Luca 16:1-8: La parabola dell’amministratore disonesto.

Luca 16:1-8: La parabola dell’amministratore disonesto.
Con una lettura superficiale, Gesù sembra incoraggiare la ricerca avida di guadagno egoistico e la pratica non etica degli affari, ma non è così. 

Questa parabola ci fa capire che possiamo avere un buon esempio da una persona disonesta.

È singolare che il protagonista, un uomo disonesto, sia lodato e sia un modello a cui assomigliare.

Questa parabola non era rivolta agli scribi e ai farisei, come era stato nelle tre precedenti parabole (Luca 15), sebbene fossero ancora presenti e ascoltavano (Luca 16:14).

La parola “discepoli” indica probabilmente la più ampia cerchia di seguaci, più che semplicemente i Dodici (Luca 6:13; 10:1).



In questa parabola vediamo:
I L’ACCUSA ALL’AMMINISTRATORE (vv.1-2).
Nel v. 1 è scritto:”Un uomo ricco aveva un fattore, il quale fu accusato davanti a lui di sperperare i suoi beni”.

Ci sono due figure principali in questa parabola: un proprietario e il suo amministratore che è responsabile per l'amministrazione della sua proprietà.

Cominciamo a vedere:
A) La natura del propietario.
Era un uomo ricco.
Per avere un amministratore, il ricco lo era abbastanza. 

Non è scritto quali fossero le proprietà dell’uomo ricco, molto probabilmente era proprietario di terreni, e l’amministratore si occupava dei suoi affari. 

Il fatto che avesse un amministratore,  suggerisce che il ricco era probabilmente un latifondista assente. 

Ciò aiuterebbe a spiegare perché non era a conoscenza di ciò che stava accadendo finché non gli fu riferito da qualcuno.

Vediamo ora:
B) La natura dell’amministratore.
La radice della parola greca per “fattore”  (oikonomia) deriva da due  parole “oikos” che significa  "casa" e “nemō” che significa "amministrare". 

Così la parola “fattore” significa gestire come amministratore di casa.

Questa parola, denotava principalmente la gestione di una famiglia, di una casa, ma fu presto esteso all'amministrazione dello stato, e infine fu usato per ogni tipo di attività che richiedesse un amministrazione.

Nel nostro caso, “fattore” (oikonomon) indicava un manager aziendale, un amministratore che gestiva le proprietà e gli affari dell’uomo ricco.

L'esatta portata dell’amministrazione rimane incerta dal momento che potrebbe essere molto varia, ma il fatto che l'amministratore aveva un registro accurato (v.2) suggerisce che aveva una posizione molto alta.

Questo amministratore, era chiaramente dotato di ampia responsabilità finanziaria e libertà anche di stipulare contratti a nome del suo datore di lavoro.

Arland J. Hultgren scrive: “In veste di amministratore ha l’autorità di gestirne gli affari; può effettuare vendite ed elargire prestiti e può riscuotere, condonare e cancellare i debiti in luogo del padrone; guadagna sulle commissioni o sui compensi che derivano dalle varie transazioni”.

Gli affari del ricco erano quindi nelle mani di un amministratore che agiva come suo agente con considerevoli poteri legali.

Questo uomo era un amministratore come lo era Giuseppe per Potifar.
È scritto in Genesi 39:6:  “Potifar lasciò tutto quello che aveva nelle mani di Giuseppe; non s'occupava più di nulla, tranne del cibo che mangiava”.

L'amministratore di questa parabola, allora, aveva il tipo di autorità di Giuseppe, ma con una differenza: Giuseppe era integro, questo uomo no! Era disonesto; ha ingannato il suo datore di lavoro!

Di solito un amministratore era uno schiavo cresciuto in casa, che il padrone aveva incaricato per gestire l’azienda, che era stato preparato per questo ruolo (Genesi 15: 3, 14:14).

Ma in questa parabola l’amministratore, sembra che fosse un uomo libero, e quindi un libero professionista, di alto livello sociale e con grandi responsabilità, dal momento che poteva stipulare accordi che erano vincolanti per il proprietario.

Questo è confermato anche dal fatto che una volta licenziato poteva essere libero di fare altro (v. 3), mentre se fosse stato uno schiavo sarebbe stato vincolato ancora al suo padrone che gli avrebbe affidato un altro compito. 

Consideriamo ora:
C) La natura dell’accusa.
Nel v. 1 leggiamo: “Il quale fu accusato davanti a lui di sperperare i suoi beni”.

Il fattore, cioè l’amministratore “fu accusato” (dieblēthē - aoristo passivo indicativo), cioè è stato denunciato, segnalato da qualcuno al proprietario, di sperperare i suoi beni.

Questa parola era usata per indicare  accuse false, o vere, ma lo scopo nel sollevarle era di screditare la persona. 

“Fu accusato” indica, allora, portare accuse con intenti ostili, con intento malevolo.

Evidentemente le accuse erano vere poiché il proprietario le ha prese sul serio e l’amministratore non negava le accuse, ed è per questo che il proprietario lo vuole licenziare.

Il proprietario ordinò all’ammistratore di fare un resoconto finale.

L’accusa era che l’amministratore sperperava i beni dell’uomo ricco.

“Sperperare” (diaskorpizōn - presente attivo participio)    è sprecare,  disperdere le risorse, si riferisce a un uso dispendioso della proprietà, quindi irresponsabilità.

La stessa parola, la troviamo per il figliol prodigo che sperperò l’eredità del padre (Luca 15:13).

L’immagine è di lanciare i beni al vento. 
Il verbo "sperperare" significa che non era semplicemente un reato passato, ma qualcosa che succedeva in quel momento.

In che modo l'amministratore abbia sperperato le proprietà del proprietario, dell’uomo ricco, non è detto, se è stato fatto per frode, con un’appropriazione indebita di fondi per i propri scopi, o che stava facendo un lavoro negligente da incompetente, quindi aveva una cattiva gestione.

Quest’ultima interpretazione sembra essere stato il problema, perché il proprietario non lo ha denunciato per frode,  o appropriazione indebita; non è stata avviata un'azione legale contro di lui, non gli è stato chiesto un risarcimento.

Avendo saputo la situazione, il ricco ha intrapreso un'azione immediata per proteggere i suoi interessi.

Quindi vediamo che il proprietario:
D) Chiamò l’amministratore.
Nel v.2 leggiamo: “Egli lo chiamò e gli disse: ‘Che cos'è questo che sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché tu non puoi più essere mio fattore’".

Prima di tutto consideriamo:
(1) L’Informazione.
Quando il ricco proprietario fu informato negativamente riguardo il suo amministratore, lo convocò e gli disse che aveva sentito delle voci riguardo la sua cattiva amministrazione.

“Che cos'è questo che sento dire di te?” è una richiesta di spiegazione, con la sorpresa indignata. 
“Rendi” (apodos), allora, significa  “dare un resoconto" o "spiegare qualcosa”.

Vediamo:
(2) L’Inventario.
Il proprietario richiede un inventario dei suoi beni (cfr. Matteo 12:36; Atti 19:40; Ebrei 13:17; 1 Pietro 4:5), e un conto delle transazioni che erano state fatte, elencando i debitori e gli importi dovuti. 

Il proprietario chiede di esaminare i libri contabili dell'amministrazione così può verificare le accuse, e quindi licenziarlo, non può più lavorare per lui! 

“Che cos'è questo che sento dire di te?” suggerisce che il proprietario crede già alle accuse (cfr. Genesi 12:18; 20:9; 42:28; Atti 14:15), e che i registri contabili non scagioneranno l’amministratore, vuole solo delle conferme.

Consideriamo ora:
(3) L’Ingiunzione.
Poiché il proprietario è intenzionato a licenziare l'amministratore, questa è una richiesta per una contabilità finale dello stato degli affari.

Il proprietario gli ordinò (rendi – apodos – aoristo attivo imperativo) di rendere conto della sua gestione, cioè dargli un rapporto esatto di quello che ha fatto con i suoi soldi e dargli una dichiarazione esatta delle condizioni effettive della proprietà. 

Il proprietario doveva avere i libri prima di trasferire l'amministrazione a qualcun altro. 

Questa contabilità avrebbe aiutato il padrone e il nuovo amministratore a vedere l'entità dello spreco e del disordine in cui si trovava l’azienda, dove l’amministratore l’aveva portata, e verificherebbe che le accuse fossero vere, o false.

Apparentemente il proprietario non sospettava che l'amministratore fosse  disonesto, ma pensava che fosse semplicemente irresponsabile e stravagante nella sua gestione. 

Così non lo ha immediatamente fatto arrestare e punire per l'inganno, o il furto, ma solo informato che non poteva più essere il suo amministratore perché lo stava licenziando perché non era in grado di amministrare!
  

Fino a questo punto, quindi, il problema era una cattiva gestione monetaria più che una vera e propria immoralità. 

Il proprietario toglie subito l’autorità di agire all’amministratore: gli viene chiesto di consegnargli la documentazione della sua amministrazione, quindi della sua condotta.

Ma ciò richiedeva un po' di tempo, così nel frattempo, l’amministratore  elabora un piano, prima di compilare un resoconto finale della sua gestione. 

Questo gli ha dato l'opportunità di fare più danni, così vediamo:

II L’AZIONE DELL’AMMINISTRATORE (vv.3-7).  
Prima di tutto vediamo la:
A) Riflessione (v.3).
Nel v.3 leggiamo: “Il fattore disse fra sé: ‘Che farò, ora che il padrone mi toglie l'amministrazione? Di zappare non sono capace; di mendicare mi vergogno’”.
Noi leggiamo che l’amministratore riflette parlando con se stesso. 

Concentra tutta le sue energie mentali,  per la salvaguardia del suo futuro senza un lavoro.

L’amministratore ha detto a se stesso, ha riflettuto sulla sua situazione, dopo che ha lasciato il proprietario, ovviamente, e ha avuto tempo per riflettere per un piano di azione.

Si chiede che cosa farà dopo il licenziamento.
“Mi toglie l'amministrazione” dice.

“Mi toglie” (aphaireitai - presente indicativo medio) indica che il  licenziamento è in atto, ma non sembra  ancora definitivo, è in stand-by, è momentaneamente non operativo, o che ancora non era stato reso pubblico.

Una volta licenziato non potrà più fare l’amministratore da qualche altra parte.

Infatti, nella società antica le persone così licenziate dal loro lavoro venivano spesso lasciate in una situazione piuttosto precaria. 

Il problema è ancora più grande, perché questo uomo, sembra, che non abbia risparmi personali a cui ricorrere.

Le sue opzioni non erano allettanti: “Di zappare non sono capace; di mendicare mi vergogno”.

“Zappare” e “mendicare” erano i gradini poco più sopra della schiavitù nella scala sociale.

L'espressione: “Non sono capace” significa che era troppo debole fisicamente, non era abbastanza forte per scavare la terra, o troppo pigro per fare il lavoro manuale. 

Oppure, indica che l’amministratore si considerava al di sopra della classe sociale di coloro che sudavano e faticavano per vivere.

Quindi non era disposto a fare lavori fisici faticosi, il lavoro di persone non istruite; “zappare” (skaptein – presente attivo infinitivo) era considerato il lavoro degli ignoranti.

Aveva un lavoro da colletto bianco e non si sentiva di fare un lavoro umile, al di sotto della sua dignità; nel giudaismo “zappare” era meno onorevole.

Ma l'opzione rimanente quella di mendicare sarebbe stato ancora più vergognosa per chi era abituato come lui.
“Mendicare” (epaitein – presente attivo infinitivo), cioè chiedere l’elemosina continuamente, per lui era una vergogna, perché sarebbe stato, anche questo, al di sotto della sua posizione sociale.

Per molte persone, nella sua situazione, all’epoca era meglio morire che chiedere l’elemosina (cfr. Siracide 40:28)

L'amministratore ha bisogno di escogitare una soluzione diversa, non voleva andare a fare un lavoro faticoso, o fare il mendicante per guadagnarsi da vivere.

Scroccare l'ospitalità degli altri è più accettabile per lui.

Deve agire al più presto per trovare una soluzione affinché non possa soffrire in futuro.
L’amministratore aveva abbastanza astuzia e abilità per elaborare un piano per i propri interessi in modo facile, ma disonesto.

Vediamo ora la:
B) Risoluzione (v.4). 
La sua riflessione porta a un’azione decisiva.

Nel v.4 leggiamo: “So quello che farò, perché qualcuno mi riceva in casa sua quando dovrò lasciare l'amministrazione".

Nelle parole “So quello che farò” equivale a dire: “Ho trovato!”, “Ho capito”.

Indica un’illuminazione, un improvviso lampo di ispirazione, l’idea di un’ispirazione improvvisa e drammatica.

Esprime che è arrivato improvvisamente a una soluzione.

Esprime l'immediatezza dell'idea e della decisione.

“Perché qualcuno mi riceva in casa sua quando dovrò lasciare l'amministrazione".
Questo era il suo piano!

Molto probabilmente, quando dice che dovrà lasciare  l’amministrazione e il fatto che dice anche “mi riceva in casa sua”, la perdita della gestione dell'uomo comportava anche la perdita di un tetto sopra la sua testa.

Osservando il codice di reciprocità, l’amministratore, poteva trovare cibo e alloggio e possibilmente un lavoro da coloro a cui aveva ridotto i debiti.

La reciprocità era parte integrante della società ebraica; se qualcuno faceva un favore a una persona, quella persona era obbligata a farne una a lui.

“Qualcuno mi riceva” si riferisce ai debitori del suo datore di lavoro, e indica l’accoglierlo, dargli il benvenuto (riceva - dexōntai – aoristo medio congiuntivo).

Secondo il suo piano, sarebbero stati amichevoli con lui e lo avrebbero aiutato a prendersi cura di lui, dopo che avrà perso il lavoro definitivamente. 

Sarebbero stati ospitali, gli avrebbero dato rifugio, diventerebbe un membro onorario di queste  famiglie. 

Non si capisce se si riferisce a una residenza permanente nelle loro case, o una posizione permanente come amministratore, o  che avrebbe potuto diventare un ospite di casa in un certo numero di case, anche se questo sarebbe durato solo fino a quando aveva bisogno.  

Non è detto, se ha in mente che si sarebbero presi cura di lui fino a quando non avrebbe trovato lavoro, o sperava che si prendessero cura di lui, o che lo impiegassero. 

Possiamo dire che il suo piano era che avrebbe avuto molti amici che si sarebbero presi cura di lui, quando sarebbe stato licenziato.

L’amministratore, quindi escogita un piano alla luce di una sua imminente disoccupazione, fa un piano per creare una risposta favorevole da parte di coloro che sono debitori.

Riconosce che i suoi interessi a lungo termine si trovano fuori dalla sua attuale situazione di casa e lavoro.

Questa parabola ci parla di:
C) Riunione (vv.5-7).
Aveva poco tempo per realizzare il suo piano prima di far vedere i registri al datore di lavoro, così l’amministratore mette subito in azione, il suo piano disonesto.

Il suo licenziamento definitivo era vicino, così per assicurarsi, che quando sarebbe arrivato quel giorno, sarebbe stato pronto. 

Il piano era ridurre i debiti dei debitori, evidentemente, in modo disonesto, mentre ancora era in controllo dei libri contabili, così da guadagnarsi la gratitudine dei vari debitori, la loro amicizia, e quindi il loro aiuto una volta licenziato.
L’ammontare del loro debito è molto elevato, e l’amministratore lo riduce del 50 e del 20 per cento, dimostrando così di essere una persona disonesta.

Il debito era agricolo, il che indicava che il padrone vendeva cibo, o prestava denaro in cambio di merci, o affittava terreni e veniva pagato in prodotti.

Quindi i debitori potevano essere fittavoli, che avevano preso in affitto un terreno e dovevano pagare con il frutto della terra, o avevano preso in prestito del denaro che dovevano restituire con l’olio, o con il grano, o che avevano preso.

O potevano essere dei mezzadri in ritardo con la consegna.

Potevano essere anche dei mercanti ai quali era stata anticipata la merce a credito.

Comunque, le quantità coinvolte sono piuttosto enormi, e la persona ricca ha a che fare con grandi soci in affari qui, non con persone normali e livelli economici ordinari.

Così, l’amministratore convoca i debitori del suo padrone una alla volta.

I debitori non sanno che l’amministratore sta per essere licenziato definitivamente, quindi per loro ha ancora autorità per cambiare i conti. 

L’amministratore fece venire:
(1) Il primo debitore
Nei vv.5-6 leggiamo:“Fece venire uno per uno i debitori del suo padrone, e disse al primo: ‘Quanto devi al mio padrone?’ Quello rispose: ‘Cento bati d'olio’. Egli disse: ‘Prendi la tua scritta, siedi, e scrivi presto: cinquanta’.

Il primo debitore doveva dare 100 bati d’olio, cioè circa 3972 litri di olio (un bato era circa 40 litri), ci volevano più di 146 piante.

L’amministratore gli dice di scrivere un altro documento e di indicare 50, al posto di 100.

L'amministratore aveva una registrazione del debito, e avrebbe avuto la conferma della ricevuta del debitore.

Oppure sebbene il contratto fosse conservato dall'amministratore era stato scritto a mano dal debitore, ed è per questo che lo doveva cambiare lui. 

La nuova nota doveva essere scritta con la mano del debitore in modo che sembrasse essere quella originale.

Sembra che l'usanza fosse che ogni debitore doveva scrivere la sua fattura in cui spiegava ciò che doveva dare, e poi l’amministratore lo controfirmava per conto del suo padrone.

Quindi il debitore ha distrutto il vecchio conto e ne ha scritto uno nuovo controfirmato dall’amministratore, o ha cancellato l'importo originale sul conto e ha scritto l'importo inferiore.

L’amministratore, poi fece venire:
(2) Il secondo debitore (v.7).
Nel v.7 leggiamo: Poi disse a un altro: ‘E tu, quanto devi?’ Quello rispose: ‘Cento cori di grano’. Egli disse: ‘Prendi la tua scritta, e scrivi: ottanta’”.

Convocato il secondo debitore che aveva un debito di 100 cori di grano, cioè circa 35.000 chili (l’unità di misura ‘koros’ pari a circa 350 chili), equivale a circa 40 ettari, e stiamo parlando di un debito di circa 2.500 – 3000 denari, cioè 8 o 10 anni di stipendio per un lavoratore medio.

Gli viene detto dall’amministratore di scrivere ‘80’.

Infine vediamo:
IIIL’APPROVAZIONE DELL’AMMINISTRATORE (v.8).  
Nel v. 8 leggiamo: “E il padrone lodò il fattore disonesto perché aveva agito con avvedutezza; poiché i figli di questo mondo, nelle relazioni con quelli della loro generazione, sono più avveduti dei figli della luce”.

In qualche modo, il datore di lavoro capì che il suo amministratore aveva manipolato i conti, ma lo lodò.

“Lodò” (epēnesen - aoristo attivo indicativo) esprime la propria ammirazione, o approvazione.

Il padrone invece di essere scioccato per tutto il procedimento, e annullare l’operato dell’amministratore, apprezzò la mente astuta dell'amministratore nell’aver manipolato i conti.

Gesù altre volte ha usato personaggi discutibili per insegnarci verità importanti, come per esempio nella parabola delle vergini stolte e avvedute (Matteo 25:1-13), le vergini avvedute sono in realtà piuttosto egoiste (Matteo 25:9). 

Così anche il comportamento dell'uomo che ha trovato un tesoro in un campo e lo compra per tenerselo per sè (Matteo 13:44), o come Dio può essere paragonato a un giudice ingiusto (Luca 18:1-8).

Vediamo prima di tutto:
A) Il significato di disonesto.
“Disonesto” (adikias) è la descrizione di un'attività, o di un essere umano descritta in termini negativi, indica  ingiusto, malvagio; che non è conforme alla giustizia, ciò che non dovrebbe essere.

In che senso l’amministratore era disonesto?
Era disonesto perché ha manipolato il debito dei debitori.

In secondo luogo vediamo:
B) Il significato di avveduto.
“Avveduto” (phronimōs) indica saggezza, intelligenza, si riferisce al buon senso e alla previdenza.
L’amministratore è stato saggio nel pianificare in anticipo, per assicurarsi un futuro, ecco perché il padrone lo ha elogiato una volta saputo dell’imbroglio.

Arland J.Hultgren scrive: “Il padrone loda l’amministratore perché questi è abile, molto saggio e molto astuto; è ricorso al proprio ingegno al fine di procurarsi amicizie e sistemarsi: il padrone può solo stupirsi di ciò che costui ha escogitato per evitare la rovina completa. L’amministratore è davvero un furfante, ma molto abile!”

Davanti a una crisi molto grave, l’amministratore, ha reagito in modo saggio!

La lode per l'amministratore era per la sua saggezza, ha agito per avere una sicurezza per il futuro, perché aveva un grande bisogno, visto il suo licenziamento, e così si preparò rapidamente per questo. 

È la sua lungimiranza lodevole e non la sua frode!!

È questa reazione che viene lodata e non l’azione immorale!

L'elogio era un riconoscimento dell'intelligenza dell'amministratore, non della sua disonestà, questa non è qualcosa che dobbiamo praticare.

Il padrone non era compiaciuto del comportamento disonesto, ammirava soltanto la sua saggezza mentre gli effetti negativi economici si ripercuotevano su di lui.

Ciò che è importante allora sottolineare è: Gesù non ci sta incoraggiando a essere disonesti, ma a essere saggi!

Infine vediamo:
C) Il significato della parabola.
Nel v. 8 leggiamo il punto della parabola:”Poiché i figli di questo mondo, nelle relazioni con quelli della loro generazione, sono più avveduti dei figli della luce”.

“Poiché” (hoti -) punta alla lezione della parabola, spiega la ragione della parabola.

“Poiché” introduce la motivazione di Gesù per far notare la reazione del padrone, indicando così la lezione della parabola. 

Gesù sta dicendo che l'osservazione del padrone è giusta secondo il principio di 16:8b e cioè: “I figli di questo mondo, nelle relazioni con quelli della loro generazione, sono più avveduti dei figli della luce”.

Vediamo allora che c’è un:
(1) Paragone.
Il paragone è tra i figli di questo mondo e i figli della luce.

Esaminiamo prima:
(a) I figli di questo mondo.
“Figli di questo mondo” (uhioi tou aiōnos) è un modo di dire per indicare persone appartenenti a una particolare classe, in questo caso questo mondo.

La frase può essere tradotta anche “i figli di questa età”, o “di questo tempo”.

Sono quelli che sono devoti a questo mondo, che vivono solo per questo mondo, che stanno attenti solo per ottenere proprietà e per provvedere alle loro necessità temporali.

“Figli di questo mondo”, è anche un modo di dire per le persone che si attengono al sistema di valori del mondo, persone che si occupano di questioni mondane, che sono guidate da valori secolari.

Vediamo ora:
(b) I figli della luce.
“I figli della luce” sono coloro che appartengono e sono consacrati a Dio, che fanno parte del popolo di Dio, un popolo spirituale (Giovanni 12:32; Efesini 5:8; 1 Tessalonicesi 5:5).

Infatti “luce” è un simbolo del regno di Dio e figli di luce sono le persone che appartengono al regno di Dio. 

Questa è una designazione per i discepoli cristiani. 

Sono persone che si preoccupano dei valori del regno di Dio.

C’è un:
(2) Problema.
“I figli di questo mondo, nelle relazioni con quelli della loro generazione, sono più avveduti dei figli della luce” (v.8).

I figli di Dio non s’impegnano allo stesso modo e allo stesso livello di saggezza dei figli del mondo.

I discepoli di Gesù devono imparare dai figli di questo mondo, che agiscono con saggezza mentre cercano di assicurare il loro futuro terreno, così i discepoli devono agire con saggezza considerando il loro futuro celeste, Dio e la vita eterna. 

“ I figli di questo mondo”     nelle relazioni con i loro contemporanei, con i loro simili, con quelli, cioè della loro generazione, nella gestione dei loro affari, hanno facoltà di discernere (avveduti - phronimōteroi) ciò che è bene per loro stessi, sono abili nel cambiare le circostanze secondo i propri interessi e prudenti nel trattare con gli altri in vista del loro futuro.

Gesù stava dicendo che le persone di questo mondo pianificano e lavorano per il futuro nel presente agendo in modo avveduto nelle loro relazioni!

I figli del mondo sono più avveduti, superano in saggezza nel rapporto reciproco, i figli della luce.

Che cosa può accadere se tutti i cristiani fossero veramente saggi secondo la volontà di Dio? 

Se fossero saggi come quelli del mondo, ma con la differenza di usarla per la gloria di Dio e per il progresso del Suo regno con i mezzi che Dio ci dona e i modi che Lui vuole?

I figli di questo mondo usano la loro intelligenza, si danno anima e corpo per raggiungere i loro obbiettivi egoistici, per soddisfare i loro piaceri, raggiungere i loro sogni i loro cuori con i loro desideri! Cose che sono di breve durata!

E noi cristiani?
Abbiamo la stessa passione dei figli del mondo? 
Ovviamente non per le cose di questo mondo, ma per le cose eterne, per la vita avvenire!

I figli del mondo fanno vergognare i figli della luce per le loro rinunce, serietà, per il loro assorbimento, per il loro discernimento, diligenza, perseveranza e  rapidità nell’ avvalersi di ogni opportunità che li faccia crescere, o vivere!

È un rimprovero ai cristiani per le loro prestazioni poco brillanti in materia spirituale, ma è anche un’esortazione.

Troppo spesso il mondo mostra molta più previdenza, zelo e dedizione nelle questioni terrene di quanto i cristiani dimostrino nelle questioni spirituali!! 

I figli del mondo sono spesso più seri e più abili e appassionati nel fare il male di quanto il popolo di Dio faccia per il bene! 

Consideriamo allora:
(3) Il punto della parabola. 
Il punto della parabola è semplice: i figli del mondo sono più saggi dei figli della luce!

I cristiani possono imparare qualcosa dai figli di questo mondo in materia di saggezza. 

I cristiani spesso mancano di saggezza per usare ciò che hanno, in contrasto con l’uso della saggezza delle persone del mondo che sanno usare i beni per i loro scopi.

I cristiani devono agire con saggezza nei confronti delle cose divine, come le persone mondane agiscono riguardo alle cose terrene.

I figli di Dio dovrebbero essere diligenti nel considerare il futuro, l'effetto a lungo termine delle loro azioni come proprio l’amministratore disonesto!

Come i peccatori sono abili e diligenti nel garantire il loro futuro temporale in questa età attuale, così i cristiani, che sono cittadini del cielo (Filippesi 3:20; Colossesi 3:1-4), devono essere molto più saggi nel prepararsi per la vita eterna. 

I credenti dovrebbero essere molto più accorti nel prepararsi per il loro futuro eterno.


Come i figli del mondo danno maggiore attenzione al loro futuro solo per questa vita, i figli di Dio devono dare maggiore attenzione alla loro città celeste eterna!

Gesù sta dicendo che i figli di Dio, che hanno un futuro celeste, dovrebbero essere diligenti nel valutare il lungo effetto a lungo termine delle loro azioni.

I cristiani dovrebbero applicarsi per onorare e servire Dio con la loro vita, con le loro azioni e opere buone, così come le persone secolari si applicano per ottenere protezione e prosperità dai soldi e dal mondo. 


CONCLUSIONE.
Gli oppositori del cristianesimo hanno spesso usato questa parabola per argomenti che negano l'integrità del carattere del nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo, ma tali argomenti non hanno fondamenta.

Questa parabola richiama i discepoli di Gesù a essere saggi!
E questo implica consacrazione a Dio!

E come dice il teologo J. I. Packer: “Il tipo di saggezza che Dio aspetta di dare a coloro che gli chiedono è una saggezza che ci legherà a se stesso”.

Il discepolo di Gesù Cristo, il discepolo saggio è legato a Dio!
Lo metterà sopra tutto e tutti!

Le persone veramente sagge vivranno nella volontà e per la gloria di Dio.

Quelli di questo mondo sono spesso più coerenti con se stessi e perseguono i loro fini più entusiasticamente dei cristiani, mirano al meglio, sfruttano le opportunità, eppure i loro obbiettivi non vanno al di questo mondo e di questo tempo!

Poiché i figli di Dio hanno ben presente l’eternità e sono presi dai valori spirituali, vivranno e coglieranno le opportunità per il progresso del regno di Dio!

Pertanto sii saggio negli affari spirituali!

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