Giovanni 10:1-6,11-18: Gesù è il buon pastore.

Giovanni 10:1-6,11-18: Gesù è il buon pastore.
Giovanni 10 è un capitolo molto amato dai cristiani perché parla che Gesù è il Buon Pastore che si prende cura delle Sue “pecore”, dei Suoi discepoli. 

Nel Nuovo Testamento Gesù Cristo è chiamato anche il “Grande Pastore” (Ebrei 13:20-21), e il “Supremo Pastore” (1 Pietro 5:4). 

L'Antico Testamento spesso immagina Dio come il pastore di Israele, che guida e protegge il suo popolo (Salmo 78:52–54; 79:13; 80:1; 95:7; 100:3).

Come un pastore, Dio nutre il suo gregge, raccoglie gli agnelli, li porta delicatamente e li conduce (Isaia 40:11; Geremia 23:3–4; Ezechiele 34:11–16; Zaccaria 10:3).

In questi versetti vediamo:
I IL BUON PASTORE HA UNA RELAZIONE INTIMA CON LE SUE PECORE (vv.1-6). 
Per capire bene questo testo è importante conoscere l’ambiente dove si svolge la vicenda che racconta Gesù. 
Ci troviamo in un piccolo villaggio giudaico, dove la maggior parte delle famiglie possedeva delle pecore. 
Gli abitanti dei villaggi avevano dei piccoli cortili circondati da muri, in questi cortili venivano tenute le pecore.

Poiché queste famiglie avevano poche pecore non vi era il bisogno di un pastore per ogni famiglia, così diverse famiglie condividevano un unico pastore per le loro pecore. 

Il pastore poteva essere un loro familiare, o una persona al di fuori del loro nucleo familiare che veniva pagato. 

La mattina presto il pastore passava da una casa all’altra, e poiché era conosciuto dai portinai, o guardiani di ogni singola casa, questi gli aprono la porta. 

I cattivi intenzionati potevano scavalcare benissimo il muro, visto che era alto poco meno di due metri.


In primo luogo vediamo:
A) Il contrasto con i ladri e i briganti.
Nei vv.1-3 leggiamo: "In verità, in verità vi dico che chi non entra per la porta nell'ovile delle pecore, ma vi sale da un'altra parte, è un ladro e un brigante. Ma colui che entra per la porta è il pastore delle pecore. A lui apre il portinaio". 

La frase “in verità in verità” (amé̄n amé̄n), introduce una dichiarazione di notevole importanza. 

Com’è normale che sia, il pastore entra nell’ovile attraverso la porta, e il portinaio gli apre la porta.

Sono i ladri e i briganti che si arrampicano sul muro per entrare nell’ovile.

La combinazione delle due parole “ladro” (kléptēs) e “brigante” (lēsté̄s), indica gente senza scrupoli, pronti alla disonestà e alla violenza. 

Chi sono questi ladri e briganti? 
C’è uno:
(1) Sfondo passato.
Nell’Antico Testamento il capitolo 34 di Ezechiele riporta il rimprovero del Signore ai pastori d'Israele dell’epoca, ai capi religiosi perché “pascevano se stessi”, usavano “il gregge”, il popolo, per i loro interessi e sono venuti meno alla loro responsabilità di prendersi cura delle pecore deboli, di guarire le malate, di fasciare le ferite, di ricondurre la smarrita, di cercare la perduta. 

Quei capi religiosi, sono stati cattivi pastori, al posto di prendersi cura con amore, hanno dominato sul popolo con asprezza e violenza (Ezechiele 34:1-4).  

Troviamo altri passi dell’Antico Testamento che parlano di rimproveri verso i pastori infedeli (Isaia 56:9-12; Geremia 23:1-4; 25:32-38; Zaccaria 11). 

Sempre in Ezechiele 34:10-16 è scritto che Dio stesso si prenderà cura del Suo popolo.

In diversi passi dell’Antico Testamento il Signore aveva promesso la venuta del Messia, di Gesù come solo pastore che si prenderà cura del gregge (Geremia 23:2-4; Ezechiele 34:23-25; Michea 5:2-4).

Questi versetti hanno uno:
(2)Sfondo presente ai tempi di Gesù.
Nel contesto immediato del ministero di Gesù, “ i ladri e i briganti” sono i leader religiosi come ai tempi di Ezechiele che approfittavano del gregge, del popolo per i loro interessi. 

Gesù stava parlando con alcuni farisei che non riconoscevano che Lui avesse guarito un cieco dalla nascita, anzi dicevano che era un peccatore (Giovanni 9:24,35-41). 

Ancora vediamo, che i farisei nei Vangeli sono visti come guide cieche che portano fuori strada la gente! (Matteo 23:13-24). 

Dunque Gesù si riferisce all’irresponsabilità dei capi religiosi Ebrei.

In secondo luogo vediamo:
B)Il contatto.
Gesù è presente nella vita del Suo gregge!

Nel contatto c’è:
(1)La conoscenza familiare e profonda.
Il v.3 dice: "A lui apre il portinaio, e le pecore ascoltano la sua voce, ed egli chiama le proprie pecore per nome e le conduce fuori".

Le pecore ascoltano la voce del pastore (v.3).

Phillip Keller scriveva: “Le pecore si abituano abbastanza rapidamente alla particolare risonanza della voce del loro padrone, e acquistano la conoscenza di quel tono singolare e delle sue varie inflessioni, distinguendola chiaramente dalla voce di qualsiasi altra persona. Se un estraneo s’intromettesse fra loro, non riconoscerebbero la sua voce e non obbedirebbero ai suoi comandi, come invece fanno quando sentono la voce del loro pastore. Anche se il visitatore usasse le stesse parole e le frasi abituali del loro padrone, esse non risponderebbero allo stesso modo, perché sono abituate alle sfumature e all’accento personale della sua chiamata”.

“Ascoltano” (akouei- presente attivo indicativo) indica l’obbedienza come indicato anche dal v.5. 

Le pecore obbediscono alla voce del pastore, è scritto anche al v.4 che “lo seguono”, ma non seguono gli estranei come dice ancora Gesù al v.5: "Ma un estraneo non lo seguiranno; anzi, fuggiranno via da lui perché non conoscono la voce degli estranei". 

A volte dei viaggiatori, nel recente passato, nel Medio Oriente, pagavano un pastore per lo scambio degli abiti con i loro e quindi poi provavano a chiamare le pecore, ma le pecore li ignoravano perché obbedivano solo alla voce del loro pastore che conoscevano. 
Anche se le pecore sono considerate stupide, sanno riconoscere la voce del loro pastore e lo seguono, gli obbediscono.

Le pecore ascoltano la voce del Pastore, significa che ascoltano la voce di Gesù, che non rigettano la verità proclamata di Gesù e sono quelle che vivono in conformità alla Sua volontà rivelata! (Esodo 16:20; Deuteronomio 11:27; Neemia 9:34; Isaia 48:18; Luca 9:35; Giovanni 5:24; Giovanni 8:40-47; 18:37). 

Coloro che ascoltano la voce del Pastore non restano immobili lo seguono per fare ciò che sono stati chiamati a fare (Matteo 7:21-23). 

Quindi se tu riconosci Gesù come Pastore lo seguirai fiduciosamente, gli obbedirai!

L'espressione “le proprie pecore” evidenzia la Sua relazione speciale, il fatto che gli appartengono e che ogni singola pecora è oggetto del Suo amore e della Sua cura.

Noi vediamo che c’è una conoscenza reciproca tra il pastore e le pecore, questo è confermato in Giovanni 10:14 dove troviamo scritto: "Io sono il buon pastore, e conosco le mie, e le mie conoscono me". 

Questa conoscenza indica un rapporto intimo tra il pastore e le pecore, ed è la stessa cosa che avviene con Gesù e coloro che fanno parte del Suo popolo. 
Questo modello è secondo la relazione che vi è tra Gesù e il Padre come troviamo scritto nei vv.14-15: "Io sono il buon pastore, e conosco le mie, e le mie conoscono me,  come il Padre mi conosce e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore".

La “conoscenza” (ginó̄skō- presente attivo indicativo) a cui si riferisce Gesù, è una conoscenza che va al di là di una conoscenza intellettuale, è una conoscenza intima e una relazione personale, infatti, la stessa parola la troviamo per indicare un rapporto d’amore (Genesi 4:1,17,25; Matteo 1:25). 

“Conoscere” indica un rapporto intimo, speciale, personale, esclusivo che Dio ha con il Suo popolo, che ha scelto sovranamente e incondizionatamente (Genesi 18:19; Esodo 33:12; Amos 3:2; Romani 9:10-11; Efesini 1:4). 
Include l’idea dell’amore e della cura, dell’amicizia di grazia di Dio con il Suo popolo (Esodo 2:25; 19:4; Osea 13:5).

Significa che Dio osserva chi gli appartiene ed è interessato al loro destino, si prende cura di loro. 

Quindi, se il credente conosce Dio e perché prima Dio ha conosciuto il credente come ci ricorda Galati 4:8-9.

Quindi è una conoscenza reciproca esperienziale che rispecchia la conoscenza reciproca intima del Padre e del Figlio. 

È una conoscenza profonda.

Quando vediamo un gregge, le pecore ci sembrano tutte uguali, ma il pastore conosce le sue pecore per nome, ne conosce le caratteristiche e ne conosce le differenze. 
La conoscenza del Pastore, di Gesù che ha per noi implica anche una conoscenza totale che si estende nella parte più profonda della nostra vita e va ancora più indietro dalla nostra nascita.

Nel Salmo 139:15-16 è scritto: "Le mie ossa non ti erano nascoste, quando fui formato in segreto e intessuto nelle profondità della terra. I tuoi occhi videro la massa informe del mio corpo e nel tuo libro erano tutti scritti i giorni che mi eran destinati, quando nessuno d'essi era sorto ancora". 

Prima della nostra nascita, Gesù già conosceva tutto di noi! 

La conoscenza di Gesù è profonda e intima. 

Lui conosce il nostro passato con i suoi fallimenti, con le sue ferite, con le sue delusioni e con le sue gioie. 

Lui conosce il nostro presente, i nostri desideri non realizzati. 

Egli conosce le nostre avversioni, frustrazioni e sogni, conosce i punti forti e deboli del nostro carattere, conosce la profondità abissale del nostro cuore! 

Gesù ci conosce meglio di quanto ci conosciamo noi stessi!! 

Ma la cosa importante è che la sua conoscenza è personale! 

Max Lucado scrive: "Quando vediamo una folla, vediamo esattamente quello, una folla. Che riempie uno stadio, o che si riversa in un viale. Quando vediamo una folla, vediamo la gente, non delle persone, ma la gente. Una moltitudine di esseri umani. Una miriade di volti. Ciò che vediamo è questo. Ma non è così per il Pastore. Per lui ogni viso è diverso. Ogni faccia ha una storia. Ogni volto è  un figlio".   

C’è:
(2) La chiamata.
Il pastore chiama le sue pecore per nome. 

Il credente non è un numero per Gesù! 

Era comune per i pastori orientali dare dei nomi particolari alle pecore in base alle loro caratteristiche, tipo: “lunghe orecchie”, “naso bianco”,ecc.  

È in termini personali che Gesù chiama i Suoi discepoli! 

(a)La causa della chiamata.
Gesù chiama le Sue pecore per nome, perché sono Sue, li conosceva già prima della creazione (Geremia 1:5; Galati 1:15; Efesini 1:4). 
I loro nomi sono stati scritti fin dalla fondazione del mondo nel libro della vita dell'Agnello che è stato immolato (Apocalisse 13:8; 17:8, 20:12,15; 21:27). 

Avendoli conosciuti in precedenza, Gesù li chiama poi per nome (Romani 8:28-30). 

Questo ci fa capire che è una:
(b)Chiamata individuale.
Il pastore chiama le sue pecore per nome, cioè, individualmente piuttosto che collettivamente, e Gesù lo ha fatto per esempio con Filippo (Giovanni 1:43); con Matteo il pubblicano (Matteo 9:9); anche con Zaccheo anche lui pubblicano (Luca 19:5). 

Gesù ci chiama per nome, personalmente per la salvezza, ma nessuno può andare da Lui se non gli è dato dal Padre secondo il Suo piano (Giovanni 6:44,65; 17:6, 9, 24; 18:9; Romani 8:28-30; 2 Tessalonicesi 2:13-14). 

In terzo luogo vediamo:
C) La conduzione del pastore.
Gesù conosce, chiama e conduce fuori le pecore. 

Nei vv.3-4 è scritto: "…  ed egli chiama le proprie pecore per nome e le conduce fuori. Quando ha messo fuori tutte le sue pecore, va davanti a loro, e le pecore lo seguono, perché conoscono la sua voce". 

Durante la Prima Guerra Mondiale, alcuni soldati turchi tentarono di rubare un gregge da una collina vicino a Gerusalemme. 
Il pastore, che stava dormendo, improvvisamente si risvegliò e vide che le sue pecore si stavano allontanando. Come faceva a riconquistare il suo gregge? Non era abbastanza forte, ma improvvisamente ebbe un pensiero. 
In piedi, si mise a chiamare le pecore come era solito fare ogni giorno per raccoglierle a lui. 
Le pecore sentirono la chiamata familiare. Per un attimo ascoltarono e poi, sentendo di nuovo, si voltarono e corsero verso il loro pastore. 
Era del tutto impossibile per i soldati fermare gli animali. 
Il pastore poi andò via con il suo gregge in un luogo sicuro prima che i soldati potessero inseguirlo. 
Le pecore si salvarono perché conoscevano la voce del loro pastore! 

Il pastore chiama le proprie pecore per nome, il che significa chiamarli individualmente e quindi le conduce fuori e va avanti a loro per portarli al pascolo (v.9; Salmo 23:1-2), e le pecore lo seguono  (cfr. Giovanni 1:37-38, 40, 43).
Gesù ha chiamato e ha condotto fuori le sue pecore ognuna da ogni circostanza diversa: chi dal materialismo, chi dalla religiosità, chi dall’immoralità più sfrenata, chi dalla filosofia, chi da una vita disastrata, e così via. 

Le parole del v.4 ricordano la preghiera di Mosè per un suo successore, quelle di Numeri 27:15-17: "Mosè disse al SIGNORE:  'Il SIGNORE, il Dio che dà lo spirito a ogni creatura, costituisca su questa comunità un uomo che esca davanti a loro ed entri davanti a loro e li faccia uscire e li faccia entrare, affinché la comunità del SIGNORE non sia come un gregge senza pastore'".  

Che un tale pastore va avanti delle sue pecore e li attira costituisce un mirabile ritratto del rapporto: maestro e discepolo.  

Il discepolo di Gesù segue il Suo Maestro riguardo l’insegnamento, il carattere e l’etica. 

Chi incontra veramente Gesù conosce la Sua voce, l’ha imparata a conoscerla attraverso la Bibbia e la guida dello Spirito Santo. 

La Sua voce indica la presenza, quindi la protezione e l’autorità. 

A un vero credente, la Sua voce non da fastidio, non lo turba, è una delizia ascoltarla anche quando questa voce rimprovera e ammonisce.

Il vero credente riconosce che quella voce è salutare, saggia, giusta e piena di amore, è consapevole che in Gesù troverà riposo e sicurezza! 

Perciò sarà felice di seguire il Buon Pastore. 
II IL BUON PASTORE HA UN CUORE PER LE SUE PECORE (vv.11-18). 
L’immagine che troviamo in questi versetti è ancora la pastorizia nell’aperta campagna, dove il pastore deve essere pronto a dare la propria vita per proteggere le sue pecore dagli animali predatori. 

In primo luogo questi versetti ci parlano del:
A) Sacrificio del Buon Pastore.
Nei vv.11-12 leggiamo: “Io sono il buon pastore; il buon pastore dà la sua vita per le pecore. Il mercenario, che non è pastore, a cui non appartengono le pecore, vede venire il lupo, abbandona le pecore e si dà alla fuga, e il lupo le rapisce e disperde”.  

Per due volte nei versetti 11 e 14 leggiamo che Gesù dice di se stesso di essere il Buon Pastore. 

“Buon” (kalós) si riferisce alla qualità del Suo carattere che è nobile, in alcun modo ineccepibile, irreprensibile, eccellente, che è assolutamente degno di fiducia. 

Gesù non è un buon pastore, come se fosse uno dei tanti del suo genere. 

Egli esclusivamente è il Buon Pastore!!! Unico nel Suo Genere!
Perché “il buon Pastore?”
Perché non semplicemente “il pastore delle pecore” come nel v.2? 

Ciò che rende “buono” il pastore è che dà la sua vita per le pecore per proteggere “il suo gregge”.

Dona la sua vita alla morte per dare la vita “alle sue pecore” (cfr. vv. 15, 17-18; 15:13 ).

Il contrasto è tra il buon pastore e il pastore senza valore, che abbandona il gregge (Zaccaria 11:17).

Il mercenario si dà alla fuga perché è mercenario e non si cura delle pecore, perché ha come scopo il proprio interesse.

Vi erano molte differenze tra un pastore che era parte della famiglia e chi fosse pagato per fare quel lavoro. 
Al contrario dei mercenari (probabilmente i capi religiosi che trascuravano le loro responsabilità riguardo al bene del popolo), cioè di coloro che sono pagati per la cura del gregge, i quali non sono i proprietari e che quindi non sono disposti a morire in caso di pericolo, ma scappano, Gesù invece ha dato la Sua vita per le pecore, non si è tirato indietro! 

Gesù presentò se stesso come un buon pastore che era disposto a morire per le proprie pecore. 

La morte è prevista per conto di qualcun altro. 

“Per” (hupér) suggerisce “sacrificio”, ed esprime sia il beneficio: “per il bene di”, e anche la sostituzione: ”al posto di”.

In Giovanni, oltre in questo versetto e al v.15, avviene sempre in un contesto sacrificale riferendosi alla morte di Gesù (Giovanni 6:51; 11:50-51; 17:19; 18:14). 

La morte di Gesù è stato un sacrificio unico a Dio, di Dio per i peccati (Efesini 5:2; Ebrei 7:27; 9:26; 10:12).

(1) Il sacrificio di Gesù non è stato opzionale.
Il sacrificio di Gesù era l’unico modo per l’espiazione dei peccati (Romani 3:23-26; Ebrei  2:14-17). 

L’unico modo per riscattare “i molti” (Marco 10:44-45; Romani 5:19). 

Ciò che i peccatori non potevano fare da se stessi, Gesù lo ha fatto per loro. 

Il Suo sacrificio è stato necessario (Marco 8:31, Giovanni 3:14), necessario per soddisfare la santità e la giustizia di Dio e quindi per salvare i peccati del Suo popolo (Matteo 1:21); della Sua chiesa (Efesini 5:25-27). 

Senza il sacrificio di sangue non c’è remissione, o perdono dei peccati (Ebrei 9:22).

(2) Il sacrificio di Gesù non è stato accidentale.
La morte di Gesù non è stato un incidente e nemmeno una tragedia come quando può morire un giovane di 33 anni. 

Il sacrificio di Gesù è stato predestinato prima della creazione secondo un piano prestabilito da Dio prima della creazione, non è stato un incidente di percorso, una soluzione del momento per tamponare un problema inaspettato.

In 1 Pietro 1:18-20 leggiamo: “Sapendo che non con cose corruttibili, con argento o con oro, siete stati riscattati dal vano modo di vivere tramandatovi dai vostri padri,  ma con il prezioso sangue di Cristo, come quello di un agnello senza difetto né macchia.  Già designato prima della creazione del mondo, egli è stato manifestato negli ultimi tempi per voi”. (cfr. Atti 4:27-28).

Dio ha mandato il Figlio perché ama il mondo (Giovanni 3:16; Romani 5:8). 

(3) Il sacrificio di Gesù non è stato inutile.
Il piano di Dio è stato un completo successo! (Giovanni 19:30; Ebrei 7:25).

L’opera di salvezza del Figlio è stata completata e accettata da Dio stesso, e molti, secondo il Suo piano, sono stati salvati, gente di ogni tribù, lingua popolo e nazione (Isaia 53:10-12; Apocalisse 5:9-10). 

Il sacrificio di Gesù ha soddisfatto interamente e definitivamente tutto ciò che la perfetta giustizia di Dio richiedeva, grazie al sacrificio di Gesù, l’ira di Dio non è più sui credenti (Giovanni 3:16,36; Romani 5:1-11; 1 Giovanni 2:2; Ebrei 10:14). 
In secondo luogo vediamo:
B) Lo Svelamento del Buon Pastore.

Gesù rivela il Suo disegno, il Suo scopo. 

Gesù rivela qualcosa di importante come leggiamo al v.16: “Ho anche altre pecore, che non sono di quest'ovile; anche quelle devo raccogliere ed esse ascolteranno la mia voce, e vi sarà un solo gregge, un solo pastore”.  

“Le pecore di questo ovile” si riferisce a coloro che credevano in Gesù come Messia di origine Giudaica, ma non è tutto Israele (Romani 9:6-8). 

“Le altre pecore” si riferisce al popolo dei Gentili, cioè i non Giudei. 

Secondo le profezie dell’Antico Testamento Gesù deve raccogliere anche queste pecore (Isaia 42:6; 49:6; 56:8). 

“Ascolteranno la mia voce” indica che avrebbero creduto in Lui, e “vi sarà un solo gregge e un solo pastore” si riferisce che Giudei e Gentili in Gesù, saranno un unico gregge, credenti di diverse nazioni faranno parte di un unico popolo, ebrei e gentili in una comunità messianica (Efesini 2:11-22; 4:3-6; cfr. Ezechiele 34:23; 37:24). 

Il concetto di un solo gregge guidato da un solo pastore come una metafora per la cura provvidenziale di Dio per il suo popolo è radicato saldamente nella letteratura profetica (Geremia 3:15; 23:4–6; Ezechiele 34:23–24; 37:15–28; Michea 2:12; 5:3–5). 

Questo passaggio indica chiaramente che Gesù pensava a una missione vera e propria tra i Gentili, successiva alla Sua morte in croce. 

Questa missione sarà effettuata attraverso i Suoi discepoli, ma è chiaro che in virtù della Sua resurrezione e autorità Gesù sarebbe stato con loro (Matteo 28:18-20). 

In terzo luogo vediamo:
C) La Sovranità del Buon Pastore.
Un francese andò da Talleyrand vescovo cattolico, politico e diplomatico francese (1754-1838) e gli chiese: “Perché tutti ridono della mia religione?” Dopo aver spiegato il suo sistema di religione a Talleyrand, affermò: “La mia religione è migliore del cristianesimo, cosa posso fare per diffonderla nel mondo?” Talleyrand rispose: “Puoi vivere e morire servendo il popolo, poi il terzo giorno risorgere dai morti per confermare la speranza dell'umanità, quindi il popolo ti ascolterà”. 

Questo è ciò che rende Gesù diverso da tutti gli altri: la Sua resurrezione.

Nei vv.17-18 è scritto: “Per questo mi ama il Padre; perché io depongo la mia vita per riprenderla poi.  Nessuno me la toglie, ma io la depongo da me. Ho il potere di deporla e ho il potere di riprenderla. Quest'ordine ho ricevuto dal Padre mio”. 

Vi è un amore unico e intimo tra il Padre e Gesù. 

L'elemento fondamentale in questo rapporto è la dipendenza e l'obbedienza di Gesù alla volontà di Dio. 

Ciò è espresso totalmente nella Sua volontà di morire sulla croce.

Ma dobbiamo evitare l'idea che nel dare la Sua vita, il Figlio vince l'amore del Padre, infatti, il Padre amava il Figlio prima della creazione del mondo (Giovanni 17:24). 

L'amore del Padre per Gesù è eternamente legata con l'obbedienza senza riserve di Gesù al Padre, con la Sua dipendenza totale da Lui che si conclude con questo grande atto di obbedienza di morire in croce, con la volontà di sopportare la vergogna e l’ignominia del Golgota, con l'isolamento e il rifiuto della morte, il peccato e la maledizione riservata, appunto all’Agnello di Dio. 

L'amore del Padre per il Figlio, collegata con la morte volontaria del Figlio per il mondo, è un segno distintivo della Sua unione con la volontà del Padre e l'espressione dell'amore che condividono insieme. 

In altre parole, questo evento non è la causa di questo amore, perché già dall’eternità il Padre amava il Figlio, ma va visto come una manifestazione o conferma da parte di Dio. 

Il Padre ha voluto che il Figlio desse la vita per l'umanità e il Figlio ha obbedito nella libertà e con autorità sovrana. 
Gesù mostra la Sua Sovranità, l’autorità, il potere (exousian) nel controllare l'ora della morte del tutto (Giovanni 2:4; 7:6,8; 8:20), nell’offrire la Sua vita, ma anche nel riprenderla secondo il comando di Dio. 

La morte di Gesù, da parte di quegli uomini malvagi non avvenne al di fuori del Suo controllo! 

Gesù non fu vittima delle circostanze degli uomini, perché Gesù aveva il controllo del Suo destino, Gesù si è dato volontariamente e poi è risuscitato in ubbidienza al Padre.  

CONCLUSIONE
Possiamo fare delle conclusioni finali. 

Gesù è il Buon Pastore! 

Come Buon Pastore:
1) Gesù è la nostra Salvezza e il nostro Salvatore.
Gesù, il Buon Pastore, ha dato la sua vita per salvarci: dal peccato, dal diavolo e dal giudizio di Dio. 

Gesù è morto al posto nostro, e attraverso la Sua morte siamo salvati (Isaia 53:6).

Sei salvato? Conosci Gesù? 
Sei stato chiamato fuori da Gesù? 
Hai risposto alla Sua chiamata? 
Fai parte del gregge di Gesù? 
Lo stai seguendo? 
Gesù invita ad andare a Lui (Matteo 11:28-30).

Ma Gesù è anche risorto e la storia non finisce con un pastore sbranato dai lupi che giace a terra morto e le pecore disperse assetate e affamate nel deserto!

Gesù è risorto vittoriosamente e pasce il Suo gregge, la chiesa!

2) Le pecore non seguono i ladri e i briganti!
Non seguono chi non è loro pastore!
E se Gesù è il tuo Buon Pastore, allora quello che devi fare è semplice: lo devi seguire. 
Non guardare altrove!! 
Non allontanarti da Lu!! 

In Gesù Cristo hai tutto quello di cui hai di bisogno!

Quando sarai stanco, ti porterà a riposare in verdeggianti pascoli. 

Quando avrai sete, ti porterà alla sorgente rinfrescante. 

Quando avrai bisogno di guida ti guiderà.

Quando avrai paura, ti conforterà con la Sua presenza. 

Quindi:
3) Gesù è nostro il conforto.
Riguardo il fatto che Gesù conosce le sue pecore e si prende cura di loro, e le pecore lo conoscono, è confortante. 

Se appartieni a Gesù, se fai parte del Suo gregge, non sarai mai dimenticato da Lui.
I capi religiosi possono dimenticarsi di te, ma il Buon Pastore mai!

Gesù il Buon Pastore:
a) È confortante perché indica che le Sue pecore gli appartengono, fanno parte del Suo popolo.

Gesù il Buon Pastore:
b) È confortante perché conosce ogni cosa dei credenti, e in questo modo si sentono capiti, compresi, amati da Lui in modo unico e personale!

Gesù il Buon Pastore:
c) È confortante perché sono consapevoli che sono curati, guidati, sostenuti.
Se ha dato la Sua vita per loro sicuramente darà loro ciò di cui hanno di bisogno. 

Inoltre, Gesù essendo sovrano, non siamo nelle mani degli uomini, o delle circostanze, ma siamo nelle Sue mani! (Giovanni 10:28-30).

Il credente non deve temere!

Noi impariamo che:
4) Gesù è il nostro modello.
a) Gesù è il modello di fedeltà.
Come Buon Pastore Gesù è stato ed è fedele alle Sue responsabilità. 
Gesù non si è tirato indietro alla minaccia dei lupi; è stato fedele fino alla morte, quindi sia quando le cose vanno bene che quando vanno male e non come il mercenario che si dà alla fuga. 

Noi siamo fedeli alle nostre responsabilità di servizio cristiano?

Siamo fedeli quando non vediamo risultati, o quando siamo sotto pressione? 

La fedeltà è di primaria importanza nella Scrittura, noi siamo chiamati a essere fedeli a Gesù come lo è stato Lui (Matteo 25:14-30; 1 Corinzi 4:2; Colossesi 4:9; 2 Timoteo 2:2; 1 Pietro 5:12; Apocalisse 2:13). 

b) Gesù è un modello di laboriosità.
Il pastore a cui fa rifermento Gesù, non era un mestiere senza fatica, richiedeva impegno e sacrifici. 

Pur di garantire la buona salute delle proprie pecore a volte stava sotto il sole, altre volte sotto la pioggia, altre volte seduto, ma altre volte camminava, comunque sempre attento ai pericoli, certamente era un lavoro, impegnativo e faticoso, in pericolo di vita. 
Gesù come il Buon Pastore c’insegna a servire con impegno dando il meglio di noi stessi, anche a sacrificarci. (Romani 12:11; 2 Timoteo 4:2, Apocalisse 3:15-16). 

c) Gesù è il modello di generosità.
Anche se non saremo mai chiamati a dare la nostra vita come Gesù ha dato la Sua vita per i peccati, tuttavia, ci sono altri modi in cui possiamo dare la nostra vita per gli altri. 

Possiamo dare il nostro tempo per aiutarli, possiamo sacrificare le cose che avremmo preferito fare, o possiamo dare agli altri delle cose che sono di aiuto per loro. 

Siamo chiamati a mettere gli altri davanti a noi stessi. 

Il nostro primario desiderio deve essere il benessere spirituale e l’edificazione del nostro prossimo (2 Corinzi 12:15; 1 Tessalonicesi 2:8). 

Inoltre:
5) Gesù ha creato un'unica chiesa.
Il gregge, l’unica chiesa è composta di gente di ogni tribù, lingua, popolo e nazione (Apocalisse 7:9; 1 Corinzi 12:12-13). 

a) Tutti coloro che riconoscono che Gesù è il Signore e il Salvatore che fanno la volontà di Dio sono cristiani (Matteo 7:21-23).

Secondo il Signore Gesù Cristo, vi è una chiesa a cui tutti coloro che lo confessano come Signore e Salvatore, gli appartengono. 

Pertanto, tutti coloro che sono cristiani sottomessi a Cristo, sono “uno” con tutti gli altri veri cristiani sottomessi a Cristo (1 Corinzi 12:12-13). 
b) Siamo chiamati ad amarci gli uni e gli altri. 
In Giovanni 13:35 è scritto: “Da questo conosceranno tutti che siete miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri”.

c) Siamo chiamati a conservare l’unità della chiesa che non è semplicemente strutturale, ma di comunione (Giovanni 17; Efesini 4:3-6; Filippesi 2:1-5).

Gesù è il Buon Pastore che verità meravigliosa!

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