Giacomo 5:7-11: Un richiamo alla pazienza!

Giacomo 5:7-11: Un richiamo alla pazienza!
C’era una volta un credente che pregava così: “Signore dammi pazienza, ma dammela subito”.
Giacomo si riferisce ai credenti e li incoraggia a essere pazienti, infatti, i versetti da 7 a 11 si focalizzano proprio sulla pazienza.
In questi versetti vediamo almeno tre esortazioni (imperativi Giacomo 5:7, 8, 9, 10) alla pazienza. L’esortazione a essere pazienti fino alla venuta del Signore (parussia), l’esortazione a essere pazienti verso le persone e l’esortazione a essere pazienti nella pena.
Partiamo dal primo punto:
I LA PAZIENZA FINO ALLA PARUSIA.
vv.7-8: “Siate dunque pazienti, fratelli, fino alla venuta del Signore. Osservate come l'agricoltore aspetta il frutto prezioso della terra pazientando, finché esso abbia ricevuto la pioggia della prima e dell'ultima stagione. Siate pazienti anche voi; fortificate i vostri cuori, perché la venuta del Signore è vicina”.
La parola “venuta” , nel greco parousia, in italiano parusia era applicato all’arrivo di un re o di un dignitario, divenne poi un termine tecnico per indicare il ritorno di Cristo. “Parousia” indica la presenza (cfr. 1 Corinzi 16:7; 2 Corinzi 10:10; Filippesi 1:26; 2:12) di Cristo a causa della seconda venuta, l’avvento del Signore Gesù quando ritornerà alla fine della storia per giudicare i malvagi (ad esempio, Matteo 24:37, 39; 1 Corinzi 15:23; 1 Tessalonicesi 2:19; 3:13; 2 Tessalonicesi 2:1,8) e salvare i credenti (ad esempio 1 Corinzi 15:23; 1 Tessalonicesi 2:19; 3:13; 4:15; 5:23), e per istaurare il Suo regno.
Come vediamo dalla congiunzione “dunque” (oun) questo passo è collegato all'unità precedente sulla colpevolezza dei ricchi malvagi (Giacomo 5:1-6) che sfruttavano, giudicavano ingiustamente e uccidevano i giusti che lavoravano nelle loro terre.
Giacomo prosegue esortando i credenti ad avere pazienza fino al ritorno del Signore, al ritorno di Gesù quando gli oppressori saranno giudicati e gli oppressi liberati da tutti i mali. Per questo motivo ai credenti si richiede di avere pazienza, una pazienza costante. (Edmond D. Hiebert- Siate pazienti –makrothumēsate-aoristo attivo imperativo).
La “pazienza” (makrothymeō), è un termine che significa sopportare le provocazioni o essere in attesa di un giusto atteggiamento (1 Corinzi 13:4; 1 Tessalonicesi 5:14; Ebrei 6:15; 2 Pietro 3:9).
Giacomo si riferisce specificatamente ai versetti precedenti, quindi all’ingiustizia e all’oppressione dei ricchi, pertanto qui la pazienza è in relazione, alle persone che provocano disagio personale, o sofferenza. Indica il resistere senza reazioni di rabbia e vendetta, in questo senso il contrario di pazienza è ira e vendetta.
L’idea è di essere lento all’ira, la virtù nel trattare con le persone difficili e irritanti!! La pazienza non richiede una passiva rassegnazione al proprio destino, ma un atteggiamento di autocontrollo che permette di astenersi dalle rappresaglie di fronte la provocazione.
La pazienza è tollerare qualcuno per un lungo periodo di tempo.
È implicito l’atteggiamento a non vendicarsi sui loro oppressori (Romani 12:19). A Dio appartiene la vendetta! (Deuteronomio 32:35; Romani 12:12; Ebrei 10:30). Troppo spesso cerchiamo vendetta, ma non deve essere così!
Un uomo racconta la testimonianza della sua conversione dicendo che si trovava in caserma e vi era un commilitone che era un credente. Una sera il credente rientra tutto bagnato e stanco nella stanza, dove dorme insieme ad altri, prima di andare a letto prega e mentre prega, quest’uomo lo colpisce alla testa con i suoi stivali, ma il credente continua a pregare. Quest’uomo continua il racconto e dice che la mattina seguente ha trovato i suoi stivali ben lucidati a fianco del suo letto, questa reazione è stata la chiave della sua conversione!
La pazienza non è passiva rassegnazione! Non è un segno di debolezza, piuttosto dimostra carattere cristiano. Si tratta dell’ evidenza che lo Spirito Santo è presente in quella persona che l’esercita (Galati 5:22-23).
Gesù è un meraviglioso esempio di questo tipo di pazienza, quando avrebbe potuto chiamare più di dodici legioni di angeli (Matteo 26:53) al suo fianco, invece, si sottopose alla croce (Ebrei 12:2). In seguito ha pregato per il loro perdono: ”Allora Gesù disse: Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno” (Luca 23:34).

Ora riguardo il ritorno di Gesù possiamo dire che:
A) È un Ritorno Certo.
v.7: “Siate dunque pazienti, fratelli, fino alla venuta del Signore. Osservate come l'agricoltore aspetta il frutto prezioso della terra pazientando, finché esso abbia ricevuto la pioggia della prima e dell'ultima stagione”.
Giacomo parla con assoluta certezza quando dice che la venuta del Signore è vicina. La Bibbia ha oltre 500 riferimenti riguardo il ritorno di Cristo! Le Scritture trasudano di ritorno di Cristo, eppure è un argomento trascurato nelle predicazioni!
Giacomo ha in mente una pazienza attiva generata dalla fede e dalla speranza come vediamo dall’esempio che fa. Giacomo cita l’agricoltore dell’ambiente medio-orientale palestinese che è in attesa del frutto prezioso perché serve per il suo sostentamento fisico. Tra la prima semina con la prima apparizione del grano verde e la mietitura passavano all’incirca quattro-cinque mesi, un periodo di attesa, pieno di ansietà, la pioggia della prima e dell’ultima stagione erano molto importanti per il frutto. La prima pioggia, probabilmente tra metà ottobre e novembre, permette al seme di germogliare e quindi una crescita iniziale, mentre la seconda marzo-aprile, quelle tardive di primavera, di portare alla completa maturazione. L’ebreo devoto sapeva che Dio avrebbe mantenuto la promessa seconda la quale avrebbe mandato la pioggia d’autunno e di primavera come leggiamo scritto in diversi passi dell’Antico Testamento (Deuteronomio 11:14; Geremia 5:23-24;Osea 6:3; Gioele 2:23; Zaccaria 10:3).
Quindi l’agricoltore aspettava con pazienza, con attesa fiduciosa qualcosa che sarebbe arrivata certamente. Così il cristiano aspetta con pazienza e con attesa fiduciosa, il ritorno di Cristo, sa che è fedele alle Sue promesse e quindi è certo che Cristo ritornerà (Ebrei 10:37).

Il ritorno di Gesù:
B) È un Ritorno Confortante.
Le sofferenze non dureranno per sempre! Ma nel frattempo i credenti devono essere pazienti come i contadini (Giacomo lo ribadisce), siamo chiamati a fortificare i nostri cuori perché la venuta del Signore è vicina.
v.8: “Siate pazienti anche voi; fortificate i vostri cuori, perché la venuta del Signore è vicina”.
Il ritorno del Signore è confortante, perché sappiamo che è certo e perché non solo li libererà dai loro persecutori, ma anche giudicherà i loro persecutori (Giacomo 5:3,5,9; cfr. 1 Tessalonicesi 4:18).
La chiesa a cui si rivolgeva Giacomo veniva presa a calci come un pallone da calcio! Giacomo dice queste parole perché l’unico conforto perfetto che le persone possono avere nel bel mezzo dell’ ingiustizia è la consapevolezza che Dio instaurerà la giustizia completa al ritorno di Cristo.
R.V.G.Tasker scrive:”Non c’è niente che insinui tanta paura nel cuore umano quanto l’ansietà causata dall’incertezza dei risultati definitivi. Per esempio, se sappiamo che una malattia grave senza alcun dubbio si risolverà in un completo ricupero della salute, anche se non ci è dato di conoscere quanto tempo dovrà passare prima di quel felice momento, gran parte del peso dell’ansietà ci sarà tolto di dosso. È la stessa cosa, anche se a un livello molto più elevato e molto più importante, per il cristiano: non è inteso che egli debba preoccuparsi per il numero di anni che possono trascorrere prima della parousia del Signore. Egli è invitato a rinfrancare il suo cuore nella certezza che il ritorno del suo Signore gli recherà una perfetta salute spirituale, una salvezza completa e la vita eterna. E inoltre, il pensiero dell’eternità domina e controlla talmente in lui il pensiero del tempo, che nei suoi calcoli, quel tempo sembra ‘breve’.”
“Fortificate i vostri cuori” indica come essere pazienti, significa essere coraggiosi e propositivi, non perdersi d’animo, significa essere forti nell’essere interiore, saldi nella fede, non dubitare, avere una fiducia incrollabile, essere spiritualmente stabili o fermi, mantenere la speranza (cfr. Salmo 57:7; 112:8; Luca 22:32; Romani 1:11; 16:25; 1 Tessalonicesi 3:2,13; 2 Tessalonicesi 2:17; 3:3; Ebrei 13:9; 1 Pietro 5:10; 2 Pietro 1:12; Apocalisse 3:2).
“Fortificate i vostri cuori” esprime il pensiero di rafforzare e sostenere qualcosa in modo che si oppone fermamente, quindi essere tenaci. Invece di sentirsi agitati e scossi dalle loro esperienze di oppressione, devono sviluppare un senso interiore di stabilità. Ciò che è comandato: ”siate pazienti” e “fortificate i vostri cuori” è ferma adesione alla fede in mezzo alle tentazioni e alle prove.
Mentre aspettano pazientemente la venuta del Signore, i credenti hanno bisogno di fortificarsi per la lotta contro il peccato e in condizioni difficili, come la sofferenza.
Il Signore è “vicino” ( engizō- perfetto attivo indicativo) indica che si è fatto vicino, si è avvicinato, questo è nel quadro temporale della storia della salvezza. Con la morte e la risurrezione di Gesù e l’effusione dello Spirito Santo, gli ultimi giorni sono stati inaugurati, ma il periodo finale e definitivo della salvezza trova la sua realizzazione al ritorno di Cristo in gloria.
Ma la durata di questo periodo di salvezza e quindi del ritorno di Cristo è sconosciuto e nessuno lo sa (Marco 13:32) e verrà all’improvviso come un fulmine e inaspettato come un ladro nella notte (Matteo 24:27-39, 1 Tessalonicesi 5:2; 2 Pietro 3:10)
“Il Signore è vicino” da l'idea che si avvicina sempre di più e può accadere in qualsiasi momento. Descrive qualcosa così vicino che il suo impatto sta cominciando a farsi sentire, sottolinea dunque una realtà concreta che si avvererà. I cristiani devono vivere con la consapevolezza che la parusia potrebbe verificarsi in qualsiasi momento e che si ha la necessità di essere pazienti e fermi nella fede, di prendere decisioni e scegliere i valori in base a tale ritorno.

I credenti devono vivere in attesa di quel giorno e vivere di conseguenza:
(1) I credenti devono costantemente stare in guardia (1 Pietro 4:7).
Sono come servi il cui padrone è andato via e non sapendo quando tornerà, devono essere pronti e occupati nel servizio per il suo ritorno (Matteo 24:36-51).

(2) I credenti non devono scoraggiarsi o dimenticarlo se Gesù non è ancora venuto (2 Pietro 3:4).
Dio non vede il tempo come gli esseri umani. Per lui, mille anni sono come un giorno! (Salmo 90:4; 2 Pietro 3:8).

(3) I credenti devono prepararsi per la venuta del Signore.
I cristiani devono essere sobri, cioè esercitare autocontrollo (1 Pietro 4:7). Devono essere santi (1 Tessalonicesi 3:13;5:23). Dobbiamo gettare via le opere delle tenebre e indossare le armi della luce, ora che la notte è avanzata e il giorno è vicino (Romani 13:11-14).

(4) I credenti devono essere trovati che si amano.
Pietro dice che la fine di tutte le cose è vicina, esorta alla moderazione e alla sobrietà per dedicarsi alla preghiera e di amarsi e di essere ospitali gli uni verso gli altri (1 Pietro 4:8-9; cfr. 1 Corinzi 16:14, 22). Paolo dice di essere mansueti (Filippesi 4:5), incoraggiandoci all’amore e alle buone opere, e a non abbandonare la comunità dice l’autore della lettera agli Ebrei (Ebrei 10:24-25).

(5) I credenti devono rimanere in Cristo.
In questo modo quando Egli apparirà possiamo aver fiducia e non saremo costretti a ritirarci coperti di vergogna (1 Giovanni 2:28).

Vediamo il secondo punto:
II LA PAZIENZA CON LE PERSONE.
v.9: “Fratelli, non lamentatevi gli uni degli altri, affinché non siate giudicati; ecco, il giudice è alla porta.

Noi in questi versetti troviamo:
A) L’Esortazione a non lamentarci gli uni contro gli altri.
v.9: “Fratelli, non lamentatevi gli uni degli altri…”
Le chiese a cui scrisse Giacomo avevano problemi d’invidia e di contese (Giacomo 3:16; 4:1-4,11-12), forse Giacomo si riferisce a questo perché vi era una critica distruttiva (cfr. Matteo 7:1-5), o forse si riferisce in senso generale quindi anche per i torti subiti, o forse per le prove, per le situazioni difficili, quando si è sotto pressione come il caso che erano oppressi dai ricchi (Giacomo 5:1-6).
È naturale che le persone colpite duramente, esprimano frustrazione per la situazione descritta in Giacomo 5:1-6 e potevano avere ripercussioni negative nella chiesa. Infatti, l’armonia nella chiesa è distrutta quando lo spirito amaro diventa personale e diretto come una critica contro i fratelli.
Eventi di ogni giorno a volte possono mettere a dura prova la nostra pazienza in questioni interpersonali. Ma Giacomo ci esorta a non lamentarci gli uni degli altri, gli uni contro gli altri.
“Non lamentatevi” (mē stenazete- presente attivo imperativo) ha il senso implicito di lagnarsi, lamentarsi in modo intensivo ed eccessivo, risentirsi contro, brontolare, esprime irritazione o malcontento diretto contro qualcuno che sfocia in una critica o accusa.
Si tratta di un amaro spirito di risentimento che si manifesta nelle proprie relazioni con gli altri.
La parola ha anche il senso di gemere e sospirare per circostanze esterne difficili come di oppressione come troviamo scritto in Esodo2:23 quando il popolo di Israele gemeva a causa della schiavitù. (cfr. Giobbe 30:25; Isaia 59:10; Marco 7:34; Romani 8:23; 2 Corinzi 5:2,4; Ebrei 3:17). Comunque lamentarsi gli uni degli altri lamentarsi contro qualcun altro (letteralmente non lamentatevi contro altro- mē stenazete kata allēlōn), implica anche un giudizio, una critica proprio verso l’altro (Giacomo 4:11-12; Matteo 7:1-5), questo è distruttivo per i rapporti interpersonali e per la chiesa (Giacomo 3:1-12).
Giacomo non vuole che siano pieni di risentimento e amarezza verso l’altro, perché questo distruggere l'unità.
Paolo dice che dobbiamo sopportarci gli uni gli altri con amore in Efesini 4:2 e in 1 Tessalonicesi 5:14-15 ci dice di essere pazienti con tutti e di non rendere ad alcuno male per male, ma di cercare il bene gli uni degli altri e quello di tutti!
La pazienza è la capacità di soffrire a lungo sotto il maltrattamento degli altri senza avere risentimento. Ora non significa ignorare il male subito, ma di reagire come figli di Dio!
Jerry Bridges riguardo la pazienza dice: “ La pazienza non ignora le provocazioni degli altri, ma cerca semplicemente di rispondere ad esse in modo divino. Essa ci permette di controllare i nostri animi, quando siamo provocati e di cercare di trattare con la persona e la sua provocazione in un modo che tende a sanare le relazioni piuttosto che aggravare i problemi. Si cerca il bene ultimo dell’altra persona, piuttosto che la soddisfazione immediata delle nostre emozioni suscitate”. Reagire come dice Jerry Bridges significa reagire in modo divino, come Dio fa con noi!
A proposito J.C. Ryle dice: “Nostro Signore ha molti figli deboli nella sua famiglia, molti alunni sordi nella sua scuola, molti soldati grezzi per il suo esercito, molte pecore zoppe nel suo gregge. Eppure, egli porta con sé tutti, e nessuno getta via. Felice quel cristiano che ha imparato a fare lo stesso con i suoi fratelli”.
Ogni giorno Dio è paziente con noi, mentre noi ogni giorno tendiamo a essere impazienti con le persone care, con i nostri amici, con vicini di casa, con i colleghi di lavoro, o con la gente che incontriamo.
La cosa strana è che le nostre colpe e i nostri fallimenti davanti a Dio sono molto più gravi di quanto le piccole azioni degli altri possano irritare noi! Eppure Dio è paziente con noi! (Esodo 34:6; Romani 2:4; 1 Pietro 3:20)…. Noi non lo siamo con gli altri!
Dio ci chiama a essere pazienti verso le debolezze degli altri, a tollerarli e a perdonarli come Lui fa con noi e non a essere insofferenti!

Noi in questi versetti troviamo:
B) La Motivazione a non lamentarci.
v.9: “… affinché non siate giudicati; ecco, il giudice è alla porta”.
La recriminazione reciproca è inutile e colpevole, soggetta al giudizio di Gesù. Il giudice è alla porta (Mar.13:29), il giudice che conosce ogni cosa, ogni pensiero umano, ogni parola e azione, che è imparziale, che giudica senza favoritismi (1 Pietro 1:17).
“Il giudice è alla porta” è un’immagine del giudice che è appena al di là, della porta del tribunale con la mano sulla maniglia della porta, pronto a entrare e a pronunciare un giudizio, quindi indica il ritorno imminente di Gesù, indica che il ritorno di Gesù è vicino. Il giudice è alla porta, il suo piede è già alla soglia e al Suo ritorno nessuno essere umano gli potrà impedire di entrare e giudicare!!!

Così da una parte il ritorno del Signore è di grande conforto e dall’altra di grande ammonimento.
La vicinanza del giorno del ritorno di Gesù e del suo giudizio non è solo uno stimolo a guardare avanti per il giudizio dei peccatori, ma è anche un monito per esaminare il proprio comportamento anche se siamo cristiani e quando Gesù aprirà la porta ci possiamo trovarci pronti a riceverlo con tutte le Sue benedizioni!
Cristo ritornerà è giudicherà i vivi e i morti (Atti 10:42; 2 Timoteo 4:1; 1 Pietro 4:5). Il Signore che viene è anche il giudice del cristiano (Romani 14:10; 1 Corinzi 4:5; 2 Corinzi 5:10; cfr. Matteo 25:21,23; 2 Giovanni 8; Apocalisse 22:12). Purtroppo, molti cristiani hanno poca o nessuna preoccupazione per il giudizio di Dio a venire, sono indifferenti al Suo ritorno.
Dovremmo vivere in preparazione per il ritorno di Cristo, invece, troppo spesso ci comportiamo come un gruppo di studenti che litigano e fanno baldoria, mentre l’insegnante è assente e non ci preoccupiamo che sta arrivando.
Il ritorno di Gesù si avvicina sempre di più!

Infine vediamo il terzo punto:
III LA PAZIENZA NELLA PENA SEGUENDO L’ESEMPIO DI UOMINI DI FEDE.
Per incoraggiare i fratelli in fede, Giacomo fa due illustrazioni o esempi di paziente sopportazione in circostanze avverse, esempi biblici che fanno parte del nostro patrimonio spirituale e che siamo chiamati a tener presente, chiamati a seguire.

In primo luogo vediamo:
A) L’Esempio dei profeti.
Nell’esempio dei profeti vediamo come sono stati pazienti agli altri che li hanno fatto soffrire.
v.10: “Prendete, fratelli, come modello di sopportazione e di pazienza i profeti che hanno parlato nel nome del Signore.
La parola “sopportazione” (kakopatheias) in questo contesto implica afflizione, sofferenza, angoscia, difficoltà, secondo alcuni studiosi è la sofferenza che una persona sopporta e associato alla pazienza, rafforza ciò che Giacomo vuole mettere in evidenza e cioè la resistenza dei profeti nella sofferenza o la pazienza nel bel mezzo della sofferenza, poiché non è la sofferenza che costituisce l’esempio, ma il fatto che i profeti hanno sofferto con pazienza (makrothumias) la persecuzione, hanno sofferto la persecuzione di uomini malvagi (Geremia 2:30; 20:8; Matteo 23:37; Luca 11:49-51; 13:33-34; Atti 7:52; 1 Tessalonicesi 2:14-15; Ebrei 11:32-38), hanno affrontato la sofferenza pazientemente.
La pazienza è una caratteristica comune a tutti coloro che hanno camminato su questa terra e servito Dio come anche la sofferenza. Giacomo non ci dice quale dei profeti ha in mente, forse perché tutti i profeti furono perseguitati, ma possiamo fare alcuni esempi.
Izebel sterminò i profeti del Signore (1 Re 18:3-4).
Elia è stato braccato e odiato dal re Acab e da Izebel (1 Re 18:10, 17; 19:1-3). Anche Isaia soffrì, alcuni pensano sia morto segato in due come è scritto in Ebrei 11:37.
Geremia, che soffrì tanto per mano dei re e del suo popolo, fu gettato in prigione e poi in una cisterna fangosa con la minaccia di farlo morire di fame (Geremia 37:1-38:13. Vedi anche Geremia 18:18;20:1-2;26:8; 32:2;43:1-4; 44:15-19).
Daniele fu gettato nella fossa dei leoni (Daniele 6).
Zaccaria fu lapidato (2 Cro.24:20-22).
Giacomo ci vuole far capire che i profeti hanno sofferto per la causa del loro Dio, hanno parlato nel nome del Signore. Fare la volontà di Dio, conduce spesso alla sofferenza (cfr. Atti 14:22; 2 Timoteo 3:12). Questi profeti non furono perseguitati perché fecero qualcosa di male, ma perché furono servitori del Signore.
Gesù disse agli apostoli che sarebbero stati perseguitati e quindi che avrebbero sofferto, ma devono rallegrarsi e giubilare perché così hanno perseguitato i profeti prima di loro! (Matteo 5:11-12).
In questo senso la loro sofferenza, la loro pena era un privilegio, ma anche una certezza!
Giacomo comanda (prendete-idou- imperativo) i credenti a prendere in considerazione e a seguire l’esempio di sopportazione e di pazienza dei profeti che hanno parlato nel nome del Signore, cioè che avevano l'autorità di Dio, perché erano rappresentanti di Dio (Deuteronomio 18:15-22; 1 Cronache 21:19; 2 Cronache 36:15-16; Daniele 9:6), avevano ricevuto il messaggio da parte del Signore e parlavano quindi da parte Sua e lo facevano in circostanze spesso difficili.
Inoltre la sofferenza, che faceva parte della loro vita, non ha diminuito o sottratto niente alle loro benedizioni. La pena, la sofferenza non causò nei profeti infelicità e disperazione, ne provocò la perdita della fede, anzi rimasero sempre fedeli.

In secondo luogo vediamo:
B) L’esempio di Giobbe.
Nell’esempio di Giobbe vediamo la benedizione di Dio per coloro, che soffrono pazientemente. Giacomo sta incoraggiando coloro, che sono nella sofferenza, a essere pazienti perché ci sono valide ragioni.
v.11: “Ecco, noi definiamo felici quelli che hanno sofferto pazientemente. Avete udito parlare della costanza di Giobbe, e conoscete la sorte finale che gli riserbò il Signore, perché il Signore è pieno di compassione e misericordioso.

In questo esempio vediamo:
(1) La Felicità.
“Definiamo felici” (makarizomen) indica dire qualcuno felice o beato, benedetto, fortunato, significa contare, o pronunciare, o considerare qualcuno felice, benedetto, o congratularsi con qualcuno. (Genesi 30:13; Giobbe 29:11; Salmi 41:2; 72:17; Luca 1:48). La felicità di questi credenti che soffrono comporta la convinzione che non rimarranno senza ricompensa (Matteo 5:12) come vediamo nella vita di Giobbe, come Dio alla fine lo ha benedetto.
Quindi alla fine essere felici è una questione di condizione, la condizione di avere un rapporto con Dio, avere la Sua approvazione e la Sua ricompensa!
Riguardo a “definiamo felici”, alcuni studiosi pensano che si riferisce ai profeti che sono morti e a Giobbe che sono alla presenza di Dio, nella beatitudine (Giacomo 1:12).

In questo esempio vediamo:
(2) La Qualità.
Sono felici coloro, che hanno sofferto pazientemente (hupomenontas- presente attivo participio).
La pazienza di Giobbe non era verso i suoi amici, infatti, Giacomo non usa la stessa parola del v.7 (makrothumia), Giobbe non è sempre stato paziente con i suoi amici (Giobbe 3:3; 16:2-4) e nemmeno con Dio (Giobbe 7:11-16;10:18; 23:2; 30:20-23), la pazienza di Giobbe è la costanza che aveva, il fatto che egli rimase fedele a Dio fino alla fine a dispetto delle sue afflizioni.
“Sofferto pazientemente” esprime la determinazione ad affrontare una prova particolare o una serie di prove, senza tirarsi indietro, il rimanere sotto sopportando un grande carico che gravava su di lui. Significa essere pazienti nonostante le circostanze avverse, resistere, perseverare nonostante le circostanze difficili.
Giobbe fu costante, quindi. “Costanza” (hupomonēn) è adoperata per descrivere la virtù di Giobbe, la cui storia Giacomo, prende per scontato che i suoi lettori conoscono. “Costanza” ha lo stesso significato di “sofferto pazientemente” quindi il rimanere fermo, la resistenza, essere stabile fino alla fine, quindi essere fedele a Dio.
Di fronte a tutte le sue sofferenze inspiegabili, Giobbe è un modello memorabile di resistenza nella prova tremenda , Giobbe rimase fermamente fedele a Dio. Giobbe ebbe una spiccata e forte determinazione a sopportare pazientemente la devastante sofferenza, senza perdere la fede in Dio, rifiutando di maledirlo, anche se a volte ha lottato e messo in discussione, e talvolta anche sfidato Dio, ma la fiamma della fede non si mai spenta nel suo cuore!!
Giobbe credeva in Dio, anche se non riusciva a capire le sue sofferenze, egli continuò ad avere speranza in Lui. Dopo una tragedia dopo l’altra lui disse: “Nudo sono uscito dal grembo di mia madre, e nudo tornerò in grembo alla terra; il SIGNORE ha dato, il SIGNORE ha tolto; sia benedetto il nome del SIGNORE” (Giobbe 1:21).

Quando sua moglie lo invitò a maledire Dio e morire, dopo che lo colpì un’ulcera maligna, Giobbe rispose:”Tu parli da donna insensata! Abbiamo accettato il bene dalla mano di Dio, e rifiuteremmo di accettare il male?”(Giobbe 2:10).
Giobbe era convinto che il Suo Garante e redentore era nei luoghi altissimi e viveva (Giobbe 16:19;19:25).

In questo esempio vediamo:
(3) La Prosperità.
v.11: “e conoscete la sorte finale che gli riserbò il Signore”.
Giacomo incoraggia i lettori riportando alla loro mente la sorte finale (telos), che alcuni interpretano come la conclusione, l’esito della storia di Giobbe intesa alla restaurazione, cioè che Giobbe ebbe delle benedizioni da parte di Dio, riebbe da Dio quello che aveva perso.
È scritto in Giobbe 42:12-17: “Il SIGNORE benedì gli ultimi anni di Giobbe più dei primi; ed egli ebbe quattordicimila pecore, seimila cammelli, mille paia di buoi e mille asine. Ebbe pure sette figli e tre figlie; e chiamò la prima, Colomba; la seconda, Cassia; la terza, Cornustibia. In tutto il paese non c'erano donne così belle come le figlie di Giobbe; e il padre assegnò loro un'eredità tra i loro fratelli. Giobbe, dopo questo, visse centoquarant'anni e vide i suoi figli e i figli dei suoi figli, fino alla quarta generazione. Poi Giobbe morì vecchio e sazio di giorni”.
Non solo gli furono ridati i suoi possedimenti materiali e la prosperità in questo mondo, ma come dice Tasker: “gli fu concesso di penetrare più a fondo nel mistero degli scopi divini, e di sperimentare più direttamente la maestà e la sovranità dell’Iddio onnipotente; e per parte sua, potè arrivare a un pentimento più completo e più profondo”.
Infatti, in Giobbe 42:2,5-6 è scritto:“Io riconosco che tu puoi tutto e che nulla può impedirti di eseguire un tuo disegno. Il mio orecchio aveva sentito parlare di te ma ora l'occhio mio ti ha visto. Perciò mi ravvedo, mi pento sulla polvere e sulla cenere”.
Quindi il fatto che Dio perfezionò la fede di Giobbe con la sofferenza è un grande conforto quando soffriamo! Nella sofferenza noi dobbiamo tenere gli occhi sul beneficio spirituale che produrrà!
Altri interpretano “sorte finale” come obbiettivo, scopo o il fine di Dio per Giobbe. Secondo questa interpretazione Dio aveva in mente la sofferenza di Giobbe per confutare la calunnia di Satana che Giobbe lo avrebbe rinnegato in caso di sofferenza, per maturare e rafforzare la fede di Giobbe, che lui sperimentasse la grandezza infinita e la maestà di Dio, una rinnovata consapevolezza del carattere di Dio.
Comunque sia, Dio fece del bene a Giobbe “perché il Signore è pieno di compassione e misericordioso”. Noi non possiamo sempre capire le difficili circostanze, ma possiamo contare sulla verità della compassione e della misericordia di Dio. Nella sofferenza noi dobbiamo tenere gli occhi sulla compassione e misericordia di Dio, questa è la ragione della nostra speranza!
La consapevolezza della compassione e della misericordia di Dio, nei momenti di bisogno e ci aiuterà a sopportare meglio la sofferenza fidandoci di Lui, anche se non capiamo il perché!
Il punto di Giacomo è che la benedizione di Dio attendono coloro che sono costanti. Proprio come il Signore ha trattato con Giobbe in un modo che ha avuto un esito felice o che l’ha perfezionato, così farà con coloro che sopportano pazientemente la sofferenza in attesa della venuta del Signore.
Certo non significa che avremo sempre una prosperità materiale, ma certamente una prosperità spirituale sì, sicuramente in cielo! (Romani 8:28-29).

CONCLUSIONE.
La vera fede implica pazienza!
Giovanni Calvino disse: “ La pazienza è il frutto e la prova della fede”. Sempre Giovanni Calvino disse: “Dove non c’è pazienza, non c’è nemmeno una scintilla di fede”.
Giacomo c’incoraggia a essere pazienti, a essere pazienti gli uni con gli altri, a essere pazienti nella pena seguendo l’esempio dei profeti e di Giobbe, quindi a sopportare la sofferenza con costanza, a rimanere fedeli al Signore nonostante il carico di sofferenza che possiamo portare.

In tutto questo per alimentare la nostra pazienza:
1) Dobbiamo considerare il ritorno di Cristo.
Giacomo ci esorta a essere pazienti fino al ritorno di Cristo. La tribolazione non sarà per sempre, Gesù ci libererà definitivamente dalla sofferenza. Perciò sii paziente, la sofferenza non sarà per sempre per noi credenti.

2) Dobbiamo considerare il giudizio di Cristo.
Nello stesso tempo il ritorno di Cristo e quindi il Suo giudizio deve essere un deterrente a non lamentarci contro gli altri, cioè a brontolare, criticare, avere rancori e così via. Così da una parte il ritorno del Signore è di grande conforto e dall’altra di grande ammonimento a non lamentarci contro gli altri, ma a essere pazienti verso gli altri!

3) Dobbiamo considerare che il Signore è pieno di compassione e misericordioso.
Come per Giobbe Dio ha un progetto per noi, anche la sofferenza è uno strumento di Dio per farci prosperare spiritualmente su questa terra e dopo quando tutto finirà accoglierà i veri credenti in gloria, in paradiso per sempre dove non ci sarà più la sofferenza! La vita eterna!

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