martedì 1 ottobre 2013

Il compito del medico (Matteo 9:12).

Il compito del medico (Matteo 9:12).
Jean Bourgeois, un alpinista belga, il 30 dicembre 1982, cadde per 164 metri da un'altezza di 6000 metri sul versante tibetano dell'Everest. Pensavano che fosse, ma Bourgeois alla fine si presentò in un villaggio tibetano. Gli abitanti del villaggio hanno chiesto: Sei fosse uno Yeti (l’abominevole uomo delle nevi). Dopo aver spiegato la sua situazione, gli abitanti del villaggio gli diedero da mangiare, riparo, e cure mediche e gli organizzarono il viaggio nel Nepal.
Questa storia vera c’introduce alla predicazione di oggi riguardo la misericordia che noi dovremmo avere e che Gesù ci ha insegnato con la Sua vita.
La parabola del “compito del medico”, si trova anche in Marco (Marco 2:13-17) e in Luca (Luca 5:27-32). A differenza della prima parabola sul medico(Luca 4:23-24), l’idea principale che troviamo qui è la missione di Gesù: Gesù è venuto nel mondo per i peccatori! Da qui poi Gesù evidenzia la misericordia che dovrebbe caratterizzare le persone.
Andiamo con ordine, vediamo:

I LE CIRCOSTANZE DELLA PARABOLA.
In quale circostanza Gesù disse la parabola?

Noi leggiamo che c’è stato:
A) Un pranzo a casa di Matteo (Matteo 9:9-10; Marco 2:15; Luca 5:29).
Matteo 9:9-10: “ Poi Gesù, partito di là, passando, vide un uomo chiamato Matteo, che sedeva al banco delle imposte e gli disse: ‘Seguimi’. Ed egli, alzatosi, lo seguì.  Mentre  Gesù era a tavola in casa di Matteo…”.
Dopo aver messo miracolosamente in piedi un paralitico a Capernaum (Matteo 9:1; cfr. 4:13), mentre era in cammino, Gesù vide un uomo chiamato Matteo (Marco e Luca dicono Levi figlio di Alfeo; era comune per le persone avere due o addirittura tre nomi: ebraico, greco, latino, o anche due nomi ebraici ).
Matteo era un impiegato della dogana con l’incarico di scuotere il dazio sulle merci (o pedaggi), oppure era un esattore delle imposte dirette (pubblicano); “banco delle imposte” (telōnion) si riferisce sia all’uno, o all’altro impiego.
Chi esercitava questi impieghi non era visto bene dalla popolazione perché erano considerati collaborazionisti con il governo non giudaico che regnava in Israele (I Romani aveva dato il permesso al tetrarca Erode Antipa di raccogliere e utilizzare le imposte di questa zona) e sia perché estorcevano denaro alla popolazione richiedendo più del dovuto, dunque, erano anche disprezzati perché considerati avidi, egoisti, e parassiti, e disonesti. Il Talmud (uno dei testi sacri dell’Ebraismo) li classificava tra i rapinatori (Sanhedrin 25 b).
R.T. France a riguardo tutti gli esattori delle tasse (delle dogane e delle imposte dirette) scrive: “Negli scritti ebraici erano generalmente collegati insieme e chi li esercitava era spesso raggruppato con ladri e ‘peccatori’ in senso lato. Entrambi gli impieghi erano disprezzati in quanto non patriottici e inevitabilmente causa di un contatto con l’impurità rituale, per non parlare dell’estorsione, che era l’inevitabile risultato del sistema economico”.
Gesù ordina a Matteo di seguirlo. Chiamando un uomo disprezzato dalla società a essere un Suo discepolo, Gesù, mostra la sua misericordia, alla quale, l’esattore rispose seguendolo.
Luca ci dice che Matteo, ha lasciato ogni cosa (Luca 5:28), l'azione è stata definitiva; questo significa che è stato un grande sacrificio perché normalmente gli esattori erano molto ricchi!
Secondo alcuni studiosi, Matteo era il più ricco di tutti gli altri discepoli e probabilmente ha lasciato di più di qualsiasi altro discepolo.
Dunque, seguire Gesù, per Matteo significava lasciare alle spalle un lavoro ben pagato e una volta lasciatolo, difficilmente sarebbe poi ritornato a farlo, il posto lucroso sarebbe stato preso presto da qualcun altro.
Luca ancora ci dice che Levi (Matteo) preparò a Gesù (lui era l'ospite d'onore) un grande banchetto (megalēn dochēn), un grande ricevimento (Luca 5:29). 
Tale chiamata da parte di Gesù vale una grande festa per Matteo! Molto probabilmente, ormai l’ex esattore voleva presentare Gesù, il suo nuovo Signore ai suoi amici ed ex colleghi e renderli partecipi della sua gioia.

Noi leggiamo:
B) I partecipanti del pranzo (Matteo 9:9-10; Marco 2:15; Luca 5:29).
Matteo 9:10: “molti pubblicani e ‘peccatori’ vennero e si misero a tavola con Gesù e con i suoi discepoli”.
Mentre Gesù era a pranzo in casa di Matteo, si aggiunsero molti (polloi) pubblicani e peccatori a tavola con Gesù e i suoi discepoli; questo indica ancora che Matteo era ricco, come confermato anche dal fatto che la sua casa era abbastanza grande per accogliere tutta quella gente e per fare un grande ricevimento.
Luca ci dice che era presente una gran folla di pubblicani e peccatori, e altre persone erano a tavola con loro davanti gli occhi dei farisei e dei loro scribi (Luca 5:30), Marco ci dice che c’e n’erano molti che lo seguivano (Marco 2:15).
Senza dubbio, vi erano amici e colleghi di Matteo, che sono stati invitati alla cena insieme, con Gesù ei suoi discepoli.
Gli ospiti non erano, come ci si potrebbe aspettare, quelli di un insegnante di religione (che era l'ospite d'onore), ma gente poco raccomandabile: pubblicani e peccatori! La combinazione delle due parole indica emarginati sociali.
I “pubblicani” (telōnai) come accennato sopra, erano esattori delle tasse, odiati e disprezzati dalla popolazione perché erano ladri, collaboravano con l’esercito nemico, e non erano devoti a Dio.
I “peccatori” (hamartōloi) erano figure poco raccomandabili, coloro, che peccavano palesemente e abitualmente, i devoti al peccato. “Peccatori” si riferisce alle persone irreligiose, che non avevano nessun interesse per l'osservazione della Legge, e non si comportavano secondo le aspettative morali o cultuali standard di Dio.
Il termine: “peccatori” è usato nel Nuovo Testamento per indicare gli immorali (Luca 7:37-50), gli eretici (Giovanni 9:16); i Gentili (Galati 2:15).
Dal punto di vista farisaico i peccatori erano coloro, che non seguivano i loro standard, che non osservavano le loro rigide regole in modo dettagliato come: la purezza rituale, le leggi alimentari, e l'osservanza del sabato.
I farisei non avrebbero mai partecipato a una cena con queste persone! Gesù invece l’ha fatto!

C) La polemica dei farisei (Matteo 9:11; Marco 2:16; Luca 5:30).
Matteo 9:11: “I farisei, veduto ciò, dicevano ai suoi discepoli: ‘Perché il vostro maestro mangia con i pubblicani e con i peccatori?’”
“ Il vostro maestro” (ho humōn didaskalos) è in tono sarcastico e polemico.
Marco ci dice: “gli scribi che erano tra i farisei” (Marco 2:16), mentre Luca ci dice: “i farisei e i loro scribi”.
I farisei hanno visto (non era insolito a quei tempi avere gente che guardava chi mangiava per altre occasioni cfr. Luca 7:36-37; Matteo 26:6-7), benché non fossero a cena, la porta della casa poteva essere aperta e quindi videro che Gesù e i suoi discepoli stavano mangiando con i pubblicani e i peccatori, e ne sono rimasti sorpresi, indignati e scandalizzati.
Questi capi religiosi non erano interessati a raggiungere i peccatori per recuperarli, il loro interesse erano più le loro regole umane e quindi stare lontani da loro con un atteggiamento orgoglioso della serie: “Io sono più santo di te, e non mi voglio sporcare avvicinandomi a te”.

In primo luogo vediamo:
(1) La motivazione della polemica.
I farisei pensavano che un insegnante dovesse stare attento al tipo di relazione che doveva avere. I farisei, non solo, erano scrupolosi nelle loro abitudini alimentari, ma anche con chi condividere i loro pasti, e vedendo Gesù e i Suoi discepoli che mangiano con un gruppo così peccaminoso, sono scandalizzati e indignati!
I pasti erano importanti occasioni sociali in quel periodo, era un segno d’intimità, unità e comunione profonda, letizia, una sorta di alleanza, pace, amicizia e fraternità.
Alcuni studiosi vedono qui un anticipo della festa escatologica (fine dei tempi) quando i credenti dopo la morte, saranno a tavola con Gesù nel regno dei cieli (Matteo 8:11; 22:1-14; 25:1-13; 26:29).
Mangiare assieme era una dichiarazione che una persona era accolta nel gruppo e considerata alla pari nel gruppo, quindi, ne definiva lo status sociale. In questo modo la disponibilità di Gesù a pranzare con i pubblicani e peccatori, indicava che s’identificava con gli emarginati, con gli indesiderati (cfr. Luca 15:1-2; 19:1-10).
Quindi, agli occhi di questi Farisei mangiare con i peccatori indicava che Gesù li accoglieva, li accettava, mentre una persona pia normalmente mangiava con gli studiosi.
Ma Gesù incarna la misericordia, e il pasto era un’espressione concreta dell’accettazione dei peccatori, segno che l’uomo lontano da Dio è accolto, abbracciato da Lui.
Gesù sarà accusato di essere amico dei pubblicani e dei peccatori (cfr. Matteo 11:19; 21:31-32).
L’associazione, l’identificazione con i peccatori e la loro accoglienza sono nettamente in contrasto con la linea dei farisei: la purità rituale richiede la separazione da coloro, che non osservano la legge di Dio.
I farisei, erano così rigorosi nell’osservanza delle loro leggi, che per mantenersi puri, si rifiutavano di mangiare con la gente comune, i loro peccati potevano farli ritualmente impuri.
I farisei erano noti per il loro separatismo, ma anche oggi vi sono dei cristiani “separatisti”. Oggi, il separatismo promuove l'idea che i cristiani devono mostrare al mondo il valore del Vangelo, o della santità, separandosi dal mondo e quindi non mescolarsi con le persone del mondo, e non adottare le cattive abitudini del mondo ( fumare, bere, giocare a carte, andare al cinema, e così via), ma anche non frequentando le persone del mondo.
È vero, che noi cristiani, siamo chiamati a uno stile di vita diverso da coloro che vivono secondo la filosofia di questo mondo e a non amare il mondo, e le cose del mondo (1 Pietro 1:15-16; 1 Giovanni 2:15-16; cfr. Salmo 1:1-3), ma è anche vero che il discepolo di Gesù che va in un ristorante con un amico non credente, o alla festa  di compleanno di qualcuno non credente, assomiglia a Gesù più di quello che ne sta’ alla larga!
Noi cristiani se vogliamo seguire l’esempio di Gesù siamo chiamati a stare in mezzo alla società senza compromessi con il peccato e la menzogna per presentare loro il messaggio del Vangelo con la nostra testimonianza verbale e comportamentale.

Ma osserviamo:
(2) La malizia della polemica.
v.11: “I farisei, veduto ciò, dicevano ai suoi discepoli…”
Luca ci dice: “I farisei e i loro scribi mormoravano e dicevano ai discepoli di Gesù: ‘Perché mangiate e bevete con i pubblicani e i peccatori?’” (Luca 5:30).
“Mormoravano” (egonguzon) è usato per un parlare a bassa voce, di solito con una connotazione negativa di disapprovazione, quindi brontolare, borbottare, o lamentarsi (cfr. Matteo 20:11; Giovanni 6:41,43, 61).
I farisei comunicano il loro disappunto ai discepoli. In questo vediamo la malizia dei farisei, non hanno detto la cosa direttamente a Gesù, ma hanno parlato dietro le Sue spalle forse per metterlo in cattiva luce e per instillare il dubbio e la slealtà nei cuori dei discepoli, per metterli contro di Lui.
Questa tecnica maliziosa è praticata anche oggi e funziona spaccando le chiese, dividendo amicizie, e famiglie mettendo in cattiva luce una persona alle sue spalle di nascosto. Ci sono persone che criticano, o parlano male, dietro le spalle piuttosto cha andare direttamente a parlare con la persona interessata.

Arrivato a questo punto avendoli uditi, Gesù risponde con un detto proverbiale quindi vediamo:
II LA COMUNICAZIONE DELLA PARABOLA
Matteo 9:12-13: “Ma Gesù, avendoli uditi, disse: ‘Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Ora andate e imparate che cosa significhi:-Voglio misericordia e non sacrificio-; poiché io non sono venuto a chiamar dei giusti, ma dei peccatori’”. (Matteo 9:12-13; Marco 2:17; Luca 5:31-32).
Le persone sane non hanno bisogno del medico, ma le malate.

Nei vv. 12-13 noi troviamo:
A) La comparazione.
Gesù fa un paragone rispondendo alla critica dei farisei: “non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati” (v.12).
I medici sono necessari per i malati, piuttosto che per le persone in buona salute. Detti simili erano presenti anche tra i greci, Plutarco cita un detto simile del re spartano Pausania, quando è stato criticato per aver trascurato il suo popolo:  "Non è l'abitudine dei medici di trascorrere del tempo tra le persone che sono sani, ma dove la gente sta male ".
Il filosofo Diogene è citato per aver detto che, come un medico deve andare tra i malati, così un uomo saggio deve mescolarsi con gli sciocchi.
Un medico va tra coloro, che sono in buona salute, il suo giusto posto è tra i malati per guarirli, e non deve avere paura di contrarre un'infezione, o una malattia.

Noi vediamo:
B) La missione.
v.12: “‘Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati’”.
Gesù guariva fisicamente (Matteo 8:16; 9:1-8), ma è interessato ed è venuto anche per la salute spirituale.
In questo paragone Gesù fa una confessione che riguarda la Sua missione, il motivo per cui è venuto.
In questo contesto, il simbolismo del proverbio è chiaro: i sani sono i giusti, i malati sono i peccatori; Gesù è venuto per guarire i malati, i peccatori come confermato dal v.13 dove dice che non è venuto a chiamare i giusti, ma dei peccatori. Quindi, come i malati hanno bisogno del medico, così i peccatori hanno bisogno di Gesù.
Il paragone riguarda la guarigione dell’anima dalla malattia morale e spirituale del peccato. Così com’è previsto che un medico va tra le persone che sono malate, Gesù il Salvatore (medico) va dai malati (peccatori) per guarirli. Come un medico, ha il compito di andare ai malati, perché sono quelli che hanno bisogno di lui, così Gesù va in mezzo ai peccatori, perché questi hanno bisogno di Lui.
Gesù è venuto per cercare e salvare i perduti come dice Gesù a Zaccheo il capo dei pubblicani a Gerico che si erano pentito dei suoi peccati: “Gesù gli disse: ‘Oggi la salvezza è entrata in questa casa, poiché anche questo è figlio d'Abraamo;  perché il Figlio dell'uomo è venuto per cercare e salvare ciò che era perduto’” (Luca 19:9-10).

Noi leggiamo:
C) L’esortazione.
v.13:“Ora andate e imparate che cosa significhi: ‘Voglio misericordia e non sacrificio’".
Gesù dopo aver risposto ai farisei dicendo lo scopo della Sua missione, ora esorta i farisei a essere misericordiosi e non legalisti.
L’uso della formula “ora andate e imparate” era comunemente usato negli scritti rabbinici per rimproverare coloro, che non sapevano quello che avrebbero dovuto sapere, e che anche non applicavano, e avevano bisogno di tornare indietro e studiare di più. Noi vediamo qui una chiamata a riflettere e ad agire in modo misericordioso verso gli altri.
L’uso di questa formula può essere anche sarcastico: quelli che si vantavano della loro conoscenza e della loro conformità alla legge di Mosè, hanno bisogno di "andare e imparare" cosa significhi: “Voglio misericordia e non sacrificio".
I farisei credevano che fossero moralmente sani, giusti, ma se veramente lo fossero stati, avrebbero fatto come il medico, si sarebbero presi cura dei malati (i peccatori).
Gesù, ordinò loro di riflettere citando un passo dell’Antico Testamento, Osea 6:6.
Osea 6:6 è uno dei numerosi detti profetici che sfidano coloro che mettono la loro fiducia sulla pratica rituale in modo attento, severo, corretto e preciso, ignorando le esigenze morali del rapporto con Dio.
Il principio non è che non bisogna offrire sacrifici (Gesù non li esclude Matteo 5:23-24 ), le parole di Osea non erano una condanna del sistema sacrificale della nazione ebraica, Dio stava condannando un approccio meccanico, superficiale e ipocrita di come sacrificavano, il loro cuore era lontano da Dio.
Se il cuore di una persona è lontano da Dio, il sacrificio è senza valore per Dio ( 1 Samuele 16:7; Matteo 15:1-9).
L’ammonimento e l’esortazione di Gesù è perché i farisei erano più preoccupati per la purezza rituale che prevaleva sulla misericordia verso gli altri. I farisei erano più preoccupati per gli aspetti cerimoniali e rituali della Legge di Mosè e dimenticavano l’amore per il prossimo (cfr. Matteo 22:36-39).
La religione senza compassione è senza valore, legalismo morto ( v. 13). Gesù citando Osea, esorta i farisei a non avere una religione solo ed esclusivamente esteriore, dove le esigenze rituali per l’integrità personale hanno il sopravvento sulla misericordia (cfr. Matteo 5:7; 12:7).
Dio desidera la fedeltà etica più che la partecipazione al sistema sacrificale (1 Samuele 15:22; Isaia 1:10-17; Geremia 7:22-23; Salmo 40:6-8; Ebrei 10:4-9) che prendono il posto della misericordia.
Ai tempi di Osea la nazione seguiva Dio in modo superficiale e rituale, offrendo solo sacrifici di animali, ma aveva dimenticato il cuore della legge: la misericordia. Tra i peccati commessi dalla nazione d’Israele ai tempi di Osea, Dio non era al primo posto (Osea 6:7; 7:10-11,14; 8:1-7, 14), e verso il prossimo, vi era rapina e omicidio ( Osea 6:9; 7:1, 7). Si capisce che in un tale contesto d’ipocrisia, e d’iniquità, i sacrifici non hanno senso e non sono graditi a Dio (cfr. Amos 5:21-24; Michea 6:-8; Matteo 15:7-9; 23:23-26). Osea si rivolgeva a un popolo soddisfatto del loro ritualismo, ma che Dio non approvava.
Gesù sta dicendo ai farisei che stavano facendo lo stesso terribile errore!
I farisei erano zelanti nella legge, facendo addirittura nuove leggi, ma loro non erano misericordiosi verso gli emarginati della società!
Ciò che vediamo nel Nuovo Testamento è che il modo come trattiamo gli altri dimostra la nostra vera relazione con Dio (per esempio 1 Giovanni 3:16; 4:7-8); non avere un cuore misericordioso verso i peccatori, i farisei mostravano che non erano a posto con Dio (Matteo 22:37-40)

D) La precisazione.
v.13: “’… poiché io non sono venuto a chiamar dei giusti, ma dei peccatori’”.

In questa precisazione vediamo:
(1) Una consolazione per il peccatore.
Questa parabola dà grande consolazione per i peccatori che desiderano il perdono dei loro peccati. Gesù il medico non è venuto per i sani (i giusti), ma per i malati (i peccatori).
“Sono venuto” (ēlthon-aoristo attivo indicativo) indica la missione e lo scopo perché ha lasciato il cielo per venire sulla terra. Gesù esisteva prima della creazione ed
è venuto a salvare il Suo popolo dai loro peccati (Matteo 1:21).
Il diavolo inganna quando fa’ pensare che il nostro peccato impedisce a Gesù di salvarci, ma Gesù è venuto apposta per salvare i peccatori!, come ci dice questo passo.
È giusto sentirci indegni, ma Gesù nella Sua grazia accoglie peccatori pentiti che credono in Lui e li perdona (Giovanni 1:16; Atti 2:38; 10:43; 13:38-39).
Gesù è venuto a cercare e salvare i perduti, per dare la Sua vita come prezzo di riscatto per molti (Matteo 11:28-30; Marco 10:45; Luca 15:11-32; 19:10; 1 Timoteo 1:15).

In questa precisazione vediamo:
(2) Una considerazione che deve fare il peccatore.
Luca 5:32 dice: “Io non sono venuto a chiamare dei giusti, ma dei peccatori a ravvedimento”.
Questo non significa che Gesù non è interessato alla salvezza dei farisei, per esempio Nicodemo, un fariseo, uno dei capi dei Giudei, Gesù lo accolse e probabilmente è stato salvato (Giovanni 3:1-15; 7:50-51; 19:39-42).
R. Pesch dice giustamente: “Gesù non esclude nessuno da quest’invito, ma egli include proprio coloro, che sono esclusi dagli altri”.
Gesù accolse coloro, che erano rifiutati! La missione di Gesù, non è per il giusto, ma per i peccatori (cfr. Luca 15; 1 Timoteo 1:15). È ovvio che a coloro, che sono veramente giusti, non sono chiamati al pentimento, ma la domanda da porsi è se sono veramente giusti!
“Giusti” (dikaious) indica servire Dio fedelmente come Dio vuole (Genesi 17:1; Cfr. Atti 23:1; 24:16), camminare con Dio, e Dio approva, considera positivamente, gradisce (davanti a  Dio, Genesi 6:8; 7:1; Ezechiele 14:14; Luca 16:15; Atti 4:19; Ebrei 13:21).
Ma qui si riferisce a quelli che pensavano, di essere giusti, mentre nella realtà, effettivamente non lo erano di fronte a Dio. I farisei non erano realmente giusti (Matteo 23; Luca 11:37-52; Giovanni 8:21,24), dal momento che non avevano misericordia per queste persone (pubblicani e peccatori) come diceva il profeta Osea, anzi li disprezzavano (cfr. Luca 15:1-2,11-32; 18:9-14).
Secondo alcuni studiosi Gesù usava il termine “giusti” ironicamente, quindi il senso secondo questo pensiero è: “Gesù non è venuto per coloro, che pensano di non avere difetti”. I farisei si ritenevano a posto con Dio, pensavano di essere “in buona salute”, non erano, secondo loro, malate come i pubblicani e i peccatori.
Certo se ci paragoniamo con chi è più peccatore di noi, abbiamo l’impressione di essere giusti davanti a Dio! Ma il paragone deve essere con Dio e i Suoi standard!
Le persone che si ritengono giuste (sane, in buona salute), come i farisei, non sentono il bisogno del medico (del Salvatore Gesù), mentre i pubblicani e i peccatori sono più sensibili verso Gesù, si rendevano conto che erano malati e avevano bisogno del medico (Gesù).
Leon Morris riguardo i farisei scrive: “ La loro incapacità a diventare discepoli forse dipende dal fatto che per persone rispettabili, e cioè per chi si considera giusto, non è facile ravvedersi”.
Mentre altri studiosi non considerano “giusti” un’ironia di Gesù. Gesù non stava affermando che alcune persone erano relativamente giusti, o addirittura stava negando che ci sono stati alcuni che erano così giusti che non avevano bisogno di pentirsi. Stava semplicemente facendo notare che dal momento, che non è sorprendente trovare un medico tra gli ammalati, non dovrebbe essere sorprendente che Gesù sia associato con i peccatori. Sia il proverbio e la dichiarazione di Gesù, ci fa’ capire lo scopo della sua missione che riguarda la priorità di coloro, che sono nel bisogno, i peccatori.
Ma rispetto a Matteo e a Marco, Luca aggiunge: “a ravvedimento”.  L'obiettivo di Gesù è di trasformare il modo di pensare riguardo la vita e Dio del peccatore. Il “ravvedimento” (metanoian) è un tema chiave in Luca e si riferisce essenzialmente a un cambiamento di mentalità, un cambiamento di visione ( Luca 3:3, 8; 13:1-5; 15:7, 10; 16:30; 17:3- 4; 24:47).
Il cambiamento di mente del peccatore non riguardo solo verso Gesù, ma è anche accogliere Dio e implica un cambiamento del proprio orientamento nella vita secondo la volontà di Dio. Il peccatore è sfidato a guardare le cose in un modo che è gradito al Signore e agire di conseguenza (cfr. Luca 3:3-14).
Quindi: “Non sono i sani che hanno bisogno del medico, bensì i malati. Io non sono venuto a chiamare dei giusti, ma dei peccatori a ravvedimento” (Luca 5:31-32), mostra che dobbiamo riconoscere il nostro bisogno di essere curati.  Questo tipo di umile apertura a Dio per la guarigione spirituale, la troviamo nella parabola del fariseo e del pubblicano al tempio, raccontata da Gesù per coloro, che erano persuasi di essere giusti, come i farisei e disprezzavano gli altri per esempio i pubblicani (Luca 18:9-14).
Il fariseo della parabola si credeva giusto e disprezzava il pubblicano, mentre il pubblicano, si umiliava davanti a Dio consapevole di essere un peccatore, questo ultimo è stato giustificato.
Un cuore veramente pentito è consapevole di aver bisogno di Gesù ed è aperto e sottomesso a Dio, pronto a lasciarsi modellare da Dio. I farisei non sentono questo bisogno! Noi vediamo qui la risposta del vero credente a Gesù!

CONCLUSIONE

Noi da questi versetti impariamo:
1) Gesù sceglie e accoglie gli emarginati.
Gesù ha scelto come Suo discepolo una persona che era rifiutata dalla società! Matteo rappresenta un gruppo più ampio d’indesiderabili.
Matteo era politicamente, socialmente e religiosamente inaccettabile, ma Gesù non si è vergognato di avere Matteo tra i Suoi discepoli! Gesù rompe le barriere sociali!
Gesù non ha paura e non si mette al di, sopra dei peccatori disprezzandoli come facevano i farisei. Non guardava i peccatori dall’alto in basso con orgoglio come facevano i farisei!
Gesù è venuto per stare in mezzo ai peccatori per salvarli dal peccato.
Non facciamo l’errore di stare nei ghetti cristiani avendo paura di infettarci dal peccato dei peccatori! E nemmeno dobbiamo vergognarci d’identificarci con i nostri fratelli o sorelle della chiesa che sono di livello sociale diverso dal nostro.
Inoltre come Matteo siamo chiamati a mettere Gesù sopra ogni cosa e a seguirlo.

2) Siamo chiamati a presentare Gesù (se lo conosciamo) agli altri.
Questo lo faremo cominciando dai familiari, dagli amici, colleghi e di lavoro come ha fatto Matteo. Ryle diceva: “Una persona convertita non desidera andare in cielo da sola”.
Matteo ci fa capire che i primi a essere raggiunti nell’evangelizzazione devono essere le persone che conosciamo.
Come molti nuovi convertiti, il primo pensiero di Matteo è stato quello di far conoscere ai suoi amici e colleghi il Salvatore.

3) Non dobbiamo avere un orgoglio spirituale, ma misericordia verso chi non lo è.
Se siamo dei cristiani devoti a Dio, non dobbiamo fare l’errore di metterci al di sopra, di chi non cammina secondo la volontà di Dio, o di un emarginato politico, sociale, o religioso. I farisei avevano quest’orgoglio spirituale e non amavano i peccatori.
Chi ha conosciuto veramente l’amore di Dio amerà il prossimo, anche se il prossimo non è amabile! Anche se è la feccia di questa società!
Gesù è stato mandato per i peccatori, a essi Dio vuole mostrare la Sua misericordia al di là, di ogni comprensione e logica religiosa, noi siamo chiamati a seguire il Suo esempio senza pregiudizi.

4) Non dobbiamo seguire una religiosità apparente, esteriore e superficiale.
Dio guarda a ciò che abbiamo nel cuore e condanna l’ipocrisia. Quando una persona è veramente salvata, è una persona che si è veramente ravveduta, ha una visione della vita, di Dio e di Gesù diversa da quello che è sempre stato fino a quel momento del ravvedimento, ha un cambiamento di mentalità che si ripercuote nella vita ordinaria e sarà secondo la volontà di Dio, tra questo ci sarà anche l’amore, la misericordia verso il prossimo.

5) Noi dobbiamo essere contenti per la salvezza e per il perdono che c’è in Gesù.
Il peccato non è curato dalla religione. Il peccato è una malattia spirituale interiore che deve essere onestamente riconosciuto e non si può curare con la religiosità, ma solo il Grande Medico può guarirci. Gesù ha promesso di salvare i peccatori, per questo è venuto, è il nostro Grande Medico! Tutti siamo peccatori (Romani 3:23; 1 Giovanni 1:8-10), ma c’è un grande conforto Gesù è venuto a salvare i peccatori! Sei tu salvato? Grida a Dio per esserlo confessando Gesù come tuo Signore e Salvatore pentendoti dei tuoi peccati.
È necessario che tu riconosca di essere un peccatore, o una peccatrice! Non fare l’errore di quei farisei!