassione è a priori al di là di come ci comportiamo!

La fede non è e non deve essere presunzione, o arroganza! 

Non pensiamo che essendo credenti possiamo comportarci come ci pare!

Tim Keller scrive: “Se abbiamo fede in Cristo Gesù, possiamo esserne certi; ma non dobbiamo mai essere arroganti”.

Il secondo aspetto che dobbiamo ricordare è come cristiani la nostra guerra è spirituale e non fisica (cfr. 2 Corinzi 10:4), prendiamo l’armatura spirituale che Dio ci fornisce (Efesini 6:10-19), e lasciamo che sia Lui a combattere per noi per fede!

Non fare l’errore di non pensare che esiste il diavolo e il suo esercito che cercherà di distruggere la fede di chi appartiene a Dio (cfr. 2 Corinzi 2:11; 11:3; Efesini 6:11;1 Tessalonicesi 3:5; 1 Pietro 5:8).


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