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Isaia 64:8-12: La preghiera appassionata per un risveglio (5). Ricordare a Dio la desolazione del Suo popolo

Isaia 64:8-12: La preghiera appassionata per un risveglio (5).
 Ricordare a Dio la desolazione del Suo popolo

In questi versetti Isaia prega il Signore con lo scopo di persuaderlo ad agire in favore del Suo popolo, ricordandogli che è Padre, Salvatore e Signore, e ricordandogli la desolazione della nazione, compresa la distruzione del tempio a Gerusalemme. 

Così questa preghiera può essere una guida per una preghiera di risveglio, facendo considerare al Signore che cos’è la chiesa per Lui e la condizione attuale di certe chiese locali completamente desolate, morte, con la richiesta che possa intervenire per ridare di nuovo vita!

John W. Basham diceva: “La preghiera è la spina dorsale di un risveglio ... Invece di sostituire nuove idee come film religiosi, o spettacoli sociali, perché non provare davvero il metodo dato da Dio per i risvegli: ‘Prega incessantemente?’”

L’unica possibile via d'uscita dalle circostanze desolate del popolo d’Israele era il Signore, così noi dobbiamo ricordare che solo e sempre il Signore può risvegliare oggi la Sua chiesa!

Come non noi possiamo iniziare il risveglio con le nostre forze, intelligenza, capacità, così non lo possiamo fermare! È tutto nelle mani di Dio!


Cominciamo a considerare:
I LA DICHIARAZIONE (v.8)
Nel v.8 leggiamo: “Tuttavia, SIGNORE, tu sei nostro padre; noi siamo l'argilla e tu colui che ci formi; noi siamo tutti opera delle tue mani”.

“Tuttavia” (wĕʿattâ – congiunzione) indica le ragioni per cui il Signore (Yahweh), cioè il nome come si è rivelato a Mosè nella liberazione del Suo popolo dalla schiavitù d’Egitto (Esodo 3:13-14), quindi associato alla salvezza (cfr. per esempio Levitico 26:45; Salmo 19:14, Isaia 48:17,20; 49:7), deve agire per salvare il Suo popolo.

“Tuttavia” suggerisce che nonostante il popolo sia come l’uomo impuro, come una veste sporca di sangue mestruale, come foglie appassite, nonostante il popolo sia indifferente al Signore (Isaia 64:6-7), sono pur sempre Suoi figli, redenti, Suoi servi, anche se certamente non è d’approvare il comportamento peccaminoso di questi.

Isaia afferma che nonostante tutto c’è una relazione che poggia sull'amore e la cura del Padre, sul fatto che è il Salvatore e Signore!

Noi vediamo che queste parole d’Isaia (v.8), ma anche del resto, cercano di convincere Dio ad agire per il Suo popolo che ha costituito e salvato.

Isaia parla, s’identifica e prega per l’intera comunità, infatti dice: “Nostro padre”; “noi siamo l’argilla”, “noi siamo tutti l’opera delle tue mani”, e questo si riferisce al popolo che ha salvato e che gli appartiene!

“Tuttavia” è un movimento verso il presente, un momento urgente, lasciando quello che era prima, indietro, quindi indica girare pagina.

Ciò che conta ora non è quello che hanno fatto e stanno facendo, ciò che conta è il Signore, la Sua natura e questa non dipende dalle circostanze, Dio rimane sempre ciò che è, indipendentemente da ciò che siamo noi, o facciamo: è Padre e Vasaio, cioè il Salvatore e Signore!

Nella sua preghiera Isaia ricorda a Dio e dichiara che è:
A) Padre
“Tuttavia, SIGNORE, tu sei nostro padre”.

Isaia, in questa preghiera, aveva già chiamato il Signore: “Padre” al capitolo 63:16. 

Dato che è il capo della loro famiglia con cui sono legati attraverso un patto, quello di Mosè, è logico aspettarsi che risponderà al Suo popolo.

“Padre” (ʾābînû) indica la responsabilità familiare di Dio verso il popolo.

Il Signore aveva portato all'esistenza il popolo d’Israele e aveva costituito un rapporto di adozione e patto con esso.

“Padre” indica Colui che ha acquistato e dato vita alla nazione, quindi associato alla creazione, alla provvidenza e alla salvezza (Deuteronomio 32:6,18; Isaia 45:9-12; Salmo 68:5; Matteo 6:26,31-33; 7:11; 1 Corinzi 8:6; cfr. Atti 17:24-28). 

“Padre” indica che esiste una relazione stretta, personale e spirituale con il popolo, infatti dice: “Tu sei nostro padre”.

“Padre” è una parola di tenero conforto, di Colui che ha creato, salvato e dato vita al Suo popolo, se ritirasse il Suo amore e la Sua benedizione, i Suoi figli perirebbero!

Un Padre anche se un figlio non si comportasse bene, non cesserebbe di essere padre!

Per quanto grande sia il peccato del Suo popolo, il Signore rimane il Padre e si aspetta la Sua grazia.

Così Isaia ancora una volta (Isaia 63:16), implicitamente, fa appello all’amore di un Padre per i Suoi figli!

Anche noi oggi dobbiamo confidare che Dio essendo nostro Padre ci aiuti a onorarlo come Suoi figli, risvegliandoci dal torpore spirituale!

Dio è:
B) Il Salvatore e il Signore
Sempre nel v.8 leggiamo: “Noi siamo l'argilla e tu colui che ci formi; noi siamo tutti opera delle tue mani”.

Il modo come il Signore agisce con il Suo popolo, è come colui che forma (ci formi - yōṣĕrēnû), cioè il vasaio che modella l'argilla in modo che diventa un vaso. 

Alec Motyer scrive: “Il vasaio non può disconoscere il vaso - esiste solo perché egli lo ha creato - e l’artigiano non può (le tue mani) disconoscere la sua creazione (opera)”.

Ecco la motivazione per cui il Signore deve agire in favore del Suo popolo!

Il Signore è pienamente responsabile della vita di Israele e ora il Signore deve agire di conseguenza.

“Vasaio” e “argilla” indicano che Dio è:
(a)Il Salvatore
L’immagine del vasaio, o dell’artigiano che crea il vaso dall’argilla, non indica la creazione dell’uomo, ma è nel senso spirituale, e indica la formazione del popolo di Dio, quindi l’elezione (cfr. Isaia 43:1,7; 44:21) e la salvezza del Suo popolo, in questo caso d’Israele.

Infatti, anche “opera delle tue mani” è una frase che Isaia usa specificamente nel contesto della salvezza (cfr. Isaia 19:25; 29:23; 45:11; 60:21).

Anche il contesto ci dice che Isaia 64:8 deve essere visto in relazione della salvezza che Dio ha operato come descritto in Isaia 63:7-13, dove troviamo l’esperienza della salvezza d’Israele dall’Egitto, l’esodo, e quindi rivendicare l'identità che Israele è eletto ed è stato salvato.

Poi l’immagine del vasaio e dell’argilla indica che Dio è:
(b) Il Signore
Questa immagine è stata usata già in Isaia 45:9–11, ed è in riferimento a non contendere con Dio il Creatore, e come dice Geremia 18:6, il vasaio, cioè il Signore, può fare del vaso, cioè del popolo, quello che vuole, plasmarlo come vuole.
Quindi non sono alla pari e pertanto il Vasaio, il Signore non va messo in discussione (Isaia 29:16; Romani 9:19-21).

In questo senso troviamo due implicazioni importanti:
Isaia sta dicendo che il Signore è il vasaio e deve plasmare l’argilla, il popolo.
“Opera delle tue mani” rafforza la completa iniziativa del Signore nella relazione.

Ora è implicito dalle parole d’Isaia che il popolo deve lasciarsi plasmare da Dio.

Il popolo essendo l'argilla deve sottomettersi umilmente al Vasaio, cioè al Signore per lasciarsi plasmare come Egli vuole.

L'argilla rappresenta ciò che è flessibile e sottomesso, e il vasaio rappresenta Colui che ha l'autorità assoluta sull'argilla.

Così nella preghiera per un risveglio dobbiamo pregare che Dio ammorbidisca i cuori delle persone: credenti e non credenti affinché gli siano sottomessi!

La seconda implicazione è:
Isaia sta dicendo che il popolo, l’argilla non ha il potenziale per rimodellarsi, il Signore è l’unica soluzione!

Solo Dio può interrompere il ciclo, fermare la Sua punizione e riportare il Suo popolo a Se stesso!

Così riepilogando, poiché Dio ha salvato e formato questa argilla in vaso, cioè Israele, la Sua nazione con cui è legato a un patto, non può ignorare la sua situazione.

Come Padre, Salvatore e Signore, nel Suo amore e fedeltà, dovrebbe operare nel suo popolo per renderlo qualcosa che porterà gloria e onore al Suo nome, come ha fatto in passato (cfr. Isaia 63:11-14).

Quindi, in questo v.8 vediamo che Isaia non incolpa il Padre per ciò che i Suoi figli hanno fatto, o il Vasaio per il vaso rovinato, o per ciò che ha fatto!
Isaia rivolgendosi al Signore, gli ricorda che ha iniziato un progetto e che non deve abbandonare, il senso allora è: “Siamo l’argilla che tu plasmi come vuoi, siamo l’opera delle tue mani, che tua hai salvato, non lasciare la tua opera incompleta”.

Sicuramente il Signore non abbandonerà l’opera delle Sue stesse mani" (Salmo 138: 8).

Quello che ha cominciato lo porterà a compimento (cfr. Filippesi 1:6).

Questo modo di pregare, che faremo bene a seguire, glorifica Dio perché esprime il bisogno radicale di Lui.

Noi dobbiamo riconoscere che siamo l'argilla, è il Signore è il vasaio, abbiamo bisogno dell’opera Sua per modellarci ed essere come vuole Lui che noi siamo. 
Dio detiene tutto il potere e ha tutto il diritto su di noi, come un vasaio sull'argilla.

È in grado di toccarci e cambiarci, indirizzarci a Sé.

Quando noi preghiamo per un risveglio stiamo riconoscendo che da soli non possiamo farcela, stiamo dicendo che non contiamo sulle nostre forze, che abbiamo bisogno di Dio!

In secondo luogo troviamo:
II IL DESIDERIO (v.9) 
Si desidera un cambiamento radicale in Dio, a non essere arrabbiato e a non ricordare ciò che lo fa arrabbiare, cioè le iniquità che il popolo ha commesso. 

Nel desiderio, dunque vediamo:
A) La richiesta di placare l’ira
Al v.9 leggiamo: “Non adirarti fino all'estremo, o SIGNORE!”
“Essere adirato” (qāṣap̄) a volte si riferisce a un forte dispiacere che sfocia nella rabbia nata perché le persone non sono riuscite a svolgere correttamente i loro doveri.

Per esempio il faraone si adirò con il capo dei suoi panettieri e con il capo dei suoi coppieri (Genesi 40:2; 41:10).

Mosè con il popolo d’Israele perché aveva accumulato la manna (Esodo 16:20. Altri esempi Levitico 10:6,16; Numeri 16:22; 31:14; Deuteronomio 1:34; 9:19; Giosuè 22:18; 1 Samuele 29:4; 2 Re 5:11; 13:19; Ester 1:12; 2:21; Ecclesiaste 5:6; Isaia 47:6; 54:9; 57:16, 17; 64:5,9; Geremia 37:15; Lamentazioni 5:22; Zaccaria 1:2,1).

Può anche riferirsi alle persone che provocano l’ira di Dio con il loro comportamento peccaminoso come ha fatto il popolo d’Israele nel deserto e a Oreb, a Tabera, a Massa e a Chibrot-Attawa che si è ribellato a Dio (Deuteronomio 9:7-8,22; vedi anche Salmo 106:32; Zaccaria 8:14)

Possiamo affermare allora che l'ira di Dio sorge come risultato della disobbedienza e del peccato delle persone. 

Il desiderio d’Isaia è che il Signore non si adiri fino all’estremo.

“Fino all’estremo” (ʿaḏ-meōḏ) aggiunge un'enfasi eccezionale a un'affermazione precedente (cfr. Genesi 27:33; 1 Samuele 11:15; 2 Samuele 2:17), in questo caso all’ira di Dio.

“Fino all’estremo” esprime il senso di potere, abbondanza, di forza estrema, un punto più alto su una scala di estensione (cfr. Genesi 1:31).

Oppure si riferisce a un punto molto alto, fino a un grado completo su una scala di estensione, la massima misura (Genesi 7:19; 17:2,6,20; 30:43; Esodo 1:7; Numeri 14:7; 1 Re 7:47; 2 Re 10:4; Ezechiele 9:9; 16:13; 37:10).

Il senso è “con tutta la sua forza intrinseca”, quindi che il Signore non faccia sentire il pieno peso della Sua ira!

In altre parole, non arrabbiarti al massimo della tua forza, o potere! 

Isaia non chiede tanto che il giudizio sia allontanato, o sospeso, Isaia è consapevole che è giusto che il popolo sia punito per i peccati che ha commesso (cfr. Isaia 64:5-7,9), il giudizio non può essere evitato, ma prega che sia mitigato, altrimenti il popolo sarebbe stato sterminato, distrutto completamente!

Isaia chiede compassione e sollievo!

Riconosce che l’ira del Signore è meritata, ma è anche una richiesta che non sia estremamente pesante, che sia ridotta, che non si estenda fino all'estremità, o nella misura massima, fino a quando la pressione diventa insopportabile.

E sappiamo che il giudizio di Dio è stato molto severo nel periodo di sottomissione dai Babilonesi (per esempio vedi il libro di Lamentazioni; cfr. Salmo 74:1; Lamentazioni 5:22).

In secondo luogo vediamo:
B) La richiesta di perdono 
Il v.9 ci dice ancora: “Non ricordarti dell'iniquità per sempre”.
Isaia prega che il Signore dimentichi i peccati del popolo, e questo ovviamente, implica per le Sue compassioni (cfr. per esempio Salmo 79: 8).

Il giudizio è a causa dell’iniquità del popolo, e quindi è giusto, gli è dovuto, è meritato! 

“Iniquità” (ʿāwōn) significa malvagità, perversione morale deliberata (2 Samuele 22:24; Geremia 11:10; 13:22), colpa (Genesi 15:16; Esodo 20:5; 34:7; Numeri 14:19; Geremia 50:20) e punizione (Genesi 4:13; 19:15; Isaia 53:11; Ezechiele 35:5; 44:10, 12).

Isaia non sta rimproverando Dio perché ha punito il Suo popolo.

Isaia riconosce che il giudizio è giusto intercede, prega che questa punizione non sia per sempre, dice: “Non ricordarti per sempre”, cioè eternamente! (ʿaḏ)

“Non ricordare l'iniquità” non significa solo non ricordare i fatti di un'offesa, di un peccato, ma anche che Dio cessi la Sua giusta punizione dovuta ai peccati del popolo!

Isaia prega che il Signore sia misericordioso e perdoni, che cessi il Suo giudizio (cfr. Isaia 63:7).

L'appello al Signore, è una richiesta fiduciosa; Isaia ha buone ragioni che il Signore perdoni i peccati, visto che è che ama ed è misericordioso.

In Isaia 54:7-8 è scritto: ”’Per un breve istante io ti ho abbandonata, ma con immensa compassione io ti raccoglierò.  In un accesso d'ira, ti ho per un momento nascosto la mia faccia, ma con un amore eterno io avrò pietà di te’, dice il SIGNORE, il tuo salvatore”.

Nel Salmo 103:8-12 leggiamo: “Il SIGNORE è pietoso e clemente, lento all'ira e ricco di bontà.  Egli non contesta in eterno, né serba la sua ira per sempre.  Egli non ci tratta secondo i nostri peccati, e non ci castiga in proporzione alle nostre colpe.  Come i cieli sono alti al di sopra della terra, così è grande la sua bontà verso quelli che lo temono.  Come è lontano l'oriente dall'occidente, così ha egli allontanato da noi le nostre colpe”.

In precedenza in Isaia 43:25, Dio si riferisce a se stesso come un Dio che cancella le trasgressioni e non si ricorda più dei peccati. 

Michea 7:18-19 dice: “Quale Dio è come te, che perdoni l'iniquità e passi sopra alla colpa del resto della tua eredità? Egli non serba la sua ira per sempre, perché si compiace di usare misericordia.  Egli tornerà ad avere pietà di noi, metterà sotto i suoi piedi le nostre colpe e getterà in fondo al mare tutti i nostri peccati”.  

In Isaia 38:17 è scritto che Dio si è gettato dietro le spalle tutti i peccati di Ezechia!

Dio è un Dio che perdona le iniquità e non ricorda il nostro peccato (Geremia 31:34).

Dio perdona quando le persone confessano il loro peccato pentendosi sinceramente, quando si allontano dai loro peccati (1 Giovanni 1:8-10; Isaia 55:6-7).

Quindi, Isaia ha riconosciuto il fallimento del Suo popolo (vv.5-7) e il suo desiderio è che Dio perdoni il Suo popolo!

C)La richiesta di persuasione 
Sempre nel v.9 leggiamo: “Ecco, guarda, ti supplichiamo; noi siamo tutti tuo popolo”.

In questa richiesta per cercare di persuadere il Signore vediamo tre aspetti.

Il primo aspetto è:
(1) La prodezza
“Ecco, guarda”.

“Ecco, guarda” (hēn habbeṭ) vediamo la prodezza, l’audacia, il coraggio d’Isaia nella preghiera.

“Ecco” (hēn – interiezione particella avverbiale) è usato per enfatizzare, con il senso: “Sicuramente!”, “Vedi!”, “Guarda!”
“Guarda” (habbeṭ - Hiphil imperativo attivo) è stato usato già in questo contesto in Isaia 63:15.

La forma imperativa che Isaia usa è davvero coraggiosa: comanda al Signore di guardare!

Il comando è che Dio presti attenzione e prenda in considerazione il fatto che coloro per cui prega Isaia, è il Suo popolo, con cui è legato con un patto.

Per questo motivo non deve dimenticarlo, non deve essere arrabbiato con esso fino all’estremo e non deve sempre ricordare i suoi peccati! 

E quindi è chiamato ad agire, invece che a distogliere lo sguardo da loro! (v.7). 

Il secondo aspetto è:
(2) La passione
“Ti supplichiamo”. 

Nell’ebraico la parola: “Ti supplichiamo” (Nā- interiezione particella avverbio), è enfatico con un’attenzione sul desiderio molto forte di chi parla, ed è usato per aumentare un senso di urgenza, d’intensità (cfr. Genesi 12:11), d’implorazione, di pregare insistentemente e ardentemente (cfr. per esempio Genesi 12:13; Numeri 20:10; Salmo 118:25).

Il terzo aspetto è:
(3) È il popolo di Dio 
“Noi siamo il tuo popolo”.

Ancora una volta, in questo contesto (cfr. Isaia 63:14,18), Isaia ricorda al Signore che Israele è il Suo popolo.

Isaia s’identifica con il suo popolo e prega per tutti quelli che ne fanno parte, e tutti sono implicati nel peccato!

Il profeta invita fortemente Dio a considerare il fatto importantissimo che questi peccatori per cui prega, non sono solo persone, ma è il Suo popolo, il popolo di Dio!

Questo appello d’Isaia ricorda quello di Mosè subito dopo il peccato d’idolatria del vitello d’oro del popolo d’Israele.

Mosè supplicò il Signore affinché l’ira ardente non consumasse il popolo che ha fatto uscire dall’Egitto con grande potenza, se li avesse sterminati, secondo Mosè, gli Egiziani lo avrebbero certamente criticato!

Mosè ricorda al Signore la promessa che fece ad Abraamo, Isacco e Israele (Giacobbe) che avrebbero avuto una discendenza numerosa come le stelle. 
Il Signore ascoltò la supplica di Mosè riguardo il popolo: non lo giudicò, non lo consumò! (Esodo 32:10-14).

Quando noi preghiamo per un risveglio dobbiamo chiedere al Signore che perdoni i nostri peccati, non c’è risveglio senza umiliazione! (cfr. 2 Cronache 7:14)

Infine vediamo:
III LA DESCRIZIONE (vv.10-12) 
Isaia nella sua preghiera descrive dettagliatamente al Signore la situazione drammatica della sua nazione.

Questa è la seconda ragione per cui Dio deve mitigare la Sua ira.

Prima di tutto vediamo:
A) La desolazione della nazione (v.10)

Al v.10 leggiamo: “Le tue città sante sono un deserto; Sion è un deserto, Gerusalemme è una desolazione”.

Alec Motyer scrive: “Il riferimento alle città desolate, a una casa devastata e alle cose preziose lasciate in rovina, suggerisce la situazione che trovarono quanti fecero ritorno dall’esilio in Babilonia”.

(1) Le città sono desolate
“Le tue città sante sono un deserto”.
Comunemente Gerusalemme è indicata come “la città santa” (Isaia 48:2; 56:1; Daniele 9:24; Neemia 11:1, 18); ma qui l’aggettivo viene applicato alle città di Giuda in generale.

“Le tue città sante” (ʿārê qodĕškā) si riferisce a tutta la terra promessa considerata come la parte santa del Signore perché apparteneva a Lui (Salmo 78:54; Isaia 14:25; Zaccaria 2:12).

“Ma ora sono diventate” (hāyû – qal perfetto attivo) indica una condizione stabile. 

“Deserto” (miḏbār), indica un'area di terra arida e sterile aperta che è scarsamente popolata ed è generalmente secca nel clima (cfr. Deuteronomio 32:12; Geremia 9:10; 22:6; Isaia 32:15; 35:1; 50:2; Gioele 2:22), senza cibo e acqua (Numeri 21: 5).

Quindi “deserto” qui, è un’iperbole che indica un posto spaventosamente desolato.

(2) Sion è desolata
“Sion è un deserto”. 

Anche Sion è diventato desolato (miḏbār).

Anche il verbo “è” (hāyû – qal perfetto attivo) indica una condizione stabile.

“Sion” (ṣiyyôn) è la collina dove è stata costruita Gerusalemme.
Anticamente, Gerusalemme, era una città Cananea conquistata da Davide (2 Samuele 5:5-7), dove abitò e fece la capitale del suo regno.

Più tardi, Sion, indicò l’area del tempio, dove venne costruito (Salmo 132:13; Isaia 8:18; Lamentazioni 1:4; Zaccaria 8:3), e poi tutta la città di Davide, Gerusalemme (Salmo 133:3; Isaia 3:16; 10:24; 2 Re 19:1,31), dove il popolo abiterà (Salmo 69:35), il luogo scelto da Dio per il Suo popolo, e indicava anche il popolo di Dio (Salmo 48:11; 149:2). 

Simbolicamente Sion è laddove Dio abita sulla terra (Salmo 9:11; 132:13; Isaia 2:3-8; Michea 4:2), ecco perché è chiamato “monte santo”.

Infine:
(3) Gerusalemme è desolata
“Gerusalemme è una desolazione”.
Gerusalemme, la città politica e religiosa più importante della nazione, sembra manifestare in modo particolare l’ira di Dio!

Qui “desolazione” (šĕmāmâ) ricorda la profezia di Isaia 6:11 dove troviamo scritto: “E io dissi: ‘Fino a quando, Signore?’ Egli rispose: ‘Finché le città siano devastate, senza abitanti, non vi sia più nessuno nelle case, e il paese sia ridotto in desolazione’”.

Il contesto è che il Signore ha ordinato a Isaia di predicare un messaggio di giudizio, un messaggio che il popolo d’Israele non doveva comprendere e convertirsi.

La desolazione non è semplicemente solo qualcosa di devastato, è una maledizione secondo il patto Mosaico (Levitico 26:33) a causa dei peccati del popolo (Levitico 26:14-33).
Isaia è così specifico per indicare che c’era una desolazione totale in quello che apparteneva al Signore!

Isaia aumenta la dose per motivare la misericordia di Dio, parlando della: 
B) La devastazione del tempio (v.11) 
Nel v.11 leggiamo: “La nostra santa e magnifica casa, dove i nostri padri ti celebrarono, è diventata preda delle fiamme, quanto avevamo di più caro è stato devastato”.

Isaia cerca di convincere il Signore ad agire facendogli considerare la condizione devastante in cui si trova il tempio.

Vediamo prima di tutto:
(1) La verità
“La nostra santa e magnifica casa” (v.11). 

La verità riguarda ciò che per Isaia e il popolo era il tempio.

In queste parole c’è un certo orgoglio riguardo il tempio, che viene chiamato “casa” (bêt) cfr. per esempio 2 Re 11:10-11; 1 Cronache 22:2; Esdra 3:8; Salmo 27:4; Aggeo 1:2,4,8-9,14; 2:3,7,9) e indica la dimora del Signore.

Il tempio era un simbolo della presenza di Dio tra il Suo popolo (per esempio Esodo 25:8; 40:34-35). 

Il tempio era centrale per la vita religiosa dei giudei, era il luogo dove l’uomo incontrava Dio, il centro del culto, importante per la relazione tra Dio e il Suo popolo. 

Senza il tempio era impossibile soddisfare alcuni aspetti basilari della vita religiosa ebraica, come le varie esigenze di sacrificio e di culto comunitario, e serviva come promemoria del patto con cui il popolo era legato al Signore, e serviva a favorire l'obbedienza alle clausole del patto e ispirare la vera adorazione del Signore.

La casa del Signore è santa e magnifica dice Isaia, come già aveva detto precedentemente (Isaia 63:15).

“Santa” (qōḏeš) si riferisce al fatto che è un luogo separato, sacro per la presenza del Dio santo (Deuteronomio 26:15; 2 Cronache 30:27; Geremia 25:30; Giona 2:5,8; Michea 1:2; Abacuc 2:20; Zaccaria 2:17; Isaia 6:1-5; 57:15).

“Magnifica” (tiphʾereth) indica bellezza, splendente, che non è solo per gli ornamenti lussuosi presenti (cfr. per esempio 2 Cronache 3:6; Isaia 3:18; 13:19), ma per la presenza del Dio santo e maestoso, e il popolo poteva godere e appropriarsi delle benedizioni che ne derivavano.

Ora è interessante questo confronto tra città e tempio, e cioè: Isaia si riferisce alle città come appartenenti a Dio, dice: “Tue città”, mentre riguardo al tempio dice: “La nostra santa e magnifica casa”.

Quindi da un lato le città dovrebbero avere importanza per il Signore, e dall’altra parte il tempio dovrebbe importanza per il popolo.

In secondo luogo vediamo:
(2) La storicità
“Dove i nostri padri ti celebrarono”, è diventata preda delle fiamme” (v.11).

“I nostri padri” si riferisce a tutte le generazioni precedenti, fino alla distruzione del tempio.
Isaia elogia gli antenati che hanno celebrato il Signore.

“Celebrare” (hālal) è esaltare, lodare esaltare, la grandezza, o l'eccellenza di Dio per quello che è e fa (cfr. per Salmo 22:23; 35:18; 69:31, 35; 74:21; 84:5; 107:32; 109:30; 119: 164, 175; 145:2; 148:5, 13; Isaia 38:18; 62:9; Gioele 2:26). 

Me nei giorni a cui si riferiva Isaia il tempio era devastato, era in fiamme con tutte le cose che vi erano dentro per il culto, questo accadrà nel 586 a.C., (cfr. 2 Re 25:9; 2 Cronache 36:19; Geremia 52:13; Lamentazioni 1:10; Ezechiele 24:21,25) circa duecento anni dopo questa profezia.  

“Diventata preda delle fiamme”, è: “È stata bruciata con il fuoco”, dove è diventata” (hāāyh - Qal perfetto attivo) indica una condizione stabile.
Il tempio “preda delle fiamme” (śerēp̱āh), indica “qualcosa di completamente consumato”, e quindi in rovina.

Dal momento che il tempio è in rovina, è stato bruciato dal fuoco, il popolo di Dio non può adorarlo nella Sua santa casa come avevano fatto i loro padri. 

Così il profeta usa la storia dei padri d’Israele associata al culto nel tempio, per esprimere la tragica condizione in cui era caduta l'intera adorazione di Dio in Israele, in modo da poter motivare il Signore all’azione in favore del Suo popolo.

Noi troviamo ancora:
(3) La preziosità
“Quanto avevamo di più caro è stato devastato” (v.11).

“Di più caro“(maḥmāḏ) è “cose preziose e apprezzate” ( per esempio 1 Re 20: 6; Lamentazioni 1:10-11). 

Indica ciò che è desiderabile, qualcosa che si desidera avere, possedere. 

Si riferisce al tempio e agli ornamenti e agli oggetti preziosi del tempio associati all'adorazione di Dio. (per esempio 2 Cronache 36:19; Gioele 3:5)

“È stato” (hāāyh – Qal perfetto attivo) indica una condizione stabile, mentre “devastato” (lĕḥorĕbâ) indica un luogo distrutto e in macerie (Esdra 9:9; Isaia 61:4).

Infine vediamo:
C)Le domande (v.12) 
Nel v.12 leggiamo: “Davanti a queste cose te ne rimarrai impassibile, o SIGNORE? Tacerai e ci affliggerai fino all'estremo?”.
Questa preghiera si conclude con un appello finale per la misericordia di Dio sotto forma di domanda.

John MacArthur scrive: “Grazie a una rivelazione profetica, Isaia pronuncia queste parole molti anni prima della caduta di Gerusalemme e della distruzione del tempio nel 586 a.C. Tuttavia lamenta la caduta della città come se fosse già avvenuta. Il popolo di Dio era disperato e le sue preghiere erano sempre più insistenti e urgenti”.

Consideriamo:
(1) La prima domanda
“Davanti a queste cose te ne rimarrai impassibile, o SIGNORE?” (v.12).

“O Signore” (Yahweh) mostra la preghiera intima e appassionata d’Isaia, guarda indietro ai vv.9-10, alla supplica di non adirarsi fino all’estremo e quindi a perdonare perché Israele è il popolo di Dio.

“Davanti a queste cose” (haʿal-ʾēlleh) indica a come agirà il Signore davanti tali eventualità future di una nazione e tempio devastati a causa dei peccati del popolo, per cui ora Isaia ha fatto cordoglio (Isaia 64:5-9).

Così Isaia prega il Signore se rimarrà impassibile, se tacerà ancora, se li affliggerà fino all’estremo, quindi se non entrerà ora in azione per affrontare i nemici e creare una nuova situazione. 

“Te ne rimarrai impassibile” (titʾappaq - hiṯpaʿʿēl imperfetto riflessivo) indica un’azione in corso.

“Rimanere impassibile” (ʾāp̱aq) è trattenersi.  

La stessa parola ebraica, la troviamo in Isaia 42:14 per indicare che il Signore è stato tranquillo, appunto è rimasto impassibile, tradotto con “mi sono trattenuto”, ora invece agirà giudicando.

Dio, apparentemente silenzioso per lungo tempo, agirà come un guerriero e farà guerra contro i suoi nemici e li vincerà (Isaia 42:13), verrà in giudizio, e sarà doloroso per Lui, come una donna che sta per partorire (Isaia 42:14).

Poi, “te ne rimarrai impassibile” lo troviamo in Isaia 63:15, tradotto con “Non si fanno più sentire verso di me”, in riferimento al fremito delle viscere e delle compassioni del Signore, con il senso che il Signore ha represso le Sue emozioni e le Sue compassioni, si è trattenuto; infatti, “sentire” (ʾāp̱aq) significa trattenere, trattenersi. 
La stessa parola ebraica la troviamo quando Giuseppe non poté più contenersi e piangendo si rivelò ai suoi fratelli (Isaia 45:1).

Così Isaia spera che il Signore non trattenga più la Sua compassione, ma che si riveli in aiuto del Suo popolo.

(2) La seconda domanda
“Tacerai?” (v.12).

Leupold, H. C. scrive: “Ci vuole audacia e il coraggio della fede per pregare così. L'intensa serietà di questa preghiera è toccante”.

“Tacerai” (teḥĕšeh - qal imperfetto attivo) si riferisce alla situazione, all’evento del Signore, al silenzio, cioè che il Signore non fa niente, è inattivo, fermo (cfr. per esempio Giudici 18:9; Salmo 107:29), non agisce in favore del Suo popolo! 

Il salmista, nel Salmo 28, grida al Signore, chiedendogli di non essere sordo, perché se tace, cioè non risponde alla sua preghiera di aiuto, sarà simile ai morti. 

Così il salmista continua a lodare il Signore che è la sua Forza, il suo Scudo, Soccorso, Salvatore e Pastore, perché ha ascoltato la sua preghiera (Salmo 28:1,6-9).

Ma in questa preghiera d’Isaia, il silenzio del Signore indica che il Suo giudizio continua.

Così il silenzio, o la rottura del silenzio del Signore è in relazione ai Suoi atti di liberazione, salvezza, o giudizio. 

Ma c’è ancora da vedere:
(3) La terza domanda
“E ci affliggerai fino all'estremo?” (v.12). 
“Ci affliggerai” (tĕʿannē - piel imperfetto attivo) indica un’azione completata che ha un risultato in corso.


“Affliggere” (ʿānāh) indica una condizione di umiliazione, di oppressione.

Questa parola è usata nei Salmi per indicare l’ira del Signore che pesa sul salmista (Salmo 88:7), o sulle persone (Salmo 90:15).

E Lamentazioni 3:33 ci dice che il Signore non umilia volentieri.
Il Signore, a volte ci affligge nella Sua fedeltà (Salmo 119:75) per disciplinarci, affinché noi imparassimo i Suoi statuti, quindi per la nostra crescita spirituale (Salmo 119:71). 

C’è sempre una buona ragione perché il Signore ci affligge come quella di aver afflitto Gesù per i nostri peccati (Isaia 53:4).

“Fino all'estremo” (ʿaḏ-meōḏ) è già stata usata al v.9, quindi esprime la stessa cosa, cioè “con tutta la Sua forza intrinseca”, quindi che il Signore non faccia sentire il pieno peso della Sua ira, che non ci affligga al massimo, o fortemente.

In Lamentazioni 5:22, dove siamo all’attuazione della profezia, quindi in piena crisi Babilonese, c’è un parallelo, la parola è tradotta con “fortemente”: “Ci hai forse rigettati davvero? Sei tu adirato fortemente contro di noi?”

Quindi anche in queste parole troviamo l’implicazione, nel desiderio di Isaia che il Signore mitighi, alleggerisca il Suo giudizio.

Quando noi preghiamo per un risveglio preghiamo perché abbiamo a cuore l’onore di Dio, e di conseguenza pregheremo per la Sua chiesa affinché Dio tolga la desolazione da essa!

CONCLUSIONE 
Arthur Skevington Wood scriveva: “Il risveglio non è qualcosa che abbiamo e dobbiamo cercare di mantenere, ma qualcosa che ci manca e dobbiamo supplicare di ricevere”.

Questa preghiera d’Isaia c’incoraggia proprio a pregare per un risveglio, e a farlo in modo coraggioso, serio e appassionato.

Solo Dio può risvegliare il Suo popolo, la Sua chiesa, non saranno le nostre tecniche moderne, le nostre abilità, i nostri sforzi.

Proprio come l’amico di mezzanotte (Luca 11:5-9), o come la vedova che supplicava senza stancarsi il giudice ingiusto (Luca 18:1-8), dobbiamo pregare giorno e notte il Signore che susciti un risveglio!

Anche quando sembra che Dio ci abbia abbandonato, il cristiano fedele avrà sempre Dio come punto di riferimento e lo invocherà facendogli considerare che è il suo Padre e Vasaio, cioè Signore e Salvatore, quindi Isaia fa appello alla relazione che c’è tra Dio e Israele.

Il cristiano fedele, come Isaia, farà appello a Dio facendogli considerare la situazione della chiesa in “coma spirituale”, desolata, secolarizzata, lontana dai Suoi standard di giustizia di Dio, dove Dio non è più presente, ed è per questo che dobbiamo pregare che possa cambiare la situazione, che il Suo Spirito possa di nuovo rivitalizzare il Suo popolo per la gloria del Suo nome.

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