mercoledì 9 novembre 2016

Gesù nella casa del Padre (Luca 2:41-51).

Gesù nella casa del Padre (Luca 2:41-51). 
Forse molti di noi hanno visto il classico film di Natale: "Mamma ho perso l’aereo”. Questo film illustra molto bene il panico dei genitori quando scoprono di aver lasciato uno dei loro figli a casa, da solo, quando loro partono, con il resto della loro famiglia in Europa, per le vacanze di Natale.
In questa passo troviamo un'esperienza simile, per Giuseppe e Maria che involontariamente hanno lasciato Gesù a Gerusalemme mentre stavano tornando a casa, a Nazaret da Gerusalemme.

Questa sezione di Luca contiene una circostanza cruciale nella vita di Gesù, concludendo i racconti dell’infanzia, Luca vuole mettere in evidenza il rapporto speciale di Gesù con Dio e la Sua missione al quale deve obbedire.



Cominciamo con:
I LA SITUAZIONE (vv.41-44).

Nella situazione troviamo:
A) La devozione dei genitori di Gesù (vv.41-42).
Nei vv.41-42 è scritto: “I suoi genitori andavano ogni anno a Gerusalemme per la festa di Pasqua. Quando giunse all'età di dodici anni, salirono a Gerusalemme, secondo l'usanza della festa”.
Ogni maschio doveva presentarsi al tempio, a Gerusalemme, tre volte all’anno: a Pasqua, alla Pentecoste e alla festa dei Tabernacoli (Esodo 23:14-17; 34:22-23; Deuteronomio 16:16-17).

La Mishnah, uno dei testi fondamentali dell'ebraismo, afferma che le donne sono esonerate da questo obbligo, ma alcuni rabbini pensavano che anch’esse dovevano parteciparvi, e molte come Maria, andavano (cfr. 1 Samuele 1-2).

Anche se era difficile che gli ebrei dispersi in tutto il mondo, sia per il tempo e sia per il costo, potessero andare a queste tre feste, loro si sforzavano di andarci almeno una volta nella vita, soprattutto alla festa di Pasqua.

La festa di Pasqua ricordava la liberazione della nazione d’Israele dall’Egitto, quando l’angelo distruttore passava oltre le case, dove, sugli architravi delle porte, era cosparso il sangue dell’agnello (Esodo 12:1-36; Levitico 23:5-6).
La festa di pasqua si celebrava in primavera il 14 ° giorno del mese di Nisan (marzo-aprile).

A volte era chiamata “la festa degli Azzimi”, dal momento che questa seguiva immediatamente, quella di Pasqua e le due feste erano celebrate insieme (Marco 14:1; Luca 22:1,7).

La celebrazione di questa festa di liberazione era un periodo molto intenso ed emozionante a Gerusalemme, le strade gremivano di migliaia e migliaia di pellegrini.

Giuseppe e Maria erano abituati ad andare a Gerusalemme per la festa di Pasqua, è scritto che andavano ogni anno, in questo vediamo ancora una volta la loro devozione (cfr. Luca 2:21-24, 27, 39), infatti il verbo “andavano” (eporeuonto-imperfetto medio o passivo indicativo) indica un’azione ripetuta abitualmente, e poi dice: “Ogni anno” (kat’ etos).

Quindi, i genitori di Gesù, come tanti altri devoti ebrei, andavano a Gerusalemme per la festa di Pasqua, ogni anno, mettendo da parte il loro tempo e denaro, e questo dimostra che avevano le giuste priorità.

Giuseppe e Maria sono un esempio per noi oggi da seguire.
Quali sono realmente le nostre, o la nostra priorità?
È importante nella vita cristiana avere sani abitudini regolari spirituali come per esempio la preghiera, partecipare al culto costantemente, la meditazione della Bibbia, perché in questo modo la vita spirituale sarà più forte contro le tentazioni di questo mondo.

Inoltre mettere Dio al primo posto è un grande esempio per i figli.
Noi possiamo essere un buono o cattivo esempio per loro!

Ma anche se Gesù è cresciuto in una famiglia devota, il suo impegno per il proposito di Dio va al di là della devozione e dell'ambiente dove ha vissuto, ricordiamo che Gesù preesisteva prima dell’incarnazione ed è venuto per un progetto prestabilito nell’eternità!

Nella situazione vediamo:
B) La preparazione per Gesù (v.42).
Il v.42 dice: “Quando giunse all'età di dodici anni, salirono a Gerusalemme”.

Quando un ragazzo ebreo raggiungeva la maturità era considerato responsabile, pronto a osservare i comandamenti di Dio, compreso quello di frequentare le feste.

Alcuni studiosi pensano che l'età della maturità era all'età di dodici anni, mentre altri pensano che era all'età di tredici anni.
Se l'età della maturità era a tredici anni, il motivo per cui i genitori lo portarono per la Pasqua all'età di dodici anni, potrebbe essere che si trattava di una usanza degli ebrei devoti per preparare i loro figli, per abituarli ai loro obblighi.

Infatti, molti padri portavano a Gerusalemme, i loro figli quando avevano undici, o dodici anni a Gerusalemme per osservare le attività della Pasqua e per prepararli per le loro responsabilità religiose degli adulti.

Ora gli studiosi sono divisi: ci sono quelli che dicono che Gesù andava sempre con i suoi genitori, ogni anno alla festa di Pasqua, e ci sono altri che pensano che Gesù è andato solo a dodici anni.
Se Gesù sia andato con i suoi genitori a Gerusalemme in una data precedente non lo sappiamo (è più che possibile), in ogni caso, Luca riferisce che Gesù aveva dodici anni, e questo probabilmente al fine di essere preparato per la cerimonia dell'anno successivo, quando Egli si sarebbe unito alla comunità religiosa come membro responsabile davanti a Dio come "figlio del comandamento, o della legge, o del patto ", un membro a pieno titolo della sinagoga.

Quindi tra i 12 e i 13 anni, un ragazzo diventava un uomo ed era tenuto a osservare la legge di Dio, era pienamente responsabile di studiare e rispettare la legge di Dio.

Ma c’è:
C) L’equivocazione (vv.43-44).
Nei vv.43-44 leggiamo: “Passati i giorni della festa, mentre tornavano, il bambino Gesù rimase in Gerusalemme all'insaputa dei genitori; i quali, pensando che egli fosse nella comitiva, camminarono una giornata, poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti”.
Anche se alcuni pellegrini celebravano solo la Pasqua e dopo due giorni ritornavano alle loro case, alcuni studiosi pensano che i genitori di Gesù siano stati tutto il periodo dei sette gironi, compreso la festa degli azzimi.

Se i viaggiatori passavano dalla Samaria, il viaggio era di circa di 130 chilometri da Nazaret, quindi tre giorni circa di viaggio.
Il viaggio spesso includeva strade infestate di briganti, così i pellegrini viaggiavano spesso in grandi carovane per la compagnia e la protezione.

Non si capisce come Gesù sia rimasto a Gerusalemme all’insaputa dei genitori, non è stata una loro irresponsabilità, i genitori pensavano che Gesù fosse nella carovana da qualche altra parte, la carovana era probabilmente composta da centinaia di persone.

Alcuni studiosi pensano che gli uomini e le donne con i bambini viaggiavano separatamente, le donne con i bambini avanti e gli uomini in coda, Gesù poteva stare sia avanti che dietro.
Quindi Giuseppe probabilmente pensava che Gesù stesse con Maria e Maria pensava che Gesù stesse con Giuseppe, o forse entrambi pensavano che Gesù fosse con i parenti o i conoscenti, in qualche altro gruppo di parentela.

Sta di fatto che dopo una giornata di cammino, alla fine del primo giorno di viaggio, quando la famiglia si sarebbe riunita per stare insieme la notte in un luogo che avevano preventivato, si rendono conto che c'era un problema, si accorsero che Gesù non era nella comitiva (synodia) e si misero a cercarlo tra i parenti e conoscenti loro compagni di viaggio.

Luca non ci dice tutti i dettagli, solo che Gesù era rimasto a Gerusalemme senza dire niente a Giuseppe e Maria, e i genitori cominciano a cercarlo.

Gesù è chiamato “bambino” (pais), in realtà è ragazzo (cfr. Matteo 17:18; Luca 9:42; Atti 20:12), probabilmente Luca lo evidenzia in contrasto con bambino (brephos) dei vv.12,16 quando era neonato, e con bambino (paidion) del v. 40, questo per indicare lo sviluppo di Gesù.

Vediamo ora:
II LA SOFFERENZA (vv.44-46).
Ci sono momenti in cui un genitore può affrontare una situazione brutta come questa che non trovano il figlio.
Allora ci si chiede: “Dove è il mio bambino?” “Cosa gli è successo?” “Qualcuno lo preso?” “ È stato torturato, o abusato?” “È ancora vivo?”

È una situazione terribile di grande sofferenza!
Al v.48 leggiamo: “Quando i suoi genitori lo videro, rimasero stupiti; e sua madre gli disse: ‘Figlio, perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre e io ti cercavamo, stando in gran pena’”.

“Gran pena” (odunōmenoi- presente medio participio) Luca lo usa per la sofferenza fisica (Luca 16:24-25), e sia per quella morale (Atti 20:38), quindi essere fortemente addolorato, afflitto, tormentato, terribilmente preoccupato, dà l’idea di una profonda ansietà, si percepisce la loro angoscia.

Nella sofferenza troviamo:
A) La Ricerca (vv.44-45).
Nei vv.44-45 leggiamo: ““I quali, pensando che egli fosse nella comitiva, camminarono una giornata, poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti; e, non avendolo trovato, tornarono a Gerusalemme cercandolo”.

Si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti.
“Cercarlo” (anezētoun – imperfetto attivo indicativo) significa "cercare a fondo". Indica una ricerca diligente e attenta, e continuata (Tempo imperfetto).

Visto che non lo trovarono tra i parenti e i conoscenti, Giuseppe e Maria tornarono a Gerusalemme cercandolo (zētountes presente attivo participio).

Alcuni studiosi pensano che Giuseppe e Maria cominciarono a cercare Gesù sulla via del ritorno, mentre altri pensano che cominciarono a cercarlo a Gerusalemme; comunque sia i genitori di Gesù lo cercarono.

Nella sofferenza troviamo:
B) Il Ritrovamento (v.46).
Nel v.46 è scritto: “Tre giorni dopo lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai maestri: li ascoltava e faceva loro delle domande”.
“Tre giorni dopo” indica tre giorni da quando partirono, o si accorsero della scomparsa di Gesù, cioè dopo il primo giorno di viaggio da Gerusalemme, tornarono indietro il secondo giorno a Gerusalemme; e trovarono Gesù il terzo giorno, oppure dall’ultima volta che lo videro.

Luca non dice dove Gesù passò la seconda e la terza notte, non era interessato a questi dettagli, perché è irrilevante per il suo scopo, ciò che Luca vuole evidenziare è: Gesù era nel tempio (hierō) seduto in mezzo ai maestri e faceva loro delle domande.

Gesù non era seduto in disparte in silenzio reverenziale, ma nel bel mezzo della conversazione tra maestri, presumibilmente parlavano riguardo l'interpretazione della Scrittura.

Non possiamo sapere con certezza in quale parte del tempio stavano, forse era in una delle stanze, o in uno dei portici, o in cortile, o su una terrazza dove le donne (quindi anche Maria) potevano entrare.

Comunque il tempio era un posto dove c’era l’insegnamento religioso.
Era costume per gli insegnanti incontrare le persone, o studenti nel tempio che volevano parlare di Dio, o di questioni teologiche.

“Maestri” (didaskalōn), nel vangelo di Luca, è un titolo che viene applicato anche a Giovanni (Luca 3:12), e a Gesù stesso (per esempio Luca 7:40; 8:49; 9:38;10:25; 11:45; ecc.).

Gesù stava parlando con gli scribi, i dottori della legge, i rabbini.
Il Gesù umano, li ascoltava e faceva loro domande, quindi aveva sete di sapere riguardo questioni spirituali; ma non dobbiamo pensare necessariamente a una scena di un ragazzo precoce che sia superiore ai maestri, ma certamente era desideroso di conoscere.
Tuttavia, come il contesto mostrerà, Gesù è già a conoscenza che Lui è più di un semplice studente.

Quindi Gesù, qui non appare come insegnante, ma come allievo, e neppure come un bambino che voleva dimostrare che Lui sapeva più dei suoi insegnanti.
In Gesù non vi era alcuna vanto, presunzione, arroganza o auto-esaltazione.
Tuttavia, le sue domande e risposte mostravano che era intelligente.

Gli insegnanti nel mondo antico normalmente insegnavano seduti ai loro studenti (Atti 22:3).

Un’altra usanza era che gli studenti dialogavano con i loro insegnanti facendo domande e rispondendo.

Infine vediamo:
III LO STUPORE (VV.47-51).

In primo luogo troviamo:
A) Lo stupore delle persone (v.47).
Nel v.47 leggiamo: “E tutti quelli che l'udivano, si stupivano del suo senno e delle sue risposte”.

Le persone, probabilmente anche i maestri, si stupivano del suo senno e risposte.

“Si stupivano” (existanto-imperfetto medio indicativo) è essere sbalorditi, scioccati, indica una forte reazione emotiva, al punto di essere sopraffatto.
Troviamo la stessa parola, per esempio quando Gesù riporta alla vita una bambina e i genitori rimasero sbalorditi (Luca 8:56; vedi anche Luca 24:12; Atti 2:7,12; 8:9,11,13; 9:21; 10:45; 12:16).

Quindi “si stupivano” indica la meraviglia che emerge da un’azione associata con la presenza di Dio, o le opere miracolose di Dio.

Il verbo “si stupivano” (tempo imperfetto) significa che erano continuamente sorpresi, più e più volte.

Alcuni studiosi hanno pensato che lo stupore di tutti quelli che lo ascoltavano probabilmente riguardava le sue deduzioni dalle Sacre Scritture che non avevano mai trovato prima.

“Senno” (sunesei) è intelligenza, l’intuizione nel capire il cuore di un problema, la comprensione che è in grado di penetrare al cuore di un problema e ricorda il carattere del Messia (Isaia 11:2; 1 Cronache 22:12).
Lo stupore per la saggezza del ragazzo Gesù era estremamente grande.
Colui che aveva appena dodici anni aveva dimostrato una grande intelligenza spirituale.

Notate, non era la sua giovinezza, ma la profondità della sua saggezza, che ha stupito questi insegnanti.

Le persone che lo ascoltavano non avevano mai sentito niente di simile.
Colui che aveva appena dodici anni aveva dimostrato un’intelligenza unica!

In secondo luogo Luca riporta:
B) Lo stupore dei genitori (vv.48,49-50,51).
Nel v.48 è scritto: “ Quando i suoi genitori lo videro, rimasero stupiti; e sua madre gli disse: ‘Figlio, perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre e io ti cercavamo, stando in gran pena’”.

Anche i genitori rimasero stupiti.
“Stupiti” ( exeplagēsan- aoristo passive indicativo) esprime una forte reazione emotiva (Luca 4:32; 9:43; Atti 13:12).
Esprime meraviglia, sorpresa e sollievo, non si sarebbero aspettati niente del genere.

Lo stupore dei genitori è la reazione di essere sopraffatti dagli eventi, una reazione davanti a un fatto che supera l’attesa e la comprensione.
I genitori erano forse stupiti, perché Gesù non aveva mai parlato in una sinagoga, prima, oppure per il coraggio di Gesù di parlare pubblicamente quando in precedenza era stato tranquillo e riservato.

Oppure erano stupiti nel vedere la manifestazione della sapienza di Gesù in mezzo ai maestri.

O per loro era la prima volta che si rendono conto dell’interesse religioso e della sapienza di Gesù che stava in mezzo agli insegnanti, questo andava al di là di quello che fino a quel momento aveva manifestato Gesù.

C’è un rimprovero, sorpresa e una forte preoccupazione nella domanda di Maria: “Figlio, perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre e io ti cercavamo, stando in gran pena”.

Vediamo:
(1) La risposta di Gesù con le parole (vv.49-50).
Nei vv.49-50 leggiamo: “Ed egli disse loro: ‘Perché mi cercavate? Non sapevate che io dovevo trovarmi nella casa del Padre mio?’  Ed essi non capirono le parole che egli aveva dette loro”.

Queste sono le prime parole di Gesù riportate nel Vangelo.

I Suoi genitori avrebbero dovuto sapere, o capire subito dove cercare o dove lo avrebbero trovato e cioè nel tempio.

La risposta di Gesù è un’espressione di sorpresa, e implica che i suoi genitori avrebbero dovuto sapere che sarebbe stato coinvolto nella discussione della legge con gli insegnanti nel tempio.
Le Sue parole contenevano l'annuncio di tutta la sua vita, di quello che sarebbe stata la Sua missione.
I genitori avevano bisogno di vedere che Gesù era all’opera secondo la missione di Dio, quindi parlare della verità di Dio.

“Non sapevate” è detto per produrre una risposta affermativa.

“Dovevo” (dei) significa necessario, è usato per dirigere l’attenzione di Giuseppe e Maria, e quindi anche ai lettori su un aspetto importante (cfr. Luca 24:26; Atti 17:3).
In Luca questa parola si applica al dispiegarsi del piano di Dio (Luca 4:43; 9:22; 13:33; 17:25; 22:37; 24:7, 26, 44), a cui Gesù sottopone.

Tutta la vita di Gesù è stata controllata da questa sottomissione divina "dovevo".
Gesù deve predicare (Luca 4:43). Egli deve soffrire (Luca 9:22). Deve andare per la sua strada (Luca 13:33). Doveva rimanere a casa di Zaccheo (Luca 19:5). Egli deve essere consegnato per essere crocifisso e risorgere (Luca 24:7). Doveva soffrire (Luca 22:37; 24:26).

“Dovevo” esprime un senso di sottomissione a Dio, obbedienza, o conformità alla Sua volontà.

“Dovevo” indica che Gesù pone la Sua vita sotto la volontà di Dio, la Sua vocazione è l’obbedienza radicale al Padre (cfr. Giovanni 4:34; 5:30; 6:38).

Quindi è in relazione con la necessità divina e questo caratterizzerà la vita di Gesù fino ad andare in croce.

C’è un’applicazione per noi che è quella di seguire l’esempio di Gesù di sottomissione e disponibilità a Dio nel servirlo e di dargli l’assoluta priorità!

Il tempio è la “casa di Dio” (Giovanni 2:16); ed è qui che Gesù vuole stare.

Il tempio è il luogo della presenza di Dio e dove anche s’insegna la Parola di Dio.

Alcuni studiosi dicono che “la casa del Padre mio” può essere tradotto anche con: “Curare gli interessi del Padre mio”, in questo senso viene messa in evidenza l’attività di Gesù, il suo ministero d’insegnamento nel tempio in mezzo ai docenti della legge, nel tempio è il luogo anche dove Gesù insegnerà (cfr. Luca 19:47; 20:1-45; 21:37;22:53).

Un figlio dovrebbe essere in casa di suo padre, e il Padre di Gesù è Dio.
Gesù era sorpreso per le preoccupazioni dei genitori, dalla risposta di Gesù vediamo che per lui il posto naturale dove stare è la casa del Padre mio.

G.Dalman scriveva: Le parole in uso nella vita famigliare sono trasferite a Dio: è il modo in cui un figlio parla a suo padre”.

La risposta di Gesù indica che già a dodici anni, aveva la consapevolezza della Sua identità, quindi anche del rapporto speciale con Dio, e della necessità di trovarsi nella casa del Padre, indica anche un’idea ben chiara della priorità di servire Dio.

Gesù è stato mandato dal Padre per compiere la Sua opera.

“Padre mio” è unico perché gli ebrei chiamavano Dio: “Padre nei cieli”, o “Padre nostro”.
Così come ci fa capire anche Giovanni 5:17-18, Gesù aveva una relazione intima, speciale, unica con il Padre, perché lo chiamava “Padre mio” sottolineando così che è della stessa natura del Padre e per questo i Giudei lo volevo uccidere, Lui uomo si faceva Dio (Vedi anche Luca 1:32-35; 10:21-22).

Gesù ha un forte senso di identità con il Padre e s’impegna per la missione che Dio lo mandò a compiere.
Gesù è consapevole che è stato inviato dal Padre per rivelare la Sua volontà.

Questo, molto probabilmente è il punto alto della sezione dell'infanzia di Gesù.

Questa è la prima menzione, riportata nei vangeli, di consapevolezza di Gesù che egli era il Figlio di Dio e che aveva un’opera, una missione speciale da fare.

Il suo rapporto con suo Padre celeste ha superato la sua famiglia umana!

Anche noi abbiamo il privilegio di avere Dio come nostro Padre, ma non come Gesù!

Gesù aveva con Dio un rapporto unico e non condivisibile con nessun altro, ma Giuseppe e Maria, nonostante i diversi indizi che già avevano del Suo concepimento, della Sua nascita e infanzia, ancora non lo compresero, non capirono che era il Figlio di Dio, non capirono le Sue parole con tutte le implicazioni e intenzioni, missione, lo dovevano imparare a capirlo un po' alla volta.

La loro mancanza di comprensione dimostra quanto sia difficile afferrare chi è Gesù.
Anche coloro che lo conoscevano non lo capirono subito!

Questo ci fa capire che le persone più vicine a Gesù non compresero subito la Sua vera identità.
Non hanno capito la natura della missione di Gesù di rivelare la volontà di Suo Padre o la Sua identità completa.
Non sapevano che fosse il Messia e il Suo rapporto unico con il Padre e le Sue implicazioni.

La storia di Gesù è la storia dei modi imperscrutabili e insondabili di Dio, che non si comprende in un lampo di intuizione.
Vediamo inoltre:
(2) La risposta di Gesù con il comportamento (v.51).
Nel v.51 è scritto: “Poi discese con loro, andò a Nazaret, e stava loro sottomesso. Sua madre serbava tutte queste cose nel suo cuore”.

Gesù è stato obbediente ai genitori, non era ancora giunto il momento della Sua missione, perciò stava a casa con i genitori.

“Stava” (ēn- imperfetto attivo indicativo) indica un’azione in processo, un’azione continuativa.

“Sottomesso” (hupotassomenos -presente medio participio) indica che Gesù quotidianamente era subordinato, obbediente ai genitori terreni.

Nella legge di Mosè è scritto di onorare il padre e la madre (Esodo 20:12; Deuteronomio 5:16), così anche Paolo ci esorta a obbedire ai nostri genitori perché questo è gradito al Signore (Colossesi 3:20).

Il contrasto con la scena precedente è forte: Gesù dopo aver espresso la Sua indipendenza come il Figlio di Dio dalla famiglia umana, Gesù come uomo vive sottomesso ai Suoi genitori nella carne.

Come era avvenuto con i pastori (v.19), Maria non dimenticava, serbava tutte queste cose dentro di sé, nel suo cuore.

“Serbava” (dietērei -imperfetto attivo indicativo) indica memorizzare le informazioni nella mente, con l'implicazione che sono preziose, come un tesoro.
Maria conservava, custodiva con cura, faceva tesoro di tutto ciò che era accaduto, anche se non comprendeva tutto, o non capiva completamente suo figlio in quel momento riguardo la Sua vera identità e missione; un giorno, tutto sarebbe stato chiaro.
Un giorno suo figlio sarebbe diventato il suo Salvatore con la Sua morte e resurrezione, e lei avrebbe capito.
La loro ignoranza riguarda la natura esatta della missione e dell’identità di Gesù.

Come Maria noi dobbiamo meditare su Gesù, dobbiamo serbare nel nostro cuore chi è e cosa ha fatto, la Sua identità e la Sua missione!
Se ci sono degli aspetti della Parola di Dio che non capiamo, conserviamola nel nostro cuore, nel futuro forse li capiremo.

CONCLUSIONE.
Noi in questo testo vediamo alcune verità importanti.

In primo luogo vediamo:
1) L’unicità di Gesù.
Gesù aveva una relazione unica col Padre celeste come Figlio di Dio.
Molto prima che Gesù iniziò il suo ministero pubblico, Luca rivela che era a conoscenza del suo rapporto unico con Dio.
Già all'età di dodici anni sapeva che egli era il Figlio di Dio e che possedeva una vocazione unica.

Prima della sua nascita, prima di essere un figlio di Giuseppe e Maria, Gesù era già Signore (Luca 1:43) e Figlio di Dio (Luca 1:35; Salmo 2:7; Ebrei 1:5), e questo è stato affermato da Gesù stesso a dodici anni (Luca 2:49); e lo farà Dio Padre nel battesimo di Gesù (Luca 3:22).

Quindi Gesù non era solo figlio di Giuseppe e Maria, ma anche di Dio, e Lui stesso rivela il suo rapporto unico con Dio come Padre prima di cominciare il suo ministero.

In secondo luogo vediamo:
2) L’umanità di Gesù.
In questo testo è chiaro, vediamo l’umanità di Gesù, come abbiamo visto anche in un’altra predicazione commentando il v.52.
Gesù non è venuto al mondo con un cervello completamente programmato, come se fosse un robot divino, Egli ha raggiunto la maturità psico-fisica-spirituale un po' alla volta (cfr.v.52).

Noi dobbiamo tener sempre presente nella nostra mente che Gesù era pienamente umano e pienamente divino.
Il pericolo di sempre della chiesa è stato quello di andare agli estremi: pensare a Gesù che è solo il Figlio di Dio, o solo uomo, quindi come un rivoluzionario politico, un Galileo carismatico e santo, o un contadino errante, o il primo grande socialista, e così via.

Gesù era sia di natura divina e sia di natura umana.

In terzo luogo vediamo:
3) La priorità alla missione di Dio.
Qualcuno ha detto: “La cosa principale è quello di fare in modo che il principale rimane la cosa principale”.

Attenzione però a dare le giuste priorità!
Nel corso di una alluvione nella regione montuosa del Texas nel 1978 ci fu una signora che perse la vita inutilmente. La figlia ha detto ai giornalisti: "Mia madre non è salita sull'albero con noi. Ha perso la sua strada prima che arrivassimo all'albero. Mia mamma teneva i suoi documenti in una borsa, e non avrebbe mai lasciato la sua borsa con i documenti”.
È stato rivelato che la famiglia stava cercando di fare una catena, tenendosi per mano per salvarsi dalle acque, ma la madre aveva i suoi documenti assicurativi tra le mani e non li ha voluti lasciare, così è stata trascinata dalla fiumana ed è morta.

Gesù ha messo Dio Padre prima di Giuseppe e Maria, e sempre per la fedeltà alla legge di Dio era sottomesso a Giuseppe e Maria.

La priorità alla missione caratterizzerà tutta la vita di Gesù.
Noi leggiamo passi come Giovanni 4:34: “Gesù disse loro: ’Il mio cibo è far la volontà di colui che mi ha mandato, e compiere l'opera sua’”.

In Giovanni 5:30 è scritto: “Io non posso far nulla da me stesso; come odo, giudico; e il mio giudizio è giusto, perché cerco non la mia propria volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato”.

E ancora Giovanni 6:37-38 dice: “Tutti quelli che il Padre mi dà verranno a me; e colui che viene a me, non lo caccerò fuori; perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato”.

Per Gesù uomo, Dio era la priorità e questo deve esserlo anche per noi, Dio deve essere prima di tutti e tutto (cfr. Luca 14:26).

Gesù è un esempio di consacrazione di dare tutto a Dio, eppure abbiamo paura di perdere ciò che abbiamo.
J. Hudson Taylor missionario in Cina disse: “ Diamo il nostro lavoro, i nostri pensieri, i nostri piani, noi stessi, le nostre vite, i nostri cari, la nostra influenza, il nostro tutto, giustamente nella sua mano, e poi, quando abbiamo dato tutto a Lui, non ci sarà più nulla per noi in modo da essere turbati a riguardo, o di avere problemi a riguardo”.

Gesù era obbediente al Padre celeste, ma è stato anche obbediente ai genitori umani in terra, ma la Sua priorità è Dio, anche se causerà dei dolori ai Suoi genitori terreni.

In Gesù, in quarto luogo vediamo:
4) La sottomissione ai genitori.
Anche se Gesù era Figlio di Dio, nella Sua umanità, nella Sua giovinezza, viveva obbedendo ai suoi genitori.

Il fatto che Egli era il Figlio di Dio, come uomo non disprezzava i Suoi legami terreni, così anche noi oggi cristiani amiamo Dio, il Padre celeste e nello stesso tempo non disprezziamo i nostri legami terreni, i nostri genitori.

Se il Figlio di Dio, obbedì suoi genitori umani, quanto più noi dobbiamo onorare i nostri familiari!