venerdì 17 marzo 2017

La priorità nel culto

LA PRIORITÀ NEL CULTO.
Quando si parla di culto, si ha in mente il culto di famiglia (per esempio Deuteronomio 6:4-9; Efesini 6:4); il culto personale (per esempio Salmo 63; Marco 1:35), e infine il culto pubblico in chiesa.
La Bibbia insegna che tutte le persone, a maggior ragione coloro che sono stati salvati dai loro peccati da Dio mediante Gesù Cristo, sono chiamate a offrire il culto a Dio e ci dice anche in cosa consiste.
In questa predicazione vedremo il culto pubblico e quindi quali sono le priorità nel culto la domenica, il giorno del Signore.

Vediamo in primo luogo:

I LA PREDICAZIONE BIBLICA. 
In molte chiese la predicazione non occupa un posto di rilievo nel culto, si dà più spazio a una forma d’intrattenimento a spese della predicazione biblica e della vera adorazione.

Nella Bibbia vediamo che viene data molto enfasi alla predicazione; era lo scopo di Gesù per esempio leggiamo in Marco 1:38: “…Andiamo altrove, per i villaggi vicini, affinché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto”. 

La predicazione era lo scopo degli apostoli per esempio Paolo esorta Timoteo dicendo: “Ti scongiuro, davanti a Dio e a Cristo Gesù che deve giudicare i vivi e i morti, per la sua apparizione e il suo regno: predica la parola, insisti in ogni occasione favorevole e sfavorevole, convinci, rimprovera, esorta con ogni tipo di insegnamento e pazienza” (2 Timoteo 4:1-2; cfr. Romani 10:17; 1 Corinzi 1:21; 2 Timoteo 1:8; 3:16-17; 4:1-2; 1 Pietro 1:23-25; 2:2).

La chiesa primitiva ascoltava l’insegnamento degli apostoli (Atti 2:42).

Dio ha stabilito che la predicazione della Sua parola fosse lo strumento, o il metodo principale per l’avanzamento del Suo regno, quindi per la salvezza e la crescita spirituale dei cristiani.
Eppure in molte chiese la predicazione sana della Parola di Dio è trascurata per varie ragioni.

Negare alla chiesa la predicazione della Parola di Dio significa negargli la crescita spirituale.
Qualche anno fa Martyn Lloyd Jones scriveva riguardo l’importanza che la predicazione deve avere nella chiesa: “ Uno sguardo generale rivela come i periodi di decadenza siano sempre stati quelli in cui si è verificato un declino della predicazione. L’alba di un periodo di riforma o risveglio è sempre stata preannunciata da una rinnovata predicazione. Non si tratta tanto di un nuovo interesse per la predicazione, quanto di una predicazione rinnovata e vivificata. Un ritorno alla vera predicazione, infatti, ha sempre preceduto i grandi movimenti di risveglio nella storia della chiesa e naturalmente, quando la riforma e il risveglio sono arrivati, hanno, a loro volta, favorito sempre lo sviluppo della predicazione”.

La predicazione deve essere fatta per la gloria di Dio e non piacere agli uomini (Galati 1:10), o predicare ciò che gli uomini vogliono sentirsi dire come ai tempi dei profeti (per esempio 1 Re 22:8; Isaia 30:10; Geremia 11:21; 2 Timoteo 4:3-4) e questo per soddisfare i loro bisogni materiali, così lo scopo della predicazione non è motivata e centrata su Dio, ma sull’uomo.

Quindi non dobbiamo pensare che la predicazione della Parola di Dio sia un'attività separata da quella di culto. 

Non dobbiamo pensare che il culto sia una sorta di sentimento mistico creato e manipolato da un certo tipo di musica e canti, di emozioni e di vario genere di intrattenimento nel culto è importante che vi sia la centralità della predicazione della Parola di Dio!

Oggi purtroppo, in molti casi questa è vista come noiosa, un'attività irrilevante, fuori moda che non serve più nel corpo di Cristo. 

In secondo luogo nella priorità nel culto vediamo:
II LA PREGHIERA.
In Atti 2:42 è scritto che i primi cristiani erano perseveranti nelle preghiere.

Che cosa è la preghiera?
A) La preghiera è comunicare con Dio.
Attraverso lo studio della Bibbia Dio parla a noi, attraverso la preghiera noi parliamo con Dio, entrambi sono necessari per lo sviluppo di un rapporto personale. 
La preghiera è comunicare con Dio con la certezza che ci sta ascoltando. 

Vediamo:
(1) La centralità della preghiera.
Questa comunicazione deve essere fondata sulla rivelazione di Dio nella Scrittura secondo i principi spirituali che ne governano l’accesso e anche la risposta.
In altre parole la Bibbia mette molto l’enfasi all’atteggiamento con cui preghiamo. 
Dio è attento a colui che prega, ma anche a come prega. 
Per esempio, Dio non ascolta le preghiere religiose delle troppe parole (Matteo 6:7-8), ma le preghiere del giusto (Giacomo 5:16), le preghiere fatte con il cuore (Geremia 29:13); umili (Luca 18:9-14), senza ipocrisia (Salmi 66:18; Matteo 6:5-6). 

(2) Il contenuto della preghiera.
Noi comunichiamo i bisogni, le richieste, ma esprimiamo anche ciò che sentiamo per Dio.
La preghiera è l’espressione variegata della condizione umana davanti la presenza di Dio.

Quindi la preghiera ha varie sfumature:
(a) La Lode e l’adorazione. (Salmi 34:3; 96:8; 100:4; Matteo 4:10; Luca 1:46; Giovanni 4:23-24; Efesini 3:20-21; Apocalisse 4:8-11).
Con la preghiera diamo gloria a Dio per quello che è in se stesso: Santo, Giusto, Amore, ecc. 

(b) Il Ringraziamento.
Anche il ringraziamento deve essere parte integrante delle nostre preghiere. 
Nel ringraziamento diamo gloria a Dio per quello che ci dà, per i suoi benefici. (Salmi 100:4; 103:2; Luca 17:11-19; 1 Tessalonicesi 5:18; Efesini 5:20; Colossesi 2:7). 
L’ingratitudine è una cosa seria. 
L'incapacità di essere grati è il segno dei pagani come dice Romani 1:21. Noi non possiamo essere ingrati a Dio per tutte le benedizioni che ci ha dato, ci dà e ci darà! 
Se lo facciamo è perché non siamo maturi spiritualmente, abbiamo la memoria corta e siamo egocentrici, vogliamo tutto a modo nostro. L’ingrato è colui che vuole sempre di più e a modo suo!

Poi troviamo:
(c) La confessione di peccato.
La confessione dei peccati sia pubblica che privata è importante (Neemia 9; Salmo 51; 1 Giovanni 1:8-10).
Noi davanti a Dio dobbiamo riconoscerci peccatori perché questo siamo! 
Il cristiano, benché sia giustificato in Cristo (per esempio Romani 5:1-2), è sempre comunque uno che pecca (1 Giovanni 1:8-10), benché il peccato non regna più nel cristiano, comunque è presente in lui.

Il nostro Dio è un Dio santo e qualsiasi cosa contamini i nostri pensieri e le nostre azioni è un ostacolo alla comunione e quindi all’esaudimento delle nostre preghiere (Salmi 66:18). 
I nostri peccati devono essere confessati a Dio chiedendogli perdono e devono essere abbandonati. (Proverbi 28:13; Isaia 6:5; Atti 8:22; 1 Giovanni 1:8-10).

La confessione non è una questione frivola che la facciamo una volta ogni tanto, la confessione deve essere una attività quotidiana, per il cristiano perché i nostri peccati sono quotidiani contro la legge divina. Facciamo le cose che non dobbiamo fare e omettiamo di fare quelle cose che Dio ci comanda di fare. 

In una vera confessione non si minimizza la gravità del peccato e non ci sono razionalizzazioni o auto-giustificazioni, infatti nel Salmo 51 Davide non fa questo! 

Inoltre Davide riconosce che Dio è giusto quando parla e non sbaglia quando giudica, quindi non si lamenta contro Dio. 

Ancora Davide chiede a Dio di perdonarlo e di creare un cuore puro e di rinnovare uno spirito ben saldo, in altre parole c’è un vero pentimento, senza il quale non c’è perdono e si riconsacra a Dio con un atteggiamento di sottomissione e dipendenza da Dio, si affida al perdono di Dio alla sua misericordia. 
Davide nella confessione, non dimostra di essere orgoglioso, ma riconosce che Dio è giusto e misericordioso, e lui è un peccatore, quindi un fallito in quanto ha mancato la perfezione che Dio richiede da noi secondo i suoi comandamenti!

Confessando i nostri peccati dimostriamo di avere un cuore sincero davanti a Dio, un cuore che cerca di fare la volontà di Dio, di essergli obbediente, che non desidera seguire i piaceri del peccato e le lusinghe di questo mondo.

Nella preghiera c’è:
(d) L’intercessione.
In molte chiese viene detto che la domenica mattina non si dovrebbe pregare per gli altri e nemmeno per i nostri bisogni, ma mi chiedo dove è scritto che non bisogna farlo!
Sia quando adoriamo, e sia quando preghiamo per un bisogno, comunque viene messa sempre in enfasi la grandezza di Dio da cui dipendiamo.

L’ intercessione è pregare per gli altri.
Grande intercessore fu Mosè per esempio, pregò per Maria ed Aronne quando parlarono contro di lui, Maria per giudizio di Dio divenne lebbrosa, Mosè gridò al Signore e il Signore la guarì. (Numeri 12; cfr. Numeri 14:18-20). 

Il Nuovo Testamento è pieno di preghiere di intercessione soprattutto Paolo pregava per le chiese. (Romani 10:1; 2 Corinzi 1:11; 9:14; Efesini 6:18-20; Filippesi 1:19; Colossesi 1:1,3; 4:3; 1 Tessalonicesi 5:25).

Infine c’è:
(e) La supplicazione o richiesta.
Si intende la preghiera per le nostre necessità. 
In Filippesi 4:6-7 è scritto: "Non angustiatevi di nulla, ma in ogni cosa fate conoscere le vostre ringraziamenti.  E la pace di Dio, che supera ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e i vostri pensieri in Cristo Gesù". 
Niente è troppo grande o troppo piccolo per portare davanti a Dio nella preghiera, finché non è qualcosa che sappiamo essere in contrasto con la volontà espressa di Dio. 
Certamente non chiederemo a Dio di farci ladri competenti! 

Ma la preghiera è più di una semplice comunicazione:
B) La preghiera è comunione con Dio. (Apocalisse 3:19-20).
Questo passo di solito è applicato nell’evangelizzazione, ai non credenti, ma in realtà dal contesto si riferisce alla chiesa di Laodicea. 
Questo passo si riferisce alla mancanza di comunione della chiesa di Laodicea con Gesù, era una chiesa tiepida, aveva perso lo zelo eppure questa chiesa si sentiva a posto, autosufficiente compiacente e orgogliosa. 
Gesù li esorta allo zelo e al ravvedimento. 
Gesù non forza l’entrata, ma piuttosto si rende disponibile, il credente tiepido deve prendere la decisione di fare entrare Gesù, nel senso di ristabilire la comunione con Gesù, quindi Gesù chiede una risposta, invita il credente a pentirsi e ad avere comunione con lui. 

Se il credente tiepido si ravvede, cioè ascolta la voce di Gesù e gli apre la porta, quando Gesù bussa al suo cuore, Gesù avrà di nuovo comunione con il credente che si era allontanato, questo è illustrato dalla cena comune. 
La cena nel medio oriente era una pratica di amicizia, di comunione, di condivisione intima e gioiosa fraternità! 
E quando le persone si allontanavano, la cena era un momento di riconciliazione! 

In tal senso allora la promessa qui è del perdono, dell’accettazione, della condivisione e la della benedizione e della comunione profonda, ma anche un anticipo del banchetto finale messianico (Apocalisse 19:16-19; Luca 13:29; 22:29-30). 
Ma O. Hallesbay applica questi versetti anche alla preghiera dicendo che: “Pregare è lasciare che Gesù entri nei nostri cuori”. 

Quindi sotto questo aspetto le nostre preghiere sono sempre il risultato dei colpi che Gesù batte alla porta del nostro cuore (cfr.  Salmo 27:7-8).

Ora se nel linguaggio biblico il pasto comune è il simbolo di un’ intima e gioiosa fraternità, Hallesbay dice: "Dio ha istituito la preghiera come mezzo di intima e gioiosa comunione fra Dio e gli uomini”.
La preghiera è aprire il cuore davanti al Signore come fece Anna che supplicava Dio con un’anima piena di amarezza perché era sterile. (1 Samuele 1:15; Salmi 62:8).

Questo indica fare partecipe Dio delle nostre cose più intime, questa è la comunione! 

C) La preghiera è l’elevazione dell’anima all’azione di Dio in noi.
Nel Salmo 25:1 è scritto: "A te, o SIGNORE, io elevo l'anima mia". (Salmi 86:4; 143:8). 
In altre parti è scritto elevare i cuori (Lamentazioni 3:41). 
Quindi la preghiera non è solo una semplice comunicazione, ma è il colloquio, la reazione fatto con trasporto, amore, passione a Dio. 
Chi ama Dio cercherà la comunione con lui!

Nella priorità nel culto vediamo:
III IL CANTO. 
Il canto ha anche la sua importanza nel culto.
La chiesa è notevolmente impoverita se lo spirito di lode è assente dal culto. 
Dio è degno di essere adorato e lodato.
Ogni aspetto della natura, il carattere e l'opera di Dio dovrebbe stimolare la nostra lode, e quando la vera adorazione si svolge, troveremo persone coinvolte nella gioia e nell'emozione di lodare Dio. 

L'atmosfera che c’è in cielo dove Dio è presente è di lode gioiosa. L'adorazione è l'atmosfera del cielo dove anche gli angeli continuamente adorano e lodano il loro Re (Apocalisse 4-5).

Il salmista ha scritto: “Entrate nelle sue porte con ringraziamento, e nei suoi cortili con lode” (Salmo 100:4). 
Quando adiamo in chiesa, dobbiamo entrare nello spirito di lode, e dobbiamo ricordare che Dio siede circondato dalle lodi del Suo popolo (Salmo 22:3).
Quando il popolo di Dio lo loda, Egli si avvicina ed è presente in mezzo a loro. 
Dio stesso è lieto di stare in mezzo al Suo popolo quando è lodato.

La lode è un'attività che trasmette un messaggio al mondo, a noi stessi, e di Dio stesso: la lode trasmette l'idea che Dio è Dio.

Ora vediamo che il canto un aspetto del culto, è scritto in Apocalisse 5:9-10: “Essi cantavano un cantico nuovo, dicendo: ‘Tu sei degno di prendere il libro e di aprirne i sigilli, perché sei stato immolato e hai acquistato a Dio, con il tuo sangue, gente di ogni tribù, lingua, popolo e nazione, e ne hai fatto per il nostro Dio un regno e dei sacerdoti; e regneranno sulla terra’”.

Paolo dice in Colossesi 3:16: “La parola di Cristo abiti in voi abbondantemente; istruitevi ed esortatevi gli uni gli altri con ogni sapienza; cantate di cuore a Dio, sotto l'impulso della grazia, salmi, inni e cantici spirituali”.
Inoltre ricordiamo che c’è una parte della Bibbia proprio di Salmi che venivano cantati a Dio (per esempio Salmo 47:6-7; 100; 105:1-3)
Per esempio nel Salmo 92:1-4 è scritto: “È bello celebrare il SIGNORE e cantare le tue lodi, o Altissimo; proclamare al mattino la tua bontà, e la tua fedeltà ogni notte, sulla lira a dieci corde e sulla cetra, con la melodia dell'arpa! Poiché tu m'hai rallegrato con le tue meraviglie, o SIGNORE; io canto di gioia per le opere delle tue mani”.

Poco prima che Gesù lasciasse la stanza superiore per andare nel Getsemani a pregare prima della sua crocifissione, l'ultima cosa che fece con i suoi discepoli fu quello di cantare degli inni (Marco 14:26). 

Quindi è biblico cantare gli inni con gli strumenti musicali (Salmo 150), e in molte chiese questo avviene, ma comunque non deve dominare il culto relegando la predicazione della Parola di Dio a un ruolo secondario.

La musica è parte integrante del culto, dobbiamo stare attenti, però che non sia riempito di tanta musica a discapito della predicazione della Parola. 
La musica può essere un grande aiuto per il culto, ma può anche essere un grande ostacolo.

Un altro pericolo che riguarda il dominio della musica nel culto e che debbano suscitare risposte emotive profonde che possono avere poco a che fare con la vera adorazione. 
La presenza di Dio non è qualcosa che può essere pompata dalla musica ad alto volume e ci agiti emotivamente, non è nemmeno un trampolino di lancio per la legittima vera adorazione.

Certamente la musica di per sé, a parte la verità contenuta nei testi degli inni, ci può stimolare all’adorazione, ma ci deve essere una grande cura nella selezione e nella preparazione dei canti: devono essere pieni di sana e profonda teologia biblica incentrata su Dio e su Gesù Cristo.
Purtroppo oggi molti inni, benchè siano belli musicalmente parlando, non lo sono teologicamente, sono molto poveri, frivoli e leggeri.
Jon D. Payne scrive: “Al posto degli inni si sono fatti strada cori e canzoni molto sentimentali, carichi di emotività, che ripetono in continuazione le stesse poche parole e che sono assolutamente privi di contenuto teolgico”.


In realtà certi canti rispecchiano l’auto-gratificazione che procede da una visione superficiale e distorta di Dio!
Si fanno e si cantano inni per farci star bene e non per glorificare Dio!
Dio non è messo al centro del culto, ma lo è il proprio io, questo perché si è condizionati da questa società edonistica e narcisista!

Il canto deve esaltare Dio e l’opera di Gesù Cristo!

Vediamo:
IV LA CELEBRAZIONE DELLA CENA SIGNORE.
La vera adorazione è sempre focalizzata su Gesù Cristo e la sua opera compiuta sul calvario. 
Il culto deve essere centrato sull’opera di Gesù Cristo (cfr. Apocalisse 5:6)
In una visione, Giovanni vede in mezzo al trono e alle quattro creature viventi un Agnello in piedi che era stato immolato, cioè Gesù, il Redentore degli eletti.
Gesù Cristo è morto sulla croce ed è risorto come nostro sostituto (1 Pietro 2:23-24; 3:18); il Suo sangue è stato versato affinché chi ha fede in Lui può essere giustificato e avere pace con Dio (Romani 5:1-2,9-11).

Nella chiesa primitiva non c’erano incontri senza la celebrazione della cena del Signore (Atti 2:46; 1 Corinzi 11:18,25-26), oggi è minimizzata, dimenticata o relegata a un esercizio religioso occasionale.
Non possiamo affermare dogmaticamente quando volte la chiesa debba celebrare la cena del Signore, se solo una domenica al mese, se tutte le domeniche, o altro, ma bisogna tener presente che tutte le volte che la chiesa primitiva s’incontrava mangiava e ricordava il sacrificio di Gesù Cristo.
La cena del Signore veniva celebrata durante un pasto comune (1 Corinzi 11:17-34).

In Atti 2:42 leggiamo che i credenti erano perseveranti nel rompere il pane.

In Atti 20:7 è scritto: “Il primo giorno della settimana, mentre erano riuniti per spezzare il pane…” 

La cena del Signore è stata istituita da Gesù Cristo alla sua ultima cena (Matteo 26:26-29; Luca 22:19); è un segno del Nuovo Patto in Gesù Cristo (cfr. Geremia 31:31-34; Ebrei 8:6-13; Luca 22:20; 1 Corinzi 11:25); pertanto possiamo affermare che ha un’importanza suprema.

Quando prendiamo il calice ci vengono ricordate le promesse del patto di Dio e i benefici che abbiamo in Cristo.
Quindi coloro che partecipano o dovrebbero partecipare alla cena del Signore devono essere credenti, devono essere parte del corpo di Gesù Cristo che si fanno un esame di coscienza sul loro comportamento (1 Corinzi 11:27-32)

Qual è il significato della cena del Signore?

La cena del Signore è una:
A) Rammemorazione
Quando Gesù istituì la sua cena prendendo il pane disse: “Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo in memoria di me” (Luca 22:19).

Nella cena del Signore viene ricordato il fatto che Gesù ha dato il Suo corpo in sacrificio per i peccati del Suo popolo (Isaia 53:12; Matteo 1:21).

Così quando il calice è versato, ricorda il Suo sangue versato. 
In Luca 22:20 è scritto: “Allo stesso modo, dopo aver cenato, diede loro il calice dicendo: ‘Questo calice è il nuovo patto nel mio sangue, che è versato per voi’”
Quindi il pane e il vino indicano la salvezza dai peccati mediante la morte in sacrificio di Gesù Cristo, e quindi anche il Suo amore per la chiesa (cfr. Efesini 5:25).

La cena del Signore è una:
B) Comunione con Cristo e la chiesa.
1 Corinzi 10:16-17 dice: “Il calice della benedizione, che noi benediciamo, non è forse la comunione con il sangue di Cristo? Il pane che noi rompiamo, non è forse la comunione con il corpo di Cristo? Siccome vi è un unico pane, noi, che siamo molti, siamo un corpo unico, perché partecipiamo tutti a quell'unico pane”.

Prendere il pane e il vino della cena è la comunione (koinōnia) con Gesù e la chiesa, la cena del Signore mette in evidenza il suo carattere comunitario.
La cena del Signore è molto più di un simbolo; si tratta di una profonda celebrazione dell'esperienza spirituale comune.

Benché il pane rimane pane e il vino rimane vino, in qualche modo Gesù è presente spiritualmente e ne riceviamo i benefici procurati dal Suo sacrificio.

Quando una persona riceve il pane e il vino con fede riceve la realtà che simboleggiano, cioè Gesù e i tutti i Suoi benefici; non è che siamo nutriti di Cristo fisicamente, il pane e il vino sono solo simboli, ma siamo nutriti di un nutrimento spirituale proprio come il cibo naturale fa con il nostro corpo  (cfr. Giovanni 6:53-57).
Benchè il pane e il vino sono e rimangono dei simboli del corpo e del sangue di Gesù, quando li prendiamo Gesù è presente spiritualmente (Matteo 18:20) e riceviamo le Sue benedizioni spirituali.

La cena del Signore è un:
C) Ringraziamento
1 Corinzi 11:24 dice: “E dopo aver reso grazie lo ruppe”.
Se pensiamo al fatto che il Gesù ha dato la Sua vita per salvarci, se pensiamo a tutti i benefici che abbiamo in Lui, non possiamo fare altro che ringraziarlo: la cena del Signore è ringraziare Gesù per quello che ci ha dato e ci dà!

La cena del Signore è un:
D) Annuncio
In 1 Corinzi 11:26 è scritto: “Poiché ogni volta che mangiate questo pane e bevete da questo calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga”.
“Annunciate” (katangellete) si trova per definire la predicazione del Vangelo (1 Corinzi 2:1; 9:14).

C’era e c’è sempre qualcuno tra i presenti che non sia un credente: quei simboli del pane e del vino parlano del sacrificio di Gesù e in questo annuncio noi affermiamo la nostra fede in Cristo che perdona i nostri peccati e ci dà la vita eterna.

Infine la cena del Signore è:
E) Attesa gioiosa.
Un giorno berremo il calice con Gesù nel Suo regno (Matteo 26:29; Luca 22:16) e romperemo il pane fino a quando Gesù non ritornerà (1 Corinzi 11:26).

Prima di chiudere questo messaggio, vediamo un ultima caratteristica della priorità nel culto:
V IL DONARE.
Nel giorno del Signore, la domenica, nel giorno del culto, non deve mancare un’offerta economica al Signore.
Jon D. Payne scrive: “ L’offrire generosamente, giosamente e anche con spirito di sacrificio è una delle espressioni più concrete del nostro amore per Dio e del nostro impegno per l’avanzamento del suo regno”.

A) Il dare al Signore nell’Antico Testamento.
Nell’Antico Testamento vediamo che il popolo era chiamato a consacrare al Signore ogni decima parte dei prodotti della terra e degli animali (Levitico 27:30-32; cfr. Genesi 14:20; 28:22). 
La decima divenne un obbligo religioso regolare a Dio, serviva per il sostentamento dei Leviti (Numeri 18:20-24; Neemia 10:37) e a loro volta questi offrivano la decima di questa decima al Signore (Numeri 18:25-29, 32; Neemia 10:38). 

B) Il dare al Signore nel Nuovo Testamento.
Diversi passaggi nel Nuovo Testamento si riferiscono alla decima, ma sotto una luce negativa, non per la decima in sè, ma nel modo in cui veniva spesso praticata e cioè senza alcun riguardo per il giudizio, la misericordia, la fede e l’amore di Dio. 
Gesù, quindi, riprese i farisei facendo capire loro che la decima rigorosa deve essere accompagnata dalla preoccupazione per le esigenze più importanti della legge per vivere in modo giusto e misericordioso (Matteo 23:23; Luca 11:42, 18:12). 

Comunque il Nuovo Testamento dice molto sul dare mettendo l’enfasi sul modo (Marco 12:43; 1 Corinzi 16:1-2; 2 Corinzi 8:1-5; 9:7,ecc.). 

C) Il significato del dare finanziariamente al Signore.
(1) Il dare è una grazia di Dio. 
Il dare finanziariamente è una grazia di Dio come vediamo in 2 Corinzi 8:1,4,6,7,9.

(2) Il dare è amministrare i beni che Dio ci dà. 
Dio è la sorgente di ogni dono (1 Cronache 29:9,12-14). 
Il Dio che possiede ogni cosa ci fa la grazia di avere e quindi di amministrare e di dare a Lui ciò che Egli ci dà. 
Il cristiano è un amministratore dei beni che Dio ha dato a lui, al Signore appartiene la terra e tutto quello che essa contiene (Esodo 19:5; 1 Cronache 29:11; Salmo 24:1-2; Giobbe 41:11; 1 Corinzi 10:26). 
Dunque, siamo amministratori delle cose che Dio ci ha dato: casa o case, mobili, libri, giardino, auto come anche il denaro (cfr. Aggeo 2:8). 
Quindi la domanda come dice giustamente Donald S. Whitney non è:  “ ‘Quanti dei miei soldi dovrei dare a Dio?”, ma piuttosto: “quanti dei soldi di Dio dovrei tenere per me?’ ” 

(3) Il dare è un atto di culto a Dio.
Dare è molto più di un dovere o un obbligo, è un atto di adorazione al Signore. 
In Filippesi 4:18 è scritto: "Ora ho ricevuto ogni cosa e sono nell'abbondanza. Sono ricolmo di beni, avendo ricevuto da Epafròdito quello che mi avete mandato e che è un profumo di odore soave, un sacrificio accetto e gradito a Dio". 

Paolo era agli arresti per il Vangelo (Filippesi 1:13) e aveva ricevuto dalla chiesa di Filippi, per mano di Epafròdito, dei doni (Filippesi 2:25; 4:10-14). 
Quello che è stato incluso in quei doni non ci viene detto, potrebbero essere soldi per coprire le spese, oppure libri, o vestiti (cfr. 2 Timoteo 4:13). 
Di sicuro avevano un grande valore non solo per Paolo, ma anche per Dio. “Un profumo di odore soave, un sacrificio accetto e gradito a Dio” sono espressioni sacrificali (Per profumo di odore soave - Genesi 8:21; Esodo 29:18, 25, 41; Levitico 1:9,13,17; Efesini 5:2. Per sacrificio - Levitico 1:2-17;2:1-10-13; per l’uso del sacrificio spirituale – Salmo 50:8; 51:17. Per gradito a Dio – Ebrei 13:15-16; Romani 12:1-2). 

In Filippesi 4:18, perciò, Paolo sottolinea che i doni dei Filippesi sono di altissimo valore, perché portano piacere a Dio. 
Con questa affermazione solleva il loro dono dal livello di cortesia e di compassione a una relazione con Dio, a un atto di culto. 

Allo stesso tempo vediamo il principio che ciò che viene fatto per il servo di Dio in realtà è fatto per Dio stesso (Matt. 10:40-42; 25:31-40; cfr. Atti 9:3-5). 
Paolo suggerisce che il destinatario finale del loro servizio a lui non è altro che al Dio vivente. Paolo ci fa capire, dunque, che l’atto del dare per l’opera di Dio era un atto di adorazione a Dio. 

(4) Il dare riflette la fede nella provvidenza di Dio.
Il nostro dare può essere un segno tangibile di quanta fede abbiamo in Dio che provvederà ai nostri bisogni. 
Questo è illustrato molto bene dalla storia raccontata da Marco riguardo quella povera vedova che, benché mise due spiccioli, Gesù ci dice, che diede più degli altri perché ha dato tutto quello che aveva per vivere!!!, mentre gli altri, i ricchi, benché ne mettessero molti, hanno dato il loro superfluo. 
Gesù era consapevole dei soldi che avevano a disposizione che stavano dando a Dio. 

Gesù, in questa storia, ha visto non solo le persone e i loro soldi, ma anche l’atteggiamento dei loro cuori. 
Gesù pone l’accento sul motivo piuttosto che sull’aspetto esteriore, il Signore guarda al cuore e non alle apparenze come facciamo noi uomini (1 Samuele 16:7). 
In Marco 12:41-44 dunque leggiamo: "Sedutosi di fronte alla cassa delle offerte, Gesù guardava come la gente metteva denaro nella cassa; molti ricchi ne mettevano assai. Venuta una povera vedova, vi mise due spiccioli che fanno un quarto di soldo. Gesù, chiamati a sé i suoi discepoli, disse loro: ‘In verità io vi dico che questa povera vedova ha messo nella cassa delle offerte più di tutti gli altri: poiché tutti vi hanno gettato del loro superfluo, ma lei, nella sua povertà, vi ha messo tutto ciò che possedeva, tutto quanto aveva per vivere’". 

La povertà era molto comune per le vedove a quei tempi. 
Le monete (lepta) che ha dato questa povera vedova erano due, le più piccole coniate in Giudea, quindi potremmo dire oggi per noi europei un centesimo. 
Il particolare dei due spiccioli è importante perché la vedova avrebbe potuto tenere uno per sé e l’altro lo poteva dare, ma non lo ha fatto! Non sarebbe stato molto, ma sarebbe stato certamente qualcosa. 

C’è un grande significato per noi oggi che spesso cerchiamo di conservare una parte della nostra vita, una parte delle nostre attività, una parte di noi stessi e quindi una parte del nostro denaro senza darlo a Gesù Cristo. 
Abbiamo quasi sempre qualcosa da trattenere per noi senza darlo interamente a Dio (cfr. Marco 10:17-22; 1 Timoteo 6:6-10,17-19). 

Il v.44 mette in risalto lo stato di miseria di questa donna in forte contrasto con l’abbondanza dei ricchi che hanno dato tantissimo, ma per loro era superfluo. 

Nel v.44 viene enfatizzato che questa donna ha messo nella cassetta delle offerte tutto quello che aveva, tutto quello che aveva per vivere!!! Essa sta amando Dio con tutta la sua forza (Marco 12:30), cioè con l’intera sostanza che possedeva in questo mondo, i propri beni secondo il concetto ebraico. 
Quel piccolo dono ha un grande valore per Gesù. 

L’azione della vedova è stata un atto di fede e non solo di generosità, perché ha dato tutto quello che aveva sapendo che Dio avrebbe provveduto ai suoi bisogni. 

Questa storia c’insegna a rinunciare concretamente a tutte le nostre sicurezze per affidarci completamente alla misericordia e provvidenza di Dio. 
Daremo nella misura in cui noi crediamo Dio provvederà per noi. 
Quanto più noi crediamo che Dio provvederà riguardo ai nostri bisogni tanto più saremo disposti a rischiare dando a Lui; tanto meno ci fidiamo di Dio, tanto meno daremo a Lui. 
Quindi la percentuale di quello che diamo a Dio è un’indicazione chiara e netta di quanto ci fidiamo di lui.

D) Il modo come dobbiamo dare al Signore.
(1) Dobbiamo dare generosamente e con sacrificio.
La grazia che Dio ha concessa alle chiese della Macedonia di partecipare alla colletta per i cristiani di Gerusalemme (Romani 15:25-27) e che Paolo cerca nella chiesa di Corinto (2 Corinzi 8:1-8,11;9:4-5), è sacrificale e generosa (2 Corinzi 8:2, 9:11,13). 

(2) Dobbiamo dare regolarmente e sistematicamente.
Il dare dovrebbe essere regolare e sistematico. 
Nell’Antico Testamento leggiamo che tre volte all’anno ogni maschio che si presentava al Signore non si doveva presentare a mani vuote, ognuno doveva dare secondo la benedizione che Dio gli aveva elargito (Deuteronomio 16:16-17). 
Penso che non sia sbagliato oggi come atto di adorazione dare al Signore quando ci presentiamo davanti a Lui quando partecipiamo al culto! (cfr. Filippesi 4:18). 

Nel Nuovo Testamento in 1 Corinzi 16:1-2 leggiamo: "Quanto poi alla colletta per i santi, come ho ordinato alle chiese di Galazia, così fate anche voi. Ogni primo giorno della settimana ciascuno di voi, a casa, metta da parte quello che potrà secondo la prosperità concessagli, affinché, quando verrò, non ci siano più collette da fare". 

Questa colletta era una offerta speciale per i poveri cristiani che soffrivano a Gerusalemme. 
Questo è stato un impegno molto caro per Paolo (cfr. Galati 2:10; 2 Corinzi 8-9; Romani 15:25; Atti 24:17). 

(a) In primo luogo il dare doveva essere regolare per tutte le chiese.
Questo lo vediamo quando dice: “Come ho ordinato alle chiese di Galazia, così fate anche voi”. 
Anche se l’offerta era per un bisogno specifico, Paolo disse loro di mettere da parte “ogni primo giorno della settimana” fino a quando lui non sarebbe passato da Corinto. 
Ai nostri giorni questo principio è ancora valido, poiché ci sono molti bisogni (spese per il locale, per l’evangelizzazione, per le missioni, per i poveri, ecc.), è saggio dare sistematicamente settimanalmente per far fronte a questi bisogni. 

(b) In secondo luogo tutti sono chiamati a partecipare alla colletta.
Paolo dice “ciascuno di voi”. 
Tutti quindi nella chiesa sono chiamati a partecipare: giovani e vecchi, ricchi e poveri, schiavi e liberi, Ebrei e Gentili, maschi e femmine, istruiti e analfabeti, tutti potevano e possono contribuire, tutti coloro che affermano di essere credenti sono chiamati a donare! 

(c) In terzo luogo deve dare continuamente e regolarmente.
Paolo ci dice: “A casa, metta da parte”. 
“Metta” (tithetō) è imperativo presente, sottolinea la natura continua e regolare del dare. 

Questo implica pianificare in modo diligente quello che va dato al Signore, quindi la priorità del dare al Signore e di farlo punto e basta. 

Se non mettiamo da parte in modo disciplinato al Signore tenderemo di usare quei soldi per noi stessi e saremo irregolari nel donare. 
Alcuni tendono a tenere tutto per se o a dare il superfluo di quello che hanno ricevuto dal Signore per vari motivi, come per esempio in previsione delle esigenze future che potrebbero sorgere, non fidandosi così della provvidenza di Dio, della Sua fedeltà e amore per il futuro. 

(d) In quarto luogo deve dare secondo le proprie possibilità.
È scritto: “Quello che potrà secondo la prosperità concessagli”. 
Il significato è che ognuno doveva dare proporzionatamente alle sue possibilità. 
Questo significa che maggiore è la prosperità maggiore sarà il dono! Paolo non sta parlando di decima, dunque. 
Significa anche che tutti possono dare. 
Paolo si aspetta pienamente che ogni membro prenda parte al progetto di dare per i cristiani poveri di Gerusalemme. 
Questo darà gioia, come è scritto in Atti 20:21: “…Vi è più gioia nel dare che nel ricevere”.

Ci sono tante promesse positive per chi dona (Proverbi 3:9-10; Malachia 3:10; Matteo 6:3-4; Luca 6:38; 2 Corinzi 9:6-10; Atti 20:35) e questo dovrebbe stimolarci a donare del dare.

CONCLUSIONE.
Noi dobbiamo preparare i nostri cuori e pensieri per il culto la domenica, con il culto familiare e personale durante la settimana, e quando siamo in comunità durante il culto dobbiamo essere concentrati attivamente su Dio e sull’opera di Gesù Cristo sulla croce.
Siamo chiamati ad amare Dio, e quindi a offrirgli un culto con tutto noi stessi (Marco 12:30).

Il culto a Dio non deve essere fatto per il nostro appagamento, o per provare esperienze spirituali particolari, il culto deve essere fatto per glorificare Dio e questo avviene secondo com’è prescritto o comandato nella Bibbia se non vogliamo ritrovarci ad offrire un culto secondo i nostri idoli!
Un culto che non sia secondo la volontà di Dio, non sarà accettato da Dio (cfr. Genesi 4:1-8; Levitico 10:1-11; Giovanni 4:23-24).
Dio vuole e si aspetta che gli offriamo il culto secondo come vuole Lui!