venerdì 3 giugno 2016

Benevolenza e bontà (Galati 5:22).

Benevolenza e bontà (Galati 5:22).
Continuiamo la nostra serie di predicazioni sul frutto dello Spirito Santo.
La benevolenza e la bontà sono parole strettamente collegate, pertanto vedremo insieme queste due caratteristiche in questa predicazione.

La benevolenza e la bontà si riferiscono entrambi all’atteggiamento favorevole verso il prossimo, indicano un desiderio attivo di riconoscere e soddisfare i bisogni degli altri. 

La benevolenza è un desiderio sincero per la felicità degli altri; la bontà è l'attività per fare avanzare questa felicità. 
La benevolenza è la disposizione interiore, creata dallo Spirito Santo, che ci porta a essere sensibili ai bisogni degli altri, sia fisico, emotivo, o spirituale. 
La benevolenza è la gentilezza in azione e parole.


Dunque la “benevolenza” (chrēstotēs) si riferisce alla gentilezza, quindi a essere gentili verso gli altri.
Si riferisce a essere preoccupati per gli altri, è il desiderio genuino di un credente a trattare gli altri con delicatezza.
L’immagine può essere quella di Paolo quando ricorda queste parole ai Tessalonicesi: “E non abbiamo cercato gloria dagli uomini, né da voi, né da altri, sebbene, come apostoli di Cristo, avessimo potuto far valere la nostra autorità; invece, siamo stati mansueti in mezzo a voi, come una nutrice che cura teneramente i suoi bambini” (1 Tessalonicesi 2:6-7).

La “bontà” (agathōsunē) indica essere buoni verso gli altri, fare del bene agli altri, quindi l’atto di donazione generosa, quindi generosità in azione nei confronti di qualcun altro (cfr. Matteo 20:15).
La bontà comporta atti intenzionali che sono utili agli altri, si riferisce all’eccellenza morale e spirituale che è nota per la sua dolcezza e gentilezza attiva.
Nel Nuovo Testamento la parola greca si verifica solo nelle lettere di Paolo (qui, in Romani 15:14; Efesini 5:9; 2 Tessalonicesi 1:11).

Questa parola appare nella traduzione greca dell’Antico Testamento (Settanta) in riferimento alla beneficenza che qualcuno ha dimostrato (Giudici 8:35; 2 Cronache 24:16), al tipo di generosità (Neemia 9:25, 35), alla bontà morale (Salmo 52:3; cfr. Neemia 13:31), al benessere e felicità (Ecclesiaste 4:8; 5:10,17; 6:3,6;7:14; 9:18). 

In questa predicazione vediamo:
I IL PROTOTIPO DIVINO.

Iniziamo con:
A) DIO.

Quindi:
(1) La benevolenza di Dio.
Paolo nelle sue lettere usa questa parola, anche se è tradotta nella Nuova Riveduta con “bontà”, per indicare la risposta della grazia di Dio alla sua creazione ribelle, quindi il suo atteggiamento e azione gentile verso i peccatori.

Per esempio in Romani 2:4 leggiamo: “Oppure disprezzi le ricchezze della sua bontà, della sua pazienza e della sua costanza, non riconoscendo che la bontà di Dio ti spinge al ravvedimento?”

“Bontà” (chrēstotētos) si riferisce alla benevolenza di Dio e in questo versetto consiste nella sua tolleranza e pazienza, e ha lo scopo di spingere il peccatore al pentimento. 

Così ancora in Romani 11:22 Paolo dice: “Considera dunque la bontà e la severità di Dio: la severità verso quelli che sono caduti; ma verso di te la bontà di Dio, purché tu perseveri nella sua bontà; altrimenti, anche tu sarai reciso”.

La bontà e la severità di Dio, benché possano sembrare in contrasto tra loro, eppure sono congiunte, e suggerisce che la sua benevolenza non è senza principi, o sentimentale.

La bontà di Dio è in Cristo dice Paolo in Efesini 2:7 è scritto: “Per mostrare nei tempi futuri l'immensa ricchezza della sua grazia, mediante la bontà che egli ha avuta per noi in Cristo Gesù”.

In Efesini come anche in Tito 3:4, la benevolenza di Dio è manifestata nella salvezza e nel suo amore per l’umanità, il Suo supremo atto manifestato in Gesù Cristo, cioè nella Sua morte.

Così nell’Antico Testamento leggiamo della benevolenza (bontà) di Dio verso coloro che lo temono (Salmo 31:19); per il paese benevolmente preparato da Dio (Salmo 68:10).

In Esodo 18:9 è scritto: “Ietro si rallegrò di tutto il bene che il SIGNORE aveva fatto a Israele, liberandolo dalla mano degli Egiziani”.

Come eletti di Dio, siamo chiamati a seguire il modello divino di benevolenza nei rapporti interpersonali come ci ricorda Colossesi 3:12: “Rivestitevi, dunque, come eletti di Dio, santi e amati, di sentimenti di misericordia, di benevolenza, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza”. (vedi anche 2 Corinzi 6:6; Romani 3:12)

Come coloro che hanno sperimentato la benevolenza di Dio con la salvezza di Dio in Cristo, i credenti devono vestirsi di benevolenza!

La benevolenza è un ingrediente essenziale dell’amore (1 Corinzi 13:4) e, come l'amore, si esprime in azione.
Coloro che sono trattati da Dio con benevolenza, sono chiamati a trattare gli altri allo stesso modo come leggiamo in Efesini 4:32: “Siate invece benevoli (chrēstoi) e misericordiosi gli uni verso gli altri, perdonandovi a vicenda come anche Dio vi ha perdonati in Cristo”. (cfr. Luca 6:35).

Certo tra i galati questa benevolenza mancava, visto che si mordevano e si divoravano l'un l'altro? (Galati 4:15).

In secondo luogo vediamo:
(2) La bontà di Dio.
La bontà di Dio significa che Dio è lo standard finale del bene, e che tutto ciò che Dio è e fa è degno di approvazione, e pertanto è lo standard finale del bene.

Dio è buono!
Gesù rispose al giovane ricco che lo chiamò “Maestro buono” in questo modo: "Nessuno è buono, tranne uno solo, cioè Dio" (Luca 18:19). 

La parola greca “buono” (agathos) è perfetto, completo, retto, gentile, benevolo, utile, accettabile, sano, che fa buone azioni.

In 1 Cronache 16:34 è scritto: “ Celebrate il SIGNORE, perché egli è buono, perché la sua bontà dura per sempre”.
Nel Salmo 119:68 è scritto che Dio è buono e fa del bene.
Il Salmo 34:8 c’incoraggia dicendo: “Provate e vedrete quanto il Signore è buono”. 

L'idea di "bontà" in ebraico (ṭôḇ) è "quello che soddisfa le aspettative di uno"; si riferisce a qualcosa che è appropriato, piacevole e benefico, salutare. 
Una buona cosa risponde alla necessità o al desiderio di una persona. 
Buona è una qualità di qualcosa, di valore, migliore, ciò che lo rende desiderabile, utile, o vantaggioso, una condizione, o stato dell'essere. 

Dio è la fonte di ogni bene nel mondo come ci ricorda Giacomo 1:17: “Ogni cosa buona e ogni dono perfetto vengono dall'alto e discendono dal Padre degli astri luminosi presso il quale non c'è variazione né ombra di mutamento”. (cfr. Salmo 145:9; Atti 14:17). 

In Romani 8:28 Paolo afferma: “Or sappiamo che tutte le cose cooperano al bene di quelli che amano Dio, i quali sono chiamati secondo il suo disegno”.
Dio non ha risparmiato il proprio Figlio, e ci darà tutte le cose con Lui dice Paolo in Romani 8:32.
C.E.B. Cranfield a proposito scrive: “Dal momento che Dio ha fatto questa cosa indicibilmente grande e per lui molto costosa, noi possiamo essere più che certi che farà ciò che, in paragone, è molto più piccolo…Dio ha dato il suo figlio diletto per noi: possiamo quindi essere certi che, insieme al dono supremo del proprio figlio, ci darà anche tutte le cose”.

Dal momento che Cristo è il dono più grande possibile che ci ha fatto, la concessione dei doni minori viene così garantita e quindi possiamo essere fiduciosi.
Dio ha dato il dono più grande in Cristo, ma dà e darà anche tutto il resto che è necessario per la nostra vita, insieme a Lui!

Ma questo versetto ci dice anche che i credenti ricevono doni da Dio a causa della loro unione con Cristo crocifisso!
E tutti i doni ricevuti sono dati dalla grazia gratuita di Dio.

Quando ci rendiamo conto che Dio è la definizione e la fonte di ogni bene, ci renderemo conto che Dio stesso è il bene ultimo che cerchiamo. 
Diremo insieme al salmista: " Chi ho io in cielo fuori di te? E sulla terra non desidero che te. La mia carne e il mio cuore possono venir meno, ma Dio è la ròcca del mio cuore e la mia parte di eredità, in eterno” (Salmo 73:25-26; cfr. 16:11; 42:1-2).

Inoltre siamo incoraggiati a ringraziare Dio in ogni circostanza dice Paolo ai Tessalonicesi (1 Tessalonicesi 5:18), anche per la disciplina del Signore perché è per il nostro bene è scritto in Ebrei 12:10.

Gesù ci ricorda a pregare il Padre celeste perché darà cose buone a coloro che gliele domandano (Matteo 7:11).

E ancora troviamo l’esortazione a seguire il suo esempio di bontà verso gli altri, anche i nemici (Matteo 5:43-48; Luca 6:27-35).

Un altro esempio da seguire è:
B) GESÙ. 
Noi possiamo vedere la benevolenza e la bontà di Gesù quando accolse pubblicani e peccatori (Matteo 9:10-13) e le prostitute (Luca 7:36-50; Giovanni 8:1-11).

Noi possiamo vedere la gentilezza di Gesù quando alcuni bambini furono presentati a Lui perché li toccasse, ma mentre i suoi discepoli li sgridavano, Lui li accolse, li prese in braccio e li benediceva ponendo le mani su di loro (Marco 10:13-16).

Gesù era dolce, gentile, in una occasione disse: “Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi darò riposo. Prendete su di voi il mio giogo e imparate da me, perché io sono mansueto e umile di cuore; e voi troverete riposo alle anime vostre; poiché il mio giogo è dolce e il mio carico è leggero” (Matteo 11:28-30).

Proprio come Gesù è mansueto e umile di cuore, quindi gentile, anche i suoi servi sono chiamati a esserlo, non devono essere litigiosi dice Paolo a Timoteo (2 Timoteo 2:24). 

In Atti 10:37-38 leggiamo: “Voi sapete quello che è avvenuto in tutta la Giudea, incominciando dalla Galilea, dopo il battesimo predicato da Giovanni; vale a dire, la storia di Gesù di Nazaret; come Dio lo ha unto di Spirito Santo e di potenza; e com'egli è andato dappertutto facendo del bene e guarendo tutti quelli che erano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui”.

Riguardo “facendo il bene” (euergetōn –presente attivo participio) I. Howard Marshall scrive: “ Il verbo reso facendo il bene è interessante; il sostantivo corrispondente ‘benefattore’, era adoperato dai governatori del tempo per descrivere se stessi (Luca 22:25), quindi qui Gesù viene implicitamente paragonato a loro e mostrato come colui che veramente dava aiuto alla gente”.

L’immagine di benefattore ricorda il passaggio d’Isaia riportato da Luca che scrive le parole di Gesù quando lesse Isaia 61:1-2 e dice: “Lo Spirito del Signore è sopra di me; perciò mi ha unto per evangelizzare i poveri; mi ha mandato ad annunziare la liberazione ai prigionieri, e ai ciechi il ricupero della vista; a rimettere in libertà gli oppressi, e a proclamare l'anno accettevole del Signore” (Luca 4:18-19).

Il benefattore era qualcuno che faceva del bene alla società!
Gesù ha fatto del bene alle persone dandogli da mangiare; guarendoli, liberandoli dalla possessione demoniaca.

Anche se noi non abbiamo le capacità miracolose di Gesù, come suoi discepoli siamo chiamati a seguire il suo esempio di fare del bene agli altri (Matteo 10:25; Giovanni 13:13-15).

Vediamo ora:
II IL PROPOSITO DI DIO. 
Dio vuole che noi seguiamo il suo esempio, che lo imitiamo nella benevolenza e nella bontà.
Lo scopo per cui siamo nati di nuovo è: le buone opere, fare il bene agli altri!
Gesù dà molta importanza alle buone azioni (Matteo 25:31-46), così anche il Nuovo Testamento.

Nel proposito di Dio vediamo:
A) La prova della nostra nuova nascita e fede.

Vediamo prima:
(1) La prova della nuova nascita.
In Efesini 2:8-10 leggiamo lo scopo della nostra salvezza: “Infatti è per grazia che siete stati salvati, mediante la fede; e ciò non viene da voi; è il dono di Dio.  Non è in virtù di opere affinché nessuno se ne vanti; infatti siamo opera sua, essendo stati creati in Cristo Gesù per fare le opere buone, che Dio ha precedentemente preparate affinché le pratichiamo”. (cfr. Tito 2:14).

Paolo esclude la possibilità per chiunque di essere salvato dai peccati e dall’ira di Dio per mezzo di qualsiasi sforzo umano, o meriti, prestazioni personali (opere- ergōn), ci dice che non siamo salvati per le opere, lo siamo per grazia di Dio, è un dono di Dio.

La salvezza ha la sua sorgente non in noi, ma in Dio, viene da lui come un dono, affinché non ci possiamo vantare davanti a Lui: la grazia di Dio esclude il nostro vanto!
Ma siamo stati creati in Gesù Cristo, cioè nati di nuovo, rigenerati per fare le buone opere che Dio ha preparato affinché le pratichiamo!

Il vero cristiano è stato creato in Cristo Gesù, rigenerati con lo scopo di fare opere buone, quelle che Dio ha predisposto in anticipo affinché le pratichiamo.

“Opere buone” (ergois agathois) indica sia l’importanza e l’origine divina, infatti dice che Dio le ha precedentemente preparate, e si riferisce a quelle azioni e parole di santità, bontà, giustizia e verità (cfr. Efesini 4:7-10).

“Pratichiamo” (peripatēsōmen) suggerisce un’esperienza quotidiana e non qualcosa di insolito, straordinario ed eroico. 
Si ha la tendenza a fare cose speciali per gli altri, ma possiamo cominciare dalle piccole cose, i piccoli gesti benevoli quotidiani sono salutari per gli altri!

Vediamo ora:
(2) La prova della fede.
Giacomo ci dice che la fede senza le opere non salva, è morta (Giacomo 2:14,17,26), non ha valore (Giacomo 2:20).
Giovanni Calvino disse: “ Mentre è la sola fede che giustifica, la fede che giustifica non è mai sola”.

Giacomo sta forse contraddicendo Paolo quando dice che la salvezza non è per opere, ma per grazia di Dio? (Romani 3:19-20,28; 4:1-5; Galati 2:16; Efesini 2:8-9; Tito 3:5).
Non c’è nessuna contraddizione!

Le lettere che scrisse Paolo avevano bisogni diversi da quelle che scrisse Giacomo.

Paolo lotta contro la menzogna che la salvezza è per opere! 
Paolo confuta il legalismo nelle sue lettere (per esempio quella ai Romani o ai Galati), il fatto che per essere salvati dobbiamo fare le buone opere! 

Paolo nega l’efficacia delle opere nella pre-conversione, non sono i nostri sforzi a salvarci, l’auto-giustificazione, ma la grazia di Dio; noi non meritiamo la salvezza e non siamo in grado di salvarci siamo completamente peccatori!               
Paolo mette in evidenza l’inizio del rapporto con Dio e la salvezza, mentre Giacomo il dopo! 

Giacomo, è interessato alla dimostrazione della vera fede, affronta il problema dell’ortodossia morta che parla di fede, ma che non prende sul serio le opere.

Giacomo a differenza di Paolo vuole confutare il pensiero che basta la fede, un semplice solo assenso intellettuale, mentre il modo di comportarsi non è importante, quindi si può fare quello che vuole!                      

Giacomo mette in evidenza la normalità delle opere nel post-conversione della vera fede! Giacomo lottava contro il pensiero della fede senza sostanza che minimizza la normalità delle opere! 

Paolo ha in mente l’inizio della giustificazione, Giacomo il risultato della giustificazione che porta alla maturità.
La giustificazione non è mai il risultato delle buone azioni, ma la giustificazione si traduce sempre in buone azioni!

Paolo ha in mente la giustificazione davanti il tribunale di Dio per grazia in Cristo, Giacomo la giustificazione probativa, la prova alla legittimità della fede attiva contro la fede falsa e inattiva, la dimostrazione di un cuore trasformato. 
Chi non ha le buone opere non ha una vera fede!

È la natura stessa della fede vive e genuina di esprimersi in opere. 
Una persona riceve la salvezza per la sola fede e non per opere, ma una persona salvata opera, perché ha una vera fede! 
Il teologo del diciannovesimo secolo R. L. Dabney disse: “Mentre le nostre opere sono un nulla, come motivo di merito per la giustificazione, sono della massima importanza come testimonianza che siamo giustificati”.

Quindi nel proposito vediamo la:
B) Perseveranza a fare il bene (v.9). 
Un altro passo che ci parla di essere benevoli e buoni verso gli altri lo troviamo in Galati 6:9-10, dove troviamo scritto: “ Non ci scoraggiamo di fare il bene; perché, se non ci stanchiamo, mieteremo a suo tempo. Così dunque, finché ne abbiamo l'opportunità, facciamo del bene a tutti; ma specialmente ai fratelli in fede”.

Paolo più volte nelle sue lettere (per esempio Romani 3:19-20; 4:1-4; Galati 2:16) afferma che non possiamo guadagnarci il favore di Dio, la giustificazione con le buone opere, ma allo stesso tempo esorta alle buone opere.

Paolo in questi due versetti ci esorta a fare il bene a tutti usando una metafora agricola, l'allusione è al duro lavoro del contadino tra la semina e la raccolta.

Paolo usa due termini che portano le idee di essere esausti e rinunciatari.
Paolo dice: “Non ci scoraggiamo” (enkakōmen) cioè è perdersi d'animo, perdere la motivazione a continuare un modello desiderabile di condotta o attività, perdere l'entusiasmo, quindi arrendersi al male, o alle difficoltà, stancarsi (Luca 18:1; 2 Corinzi 4:1).

“Se non ci stanchiamo” (ekluomenoi) è quasi lo stesso significato di scoraggiarsi, quindi perdersi d’animo, perdere la motivazione per raggiungere un certo obiettivo, esaurire le forze, arrendersi, allentare, ed è il contrario di prepararsi ad agire.
L’immagine potrebbe essere del lavoratore giudeo che nel mettersi a lavorare si stringeva la cintura sulla veste larga in modo da lavorare in modo dinamico senza ostacolo, e quando allentava la cintura voleva dire che aveva smesso di sottoporsi a uno sforzo. 
Ripetendo questo ammonimento due volte, Paolo pone grande enfasi sulla perseveranza a fare il bene.
Paolo include anche se stesso!

Che cosa temeva Paolo?
A quanto pare i galati avendo cominciato bene (Galati 3:2-5; 5:7), ma stavano perdendo il loro entusiasmo nel camminare secondo lo Spirito (Galati 5:16,25), e quindi stavano cedendo agli atteggiamenti egoistici, ad avere poco interesse per gli altri.
Paolo allora, in questo senso, vuole ammonire coloro che sono pigri verso i doveri di amore verso gli altri, o quelli che sono scoraggiati ad amare gli altri per la loro freddezza, o indifferenza, perché non c’era un riscontro positivo (Galati 4:11), o per gli ostacoli e difficoltà di vario genere.

È anche possibile che le divisioni all’interno della chiesa della Galazia potrebbero avere creato stanchezza per un impegno attivo di alcuni credenti: c’è chi era legalista e chi era libertino, e altri si erano stancati di entrambi i gruppi.

Oppure tale spossatezza era sorta semplicemente attraverso il passare del tempo, una stanchezza che proveniva dal servire gli altri con amore, nel portare i pesi degli altri (Galati 5:6-13; 6:2).

Oppure erano scoraggiati perché vedevano vano il loro impegno cristiano, non vedevano risultati.

Paolo incoraggia i galati a fare il bene.

“Fare il bene” (kalon poiountes) si riferisce in generale a tutto ciò che è moralmente buono, a qualsiasi azione fatta per gli altri che si traduce in benessere.
Comprende tutto quello che il cristiano è responsabile di fare.
Nel contesto è possibile che Paolo pensava di aiutare chi aveva bisogno in generale, o a livello economico, quindi una donazione di denaro e di risorse per alleviare le sofferenze o per soddisfare le esigenze degli altri (cfr. 2 Tessalonicesi 3:13).

Così Paolo presenta un incentivo per non stancarsi a servire gli altri con amore, vediamo allora:
C) La promessa di chi fa il bene (v.9). 
Nel v.9 scritto:“ Perché se non ci stanchiamo mieteremo a suo tempo”.
Può essere scoraggiante continuare a fare bene e servire Dio senza ricevere nessuna parola di ringraziamento, senza vedere risultati tangibili. 

Possiamo scoraggiarci per varie ragioni, ma troviamo una promessa qui: mieteremo a suo tempo!
I risultati richiedono tempo, tra semina e raccolta passano dei mesi (Giovanni 4:35).

“Perché” (gar) indica il motivo per non perdersi d'animo, è il motivo è la promessa: mieteremo a suo tempo, cioè raccoglieremo (mieteremo-therisomen-futuro attivo indicativo) al tempo giusto, infatti “ a suo tempo” (kairō) è il tempo giusto, momento opportuno determinato da Dio. 

Se non ci stanchiamo ha una funzione condizionale, quindi la condizione della raccolta è: non stancarsi (ekluomenoi), cioè non perdersi d’animo, non allentare, non smettere.
Se perseveriamo nel fare il bene, vedremo i frutti del nostro lavoro.

A cosa si riferisce “mieteremo”?
È in un tempo futuro (therisomen-futuro attivo indicativo) non specificato, non è detto il momento, il tempo, la stagione, l’anno.

Paolo non è veramente interessato ai tempi, ma la sua attenzione si concentra sulla certezza delle promesse di Dio e l'inevitabilità di ciò che si verifica se perseveriamo a fare il bene.

Paolo molto probabilmente si riferisce alla seconda venuta di Gesù Cristo (1 Timoteo 6:15).
Secondo il contesto (vv.7-8) si riferisce alla ricompensa al giudizio finale (cfr. 1 Corinzi 4:5): salvezza o perdizione.
Al ritorno di Gesù Cristo il cristiano è premiato (Romani 2:7; 14:10-12; 2 Corinzi 5:10), questo non significa che la salvezza è per le nostre opere, ma che ci sarà una ricompensa per coloro che non si stancano a fare il bene.

Altri interpretano che se seminiamo atti di amore raccoglieremo amore in cambio, e tra semina e raccolta non avviene subito.

Comunque sia noi serviamo un Dio sovrano e fedele, quello che Lui promette realizzerà (Isaia 55:9-10).
William Carey arrivò in India nel 1793, con il peso di predicare il Vangelo di Gesù Cristo a coloro che non avevano mai sentito il Suo nome. Per sette anni proclamò il messaggio del Vangelo con fedeltà settimana dopo settimana, mese dopo mese, ma non un singolo nativo dell'India si convertì a Cristo. Attraverso anni di lotta e di dubbio, Carey era spesso scoraggiato, ma mai sconfitto. Alle sue sorelle a casa in Inghilterra scrisse: “  Mi sento come un contadino con il suo raccolto: a volte penso che il seme sta nascendo, e quindi spero; un piccolo soffio e le mie speranze sono andate via come una nuvola. Erano solo erbacce che erano comparse; o se era un po' di grano moriva in fretta, essendo soffocato dalle erbacce, o riarso dal sole della persecuzione. Eppure ancora spero in Dio e andrò avanti nella sua forza e faccio menzione della sua giustizia, anche della sua soltanto”.
Vennero poi i primi convertiti, e vi fu un potente raccolto di anime che Dio concesse a Carey e ai suoi collaboratori alla missione Serampore in India.

Paolo in Galati ci dice anche:
D) Il periodo del fare il bene.
Nel v.10 leggiamo: “Così dunque, finché ne abbiamo l'opportunità, facciamo del bene”.
“Così dunque” introduce la logica conclusione della dichiarazione precedente. 
Si tratta di una formula che Paolo usa per tirare fuori la logica conseguenza di ciò che ha appena detto. 
Paolo, conclude le esortazioni etiche che aveva presentato in questa lettera e si avvia alla conclusione.
Sapendo che facendo il bene mieteremo a suo tempo, di conseguenza, o allora, o perciò (così dunque-ara oun) finché ne abbiamo l’opportunità facciamo del bene.

“Opportunità” (kairon) alcuni pensano si riferisca alla possibilità, o all’occasione di fare il bene durante la vita presente, facciamo del bene agli altri, di volta in volta come l'occasione si presenta.
Ogni volta che si può fare del bene, dobbiamo farlo!
C’è sempre una nuova opportunità per aiutare e servire gli altri!

Oppure, secondo altri, finché siamo in vita, prima della fine, facciamo il bene.
L'opportunità non è un optional, si riferisce alla presente opportunità prima del raccolto mentre abbiamo ancora la possibilità di vivere.
Mentre noi siamo in vita abbiamo la possibilità e dobbiamo sfruttare al massimo le opportunità di fare il bene: seminare per lo Spirito piuttosto che la carne.

Il senso potrebbe comunque essere: come verrà il tempo della mietitura a suo tempo, così ora dobbiamo fare buon uso del presente. 
Fino a quando, e dal momento che ne abbiamo l'occasione siamo chiamati a fare il bene!

Comunque sia, il credente è stato messo su questa terra per uno scopo: fare il bene!
Il bene è la missione di Dio per il cristiano.

Il modo migliore per prepararsi per la seconda venuta di Cristo è quello di utilizzare al massimo ogni opportunità di rendere servizio.

“Opportunità” nel greco trasmette l’idea che una volta persa l’occasione, non siamo in grado di ritrovarla. 

Oppure quando perdiamo il tempo di fare il bene, quando il tempo è passato, non potrà mai ritornare. 

Quante volte abbiamo guardato indietro e abbiamo avuto il rimpianto di non aver detto una parola di incoraggiamento o di non aver fatto una buona azione.
Il modo per non avere rimpianti è fare sempre del bene agli altri!

Infine vediamo:
E) Le persone a cui fare il bene. 
Nel v.10 leggiamo: “Così dunque, finché ne abbiamo l'opportunità, facciamo del bene a tutti; ma specialmente ai fratelli in fede”.
Dio chiama i credenti a fare del bene a tutti, credenti e non credenti, le nostre buone azioni devono essere sparse su tutti gli uomini.

Il frutto dello Spirito Santo deve essere condiviso sia con il mondo non cristiano e sia con i cristiani.
Amare gli altri per la nostra natura egoistica non è facile, soprattutto verso coloro che non sono amabili, o che ci fanno del male, ma Gesù nel Vangelo dice di amare anche i nemici e di pregare per loro (Matteo 5:44).

“Il bene” (agathon) si riferisce a fatti, o azioni che beneficiano la gente, a ciò che è utile, di aiuto, salutare.

"Le buone azioni", o opere buone sono tali solo quando sono espressioni di amore, gratitudine, e di fede in Dio e in armonia con i precetti biblici. 
Sono ciò che è giusto, onorevole e gradito a Dio, in conformità con i desideri di Dio.

Quindi siamo chiamati a fare il bene ai:
(1) Non credenti
“Tutti” (pantas) indica tutte le persone.
L'etica cristiana ha un duplice obiettivo: uno è universale e onnicomprensivo: “A tutti”, l'altro è particolare e specifico: " Specialmente ai fratelli in fede”.

Questo servizio dovrebbe essere reso a tutti senza distinzione di razza, nazionalità, classe, religione, sesso, o qualsiasi altra cosa.
Ogni volta che i cristiani hanno dimenticato questa rivelazione di Dio, sono caduti nei peccati di razzismo, sessismo, tribalismo, classismo, e così via.

I credenti hanno il dovere di fare del bene a tutte le persone anche se non sono cristiani, anche se sono nemici (Matteo 5:44).

Siamo chiamati a fare il bene ai:
(2) Credenti.
Nel v.10 leggiamo ancora: “Così dunque, finché ne abbiamo l'opportunità, facciamo del bene a tutti; ma specialmente ai fratelli in fede”.

“Fratelli in fede” (oikeious tēs pisteōs) indica “ coloro che sono imparentati con noi per mezzo di una fede comune”.
È un modo sintetico per dire che essi come noi sono nati nella famiglia di Dio (vedi Efesini 2:19), quindi essere figli di Dio (Giovanni 1:12-13; Galati 4:4-7) per la fede in Cristo, come sottolineato più volte nella lettera ai galati (per esempio Galati 2:16,20; 3:8, 22-26; ecc.)

Quindi la frase si riferisce ai fratelli cristiani, a coloro che fanno parte della famiglia cristiana, coloro che condividono il Vangelo.

“Specialmente” (malista) indica avere una preoccupazione speciale per il benessere dei credenti, prestare particolare attenzione.
La nostra priorità è sicuramente quello di servire la famiglia dei credenti.

Paolo incoraggia i cristiani della Galazia a prendersi cura gli altri e non a farsi la guerra! (Galati 5:13-15).

Gesù in Giovanni 13:34-35 aveva detto: “Io vi do un nuovo comandamento: che vi amiate gli uni gli altri. Come io vi ho amati, anche voi amatevi gli uni gli altri. Da questo conosceranno tutti che siete miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri”.

Queste grandi verità sulla famiglia di credenti ci dovrebbero motivare a continuare a fare del bene ai nostri fratelli e sorelle in Cristo. 
Noi apparteniamo gli uni agli altri in una famiglia, dal momento che noi apparteniamo a Cristo.

CONCLUSIONE
Se vogliamo essere stimolati alle buone azioni dobbiamo meditare sul carattere di Dio che è benevolo e buono, sullo scopo della nostra esistenza e sulla nostra identità in Cristo.

Le buone azioni fanno parte del piano di Dio e rivelano chi siamo!
Ricorda che non sei responsabile di fare tutto il bene che deve essere fatto in tutto il mondo, ma di fare il bene che Dio ha previsto per te: Dio non ti chiede di fare al di là delle opere che ha preparato per te!

Ricorda, inoltre, che la maggior parte delle opportunità di fare il bene è nella vita ordinaria, nella vita di tutti i giorni.
Non cercare di essere spettacolare; eroico, poche persone hanno l'opportunità di salvare, per esempio, una persona da un incendio, o dall’annegamento, ma possiamo fare piccoli gesti benevoli quotidiani, senza essere appariscente (Matteo 6:2-4).

Le buone azioni richiedono sacrificio in termini di tempo, di soldi, di sforzi, eccetera, e questo sarà possibile per la potenza dello Spirito Santo che vive in ogni vero credente che si lascia controllare da Lui.
Sottomettiti, pertanto, lasciati controllare dallo Spirito Santo.