I requisiti del vero discepolo di Gesù.

Marco 8:34-38: I requisiti del vero discepolo di Gesù. 
Quando Garibaldi si propose di liberare l'Italia, egli vide alcuni giovani a un angolo di strada e gli domandò se volessero seguirlo nella sua causa di liberare l'Italia. I giovani risposero: "Che cosa offrite?". "Offerta?" rispose Garibaldi. "Vi offro stenti, fame, stracci, sete, notti insonne, privazioni innumerevoli, battaglie e infine la vittoria nella causa più nobile a cui siete mai stati confrontati"...Quei giovani lo seguirono! 
Quale risposta diamo a Gesù sapendo che è il Signore e il Salvatore del mondo, sapendo che è verità e che ci dona la vita eterna? Gesù, prima di Garibaldi, parlò di sofferenza, ma insieme alla sofferenza promise la salvezza del'anima per l'eternità.
Il passaggio che va dal capitolo 8:34 al capitolo 9:1, riguarda l'impegno personale a seguire Gesù in circostanze che richiedono sofferenza, coraggio e sacrificio. Marco racconta che Gesù dice ai suoi discepoli che avrebbe sofferto e che sarebbe morto per poi risuscitare e questo lo fa per incoraggiare la chiesa perseguitata di Roma. 
L'umiliazione, la sofferenza di Gesù annunciata al v.31, è il misterioso prototipo di quello cristiano: come Gesù ha subito la persecuzione ed è stato innalzato da Dio, così i suoi discepoli soffriranno e saranno salvati da Dio.
Questi versetti non ci parlano di come divenire cristiani, ma che i veri cristiani hanno questi requisiti: Rinunciano a se stessi; portano la propria croce e seguono Gesù. Questo non è solo per i dodici, infatti queste parole sono rivolte anche alla folla.

Il primo requisito è:
I RINUNCIARE A SE STESSO (v.34).
v.34: "Chiamata a sé la folla con i suoi discepoli, disse loro: «Se uno vuol venire dietro a me, rinunzi a sé stesso, prenda la sua croce e mi segua".
La società contemporanea mette al centro l’uomo, basta leggere alcuni libri di psicologia, o sentire  quello che dicono i sostenitori della New Age, o vedere qualche film, o programmi d'intrattenimento in Tv. Noi vediamo che c'è un profondo narcisismo ed egocentrismo, e si spendono tanti soldi per le palestre, per i cosmetici, per i centri di bellezza.   
Parlare di rinunciare a sé stessi in questa epoca è davvero contro corrente e impopolare!

A) Rinunciare a se stessi significa rinnegare all’auto-idolatria. 
"Rinunciare" nel greco (aparnēsasthō) ha l’idea di base di rispondere: “NO!!!” Dire no, quindi al nostro IO!!!! Negare il nostro IO! Ignorarlo, dimenticarlo.
"Rinunciare" significa respingere, rifiutare, allontanarsi, abbandonare, rinnegare. La stessa parola greca la troviamo in Matteo 26:34-35,75, tradotta con rinnegare, quando Pietro ha respinto, ha disconosciuto, ha preso le distanze da Gesù. 
In altre parole rinunciare a se stessi è rompere, tagliare i ponti con il nostro IO! Significa lasciare il controllo della nostra vita a Dio, sottomettersi e arrendersi completamente a Gesù! Significa far scendere il proprio IO dal trono del nostro cuore e far salire il Signore Gesù, non cercare più i propri interessi e desideri, ma quelli di Cristo, sostituire la propria autodeterminazione con la completa obbedienza a Cristo.
Significa piegare la nostra volontà, pensieri, progetti alla volontà di Cristo!! Significa lasciare che Gesù determini gli obiettivi e le finalità della nostra vita.  Significa morire a se stessi, dare l’addio al proprio IO, significa annullare, disintegrare il nostro IO.
Dietrich Bonhoeffer scrisse: "Quando Cristo invita un uomo, gli ordina di venire a morire".
Il verbo "rinunciare" (aparnēsasthō imperativo aoristo medio)  indica che  una decisione definitiva deve essere fatta.

Quindi:
B) Rinunciare a se stessi significa rinnegare l’egocentrismo e l’orgoglio. 

Vediamo:
(1) Il significato di egocentrismo.
Jacques e Claire Pujol parlando dell'egocentrismo scrivono: "L’egocentrismo caratterizza il modo di agire e di pensare di una persona che come unico punto di riferimento ha se stessa. È la tendenza a riportare tutto a sé, a interessarsi agli individui e alle cose solo nella misura in cui ci possono servire ".
Come discepoli di Gesù non possiamo essere egocentrici, il nostro Maestro con la Sua vita non ci ha insegnato questo, ma l’abnegazione e il servizio verso Dio e gli altri, anche se ci fanno male.

Vediamo:
(2) Il significato di orgoglio. 

L’orgoglio è duro a morire!!! Qualcuno ha detto che prima moriamo noi, dopo qualche ora muore il nostro orgoglio! James Hervey era un ministro del Signore vissuto nel diciottesimo secolo. Non stava bene di salute, il medico gli consigliò di andare in campagna  e seguire un contadino mentre arava così da respirare la terra arata...Il predicatore seguì il consiglio del medico; un giorno andò dietro a un contadino cristiano, il predicatore lo sapeva; mentre camminava tra i solchi chiese al contadino quale fosse la cosa più dura della vita cristiana. Il contadino ci pensò un po' e gli disse: "Io sono un contadino che risposta le posso dare, me lo dica lei". Il predicatore con tutta la sua finezza spirituale spiegò, con un discorso complesso, che la cosa più dura è riconoscere che siamo peccatori. Il contadino preso dall'erudizione del ministro di Dio lo ascoltò con attenzione e quando finì di parlare, pensò ancora per un momento e poi disse al ministro: "Penso che la cosa più dura è negare sé stessi, l'orgoglio di confidare nella propria ubbidienza".
Non aveva certamente torto quel contadino: la cosa più dura è negare noi stessi, smettere di confidare in noi stessi, rifiutare il nostro orgoglio: l’autonomia, l’autosufficienza, l’autorealizzazione, l'autodetrminazione.


Il secondo requisito del discepolo di Gesù è:
II PRENDERE  LA PROPRIA CROCE (v.34-35,38).
v.34:  "prenda la sua croce".
Per la cultura rabbinica un discepolo era esortato a sollevare il giogo della Torah o il giogo dei comandamenti, ma non certamente prendere la croce!

A) Cosa non è prendere la propria croce.

(1) La croce non è la nostra redenzione.            
Gesù non sta parlando che se noi portiamo la croce saremo salvati. Il sacrificio di Gesù sulla croce è più che sufficiente per la nostra salvezza, la croce non ci riscatta, perché è solo per la grazia di Dio in Cristo Gesù (Marco 10:44-45; Romani 3:23-25; Efesini 2:8-9).

(2) Le nostre croci non sono le prove della vita.
Le malattie, la moglie o il marito, difficoltà al lavoro, ecc.           

B) Cosa è prendere la propria croce?
Oggi la croce è il simbolo del cristianesimo, simbolo che si porta con una collana, che vediamo nei luoghi pubblici, o appesa nelle chiese, o nelle case.
La croce era un simbolo di ripugnanza estrema, uno strumento di crudeltà, dolore, disumanità e vergogna. La croce romana era una punizione riservata per le classi sociali più basse, progettata specialmente per punire criminali e  schiavi ribelli. 
Nel 71 a.C. il generale Romano Crasso sconfisse lo schiavo ribelle Spartaco e crocifisse lui e seimila dei suoi seguaci sulla via Appia tra Roma e Capua. Un secolo più tardi, Marco scrive per preparare i cristiani di Roma al martirio sotto Nerone.
Marco scrive che la persecuzione non è un segno dell'abbandono di Dio, ma della loro identificazione con Gesù stesso.
Quindi la nostra croce è la sofferenza che viviamo per la causa di Cristo, perciò è proporzionata alla nostra dedicazione a Cristo. Tutti quelli che vogliono vivere piamente in Cristo saranno perseguitati  dice Paolo a Timoteo ( 2 Timoteo 3:12).        

(1) Prendere la croce è dolorosa.
Fridrichesen A. a riguardo dice: "Prendere la propria croce su di sé è un’espressione che nel significato letterale per gli uomini di allora, voleva dire imboccare il cammino spaventoso di un condannato alla crocifissione: prendere il pesante legno sulle spalle e finire inchiodato a quel patibolo per esservi innalzato fra gli scherni di coloro che assistono all’esecuzione. L’immagine, riferendosi a uno spettacolo abituale per la gente di quel tempo, significava: affrontare un genere di vita penoso quanto lo può essere l’ultimo condannato a morte".
Noi non vogliamo soffrire, ma Gesù ci sta dicendo che non dobbiamo essere indulgenti per le comodità del corpo, non dobbiamo essere ansiosi per la nostra vita, non dobbiamo temere di perderla.  
Prendere la croce è accettare volontariamente il dolore, il disprezzo e la persecuzione per Cristo. I discepoli di Gesù non devono temere di perdere la loro vita per Lui come ci dice il v.35: "Perché chi vorrà salvare la sua vita, la perderà; ma chi perderà la sua vita per amor mio e del vangelo, la salverà". 
I discepoli di Gesù non devono temere gli scherni e il disprezzo della gente come dice il v.38:  "Perché se uno si sarà vergognato di me e delle mie parole in questa generazione adultera e peccatrice, anche il Figlio dell'uomo si vergognerà di lui quando verrà nella gloria del Padre suo con i santi angeli".
Questa generazione è adultera e peccatrice, che cosa mai ci possiamo aspettare quando predichiamo francamente la Parola di Dio? "Generazione adultera e peccatrice" è un'espressione che troviamo nella predicazione dei profeti per indicare l'idolatria del popolo d'Israele (Isaia 1:4,21; 57:3:13; Ezechiele 16:32-41; Osea 2:2-6).
I profeti sono stati perseguitati prima dei discepoli di Gesù.
Matteo 5:11-12: "Beati voi, quando vi insulteranno e vi perseguiteranno e, mentendo, diranno contro di voi ogni sorta di male per causa mia. Rallegratevi e giubilate, perché il vostro premio è grande nei cieli; poiché così hanno perseguitato i profeti che sono stati prima di voi". 
Se noi che diciamo di essere cristiani ci vergogniamo di Gesù, poi Gesù quando ritornerà si vergognerà di noi davanti al Padre suo; il suo ritorno sarà di giudizio, un giudizio giusto di uguale misura (Luca 6:38; Marco 4:24) 
Oggi nel mondo occidentale non c'è tanto una persecuzione fisica, c'è una persecuzione morale: un vero cristiano devoto è a volte emarginato, o preso in giro. Ebbene il discepolo di Gesù non deve temere tutto questo!

(2) Prendere la croce significa portarla quotidianamente.
Luca 9:23 dice: di prendere la croce ogni giorno. Sappiamo benissimo che la vita cristiana è fatta di alti e bassi, ma siamo chiamati ad avere costanza, la costanza di seguire Gesù costi quel che costi. 
A.W. Tozer scriveva: "Il vero discepolo di Cristo non chiede: 'se abbraccio questa verità quando  mi costerà?' Egli dirà piuttosto: 'questa è la verità, Signore aiutami a camminare in  essa, costi quel che costi'".            

Il terzo requisito che deve avere un discepolo di Gesù è:
III SEGUIRE GESÙ (v.34-37)
v.34: "e mi segua".
La parola discepolo v.34 (mathētais) significa apprendista, alunno di qualcuno per essere istruito, per apprendere. Il discepolo è l’uomo che si lega a un altro, cioè a un maestro per apprendere da lui conoscenze ed esperienze. 
Il discepolo è colui che ha udito la chiamata di Gesù e si è unito a Lui per seguirlo. Seguire Gesù significa seguire il Suo modello, come Lui ha affrontato il martirio. Indubbiamente seguire Gesù significa seguire il Suo insegnamento, ma significa seguirlo nel senso di non rinnegarlo quando c'è da soffrire e soprattutto seguire il Suo modello, come Lui ha affrontato il martirio.  
Noi come Suoi discepoli non possiamo aspettarci dal mondo una corona di fiori, perché a Gesù hanno dato quella di spine, non possiamo aspettarci rispetto e comprensione perché Gesù non è stato rispettato e compreso!!
Giovanni 15:18-20: "Se il mondo vi odia, sapete bene che prima di voi ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe quello che è suo; poiché non siete del mondo, ma io ho scelto voi in mezzo al mondo, perciò il mondo vi odia. Ricordatevi della parola che vi ho detta: 'Il servo non è più grande del suo signore'. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra'".    
Il trattamento che aspetta ai discepoli di Gesù è: ci saranno quelli che ci ascolteranno e ci saranno quelli che ci odieranno. Quindi seguire Gesù significa seguire il suo modello: come ha affrontato il martirio. 

Come Gesù ha affrontato il martirio?
A) Gesù rimase sottomesso al Padre.
Luca 22:42: "Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Però non la mia volontà, ma la tua sia fatta". Gesù non si è tirato indietro rimase sottomesso alla volontà del Padre ed ha compiuto l’opera che il Padre gli aveva affidato. È stato ubbidiente al Padre (cfr. Isaia 50:5-6).
Paolo ha seguito il Suo esempio come leggiamo in Atti 20:23-24: "So soltanto che lo Spirito Santo in ogni città mi attesta che mi attendono catene e tribolazioni. Ma non faccio nessun conto della mia vita, come se mi fosse preziosa, pur di condurre a termine [con gioia] la mia corsa e il servizio affidatomi dal Signore Gesù, cioè di testimoniare del vangelo della grazia di Dio".
Molti servono il Signore e gli sono sottomessi fedelmente fino a quando va tutto bene, ma se ci fosse una persecuzione fisica, se avessimo dei seri problemi, saremmo disposti a servire ancora il Signore fedelmente? 

B) Gesù amò i Suoi carnefici.
Luca 23:34: " Gesù diceva: 'Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno'".
La stessa cosa fece Stefano mentre lo stavano lapidando (Atti 7:60). Gesù ci ha insegnato ad amare i nemici, a benedire quelli che ci maledicono, a pregare per quelli che ci maltrattano (Matteo 5:44). Paolo ci esorta a non vendicarci, a fare del bene ai nostri nemici! Romani 12:17-21: "Non rendete a nessuno male per male. Impegnatevi a fare il bene davanti a tutti gli uomini.  Se è possibile, per quanto dipende da voi, vivete in pace con tutti gli uomini. Non fate le vostre vendette, miei cari, ma cedete il posto all'ira di Dio; poiché sta scritto: 'A me la vendetta; io darò la retribuzione', dice il Signore.  Anzi, 'se il tuo nemico ha fame, dagli da mangiare; se ha sete, dagli da bere; poiché, facendo così, tu radunerai dei carboni accesi sul suo capo'.  Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene".
Il senso è di trattare bene il nemico perché questo lo può fare vergognare e condurlo al pentimento. Una ragazza armena fu fatta prigioniera insieme a suo fratello dai turchi. Suo fratello fu ucciso da un soldato davanti i suoi occhi. Lei in qualche modo riuscì a cavarsela. Divenne un'infermiera in un ospedale militare. Un giorno rimase sbalordita nel vedere catturato l'uomo che uccise suo fratello, l'uomo era ferito gravemente ed era stato portato all'ospedale. Appena lo vide, qualcosa dentro di lei gridava vendetta, ma c'era una voce più forte che la spingeva all'amore. Quando il soldato si ristabilì chiese all'infermiera come mai non l'avesse lasciato morire; l'infermiera rispose: "Io sono discepola di Colui che ha detto: 'Amate i vostri nemici; fate del bene a quelli che vi odiano". Il soldato turco rimase colpito da quella risposta e disse all'infermiera: "Non ho mai sentito tali parole, ditemi di più, voglio questo genere di religione".
Lasciamo che chi ci perseguita, perché siamo cristiani devoti, sia incoraggiato a credere a Gesù, osservando appunto in noi un comportamento degno di Gesù! Le nostre reazioni come discepoli di Gesù possono essere uno strumento nelle mani di Dio per salvare una persona dal peccato!

C) Gesù guardò in avanti, al futuro. 
Gesù sopportò la croce per la gioia che gli era posta dinanzi. In Ebrei 12:1-3 è scritto: "Anche noi, dunque, poiché siamo circondati da una così grande schiera di testimoni, deponiamo ogni peso e il peccato che così facilmente ci avvolge, e corriamo con perseveranza la gara che ci è proposta,  fissando lo sguardo su Gesù, colui che crea la fede e la rende perfetta. Per la gioia che gli era posta dinanzi egli sopportò la croce, disprezzando l'infamia, e si è seduto alla destra del trono di Dio. Considerate perciò colui che ha sopportato una simile ostilità contro la sua persona da parte dei peccatori, affinché non vi stanchiate perdendovi d'animo".
"Dinanzi" (prokeimenon) significa la gioia che Gesù aveva in prospettiva davanti a Lui.

(1) Gesù guardò al ritorno alla gloria in cielo a fianco al Padre:  il suo ritorno a casa!  
La gioia di stare alla presenza di Dio dove c’è gioia a sazietà dice il Salmo 16:11!!! Sapeva che una volta compiuta la missione ritornava a casa: in cielo. Nella Sua preghiera sacerdotale Gesù prega che i discepoli potessero avere la Sua gioia.
In  Giovanni 17:13 Gesù prega: "Ma ora io vengo a te; e dico queste cose nel mondo, affinché abbiano compiuta in sé stessi la mia gioia".  Dal contesto  vediamo la gioia di ritornare in gloria e del godere quella comunione intima di amore che aveva con il Padre (Giovanni 17:4, 11, 24; Giovanni 15:9-11).

(2) Gesù guardò la salvezza dei suoi eletti. 
In Isaia 53:11 leggiamo: "Egli vedrà il frutto del suo tormento interiore, e ne sarà saziato; per la sua conoscenza, il mio servo, il giusto, renderà giusti i molti, si caricherà egli stesso delle loro iniquità".
Gesù era ricco e si è fatto povero per noi, per arricchirci spiritualmente (2 Corinzi 8:9).
Allora quale sarà la nostra gioia insieme alle sofferenze? È la salvezza! Noi nei vv. 35-36 leggiamo: "Perché chi vorrà salvare la sua vita, la perderà; ma chi perderà la sua vita per amor mio e del vangelo, la salverà.  E che giova all'uomo se guadagna tutto il mondo e perde l'anima sua?"

I discepoli prendono la croce e seguono Gesù costi quel che costi perché amano Gesù e il Vangelo. Se amiamo Gesù lo seguiremo, lo serviremo, gli ubbidiremo! (Giovanni 14:21,23-24).
Vediamo un paradosso: chi vuole salvare la sua vita fisica la perderà, cioè coloro che non vogliono soffrire per il Signore Gesù, che hanno paura di perdere la propria vita o dignità per la persecuzione, perderanno l'anima per l'eternità; invece chi è disposto a perdere la sua vita fisica per Gesù salverà la sua anima, avrà vita eterna.
"Salverà" (sōsei indicativo futuro attivo), indica salvare dal pericolo, preservare e ripristinare un precedente stato di sicurezza e di benessere (Matteo 14:30; 27:40,42,49; Marco 3:4, ecc.); spiritualmente si riferisce alla salvezza dalla morte eterna (Romani 10:9,13; Giacomo 5:20; ecc.; cfr. Apocalisse 20:14-15), indica una salvezza divina, che viene da Dio (Romani 11:14; 1 Corinzi 1:21; 9:22).
"Anima" (psuchēn) significa il nucleo dell'esistenza di una persona che non è limitato dal tempo, nel senso che esisterà per sempre. Indica il complesso di tutta la personalità, della tua individualità, indica 
la vita interiore dell’uomo, equivale a quello che sei, alla tua essenza!!
La parola "perde" (zēmiōthēnai) significa perdere qualcosa con l'implicazione di subire privazioni, danni e sofferenze.
L'anima di chi non appartiene a Cristo sarà perduta per sempre! Ti stai preoccupando della tua anima? Dove andrai a finire dopo la morte? Jim Elliot martire in Ecuador disse: "Non è pazzo colui che da ciò che non può conservare per guadagnare ciò che non potrà mai perdere". Non siamo pazzi se diamo la nostra vita per Gesù perché comunque moriremo sempre, per avere ciò che non perderemo mai: l’anima salvata per l’eternità!
Supponiamo che avrai tutto nella vita: soldi, successo, viaggi, belle donne o bellissimi uomini, a che cosa serve se perderai l’anima tua per l’eternità all’inferno!! A che cosa ti serve, che profitto avrai se hai tutte le ricchezze di questo mondo e poi sei perduto per l'eternità all'inferno?
Che cosa daresti in cambio della tua anima perduta? Che cosa faresti pur di avere la tua anima salvata dall'inferno? Non c'è prezzo vero? Nessuna persona sana di mente vuole che la propria anima per l'eternità sia soffra per l'eternità!  Ma anche se avresti tutte le ricchezze di questo mondo, queste non potrebbero acquistare la salvezza della tua anima perduta.
Non c'è nessuna possibilità di salvarla perché la salvezza dell'anima è troppo cara: il denaro, le opere, l'appartenere a una determinata chiesa e così via non possono salvare, chi salva è Gesù e lo fa gratuitamente, non devi pagare nulla, devi solo credere a Gesù e ravvederti davanti a Dio dei tuoi peccati (Salmo 49:6-9; Atti 20:21); dunque, nessuno scambio è possibile! Solo Gesù salva e lo fa per la sola Sua grazia!                  
Ma la cosa ancora più drammatica è: una volta che un uomo perde la sua anima dopo la morte, all'inferno, non c'è modo per tornare indietro, è una via del non ritorno! Immagina una volta che stai lì, non potrai più tornare indietro! Quindi per chi muore senza Cristo, senza avere i suoi peccati perdonati, con la morte non si spegne semplicemente l'esistenza fisica, ma è un eterno sprofondare all'inferno, luogo di eterna sofferenza!

CONCLUSIONE.
Essere discepoli significa rispondere alle responsabilità e alle sfide che implica il seguire Gesù. Questi tre requisiti devono trovarsi in ogni credente!!
Hai rinunciato completamente a te stesso?
Hai preso la croce tanto da non vergognarti di Gesù e delle Sue parole nella società? Stai cercando l’approvazione degli uomini o di Dio? Ami veramente Gesù tanto da morire per Lui??                 
Stai seguendo l’esempio di Gesù di sottomissione e amore verso il Padre, di amore verso i nemici, il desiderio di essere alla presenza di Dio per gioire in Lui o sei legato a questa terra?
George Mueller: "C’è stato un giorno in cui sono morto completamente alle mie opinioni, alle mie preferenze, ai miei gusti e alla mia  volontà, morto al mondo, ai suoi plausi e alle censure, morto all’approvazione o al biasimo anche dei miei fratelli e degli amici; da allora mi sono studiato da apparire sempre approvato dinanzi a Dio".
C’è stato  un giorno nella tua vita in cui sei morto a te stesso e da allora ti sei studiato di apparire approvato dinanzi a Dio? (2 Corinzi 5:9; Galati 1:10; 1 Tessalonicesi 4:1). Se l’hai fatto rinnova quella consacrazione oggi, se non lo hai fatto perché non lo fai in questo momento? Considera dove passerai l’eternità!! Gesù è degno di essere servito anche a costo della morte!!

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