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Aggeo 2:10-14: La chiamata alla purezza

Aggeo 2:10-14: La chiamata alla purezza 
Nella mitologia greca, Mida era il re di Frigia a cui il dio Dioniso aveva dato il potere di trasformare tutto ciò che toccava in oro, come ricompensa per aver aiutato il maestro di Dioniso, Sileno. Mida si rese conto presto che questo potere miracoloso non era una ricompensa, ma una maledizione, perché anche il suo cibo diventava oro. Il re avido viene liberato solo dopo aver pianto davanti a Dioniso, che gli ordina di fare il bagno nel fiume Pattolo.

Aggeo 2:10-14 evidenzia una persona impura che rende impuro tutto ciò che fa. 

La disobbedienza del popolo contaminava i sacrifici che faceva a Dio. 

Quando il popolo tornò nella propria terra dall’esilio Babilonese, all'inizio del regno di Dario, una delle sue priorità era ricostruire l'altare(Esdra 3:1-6), e reintegrare il ritmo dei sacrifici nel tempio, ancora in fase di ricostruzione (Aggeo 1:4-7; 2:3-4; Esdra 3:8-12; 5).

Questo era molto importante per l'adorazione come popolo di Dio. 

Ma, purtroppo la popolazione era più interessata a costruire le proprie case e non il tempio del Signore, disobbedendo così alla chiamata di Dio di ricostruirlo (Aggeo 1:4-7).


Questa disobbedienza rese inaccettabili i loro sacrifici davanti al Dio santo che riversò sul popolo la Sua maledizione (Aggeo 1:6-11; 2:15-19).

Come negli altri due messaggi, troviamo la data, cioè due mesi dopo il secondo messaggio (Aggeo 2:1).

Il messaggio è stato pronunciato esattamente tre mesi dopo (secondo il nostro calendario il 18 dicembre 520 a.C.), che il popolo cominciò a lavorare nella casa del Signore degli eserciti (Aggeo 1:14–15), il giorno ventiquattro del nono mese, nel secondo anno di Dario (cfr. Aggeo 1:1,15).

In questo terzo messaggio (Aggeo 2:10-19), Dario non viene citato come re, forse perché l’argomento del libro si sposta dal giudizio, rappresentato da un re straniero, alla benedizione e alla speranza, inclusa quella futura di un re davidico nel quarto messaggio (Aggeo 2:20-23).

Aggeo è sempre lo strumento di Dio per comunicare con il Suo popolo.
Nel secondo messaggio Aggeo aveva incoraggiato il popolo depresso a causa del confronto che faceva con quello di Salomone, e pensava che il tempio che stava ricostruendo, non sarebbe stato glorioso come quello.

Aggeo incoraggia la popolazione a considerare le promesse di Dio.

Ora, in questo terzo messaggio, Aggeo richiama i sacerdoti. 

È importante notare che Zaccaria aveva iniziato il suo ministero a Gerusalemme alcune settimane prima (Zaccaria 1:1). 

Tra il secondo messaggio di Aggeo (2:1-9) e il suo terzo messaggio (2:10-19), Zaccaria iniziò a profetizzare a queste stesse persone nell'ottavo mese del secondo anno di Dario (Zaccaria 1:1). 
Era il 27 ottobre, secondo il nostro calendario.

Zaccaria fu mandato da Dio per richiamare il popolo al pentimento, a ritornare al Signore, affinché il Signore potesse tornare a loro (Zaccaria 1:3). 

Ricordò loro la caparbietà dei loro antenati nel rifiutarsi di ritornare alle vie del Signore e li esortò a non seguire il loro cattivo esempio di ribellione con le conseguenze che subirono (Zaccaria 1:2-6). 

Ritornando ad Aggeo, la situazione riflessa nella sua profezia, è quella di un popolo non veramente pentito e devoto, che non ha preso a cuore le esortazioni dei profeti. 

Ancora una volta, Aggeo ha agito come il messaggero di Dio, con l'autorità del Signore degli eserciti, richiamando i sacerdoti per l’impurità del popolo davanti al Signore, e implicitamente li richiama alla purezza.

Prima di tutto in questo terzo messaggio vediamo:
I I DESTINATARI (v.11) 
Il v.11 dice: “Così parla il SIGNORE degli eserciti: ‘Domanda ai sacerdoti…’”

Il v.11 introduce un problema riguardo al popolo, ed è una domanda che deve essere fatta ai sacerdoti.

È la prima volta che Aggeo, si riferisce ai sacerdoti direttamente, prima si era riferito al governatore e al sommo sacerdote (Aggeo 1:1; 2:1-2).

Perché Aggeo si rivolse ai sacerdoti?

Perché, oltre a offrire sacrifici, i sacerdoti furono scelti dal Signore per insegnare anche la Sua legge e dovevano essere ascoltati sempre dal popolo (Deuteronomio 18:5; cfr. 17:12). 

Quando il popolo mancava di zelo e di conoscenza, i sacerdoti dovevano riportare il popolo alla legge (Osea 4:6; Malachia 2:7-9), ecco perché Aggeo si rivolge ai sacerdoti.

Ciò che Aggeo, aveva da dire, riguardava una questione d’istruzione e di applicazione della legge di Dio, che era proprio compito dei sacerdoti, in questo caso la questione riguardava le leggi cerimoniali.

I sacerdoti erano i custodi, gli insegnati e gli interpreti della legge, cioè la torah, l'istruzione divina, attraverso la quale veniva reso noto lo stile di vita per il popolo e come doveva relazionare con Dio, anche in temi come i sacrifici.
Il ruolo dei sacerdoti era quello di fare applicare la verità divina alla vita umana (Levitico 10:10-11; Ezechiele 22:26; Malachia 2:7), in particolare la purezza e l'impurità cerimoniale, come in questo caso.

I sacerdoti, dunque, dovevano occuparsi, distinguere, come in questo contesto, il santo (consacrato- qōdeš) e l’impuro (ṭāmē).
(cfr. Levitico 10:8–11; Deuteronomio 17:8–13; 33:10; Geremia 18:8; Ezechiele 7:26; Michea 3:11).

Era cruciale per la salute morale del popolo di Dio, che i sacerdoti fossero fedeli al loro compito, affinché la gente capisse come doveva comportarsi e sapesse quale fosse la via giusta per non sviarsi nel peccato.

Se facessero questo più o meno, è evidente nei profeti (per esempio Osea 4:6; Geremia 18:18; Ezechiele 7:26; 22:26; Zaccaria 7:4). 

Consideriamo ora:
II LE DOMANDE (vv.11-13) 
Nel v.11 leggiamo:  “Domanda ai sacerdoti che cosa dice la legge su questo argomento”.

Ad Aggeo,  viene ordinato (domanda - seʿalnaʾ-imperativo attivo) dal Signore degli eserciti, di chiedere ai sacerdoti cosa dice la legge riguardo il puro e l’impuro nelle offerte cerimoniali, e le implicazioni di santificazione, o contaminazione (vv.12-23; cfr. per esempio Esodo 29:31,37; Levitico 6:18, 27-28; 10:8-11; 11).

La legge (tôrâ) era la base del messaggio profetico, la base della relazione con Dio nell’Antico Testamento, in questo caso la domande si riferivano a quella parte della legge che descrive le regole del sacrificio.

La rivelazione di Dio, quindi la Bibbia, deve essere sempre la base della nostra vita cristiana.

“Tutto deve essere deciso dalla Scrittura” diceva D.M. Lloyd-Jones.

Cosa e in chi dobbiamo credere, come dobbiamo comportarci, deve essere deciso dalla Parola di Dio e niente altro!

Le domande di Aggeo non avevano lo scopo di chiedere informazioni, ma era un modo familiare degli insegnanti per suscitare e sostenere l'interesse degli ascoltatori.

Le domande non avevano interesse accademico, ma volevano illustrare la condizione spirituale del popolo; avevano l’obiettivo di far capire ai sacerdoti che la nazione era impura e di conseguenza lo erano anche ciò che facevano e le loro offerte a Dio.

Queste domande allora, servivano ai sacerdoti, e quindi al popolo, per valutare il loro rapporto con il Signore e prendere tutte le decisioni necessarie in linea con il Suo carattere santo.

Con le domande, Aggeo, voleva far comprendere la profondità e la gravità del peccato del popolo e richiamarlo alla coerenza, a una vita santa con le giuste priorità.

Sebbene le domande di Aggeo siano posta in relazione sia positivamente che negativamente, sia riguardo alla santificazione che alla contaminazione, la questione della contaminazione è al centro del suo interesse. 

La sua prima domanda funziona in gran parte come un’introduzione, per la seconda domanda, che colpisce il cuore della questione.

Consideriamo:
A)La prima domanda di Aggeo e la prima risposta dei sacerdoti (v.12)
Nel v.12 leggiamo: “’Se uno porta nel lembo della sua veste della carne consacrata, e con quel suo lembo tocca del pane, una vivanda cotta, del vino, dell'olio o qualsiasi altro cibo, quelle cose diventeranno forse consacrate?’ I sacerdoti risposero e dissero: ‘No’”.

Le persone di quel tempo in Giudea  indossavano abiti lunghi e larghi senza tasche (2 Re 4:39; Ezechiele 5:3), quindi era abbastanza comune per una persona fare una specie di borsa da una piega della sua veste, e mettere dentro delle cose, anche degli alimenti.

Secondo alcuni studiosi, Aggeo si riferisce all’offerta di pace.

In questa circostanza, alcune parti del sacrificio, erano restituite all'offerente per un pasto celebrativo da mangiare in giornata dove veniva offerto (Levitico 7:11–15), o all’indomani, entro la fine del giorno successivo, il che implica che li potevano portare via (Levitico 7:16-17). 

Lo scenario immaginato da Aggeo, allora è di una persona che portava a casa gli avanzi della sua offerta di comunione, o di pace, in un angolo della sua veste.

Ora questa prima domanda si riferisce al fatto che se una carne consacrata (qōdeš), cioè santa, destinata per lo scopo sacro del sacrificio a Dio, potesse influenzare positivamente, se potesse diventare santo il cibo con cui veniva in contatto.

Esodo 29:37 parla che l’altare santificato santifica qualunque cosa tocca, quindi un contatto diretto.

Anche i paramenti dei sacerdoti, con i quali facevano il servizio, santificavano chi li toccava (cfr. Esodo 30:29; Levitico 6:20; Ezechiele 44:19).

I sacerdoti rispondono di “no”, perché non c’è un contatto diretto, quindi la santificazione non poteva in questo modo essere così trasmessa. 

Infatti, la carne consacrata rendeva santa la veste, ma questa non poteva trasmettere la santità a un altro oggetto indirettamente.

La carne messa dentro il lembo era avvolta dal lembo della veste stessa e non stava a diretto contatto con gli altri alimenti che portava dentro nella veste.

Il contatto indiretto della carne consacrata non era per niente efficace quanto il contatto diretto.

Quindi la santità, o l'impurità possono essere trasmesse da un'entità all'altra, ma alla condizione che ci fosse un contatto diretto. 

Vediamo ora:
B) La seconda domanda di Aggeo e la seconda risposta dei sacerdoti (v.13).
Nel v.13 è scritto: “Aggeo disse: ‘Se uno è impuro per aver toccato un cadavere e tocca qualcuna di quelle cose, questa diventerà impura?’ I sacerdoti risposero e dissero: ‘Sì, diventerà impura’”.

La seconda domanda riguarda qualcuno che è diventato impuro (ṭāmē) dal contatto diretto con un cadavere, e se questa contaminazione potesse  essere ulteriormente trasmessa toccando qualcosa, come il cibo.

“Impuro” significa che lo era ritualmente secondo lo standard stabilito, quindi temporaneamente non idoneo a prendere parte all'adorazione di Dio.

Le persone che erano impure, per qualsiasi motivo, per esempio per contatto con lebbra, o gonorrea, e quindi con un cadavere, dovevano essere isolate dalla comunità fino a quando non venivano purificate perché rischiavano di contaminare gli altri (Levitico 13:45–46; 15:1–15; 21:11; 22:4; Numeri 5:2-4; 9:6-7).  

Le persone che erano diventate impure ritualmente a causa del contatto con un cadavere erano escluse dal celebrare la Pasqua (Numeri 9:6) e allontanate dall’accampamento (Numeri 5:2). 

Quindi, essere contaminati ritualmente esclude la partecipazione all'adorazione in tutte le sue funzioni e attività.

Questo ci fa capire come era davvero grave tale contaminazione.

Così la risposta dei sacerdoti giustamente, è “si” secondo le disposizioni della legge che chi toccava un cadavere era impuro, e qualunque cosa toccasse la persona impura, diventava a sua volta impura (cfr. Levitico 11:28; 21:11-12; Numeri 6:6-7; 19:11-13,22).

L’impuro era altamente contagioso!

Quindi la contaminazione poteva essere trasmessa attraverso un contatto indiretto, ma la santità no! 

Il santo (qādôš) non era contagioso allo stesso modo in cui lo era l’impuro (ṭāmē).

Solo pochissime cose possono diventare sante, mentre praticamente tutto è aperto alla contaminazione da qualcosa di impuro.

La contaminazione trasmette molto più facilmente della santità. 

Il senso allora è che la contaminazione è più contagiosa della santità.

Il peccato è molto più contagioso e corrosivo di quanto molti credano. 

Vance Havner diceva: “Il peccato è un cancro spirituale e l'uomo che cerca di conviverci muore”.

Chi si lascia controllare dal peccato, ne sarà inevitabilmente rovinato! (cfr. per esempio Romani 6:23)

Infine c’è:
III LA DENUNCIA (v.14) 
Così leggiamo al v.14: “Allora Aggeo replicò: ‘Lo stesso accade con questo popolo, con questa nazione davanti a me’, dice il SIGNORE, ‘e con tutta l'opera delle loro mani; tutto quello che mi offrono qui è impuro’”.

Nella denuncia vediamo:
A)La causa
A causa della loro condizione peccaminosa, il Signore non si rivolse ai Giudei come “mio popolo”, sebbene alla fine fosse il suo popolo. 

Né li chiama “mia nazione”, invece, le parole del Signore sono distaccate, segnalando il Suo giusto dispiacere per un popolo che non lo metteva al primo posto!

Infatti, il contesto del libro ci fa capire che il popolo era egocentrico e di conseguenza aveva priorità sbagliate.

I Giudei mettevano se stessi prima del Signore, pensando alla costruzione delle loro proprie case e non a quella di Dio! (Aggeo 1:2–4,9).

La ricostruzione e la santificazione del tempio, profanato, contaminato e in rovina per mano di pagani, dei Babilonesi nel 587 a.C.(cfr. 2 Re 25; Lamentazioni 1:8-9; 4:14-15; Ezechiele 8), era necessaria dove poter offrire i sacrifici sull’altare (Esodo 40:6; Levitico 1:3-9; Esdra 3:1–3), in tutta purezza.
Michael Stead scrive: “Il tempio doveva essere il luogo in cui veniva rimossa la contaminazione del peccato, ma se il tempio stesso era contaminato, la gente si trovava in una situazione senza speranza. Non è possibile che offerte impure offerte in un tempio impuro possano purificare un popolo impuro. Il Signore non “prova piacere” in tali sacrifici”. 

Nella denuncia c’è:
B)La contaminazione
Nel v.14 leggiamo: ”Allora Aggeo replicò: ‘Lo stesso accade con questo popolo, con questa nazione davanti a me, dice il SIGNORE, ‘e con tutta l'opera delle loro mani; tutto quello che mi offrono qui è impure’”.

Il v. 14 ci ricorda che non solo le persone erano impure, ma anche ogni opera delle loro mani e le loro offerte erano contaminate, quindi impure.
Il senso delle domande è: “Come può un popolo impuro impegnarsi in un compito sacro? 
La sua contagiosa condizione di impurità non renderà impuro tutto ciò con cui entrano in contatto?”

Con la sua disobbedienza il popolo era in una condizione deplorevolmente impura e rendeva impuro, tutto ciò con cui veniva in contatto: il lavoro agricolo (Aggeo 1:6-11; 2:15-17,19)  e le sue offerte in sacrificio a Dio, cioè l’adorazione, e di conseguenza il Signore non prendeva piacere nelle loro offerte.

Quando non si agisce secondo la volontà di Dio in un’area, la  disobbedienza contaminerà tutte le altre attività in cui le persone s’impegnano. 

Così l'implicazione dell’ammonimento di Aggeo è che il popolo doveva tornare al Signore per sperimentare il Suo perdono, e questo ritorno sarà dimostrato nel completamento della loro costruzione del tempio (vv. 15, 18). 

Questo cambierà la natura della loro relazione con il Signore: la maledizione si trasformerà in benedizione (vv. 15–19).

La benedizione sarebbe arrivata solo quando il Signore avrebbe ricevuto e avuto costantemente il posto d'onore in mezzo al popolo!

Dio deve avere il posto che merita: deve essere al centro della nostra vita e avere la giusta priorità!

Nella denuncia vediamo:
C)La conseguenza
Poiché essi stessi erano impuri, le loro offerte erano contaminate dal contatto con loro e perciò inaccettabili agli occhi di Dio (cfr. Proverbi 28:9).

Le persone devono cambiare i loro cuori, prima che le loro offerte possano essere accettate da Dio!

Per sperimentare la pienezza della benedizione di Dio, il popolo deve  assicurarsi che non vi sia corruzione peccaminosa che contagia ciò fa.

Le persone dovevano ricordare le conseguenze devastanti della loro disobbedienza, a causa delle priorità sbagliate del popolo, che non era solamente il fatto che Dio non accettava i loro sacrifici, ma anche che li giudicava non benedicendo i loro raccolti, come aveva già detto il profeta precedentemente nel primo messaggio (Aggeo 1:6-12), e come dirà  in questo secondo messaggio (vv.15-19).

La popolazione doveva solo conformarsi alle leggi del Signore e mettersi all’opera per la ricostruzione del tempio.

Non potevano ripetere gli stessi peccati del passato e aspettarsi che il loro lavoro fosse benedetto!! 

Non c’è benedizione se non c’è obbedienza come diceva la legge del Patto! (Deuteronomio 28:1-14).

Ai sacerdoti, e quindi al popolo, doveva essere ricordato l'effetto della corruzione del peccato! 

Una persona che vive nel peccato non può offrire sacrifici accettabili, né un uomo santo può mettere Dio in secondo piano e offrire un sacrificio improprio al Signore!

La vera preoccupazione di Aggeo era che la comunità ebraica non ritornava al Signore (Aggeo 2:17), e quindi a completare la ricostruzione del tempio.

Nella denuncia c’è:
D)Un chiarimento
Israele era stato originariamente messo a parte dal Signore per essere una nazione santa, per essere un tesoro particolare tra tutti i popoli, con l’obbedienza sincera alla voce di Dio e nell’osservanza del Patto (Esodo 19:5-6), ma in questo periodo storico, come altri, non stavano facendo niente di sacro e accettabile per Dio,  erano contaminati e contaminati erano ogni cosa che facevano, anche l’adorazione!

I Giudei pensavano che il loro servizio e le loro offerte sacrificali fossero resi puri e accettabili per Dio indipendentemente dalla loro devozione sincera e integra, solo per il fatto che portavano le loro offerte ai sacerdoti ordinati, nonostante un tempio in rovina!! 

Qui il profeta ha dovuto fare un chiarimento, ha dovuto correggere questo pensiero sbagliato, questa cattiva teologia!

È un grave errore e illusorio pensare di vivere nel peccato, e che Dio accetti la nostra adorazione nonostante tutto!

Aggeo nel v.14, con fermezza vuol far capire che il popolo deve essere consacrato sinceramente a Dio, senza contaminazioni.

Fino a quando il problema della loro condizione spirituale non fosse stata risolta, nessuna attività religiosa, anche se fosse intensa e innumerevole da essi svolta sarebbe stata accettabile al Signore. 

Solo perché stavano offrendo a Dio sacrifici, questo non significava che erano diventati improvvisamente moralmente puri e accettabili agli occhi di Dio.

L’obbedienza a Dio deve essere totale! (cfr. Deuteronomio 11:8; Giosuè 1:7).

Dobbiamo amare Dio con tutto noi stessi! (Marco 12:30).

La popolazione non si stava donando completamente a Dio, e se non c’era devozione e santificazione, l’offerta non serviva a niente! (cfr. 1 Samuele 15:22; Proverbi 15:8; Geremia 6:20; Isaia 1:11-20; Amos 5:21-22; Michea 6:6–8).

Dio desidera l’obbedienza più dei sacrifici ci fa capire più volte l’Antico Testamento! (1 Samuele 15:22-23; Salmo 40:6-8; 51:16-17; Isaia 1:10-20; Geremia 7:21-26; Osea 6:6; Amos 5:21-27; Michea 6:6-8). 

La santità richiedeva una santa obbedienza che in quel momento non avevano!

La comunione con Dio è possibile con la santificazione sia esteriormente con le azioni, sia interiormente nei nostri cuori (Salmo 24:3-4; Isaia 59:1-2; 2 Corinzi 6:14-7:1).

L'avvertimento è chiaro: se le persone non erano completamente e sinceramente devote a Dio, tutto il loro duro lavoro e servizioo, non significava nulla perché erano contaminati!

Rituali, pratiche o cerimonie religiose, opere di vario genere, non servono a niente se non c’è sincerità, integrità e obbedienza! 

Così anche per noi oggi, non è la nostra familiarità con la Bibbia, né andare in chiesa, né adorare, né i sacramenti, né l’evangelizzazione che possiamo fare, né le cerimonie, o credere alla sana dottrina, ci rendono automaticamente cristiani puri e giusti! 

Donald Gray Barnhouse diceva: “Nessuno può prosperare spiritualmente sulla semplice appartenenza alla chiesa, sui sacramenti, sul rituale o sulla formalità”.

La santità deve permeare le nostre vite, deve influenzare e guidare ogni nostra azione, il nostro comportamento e le nostre relazioni che provengono da un cuore puro! 

Dobbiamo servire con un cuore puro, giorno dopo giorno, affidando a Dio ogni parte della nostra vita. 

Come allora, anche oggi se la condizione dei nostri cuori non è corretta, corrompiamo l'opera di Dio che stiamo facendo, contaminiamo l’adorazione e sarà inaccettabile per Dio!!

Più e più volte i profeti avvertirono che la religiosità esteriore non era un sostituto adeguato al vero pentimento e alla purezza del cuore.

Il cuore è la chiave a cui si riferiva Aggeo, la sede dei sentimenti, pensieri, volontà, la sede delle intenzioni, dei desideri e delle motivazioni.

Da ciò che abbiamo nel cuore dipendono le nostre priorità e di conseguenza il nostro comportamento, il cuore è la sede delle nostre azioni!   (Proverbi 4:23; Marco 7:21-23).

Quando uno ha un cuore impuro tutto ciò che fa diventa impuro, anche le preghiere, le opere, e così via.

Così se il nostro cuore è puro, quello che faremo sarà puro!

Dio guarda al cuore! (1 Samuele 16:7).

Gesù dirà in Matteo 5:8: “Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio”.

Il Signore ci chiama a essere integri e sinceri davanti a Lui!

Vuoi veramente servire, adorare e onorare il Signore in modo integro e sincero? Lo stai facendo?
Cosa c’è nel tuo cuore? Com’è il tuo cuore?

Gesù ha condannato fortemente  i farisei per la loro ipocrisia, in Matteo 23:27 è scritto: “Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, perché siete simili a sepolcri imbiancati, che appaiono belli di fuori, ma dentro sono pieni d'ossa di morti e d'ogni immondizia”.

Una persona veramente devota a Dio, s’impegnerà a essere coerente, coltiverà uno spirito di completa sincerità e riverenza.

Si separerà dalla filosofia peccaminosa di questo  mondo con un impegno assoluto e irrevocabile. 

La persona devota a Dio non invidierà il mondo, né lo imiterà né cercherà la sua approvazione. 

La sua testimonianza sarà: "Sono stato crocifisso con Gesù Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Il mio vanto è solo nella croce di Cristo, mediante il quale il mondo è stato crocifisso e io sono stato crocifisso per il mondo!” (Galati 2:20; 6:14).

 CONCLUSIONE
Alla base di questi versetti c’è la santità di Dio.

Dio è santo (Salmi 99:3,5,9; Isaia 6:3).

“Santo” significa che Dio è separato, appartato dagli altri esseri umani,  distinto dalla sua creazione e perfetto nel Suo essere, totalmente diverso da noi (Isaia 57:15).

“Santo” significa che in Lui non c’è peccato, nessuna impurità, è privo di colpe e di peccato (1 Giovanni 1:5).
Come Dio è santo, dobbiamo cercare di esserlo anche noi (Levitico 19:2; 1 Pietro 1:14-16).

Perché Dio è santo  il suo popolo doveva stare attento a come avvicinarsi a Lui, secondo le Sue regole etiche (cfr. Levitico 20:7) e cerimoniali (cfr. Levitico 20:25–26; 21:8).

Aggeo collega l'uno all'altro, mostrando come la disobbedienza etica abbia provocato una contaminazione cerimoniale e reso inaccettabili i sacrifici della gente.

Nel Nuovo Testamento la legge cerimoniale è dichiarata adempiuta in Cristo attraverso la Sua morte (per esempio Ebrei 7-10), mentre la legge etica ha validità continua (per esempio Matteo 22:37-39; Romani 13:8). 

Da questo testo possiamo vedere  alcune verità. 
(1)Il peccato ci fa diventare spiritualmente morti e contaminati. 
Questi versetti incoraggiano il popolo di Dio a riconoscere il potere del peccato nella sua vita. 

Il peccato squalifica gli atti stessi, l’offerta dei sacrifici, progettati per coprire il peccato e ristabilire, o migliorare la relazione con il Signore.

Anche per noi oggi, il nostro peccato ci separa da Dio e ci ha fa morire spiritualmente. 

(2)Poiché siamo contaminati dal peccato, nessuna attività da parte dell’uomo è accettata da Dio.
Come esseri umani siamo peccatori e contaminiamo  ciò che facciamo, ma grazie a Gesù Cristo, e allo Spirito Santo la nostra adorazione è accettabile a Dio. 

Pertanto è necessario che ci pentiamo sinceramente dei nostri peccati(Atti 3:19-20), e abbiamo fede nel sacrificio e nell’intercessione di Gesù Cristo, il quale ci rende santi davanti a Dio (Romani 3:21-26; Ebrei 10:10-14; 1 Giovanni 1:8-2:2; Apocalisse 3:1-6).

Ma questo non significa che possiamo continuare a peccare!

(3)Siamo perdonati per vivere in novità di vita, cioè nella santificazione
Aggeo 2:10-14 ci ricorda la serietà della disobbedienza, qualcosa che è ancora grave nonostante il sacrificio definitivo e perfetto di Gesù Cristo. 

È vero, Paolo dice che dove il peccato è abbondato, la grazia è sovrabbondata (Romani 5:20-21), ma dopo scrive: “ Che diremo dunque? Rimarremo forse nel peccato affinché la grazia abbondi? No di certo! Noi che siamo morti al peccato, come vivremmo ancora in esso?” (Romani 6:1-2).

In virtù dell’unione spirituale con Gesù Cristo, con la Sua morte e resurrezione, siamo morti al peccato per vivere in novità di vita, cioè una nuovo modo di vivere, una nuova qualità di vita, cioè non più nel peccato, ma secondo gli standard morali e spirituali di Dio (Romani 6:3-13).

Dio desidera da noi l’obbedienza, la nostra consacrazione a Lui! 

Mark J. Boda  scrive: “Sebbene Dio abbia offerto il sacrificio per espiare il peccato e facilitare l'adorazione, desidera un popolo obbediente che vivrà la fedeltà dell'alleanza dal cuore”. 

La legge di Dio deve essere nel nostro cuore come ci dice il Salmo 40:8: ” Dio mio, desidero fare la tua volontà, la tua legge è dentro il mio cuore”.

Attraverso Gesù, Dio ha istituito la nuova alleanza, il Nuovo Patto che pone la legge nei cuori del Suo popolo per mezzo del Suo Spirito (Geremia 31:33; Ezechiele 36:27) e li invita a camminare ora in obbedienza davanti a Lui. 

(4) È necessario l’aiuto dello Spirito Santo per vivere la vita cristiana.
Aggeo 2:10-14 ci ricorda quando per noi è facile peccare, è un umiliante promemoria della nostra natura umana peccaminosa e di quanto sia insidiosa la natura del peccato che minaccia il nostro rapporto con Dio. 

E se da un lato, la morte, la resurrezione e l’ascensione di Gesù ci ricordano che i nostri peccati sono perdonati, d'altra parte, ci stimolerà  camminare in modo degno della chiamata di Cristo (Efesini 4:1; cfr. Tito 2:12-14), consapevoli che senza l’aiuto, il potenziamento dello Spirito Santo non possiamo evitare di ripetere il fallimento della comunità di Aggeo (Romani 8:1-15; Efesini 3:14-21).

Infine:
(5) È necessario un cuore puro, cioè sincero e integro.
Quando il nostro cuore è puro, non solo Dio ci accoglie, ma lo saranno anche le nostre azioni, la nostra adorazione!

Donald S. Whitney afferma: “Non importa quanto sia spirituale la canzone che stai cantando, non importa quanto poetica sia la preghiera che stai pregando, se non è sincera, allora non è adorazione, è ipocrisia”.

Anche per noi oggi è facile cadere nel formalismo religioso, quel formalismo che combatteva Aggeo, che combatteva Gesù, anche noi oggi corriamo il rischio di sembrare giusti esternamente, belli come sepolcri imbiancati, ma dentro siamo sporchi! (Matteo 23:27).

La persona che non è pura di cuore, le sue opere sono morte, senza valore davanti a Dio, non lo salvano, non gli danno la vita eterna perché non rimuovono il peccato e la colpa.

Le opere sono morte perché la persona è morta nei confronti di Dio, non c’è la vita di Gesù Cristo e dello Spirito di Dio (Ebrei 6:1; 9:14).
Si può avere l’apparenza della pietà ma rinnegarne la potenza dice Paolo a Timoteo (2 Timoteo 3:5).

Uno può pensare di essere credente, o avere  una religiosità rispettabile, ma non avere un potere efficace di Dio nelle loro vite.

Tutte le opere, così come l'apparenza della devozione, sono inutili se non sono accompagnate da un cuore puro!!

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Isaia 26:20-21: Io resto a casa! “Va', o mio popolo, entra nelle tue camere, chiudi le tue porte, dietro a te; nasconditi per un istante, finché sia passata l'indignazione.  Poiché, ecco, il SIGNORE esce dal suo luogo per punire l'iniquità degli abitanti della terra; la terrà metterà allo scoperto il sangue che ha bevuto e non terrà più coperti gli uccisi”.
In questi giorni c’è il decreto del governo e quindi l’hashtag: “Io resto a casa”, o “io sto a casa”, questa può essere un'occasione per approfondire il nostro rapporto con Dio, o per riflettere sulla nostra vita spirituale. Come noi oggi, che dobbiamo rimanere a casa a causa del coronavirus, circa tremila anni fa, per bocca del profeta Isaia, per motivi diversi, Dio disse al Suo popolo di rimanere a casa. Questi versetti fanno parte di un canto di lode dove viene esaltata la salvezza del popolo di Dio e il giudizio sul mondo, sopra gli abitanti della terra, e quindi l’incoraggiamento a confidare nel Signore. Noi nei…

Dai frutti si riconosce l’albero (Matteo 7:16-20).

Dai frutti si riconosce l’albero (Matteo 7:16-20). Dai frutti si riconoscono i falsi profeti. Come fai a sapere se qualcuno è un falso profeta? C'è un modo per identificarlo? La risposta è "sì".  Il modo con il quale possiamo discernere un falso profeta, e quindi anche un falso credente è dai suoi frutti.  Infatti, anche se questo paragrafo è dedicato principalmente agli avvertimenti circa i falsi profeti, è anche una prova per tutti i veri credenti! Gesù al v. 15 esorta il suo uditorio, e quindi anche noi a guardarsi dai falsi profeti i quali vengono in veste di pecore, ma dentro sono lupi rapaci. Ora ci dice che i falsi profeti si riconosceranno dai loro frutti.
Noi vediamo tre aspetti riguardo i frutti: i frutti sono secondo la specie di albero, dimostrano la qualità dell’albero, segnano il destino dell’albero.

La pagliuzza e la trave (Matteo 7:3-5).

La pagliuzza e la trave (Matteo 7:3-5). “Perché guardi la pagliuzza che è nell'occhio di tuo fratello, mentre non scorgi la trave che è nell'occhio tuo?  O, come potrai tu dire a tuo fratello: "Lascia che io ti tolga dall'occhio la pagliuzza", mentre la trave è nell'occhio tuo?  Ipocrita, togli prima dal tuo occhio la trave, e allora ci vedrai bene per trarre la pagliuzza dall'occhio di tuo fratello”. Verso la fine del 1800 l’astronomo più illustre del mondo, Sir Percival Lowell, era certo c'erano che vi erano canali su Marte. Con il suo telescopio gigante in Arizona, osservava Marte, e vedeva dei canali. Egli era convinto che questi fossero la prova di vita intelligente sul pianeta rosso, forse una razza più antica, ma più saggia di umanità. Le sue osservazioni avevano guadagnato ampia accettazione e nessuno osava contraddirlo. Da quel momento le sonde spaziali hanno orbitato Marte e sono sbarcate sulla sua superficie. L'intero pianeta è stato ma…